Welfare culturale la prova dei candidati sindaco pugliesi

Welfare culturale

Il protocollo Cultura-Salute apre una nuova agenda pubblica, ma in Puglia solo pochi candidati la portano nei programmi

di Antonio Portolano

Il welfare culturale entra nella campagna delle amministrative pugliesi come una novità ancora minoritaria, più intuita che davvero assorbita dai programmi. Il 29 aprile 2026 il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il ministro della Salute Orazio Schillaci hanno firmato un protocollo d’intesa destinato a rafforzare il legame tra cultura e salute, riconoscendo ufficialmente il valore delle attività culturali nei percorsi di benessere, prevenzione e inclusione sociale. A poche settimane da quella firma, tra i comuni pugliesi chiamati al voto, soltanto due aspiranti sindaco sembrano aver intercettato in maniera strutturata lo spirito di quel documento: Marco Nuzzo a Casarano e Marco Ruggiero a San Vito dei Normanni. Il primo lo fa in modo esplicito, inserendo il welfare culturale direttamente nel programma amministrativo; il secondo attraverso una visione più trasversale, nella quale cultura, prossimità, sport, giovani, salute e qualità della vita vengono trattati come parti integrate della stessa politica pubblica.

Il dato non è soltanto culturale. È amministrativo, economico e sociale. Nei comuni medi e piccoli del Mezzogiorno, dove la fragilità dei servizi pubblici si intreccia con spopolamento giovanile, povertà educativa, invecchiamento della popolazione e marginalità urbana, la cultura può smettere di essere un capitolo accessorio di bilancio e diventare infrastruttura di benessere. Biblioteche, teatri, spazi pubblici, associazioni, laboratori creativi, attività sportive e reti territoriali possono produrre effetti concreti sulla qualità della vita: ridurre isolamento, rafforzare coesione sociale, migliorare l’accesso ai servizi, sostenere la prevenzione del disagio giovanile e creare nuove forme di partecipazione civica.

È esattamente il cambio di paradigma che il protocollo nazionale prova a istituzionalizzare.

Alessandro Giuli, e il Ministro della Salute, Orazio Schillaci dopo la firma del Protocollo Cultura-Salute_ foto MIC

Il protocollo Cultura-Salute e il nuovo paradigma pubblico

Il protocollo firmato al Ministero della Cultura da Alessandro Giuli e Orazio Schillaci nasce con un obiettivo preciso: promuovere la cultura come fattore di salute pubblica e qualità della vita. Alla firma erano presenti anche i sottosegretari alla Cultura Lucia Borgonzoni, promotrice dell’iniziativa, e Giampiero Cannella.

La novità del documento sta nel riconoscimento istituzionale di un principio che negli ultimi anni ha iniziato a consolidarsi nelle politiche europee e nelle sperimentazioni territoriali: la salute non coincide soltanto con l’assenza di malattia e la cultura non coincide soltanto con l’intrattenimento o la promozione turistica.

Il protocollo considera musei, biblioteche, archivi, teatri e luoghi della cultura come spazi che possono contribuire ai percorsi di cura, prevenzione e inclusione. Non sostituiscono il sistema sanitario, ma ne ampliano il raggio d’azione. La cultura viene riconosciuta come leva capace di incidere sul benessere psicologico, sulle relazioni sociali, sul contrasto alla solitudine, sulla partecipazione delle persone fragili e sulla qualità della vita delle comunità.

Il documento prevede attività di ricerca, formazione congiunta tra operatori culturali e sanitari, sperimentazioni territoriali, monitoraggio delle buone pratiche, riduzione delle barriere di accesso ai luoghi culturali e creazione di un Comitato scientifico paritetico tra i due ministeri. È un impianto che guarda alle esperienze europee di social prescribing e di prescrizione culturale, cioè all’utilizzo di attività artistiche, relazionali e culturali come parte di percorsi di benessere e prevenzione.

La filosofia di fondo è semplice ma profonda. Se una persona anziana trova nella biblioteca un luogo di relazione stabile, se un adolescente fragile entra in un laboratorio musicale, se un museo lavora con una struttura sanitaria, se attività culturali e sportive aiutano a contrastare isolamento e disagio, allora la cultura diventa parte di una politica pubblica di cura.

È qui che nasce il concetto contemporaneo di welfare culturale.

Che cosa significa davvero welfare culturale

Uno degli equivoci più frequenti è confondere il welfare culturale con la semplice organizzazione di eventi. Non basta una stagione teatrale, un festival o un cartellone estivo per parlare di welfare culturale.

Il punto è un altro: usare cultura, partecipazione, creatività e spazi comunitari come strumenti di benessere collettivo. Significa costruire politiche nelle quali scuola, servizi sociali, biblioteche, sport, associazionismo, salute territoriale e luoghi pubblici lavorano insieme. Significa trattare la cultura come parte integrante della risposta ai bisogni sociali.

La differenza rispetto alle politiche culturali tradizionali è sostanziale. Una programmazione classica misura spesso il proprio successo attraverso il numero di eventi, le presenze turistiche o l’attrattività territoriale. Il welfare culturale introduce altri parametri: accessibilità, contrasto alla solitudine, partecipazione delle persone fragili, inclusione delle disabilità, riduzione della povertà educativa, qualità delle relazioni sociali, rafforzamento delle reti civiche.

È anche una questione economica. Nei territori meridionali, dove i comuni devono affrontare risorse limitate e crescente pressione sui servizi, la cultura può diventare uno strumento di investimento sociale. Un progetto culturale integrato con scuola, welfare e sport produce effetti che non si esauriscono nell’evento: genera partecipazione, attiva reti associative, valorizza spazi inutilizzati, crea presidio civico, sostiene la socialità e riduce marginalità.

Il rischio, naturalmente, è la retorica. Per questo è importante distinguere tra chi usa il termine welfare culturale come slogan e chi prova davvero a trasformarlo in politiche amministrative concrete.

Nelle amministrative pugliesi, questa distinzione emerge con particolare chiarezza.

Un esempio di welfare culturale come momento di cura, immagine realistic generata con Dall-E

La mappa pugliese delle candidature

La ricognizione dei programmi elettorali disponibili restituisce un quadro molto selettivo. Al centro emergono soprattutto due candidature.

La prima è quella di Marco NuzzoCasarano, sostenuto da una coalizione civica e di centrosinistra con la presenza di Partito Democratico, Europa Verde e liste civiche territoriali. È il caso più esplicito: il programma contiene una sezione dedicata al Welfare culturale e politiche sociali e propone strumenti amministrativi direttamente collegati a questa visione.

La seconda è quella di Marco RuggieroSan Vito dei Normanni, espressione di un’area progressista e civica che si definisce «riformatrice e radicata nel territorio». Nel suo programma non compare formalmente l’etichetta welfare culturale, ma l’impianto mette in relazione cultura, servizi di prossimità, sport, giovani, inclusione, accessibilità e qualità della vita. Una visione che appare pienamente coerente con lo spirito del protocollo nazionale.

Più marginali risultano invece i riferimenti emersi a Corato e Zapponeta. Nel primo caso si trovano tracce di un dibattito civico-progressista sulla relazione tra cultura, inclusione e benessere, ma senza una formalizzazione programmatica forte. Nel secondo caso, nell’area civica riconducibile a Vincenzo Riontino, emergono richiami a turismo accessibile e inclusione territoriale, ma il tema resta più sfumato e non assume la forma di un vero progetto di welfare culturale.

Casarano e la costruzione di un welfare culturale esplicito

Il programma di Marco Nuzzo rappresenta il caso più avanzato perché trasforma il welfare culturale in architettura amministrativa. La cultura non viene collocata soltanto nel capitolo degli eventi o della valorizzazione identitaria, ma entra direttamente dentro il sistema delle politiche sociali.

La sezione programmatica dedicata è già indicativa: Welfare culturale e politiche sociali.

Il passaggio più significativo afferma: «Per questo vogliamo unire welfare culturale e welfare sociale dentro una stessa visione: una città che non separa cultura, salute, educazione, inclusione e servizi, ma li mette in relazione.».

È una formulazione che intercetta quasi letteralmente la filosofia del protocollo nazionale. La cultura non viene considerata un comparto separato, ma una leva trasversale di benessere urbano.

Il programma aggiunge poi: «Il welfare culturale ci dice che arte, creatività, partecipazione e spazi di comunità possono migliorare la qualità della vita; il welfare sociale ci ricorda che nessuno deve essere lasciato solo.».

Qui emerge il nucleo politico della proposta: la cultura come strumento di prossimità, relazione e contrasto alle fragilità.

La proposta amministrativa più rilevante è la creazione di un «Piano comunale integrato per il welfare culturale e di prossimità, collegato alle politiche sociali, educative, giovanili e sportive, per coordinare interventi, risorse e progettualità in modo unitario».

È il passaggio che trasforma una visione teorica in metodo amministrativo. In molti comuni cultura, scuola, sport e politiche sociali continuano a lavorare separatamente. L’approccio di Marco Nuzzo punta invece a costruire una regia unitaria.

Voucher culturali, affido e biblioteche di comunità

Nel programma di Marco Nuzzo compaiono anche strumenti molto concreti.

Tra questi il Pass Cultura Casarano: «Introdurremo il Pass Cultura Casarano, un sistema di voucher culturali per giovani, studenti, famiglie e persone in condizioni di fragilità economica».

Il voucher culturale viene immaginato come strumento di accesso, cioè come meccanismo capace di ridurre le barriere economiche alla partecipazione culturale.

Ancora più interessante è il riferimento all’affido culturale: «Svilupperemo progetti di affido culturale per accompagnare bambini e ragazzi, soprattutto quelli più esposti a povertà educativa o isolamento, verso esperienze culturali, creative e formative».

L’affido culturale è uno degli strumenti più innovativi oggi discussi nel dibattito sul welfare culturale. Non consiste soltanto nel finanziare attività, ma nel costruire accompagnamento e relazioni. La cultura diventa esperienza condivisa, occasione di crescita e contrasto alle fragilità educative.

Molto forte anche la centralità attribuita alla biblioteca pubblica: «La biblioteca di Casarano conterrà anche libri e documenti, ma dovrà offrire luoghi per lo svago, per attività manuali, per erogazione di servizi di base legati alla cittadinanza digitale; sarà punto di incontro intergenerazionale.».

Qui la biblioteca viene immaginata come presidio civico e sociale, non soltanto come spazio di conservazione culturale. È un’impostazione pienamente coerente con il welfare culturale contemporaneo.

Il programma cita inoltre il progetto LaAV – letture ad alta voce in ospedali, case di riposo e centri per disabili, oltre al piano Ri-Edicola per trasformare chioschi abbandonati in «micro-presidi culturali sparsi su tutto il territorio».

L’obiettivo è portare cultura e socialità anche nei quartieri periferici e negli spazi più fragili della città.

Casarano, un incontro pubblico di Marco Nuzzo sul welfare culturale

Cultura, legalità e presidio civico

Nel programma di Marco Nuzzo il welfare culturale si intreccia anche con il tema della legalità e della coesione sociale.

Uno dei passaggi più significativi recita: «Rivivremo i luoghi più esposti della città con una presenza pubblica e sociale più forte: più associazioni, più attività culturali, sportive ed educative, più occasioni di presidio civico e più spazi restituiti alla vita quotidiana.».

Subito dopo compare una formula politicamente molto forte: «Dove cresce la comunità, arretra il cosiddetto welfare mafioso, che prova a sostituirsi alle istituzioni offrendo protezione, favori e falsa appartenenza.».

È un’impostazione che lega cultura, presenza pubblica e antimafia sociale. La cultura non viene trattata come semplice intrattenimento, ma come strumento di ricostruzione del tessuto democratico e comunitario.

Il programma collega inoltre il welfare culturale ai beni confiscati, alla creatività giovanile e alle associazioni territoriali. Una visione che punta a utilizzare gli spazi pubblici e il patrimonio urbano come infrastrutture di partecipazione e cittadinanza.

San Vito e la dimensione comunitaria del welfare culturale

Il programma di Marco Ruggiero segue una traiettoria diversa ma complementare. Non utilizza direttamente l’etichetta welfare culturale, ma sviluppa un’impostazione fortemente coerente con quel paradigma.

La proposta politica si definisce «progressista, riformatrice e radicata nel territorio» e mette al centro giovani, famiglie, servizi, qualità urbana, cultura e prossimità.

Il passaggio più rappresentativo dell’impianto generale è questo: «Vogliamo amministrare il nostro Comune mettendo al centro la qualità della vita delle persone, non solo i numeri dell’economia.».

È una frase che orienta tutto il programma. Il benessere viene trattato come criterio di governo e non come effetto collaterale delle politiche economiche.

Il documento nasce inoltre da un percorso partecipativo. I dati raccolti indicano che il 49,4% dei partecipanti chiede servizi sanitari e sociali più forti e vicini, il 43,3% collega il futuro del paese a più eventi culturali e più spazi per i giovani, mentre il 41,2% sottolinea il bisogno di valorizzazione territoriale.

Sono numeri che mostrano come servizi, cultura e qualità della vita vengano percepiti come elementi strettamente connessi.

Welfare comunitario e prossimità sociale

La parte più vicina al welfare culturale è quella dedicata a inclusione, salute e servizi di prossimità.

Il programma afferma che salute e servizi sociali rappresentano il grado di vicinanza concreta tra istituzioni e comunità e collega il benessere alla prevenzione, alla prossimità, all’accessibilità e alla qualità della vita quotidiana.

Particolarmente significativo è il passaggio sul welfare comunitario: «La visione della Coalizione è di promuovere il welfare comunitario e di prossimità, un modo innovativo di prendersi cura delle persone basato sulla vicinanza reale e sulla forza della comunità».

Qui emerge una delle idee centrali del programma di Marco Ruggiero: il welfare non come semplice erogazione di servizi, ma come costruzione di reti sociali.

Il documento prevede inoltre sportelli di orientamento sociosanitario, raccordo con ASL, Ambito e Terzo settore, figure di prossimità nei quartieri e strumenti di accompagnamento ai servizi.

È una visione che guarda alla comunità come infrastruttura di benessere.

Giovani, sport e accessibilità culturale

Nel programma di Marco Ruggiero il disagio giovanile viene letto soprattutto in termini di prevenzione, ascolto e partecipazione.

Uno degli stralci più significativi afferma: «Collegare le politiche di prevenzione a cultura, sport, socialità e formazione, evitando una lettura esclusivamente emergenziale o sanzionatoria del disagio giovanile».

È un passaggio molto vicino allo spirito del protocollo Cultura-Salute. Cultura e sport vengono trattati come strumenti di prevenzione e qualità della vita.

Un altro punto importante riguarda l’accessibilità: «Introdurre una maggiore attenzione all’accessibilità nella progettazione di eventi, servizi e spazi pubblici e garantire in generale l’accessibilità alla cultura.».

La cultura viene quindi inserita dentro il campo dei diritti e dell’inclusione.

Anche il capitolo dedicato agli anziani contiene riferimenti coerenti con il welfare culturale: «Promuovere attività di invecchiamento attivo, attraverso iniziative culturali, motorie, ricreative e di socialità».

Il programma dedica poi grande attenzione al rapporto tra giovani, cultura e spazio pubblico: «Arte, cultura e giovani costituiscono un unico asse strategico. Un paese più vivo, più attrattivo e più giusto non si costruisce soltanto con infrastrutture e servizi, ma anche con luoghi di incontro, attività culturali, spazi per i giovani, sport, identità condivisa e fruizione piena dello spazio pubblico».

Qui la cultura viene letta come parte integrante della qualità urbana e della vita comunitaria.

Uno degli incontri pubblici di Marco Ruggiero a San Vito dei Normanni

Due percorsi che interpretano la stessa trasformazione

Il confronto tra Marco Nuzzo e Marco Ruggiero mostra soprattutto due modalità diverse di interpretare una stessa trasformazione culturale e amministrativa.

Marco Nuzzo sviluppa un approccio più esplicito e strutturato. Il welfare culturale viene nominato, organizzato e trasformato in strumenti amministrativi precisi: piano integrato, voucher culturali, affido culturale, biblioteche di comunità, presìdi territoriali.

Marco Ruggiero lavora invece in modo più trasversale e comunitario. La cultura si intreccia con prossimità, sport, giovani, qualità della vita, accessibilità e partecipazione. È un approccio meno tecnico ma profondamente coerente con il paradigma delineato dal protocollo nazionale.

In entrambi i casi emerge una sensibilità politica generazionale diversa rispetto alla tradizionale idea di politica culturale locale. Non si parla soltanto di eventi, promozione turistica o cartelloni estivi. Cultura, salute, relazioni sociali e benessere vengono letti come elementi interdipendenti.

Ed è proprio questo il punto più interessante dell’intera vicenda pugliese.

Il ritardo della politica locale sul welfare culturale

Il fatto che soltanto due candidature comunali pugliesi emergano con chiarezza su questo terreno è già di per sé un dato politico.

Il welfare culturale non nasce con il protocollo del 29 aprile 2026. In Europa e in Italia il tema viene discusso da anni da fondazioni, amministrazioni locali, musei, biblioteche, università e reti del Terzo settore. Tuttavia, nelle amministrative pugliesi, il tema continua a comparire raramente nei programmi elettorali.

Questo ritardo racconta una difficoltà più ampia: trasformare concetti innovativi in strumenti amministrativi reali. Parlare di cultura e salute significa coordinare assessorati, dialogare con ASL e ambiti sociali, costruire partenariati, misurare impatti, formare operatori e immaginare politiche pubbliche integrate.

Molti programmi locali continuano invece a trattare la cultura quasi esclusivamente come promozione territoriale o organizzazione di eventi.

Le candidature di Marco Nuzzo e Marco Ruggiero mostrano invece che il welfare culturale può entrare concretamente nel dibattito amministrativo locale. Non come slogan astratto, ma come nuovo modo di leggere i bisogni delle comunità.

Dove la cultura diventa infrastruttura di benessere

La firma del protocollo tra Ministero della Cultura e Ministero della Salute ha aperto una nuova stagione politica e amministrativa. Ma la sua efficacia dipenderà soprattutto dalla capacità dei territori di tradurre quella visione in pratiche concrete.

In Puglia, almeno per ora, i programmi di Marco Nuzzo e Marco Ruggiero rappresentano i casi più avanzati di questa trasformazione. Con linguaggi differenti ma con una direzione comune, entrambi provano a superare l’idea tradizionale di cultura come comparto separato.

La vera novità è qui: considerare biblioteche, sport, creatività, spazi pubblici, relazioni comunitarie e partecipazione culturale come parti di una politica di benessere collettivo.

Il welfare culturale non chiede semplicemente più eventi. Chiede di ripensare il modo in cui una città si prende cura delle persone. E nei territori dove fragilità sociali, isolamento e impoverimento dei servizi diventano ogni anno più evidenti, questa potrebbe essere una delle sfide pubbliche più importanti del prossimo decennio.