Rapporto 2026: la filiera vale 50,1 miliardi. Decaro rilancia industria e lavoro, Carnevale: «Brindisi è un grande laboratorio»
di Antonio Portolano
BRINDISI – La transizione energetica italiana vale molto più degli impianti che saranno costruiti. Dietro un parco eolico, una rete, un sistema di accumulo, un impianto fotovoltaico o una nuova infrastruttura energetica si muovono cavi, trasformatori, inverter, componentistica elettromeccanica, software, sistemi di controllo, ingegneria, installazione, manutenzione e servizi. Ed è proprio qui, nella parte meno visibile della transizione, che si apre una partita industriale da 50,1 miliardi di euro di valore aggiunto.
È il dato più forte emerso oggi, 16 ottobre, nella seconda giornata de I Colori dell’Energia – Transition & Supply Chain, al Castello Alfonsino – Forte a Mare di Brindisi. Il Rapporto 2026 sul settore energetico italiano e le sue filiere industriali stima 29,5 miliardi di valore aggiunto direttamente riconducibile al comparto, che salgono a circa 50,1 miliardi quando vengono considerate le ricadute sulla catena produttiva. Non è fatturato e non è un censimento delle imprese. È la misura, costruita attraverso le tavole input-output, di quanto la domanda generata dall’energia possa propagarsi nell’economia italiana.
Ed è qui che cambia il significato della transizione. Non basta installare megawatt. La domanda diventa quanta parte della tecnologia, delle forniture, dei servizi e dell’occupazione necessari a costruire il nuovo sistema energetico riuscirà a rimanere nel Paese. E quanto di questo valore potranno intercettare le piccole e medie imprese.
Il potenziale non si trasforma automaticamente in commesse. Per entrare nelle supply chain dei grandi operatori servono certificazioni, referenze, capacità progettuale, solidità finanziaria e competenze. I tempi lunghi delle forniture e l’anticipo necessario per acquistare materiali possono mettere sotto pressione il capitale circolante delle aziende più piccole. Per questo il Rapporto indica qualificazione dei fornitori, standard condivisi, centri prova e strumenti finanziari calibrati sui tempi reali delle commesse.

Gabriele Menotti Lippolis, Presidente de I Colori dell’Energia, sintetizza così il punto: «Misurare il successo della transizione soltanto attraverso gli impianti installati sarebbe riduttivo. Dobbiamo chiederci quanta innovazione, occupazione e capacità produttiva restino nel nostro Paese. L’incontro tra grandi player e PMI è uno degli obiettivi centrali della manifestazione: le imprese più piccole devono poter diventare fornitori stabili e competitivi, non semplici spettatrici degli investimenti».
La seconda giornata ha allargato il campo a data center e intelligenza artificiale, efficientamento del patrimonio pubblico e sanitario, manifattura delle fonti energetiche, idrogeno e mobilità sostenibile. Ambiti diversi, ma attraversati dalla stessa questione: come trasformare la domanda di energia e nuove tecnologie in industria.
Decaro: «Brindisi capitale della transizione energetica»
È dentro questo scenario che si inserisce il messaggio di Antonio Decaro, Presidente della Regione Puglia. Per Brindisi, sostiene, la trasformazione energetica può diventare contemporaneamente risposta climatica e leva di competitività industriale: «Di fatto questa città è stata un po’ ribattezzata capitale della transizione energetica, visto quello che sta accadendo con Enel. Noi siamo tutti orientati alla transizione energetica ed ecologica. Per questioni legate ai cambiamenti climatici dobbiamo tutelare l’ambiente e contrastare i cambiamenti climatici. Quest’estate abbiamo visto tutti quello che è accaduto con le temperature e quello che sta accadendo già con le prime alluvioni. Contemporaneamente, però, la transizione ecologica ed energetica può essere l’occasione per rendere più competitive le nostre aziende. Da un lato, incentivando le energie rinnovabili, che ci permettono di avere un costo dell’energia per le nostre famiglie e per le aziende più basso rispetto a quello attuale. Contemporaneamente, investire sulle tecnologie green, su quelle tecnologie che porteranno a produzioni che non inquinano, ci aiuterà a essere competitivi, perché tutte le aziende del mondo arriveranno alle tecnologie green. Se ci arriviamo per primi in Europa, credo che renderemo più competitive le nostre aziende. Questo, del resto, è uno dei motivi alla base del Green Deal europeo».
La riconversione brindisina entra poi nella fase in cui occorre scegliere quali progetti possano realmente produrre industria e lavoro. Decaro porta un numero significativo: 50 proposte di insediamento, delle quali almeno dieci considerate di particolare rilievo. «La riconversione industriale di Brindisi sta andando avanti. Sono arrivate 50 proposte di insediamento in questo territorio. Il commissario le sta esaminando. Ce ne sono sicuramente dieci che sono proposte importanti. Molte di quelle proposte sono proprio nel solco della transizione ecologica. Penso alle aziende che hanno fatto domanda qui per insediare un’attività produttiva di batterie, proprio legate alla stabilizzazione dell’energia che viene prodotta dagli impianti di energie rinnovabili, come il fotovoltaico e l’eolico. Oppure alle aziende che hanno chiesto di insediarsi qui per riciclare il materiale in disuso degli impianti fotovoltaici ed eolici. Quindi è la dimostrazione che si può fare e qui si attiverà a breve. Nel frattempo stiamo lavorando con Eni e l’advisor per vedere se c’è un player internazionale che abbia interesse a mantenere qui la chimica di base, legata anche alle attività dell’indotto».
Nel nuovo scenario industriale entra anche il digitale. Brindisi e la Puglia possiedono un vantaggio potenziale legato alle infrastrutture di connessione che attraversano il Mediterraneo. Decaro spiega: «I data center sono una realtà nel nostro Paese. La Puglia è agevolata rispetto ad altre realtà italiane, perché abbiamo un sistema di connessione attraverso il mare. Finora i data center si sono insediati nella zona della Lombardia, ma adesso cominciano a interessarsi alla Puglia proprio per il sistema di connessione dei dati. Per ora sono arrivati gli sviluppatori. Credo che subito dopo arriveranno le aziende».
Il passaggio è rilevante perché data center e intelligenza artificiale non rappresentano soltanto nuovi settori tecnologici. Sono anche nuovi grandi consumatori di elettricità. Attrazione degli investimenti digitali e disponibilità energetica diventano così due facce della stessa politica industriale.
Carnevale: «Brindisi è un grande laboratorio»
La quantità di proposte richiamata da Decaro incontra il lavoro del Commissario straordinario per la reindustrializzazione e la decarbonizzazione dell’area di Brindisi Luigi Carnevale. È qui che il racconto della transizione passa dagli scenari alla macchina amministrativa che deve trasformarli in nuovi insediamenti.
Carnevale parte da una definizione precisa: Brindisi come laboratorio nazionale di una riconversione che deve affrontare contemporaneamente l’uscita dal carbone, il nuovo quadro della chimica e la necessità di sostituire capacità produttiva e occupazione. «Ci aspettiamo che lo possa diventare al più presto. Brindisi viene vista ormai come un grande laboratorio. Stiamo gestendo una vera e propria rivoluzione di riconversione industriale, dopo la dismissione della centrale a carbone di Cerano e la chiusura di Versalis. Il quadro normativo ha consentito di individuare un commissario e di costruire un modello di lavoro attraverso una task force. Stiamo lavorando insieme a Invitalia, al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, agli enti locali, alla Regione Puglia e al Consorzio ASI. Rispetto all’incertezza sulla disponibilità delle aree di Cerano è stato necessario individuare anche soluzioni alternative e il Consorzio ASI ha messo a disposizione terreni sui quali rendere insediabili nuove iniziative».
Il dato che restituisce la velocità del processo riguarda il flusso delle proposte: «Fino a quindici giorni fa abbiamo ancora acquisito proposte progettuali di grande interesse, ma di interesse cospicuo non solo come valore economico, ma anche come forza lavoro da poter impiegare».
Non tutte le iniziative sono allo stesso livello di maturazione. Alcune, però, hanno già superato la fase esclusivamente progettuale: «Ci sono dei progetti che sono già praticamente partiti su diverse filiere di produzione: manifatturiera, aerospaziale, anche energetica; altri che stanno per partire».
Sul versante energetico il ventaglio comprende fotovoltaico, agrivoltaico, eolico offshore e sistemi BESS, dentro una prospettiva che mantiene per Brindisi una funzione di grande hub di produzione e trasformazione energetica. Ma il commissario richiama anche una delle condizioni decisive perché la riconversione non produca una frattura occupazionale: le competenze. Il lavoro coinvolge il sistema universitario, con Università del Salento e Università di Bari, e punta sia alla formazione delle nuove generazioni sia al reskilling di chi proviene dai precedenti cicli produttivi.
È uno dei passaggi più delicati dell’intera transizione brindisina. Un nuovo investimento può sostituire capitale e tecnologia. Molto più difficile è sostituire in pochi mesi competenze sedimentate in decenni di industria. La possibilità di trasferirle verso le nuove filiere diventa quindi uno degli indicatori reali del successo della riconversione.

Carnevale insiste infine sulla responsabilità delle scelte che vengono compiute oggi: «Deve essere una scelta condivisa, ovviamente frutto delle valutazioni più ampie, perché, come dico sempre e mi ripeterò fino alla noia, questo è un momento storico che forse non tutti apprezziamo fino in fondo, ma ci giudicheranno da quello che stiamo facendo in questi mesi, in queste settimane, così come noi abbiamo giudicato chi in passato ha favorito la realizzazione in quest’area di insediamenti industriali di un certo tipo. Il nostro obiettivo è lasciare un’impronta, anche attraverso un nuovo modello di gestione dello sviluppo industriale che possa diventare un esempio per il futuro e per chi si troverà, prima o poi, ad affrontare gli stessi problemi che Brindisi sta attraversando».
Patroni Griffi: sicurezza e resilienza prima di tutto
Dal caso Brindisi al quadro nazionale. Ugo Patroni Griffi, Coordinatore del Comitato scientifico de I Colori dell’Energia, individua nella sicurezza degli approvvigionamenti e nella resilienza il filo rosso del Rapporto 2026.
«Credo che il nostro titolo, il sottotitolo di questo Rapporto, così come quello del convegno, “Sicurezza e resilienza”, sintetizzi anche il contenuto del Rapporto. Noi abbiamo un tema, che è quello della transizione: transizione energetica e transizione ambientale. Ma il vero tema oggi, sotto la pressione dei grandi shock esogeni che stiamo vivendo, non ultimo quello di Hormuz, che è soltanto l’ultimo di tanti shock dopo l’Ucraina, la guerra di Gaza e così via, è sicuramente quello della sicurezza degli approvvigionamenti e della resilienza del nostro sistema economico».
La vulnerabilità non riguarda più soltanto la disponibilità fisica delle fonti. Arriva direttamente nei bilanci di aziende e famiglie. Patroni Griffi allarga così il concetto di povertà energetica: «Non dico più neanche sistema industriale, perché abbiamo anche il tema, oggi molto attuale, del contrasto alla povertà energetica. Se fino a qualche anno fa era un problema delle famiglie a basso reddito, oggi è un problema di sostenibilità economica, perché sono le imprese ad avere la necessità di approvvigionarsi di energia a costi sostenibili. Da un lato, per sostenere i propri flussi finanziari e mantenere la competitività; dall’altro, per evitare di scaricare questi extracosti sui consumatori finali e quindi amplificare ulteriormente quell’effetto».
La seconda domanda riguarda invece dove l’Italia possa costruire filiere realmente competitive. Patroni Griffi non restringe la risposta a una singola tecnologia: «Noi abbiamo un tema che non è solamente quello delle rinnovabili. L’Italia ha ancora un potenziale inespresso in materia di energia rinnovabile, tant’è vero che il quantitativo di gigawatt richiesti e non autorizzati è immenso. E poi c’è ancora da sfruttare tutta la potenzialità del mare. Penso all’eolico offshore, per il quale si attendono finalmente i bandi di gara. Ma non è solamente questo. Noi abbiamo tutto un potenziale inespresso legato sostanzialmente alle biomasse. Abbiamo biomasse perché siamo un Paese ancora notevolmente agricolo, che potrebbero essere utilizzate per la produzione di energia e che oggi non vengono sfruttate adeguatamente. Quindi tutta la trasformazione della biomassa direttamente in energia termica o in energia elettrica, oppure anche soltanto la trasformazione della biomassa in nuovi carburanti, e penso chiaramente al biogas, è un settore nel quale l’Italia potrebbe recuperare una gran parte del proprio deficit energetico».
Il Rapporto, dunque, non individua una tecnologia salvifica. Individua un portafoglio di opzioni e, soprattutto, una condizione comune: trasformare il potenziale teorico in capacità autorizzata, infrastrutture e industria.
Prete: da 315 a 500 TWh, la domanda elettrica cambia scala
È proprio l’incremento della domanda uno dei temi centrali dell’intervista ad Andrea Prete, Presidente di Unioncamere. Il punto di osservazione sono i data center, ma il ragionamento porta immediatamente al futuro dell’intero sistema elettrico italiano.
«I data center sono un’opportunità perché oggi devi stare al passo con il tempo e, sotto questo aspetto, non puoi farne a meno, perché l’intelligenza artificiale ha bisogno di tantissima energia e i data center gestiscono i dati. Consideri che quello dei data center è un impegno che creerà un consumo notevolissimo di energia. Noi siamo quest’anno a 315 terawattora di consumo. Nel 2040 sono previsti 500 terawattora di consumo. Terawattora significa migliaia di gigawattora. Quindi è chiaro che stiamo parlando di un fabbisogno energetico fondamentale e sul quale bisogna ovviamente attingere a più fonti, perché è indiscutibile che l’indipendenza energetica, che al nostro Paese manca e che dobbiamo implementare perché dipendiamo troppo da forniture estere, va costruita realizzando la quantità di energia che ci occorre utilizzando le rinnovabili».
Prete entra poi nelle tecnologie: «Quindi potenziando l’eolico, il fotovoltaico, l’idroelettrico. Anche lì bisognerebbe andare a caccia di invasi, perché oggettivamente potrebbe dare una mano significativa. L’idroelettrico è molto utile nelle punte dell’energia, quando c’è bisogno in alcuni orari di impennate del consumo».
Nel mix proposto dal Presidente di Unioncamere entra anche il nucleare: «Ovviamente il nucleare deve ritornare, perché oggettivamente non possiamo farne a meno, e lì una qualche preoccupazione non ce l’ho tanto sulla scelta del tornare al nucleare, ma su chi sarà il primo a insediare un impianto nucleare. Perché se non siamo attenti, al primo no saranno tutti no. Quindi questa cosa va gestita con grande capacità».
Il tema dei data center rende così evidente una contraddizione destinata a pesare sempre di più: la digitalizzazione può aumentare produttività e competitività, ma richiede enormi quantità di energia. Una politica sull’intelligenza artificiale senza una politica energetica rischia quindi di essere incompleta.
Cesareo: «Le aziende stanno governando questo processo»
Per Vincenzo Cesareo, Presidente di Unioncamere Puglia, l’efficienza energetica produce un doppio beneficio: riduce i consumi e apre un mercato alle imprese che realizzano gli interventi.
«Vale tantissimo in relazione, oltre che al discorso del risparmio di energia, anche alla necessità di accompagnare questa transizione energetica, per la quale I Colori dell’Energia sono sicuramente una via maestra. Ma vale anche perché a valle dell’efficientamento degli edifici, per esempio della pubblica amministrazione, c’è tutta una filiera di imprese e c’è tutta una filiera economica che va a svilupparsi, in maniera virtuosa, nella direzione nella quale, come sistema camerale, noi stiamo lavorando per accompagnarla. Per cui è estremamente importante seguire questo percorso ed è estremamente rilevante per le imprese, perché rappresenta anch’esso uno sbocco economico importante per il nostro territorio».
Cesareo riporta poi il ragionamento sulla dipendenza energetica e sui suoi effetti inflazionistici: «Alla luce di questi scenari la sfida dell’energia e della transizione energetica rappresenta non soltanto un problema relativo alla difficoltà di approvvigionamento, ma il fatto di non avere certezza sugli approvvigionamenti spinge purtroppo il fenomeno inflattivo sui prezzi, che si ripercuote poi su tutto quello che vediamo, sul carrello della spesa e su quant’altro. Quindi noi abbiamo sicuramente bisogno di passare dal 79% a meno del 50% di dipendenza energetica. Non la possiamo annullare immediatamente, ma sicuramente su questo dobbiamo lavorare molto».
Il confronto costruito a Brindisi viene indicato come un possibile modello: «E tra l’altro un evento come questo, che mette a confronto tutti gli stakeholder, tutti gli operatori e le istituzioni del territorio, dimostra che il modello Brindisi è un modello che possiamo esportare sicuramente nel nostro Paese per risolvere buona parte dei nostri problemi».
Ma il passaggio più significativo riguarda il ruolo delle imprese. Cesareo respinge l’idea di un sistema produttivo fermo in attesa delle decisioni pubbliche: «Le aziende non solo sono pronte, ma stanno governando questo processo. E anche in questo caso mi piace richiamare il lavoro fatto dal Presidente Lippolis e da tutto il team de I Colori dell’Energia. Le aziende non solo sono pronte, ma stanno governando questo processo: sono loro che stanno stimolando le istituzioni affinché questo processo prenda corpo».
Anche per Cesareo il futuro non sarà affidato a una sola fonte: «Guardiamo con favore anche all’attenzione che viene data oggi al nucleare, al nuovo nucleare, al nucleare di piccola taglia, che sicuramente avrà bisogno di un po’ di anni perché possa diventare attuale. Nel frattempo la filiera dell’idrogeno sta crescendo, aspettiamo che il legislatore decida di mettere in piedi un percorso di incentivazione per le comunità energetiche rinnovabili, che sono sicuramente anch’esse foriere di buoni auspici per il nostro territorio. Abbiamo molte imprese nella provincia di Brindisi e di Taranto, nell’asse adriatico-ionico, che stanno operando e stanno lavorando su sistemi di produzione di idrogeno, che penso possano essere, insieme al BESS, alle batterie e ai sistemi di batterie, anch’esse futuro per il nostro territorio».
Palmisano: l’idrogeno deve passare dall’esperimento alla strategia
Il tema dell’idrogeno verde porta il confronto direttamente a Bruxelles. Per l’eurodeputata Valentina Palmisano il primo errore sarebbe affrontare la transizione come se potesse essere risolta attraverso una sola fonte.
«Innanzitutto sono molto felice di essere qui oggi al Castello Alfonsino. Ringrazio il Presidente Gabriele Menotti Lippolis per aver organizzato la seconda edizione de I Colori dell’Energia, anche perché questo mi dà la possibilità di intrecciare il lavoro che portiamo avanti a Bruxelles e a Strasburgo con quelle che sono le esigenze del nostro territorio. La sfida della transizione energetica in generale è una sfida complessa. Non possiamo banalizzarla, non possiamo dire che servano soltanto il fotovoltaico, l’eolico e così via».
È dentro questo mosaico che Palmisano colloca l’idrogeno: «L’idrogeno verde, in particolare per quanto riguarda l’industria pesante, quindi la siderurgia, la chimica, i trasporti e altri settori, nell’ambito di una visione europea, può passare dall’essere un esperimento scientifico a rappresentare una vera e propria scelta strategica per territori come Brindisi».
La condizione è evitare che decarbonizzazione significhi arretramento produttivo: «La transizione ecologica non deve portare a una deindustrializzazione o a un impoverimento del territorio, ma deve anzi rappresentare un’opportunità. L’idrogeno verde, se ben utilizzato, può costituire questo tassello mancante e offrire un’opportunità affinché la transizione energetica significhi potenziare e riconvertire un territorio, senza lasciare indietro nessuno».
Il punto industriale è decisivo. L’idrogeno non può essere misurato soltanto sulla capacità elettrolitica installata. Deve avere una domanda, utilizzatori, infrastrutture e un costo compatibile con i settori hard-to-abate ai quali è destinato. È lì che la politica europea sarà chiamata a decidere quanto velocemente trasformare una tecnologia ancora costosa in mercato.
Leo: i data center non sono una questione soltanto pugliese
Anche Sebastiano Leo della Regione Puglia affronta il tema dei data center partendo dall’attrattività regionale, ma rifiutando una lettura esclusivamente locale del problema.
«I data center sono un tema importante, bisogna discuterne, bisogna parlarne. La Puglia è una zona molto attrattiva da un punto di vista anche industriale e tecnologico, quindi è chiaro che il tema dei data center va assolutamente affrontato. È chiaro che occorre anche conciliare il consumo di energia dei data center e occorre conciliare la tecnologia, che chiaramente va veloce, e anche l’intelligenza artificiale. Insomma, occorre confrontare tante dinamiche che sono assolutamente importanti. Però è ovvio che il data center è un tema fondamentale per tutte quante le regioni».
La questione energetica, secondo Leo, va però affrontata a una scala superiore: «Noi abbiamo in Italia due argomenti importanti: energia e debito pubblico. Sul fronte dell’energia c’è un mix di energie rinnovabili che devono andare tutte insieme, c’è il problema del carbone e dell’exit. Sono temi sui quali serve un dibattito serio ed efficace».
La conclusione porta il ragionamento fuori dai confini amministrativi regionali: «Sono temi che non possono essere affrontati dalle singole Regioni. L’ambito territoriale ottimale per affrontare questi temi è un ambito molto più ampio, è un ambito europeo, perché non possiamo pensare di affrontare questo tema in Puglia o addirittura a Brindisi o a Lecce o nel Salento».
È un punto particolarmente rilevante per i data center. Le grandi infrastrutture digitali scelgono dove localizzarsi sulla base di disponibilità energetica, connessioni, affidabilità della rete, tempi autorizzativi e costi. Una competizione soltanto territoriale, senza una strategia nazionale ed europea, rischia quindi di trasformarsi in una gara sugli incentivi anziché in politica industriale.
Bozzetti: le PMI sono oltre il 90%, ma non possono farcela da sole
La centralità delle PMI, posta dal Rapporto 2026 al centro dei 50,1 miliardi di valore aggiunto potenziale lungo la catena produttiva, trova una traduzione territoriale nelle parole di Gianluca Bozzetti, Presidente di Piccola Industria Confindustria Brindisi.
Alla domanda se le imprese brindisine siano pronte a entrare nelle nuove filiere energetiche, la risposta è positiva ma non priva di condizioni: «Sono pronte, ma dobbiamo innanzitutto dire che le piccole e medie imprese di Confindustria Brindisi oggi costituiscono l’ossatura del territorio, costituiscono oltre il 90% delle aziende associate. Quindi sono pronte, ma bisogna accompagnarle e, da questo punto di vista, dobbiamo noi, come associazione, aiutarle in questo percorso. Ma c’è bisogno soprattutto dell’intervento istituzionale che accompagni gli imprenditori, che non sempre con le loro forze, da piccoli, possono riuscire a portare a termine un percorso che è sicuramente nelle loro corde, ma altrettanto difficoltoso».
Il problema non è dunque la disponibilità a cambiare, ma la capacità di sostenere economicamente e organizzativamente il cambiamento.
Bozzetti individua nelle competenze uno dei primi strumenti: «Sicuramente le competenze, l’upskilling e il reskilling sono fondamentali, soprattutto per quelle aziende dell’indotto della filiera energetica, legate a quella che è stata la monocultura del carbone, che oggi devono affrontare e governare questa transizione».
Ci sono strumenti già disponibili: «Mi vengono in mente gli ITS, che sono strumenti messi a punto e a disposizione dalla Regione Puglia per la formazione dei giovani. Ma noi dobbiamo soprattutto impegnarci per quelle imprese che oggi non possono più andare avanti con le tecnologie e la manifattura del passato».
Confindustria, spiega Bozzetti, sta lavorando anche sul modello organizzativo delle aziende: «Da questo punto di vista, come Confindustria, offriamo sempre servizi di consulenza che consentono a noi e alle aziende associate di costruire percorsi attraverso i quali ragionare, anche internamente, sulla crescita e, soprattutto, sulla riconversione. Una riconversione che, anche in questo caso, non riguarda soltanto il settore energetico, ma la propria azienda e il proprio modello imprenditoriale. L’obiettivo è permettere a queste imprese non soltanto di sopravvivere, ma anche di crescere, passando magari da microimpresa a piccola impresa oppure da piccola a media impresa».
È esattamente il nodo evidenziato dal Rapporto 2026: la transizione genera domanda, ma la dimensione di un’impresa può determinarne la capacità di intercettarla.
Stasi: il nanismo imprenditoriale resta il grande limite
È proprio sulla dimensione delle aziende che si concentra Davide Stasi Centro Studi dell’Osservatorio Economico Aforisma. La sua lettura mette a fuoco uno dei problemi strutturali del Mezzogiorno.
«Abbiamo un problema legato alle dimensioni aziendali. Purtroppo ci sono troppe piccole e microimprese che non hanno la possibilità di competere sui mercati internazionali. Ad esempio, l’idea di fare rete attraverso i contratti di rete potrebbe rappresentare una soluzione al nanismo imprenditoriale. Da noi, soprattutto nel Mezzogiorno, abbiamo una grossa difficoltà ad avere realtà imprenditoriali di grandi dimensioni, capaci di competere sui mercati internazionali, perché la globalizzazione purtroppo ci relega a un ruolo sempre più marginale».
La questione dimensionale, però, non è l’unica. C’è anche un problema di orientamento industriale: «Sicuramente questo nanismo imprenditoriale, ma c’è anche il fatto che ci troviamo in una fase di transizione nella quale dobbiamo individuare quale sia l’obiettivo da raggiungere. Dobbiamo considerare, ad esempio, che la Cina ormai da tantissimo tempo ha puntato sull’elettrico, mentre noi siamo molto indietro, così come siamo molto indietro proprio in termini di maturità industriale».
La distanza non si misura quindi soltanto nella quantità di investimenti. Si misura nel tempo necessario per trasformare una scelta tecnologica in capacità produttiva, scala industriale e mercato.
I 50,1 miliardi non sono garantiti: bisogna conquistarli
È probabilmente questa la conclusione più importante della seconda giornata de I Colori dell’Energia. 50,1 miliardi di euro di valore aggiunto lungo la catena produttiva non rappresentano una ricchezza automaticamente disponibile. Rappresentano il perimetro economico sul quale si gioca una competizione.
Le imprese italiane dovranno essere in grado di qualificarsi. Le PMI dovranno superare barriere dimensionali e finanziarie. Le banche dovranno costruire strumenti compatibili con i tempi delle commesse. Le grandi utility dovranno rendere le proprie catene di fornitura accessibili anche alle aziende capaci di crescere. Università, ITS e centri di ricerca dovranno produrre le competenze richieste dall’industria prima che la domanda di lavoro si trasformi in carenza di personale.
È questa la differenza tra ospitare la transizione e produrre la transizione.
Un Paese può installare nuovi impianti importando tecnologie, componenti e servizi. Oppure può utilizzare la stessa domanda energetica per aumentare capacità manifatturiera, innovazione, occupazione ed export. È il discrimine che attraversa il Rapporto 2026 e che emerge dalle nove interviste raccolte a Brindisi.
Decaro indica una città nella quale sono già arrivate 50 proposte di insediamento, con almeno dieci iniziative considerate rilevanti. Carnevale parla di progetti che hanno già iniziato a muoversi e di candidature arrivate ancora fino a poche settimane fa. Patroni Griffi mette la sicurezza e la resilienza al centro della politica energetica. Prete fotografa una domanda elettrica che potrebbe passare da 315 a 500 TWh. Cesareo chiede di abbattere una dipendenza energetica ancora troppo elevata. Palmisano lega l’idrogeno alla riconversione dell’industria pesante. Leo porta i data center dentro una strategia europea. Bozzetti ricorda che oltre il 90% delle associate a Confindustria Brindisi è composto da PMI. Stasi individua proprio nel nanismo imprenditoriale uno dei principali ostacoli alla competizione globale.
Sono tasselli diversi dello stesso problema.
Dietro una batteria non c’è soltanto capacità di accumulo. Ci sono chimica, elettronica, software, carpenteria e servizi. Dietro l’eolico offshore non ci sono soltanto turbine: ci sono porti, acciaio, ingegneria, logistica e manutenzione. Dietro un data center non c’è soltanto digitale: ci sono reti, elettricità, raffreddamento, infrastrutture e competenze. Dietro l’idrogeno non c’è soltanto un elettrolizzatore: servono domanda industriale, impianti, trasporto, regolazione e capitale.
La filiera energetica, insomma, è molto più larga del settore energetico.
È il motivo per cui il dato dei 29,5 miliardi di valore aggiunto diretto diventa 50,1 miliardi quando l’analisi comprende le relazioni con il resto del sistema produttivo. Ed è anche il motivo per cui il risultato della transizione non potrà essere misurato soltanto attraverso la potenza installata.
La misura reale sarà quanta di quella ricchezza resterà in Italia.
Per Brindisi la domanda è ancora più concreta. Dopo una stagione industriale costruita attorno a grandi impianti e grandi consumatori, il territorio prova ora a costruire una seconda specializzazione: batterie, accumuli, rinnovabili, riciclo, nuovi insediamenti manifatturieri, chimica, data center, idrogeno, ricerca e formazione.
Carnevale la definisce «una vera e propria rivoluzione di riconversione industriale». Decaro parla di una città ormai «ribattezzata capitale della transizione energetica».
La differenza tra slogan e politica industriale sarà nei prossimi passaggi: quanti dei progetti presentati diventeranno investimenti, quante PMI riusciranno a qualificarsi come fornitori, quanti lavoratori potranno essere riconvertiti e quanta nuova occupazione verrà effettivamente generata.
È su questi numeri, molto più che sulle dichiarazioni d’intenti, che si misurerà il risultato della transizione.
Tutti i protagonisti della seconda giornata
A completare il quadro del 16 ottobre è la composizione dei cinque panel che hanno messo attorno agli stessi tavoli istituzioni, imprese, università, ricerca, finanza e territori. I lavori sono stati condotti da Filomena Greco, giornalista de Il Sole 24 Ore e conduttrice della giornata, chiamata ad accompagnare il confronto sui diversi fronti della transizione energetica.
Il panel delle 10, «Data center, AI: nuovi giganti energivori o fattori di un mercato dell’energia che cambia?», ha riunito Andrea Prete, Presidente di Unioncamere; Jacopo Cosso di A2A; Davide Colucci di Edison; Francesco Cupertino, Presidente della Fondazione NEST; Alessandro Curioni di DI.GI. Academy; Stefano Cuzzilla di Terna; Riccardo Amirante del Politecnico di Bari; Daniele Martello dell’Università del Salento; e Sebastiano Leo della Regione Puglia. Il confronto ha portato al centro il rapporto sempre più stretto tra crescita dell’intelligenza artificiale, domanda elettrica, infrastrutture digitali, reti e disponibilità di energia.
Alle 11 il panel «La PA al centro della transizione energetica: strategie di efficientamento del patrimonio edilizio pubblico e sanitario» ha visto protagonisti Vincenzo Cesareo, Presidente di Unioncamere Puglia; Luca Crispino di Edison Next; Nicola Demaio di Eprogea; Antonella Molinari di A2A Calore e Servizi; Fiorenza Pascazio di ANCI Puglia; Luca Lopomo della Rete dei Comuni Sostenibili; Riccardo Erbi di La Cascina Costruzioni; e Debora Ciliento della Regione Puglia. Al centro il patrimonio pubblico come possibile laboratorio di riduzione dei consumi, riqualificazione degli edifici e sviluppo di una filiera specializzata nell’efficienza energetica.
A mezzogiorno uno dei momenti centrali della giornata, «La manifattura delle fonti energetiche: PMI, competenze e tecnologie per guidare la transizione», con la presentazione del Rapporto 2026. Al confronto hanno partecipato Luigi Carnevale, Commissario straordinario per la reindustrializzazione e la decarbonizzazione dell’area di Brindisi; Ugo Patroni Griffi, Coordinatore del Comitato scientifico de I Colori dell’Energia; Antonio Buonomini di Eni; Francesco Gentile dell’Università di Bari; Gianna Elisa Berlingerio della Regione Puglia; Antonio Messeni Petruzzelli del Tecnopolo Mediterraneo; Piero De Fazio di ENEA; Davide Stasi dell’Osservatorio Economico Aforisma; Gianluca Bozzetti, Presidente di Piccola Industria Confindustria Brindisi; Giuseppe Dasti di Intesa Sanpaolo; e Marco Alvisi di CETMA. È stato il panel nel quale la transizione è stata letta soprattutto come questione di capacità manifatturiera, qualificazione dei fornitori, accesso al credito, innovazione e crescita dimensionale delle PMI.
Alle 15 il baricentro si è spostato sull’idrogeno. Il panel «L’idrogeno protagonista del futuro energetico del Paese» ha riunito Valentina Palmisano, eurodeputata; Leonardo Mazza di Edison; Salvatore Toma di Confindustria Taranto; Angelo Consoli della Green Hydrogen Community; Marco Manchisi di DITNE e Italcogen; Tommaso Baldarelli di Eni; Emanuele Memmola di Confindustria Taranto; Luigi Sergi di Comes; Michele Scoppio del Gruppo Hope – Green Fair; Alessandro Beulcke del Festival dell’Energia; Beppe Bratta del Distretto La Nuova Energia della Regione Puglia; Fabio Mollica del Festival dell’Economia Pugliese; Gabriele Menotti Lippolis, Presidente de I Colori dell’Energia; e Giuseppe Meo dello SNIM. Un confronto che ha spostato l’attenzione dalla disponibilità della tecnologia alla costruzione di domanda industriale, infrastrutture, investimenti e sostenibilità economica dei progetti.
La giornata si è chiusa alle 16.30 con «Mobilità sostenibile: soluzioni energetiche e tecnologiche». Al panel hanno preso parte Giuseppe Inchingolo di Ferrovie dello Stato; Maria Ilde Colasuonno di Eni; Silvio Busico di ITS Mobilità; Francesco Mastro, Presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Meridionale; Giovanni Gugliotti, Presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio; Donato Liguori del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti; Massimiliano Salini, eurodeputato; e Raffaele Piemontese della Regione Puglia.
Porti, ferrovia, logistica, data center, pubblica amministrazione, manifattura, idrogeno e competenze hanno così composto, nel corso del 16 ottobre, parti diverse dello stesso disegno. La domanda rimasta sul tavolo è quella che attraversa l’intera seconda edizione de I Colori dell’Energia: come trasformare la transizione da semplice sostituzione delle fonti in una nuova piattaforma industriale, tecnologica e occupazionale per il Paese.





