Fitto: 43 miliardi per la transizione. Lippolis conferma la rilevanza nazionale dell’evento e annuncia la terza edizione nel 2027
di Antonio Portolano
BRINDISI – Dopo tre giorni di confronto, la transizione energetica arriva al punto più difficile: trasformare obiettivi, autorizzazioni e investimenti annunciati in risultati misurabili. La seconda edizione de I Colori dell’Energia – Transition & Supply Chain si è chiusa oggi, 17 ottobre, al Castello Alfonsino – Forte a Mare di Brindisi mettendo insieme rinnovabili, efficienza, reti, accumuli, acqua, infrastrutture e capacità industriale.
Due numeri del Rapporto 2026 sul settore energetico italiano e le sue filiere industriali fotografano la dimensione della sfida. Tra il 2021 e il 2025 l’Italia ha conseguito 5,08 Mtep di risparmi energetici cumulati, dove Mtep significa milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, raggiungendo circa l’85% dell’obiettivo intermedio considerato. Per il sistema elettrico, invece, il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima indica al 2030 un fabbisogno di 71,5 GWh di accumuli, dove GWh significa gigawattora, al netto dei pompaggi esistenti.
Sono due facce della stessa transizione. Da una parte consumare meno energia, riducendo strutturalmente fabbisogno, costi ed esposizione alle importazioni. Dall’altra rendere gestibile un sistema nel quale fotovoltaico ed eolico avranno un peso crescente e nel quale produzione e domanda non coincidono necessariamente nello stesso momento. Accumuli, interconnessioni, reti, digitalizzazione e flessibilità diventano quindi infrastrutture altrettanto strategiche degli impianti.
Ma la chiusura di Brindisi ha portato sul tavolo anche un altro numero. Nel videomessaggio conclusivo, Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea, ha indicato in oltre 43 miliardi di euro le risorse della politica di coesione dedicate alla transizione energetica fino al 2029, con particolare attenzione alle regioni meno sviluppate e ai territori attraversati da profonde trasformazioni industriali.
Lippolis: «Da Brindisi deve uscire un messaggio operativo»
Il bilancio della manifestazione viene affidato innanzitutto a Gabriele Menotti Lippolis, Presidente de I Colori dell’Energia. Il punto, al termine dei tre giorni, non è più soltanto stabilire quali tecnologie possano accompagnare la transizione, ma costruire le condizioni perché quelle tecnologie producano risultati concreti e misurabili.
«Da Brindisi deve uscire soprattutto un messaggio operativo. Abbiamo bisogno di più rinnovabili, ma anche di consumare meglio l’energia che già abbiamo e di investire nelle infrastrutture che rendono possibile la transizione. I risparmi ottenuti grazie all’efficienza dimostrano che i risultati possono essere misurati. Ora occorre dare certezza ai progetti, accelerare le connessioni e fare in modo che sicurezza energetica, sostenibilità e competitività procedano insieme».
La chiusura della seconda edizione diventa anche il momento per misurare il posizionamento raggiunto dalla manifestazione. Lippolis ha ribadito come I Colori dell’Energia sia ormai considerato un appuntamento di rilevanza nazionale per il settore energetico, capace di far convergere a Brindisi istituzioni europee e nazionali, grandi operatori, piccole e medie imprese, università, centri di ricerca e rappresentanti dei territori.
Un confronto che, nelle intenzioni del Presidente, non si esaurisce con la chiusura dei lavori. Lippolis ha dato appuntamento al 2027 per la terza edizione de I Colori dell’Energia, confermando la volontà di consolidare Brindisi come sede di un confronto nazionale sulle filiere energetiche, sulla sicurezza degli approvvigionamenti, sulla competitività industriale e sulle tecnologie chiamate a trasformare il sistema produttivo.
Il passaggio dalla seconda alla terza edizione assume così un significato preciso: non ripartire ogni anno da zero, ma costruire continuità tra analisi, proposte, investimenti e risultati.
Fitto: «Oltre 43 miliardi per la transizione energetica»
Il messaggio di Raffaele Fitto porta la chiusura di Brindisi direttamente nella dimensione europea. Competitività, sicurezza energetica e autonomia strategica vengono indicate come parti dello stesso problema.
«Ringrazio il presidente Gabriele Menotti Lippolis per l’invito e mi dispiace non poter essere oggi con voi a Brindisi. Parlare di energia oggi significa parlare certamente di transizione, ma anche di competitività, sicurezza e autonomia strategica. Negli ultimi anni abbiamo capito quanto il costo dell’energia e le dipendenze dall’esterno possano incidere sulla capacità delle nostre imprese di competere e sulla vita quotidiana dei cittadini».
Fitto lega la disponibilità di energia alla capacità produttiva europea: «Per questo dobbiamo essere molto concreti. L’Europa deve produrre più energia a costi sostenibili, ma deve anche costruire qui le tecnologie e le filiere necessarie alla transizione: reti, sistemi di accumulo, componentistica, idrogeno, nuove tecnologie. Ma non possiamo limitarci a utilizzarle. Dobbiamo avere la capacità di produrle, innovarle e creare intorno ad esse nuove opportunità industriali e occupazionali».
Il passaggio sulle PMI richiama uno dei temi centrali dell’intera manifestazione: «In questa sfida le piccole e medie imprese devono avere un ruolo da protagoniste, entrando sempre di più nelle grandi catene europee del valore. Ed è qui che entra in gioco anche la politica di coesione. Oltre 43 miliardi di euro sono dedicati alla transizione energetica fino al 2029, con una particolare attenzione alle regioni meno sviluppate e ai territori maggiormente interessati dalle trasformazioni industriali».
«Con la revisione di medio termine della politica di coesione abbiamo inoltre rafforzato gli investimenti per la competitività, la decarbonizzazione e le infrastrutture energetiche».
La prospettiva viene quindi riportata sulla Puglia: «La Puglia può giocare una partita importante: ha competenze nell’eolico, nel solare, potenzialità nell’idrogeno e una posizione che consente di mettere insieme energia, porti, logistica e industria. La sfida adesso è trasformare questi punti di forza in investimenti, imprese e lavoro qualificato».
Fitto chiude collegando transizione e ricadute territoriali: «Perché la transizione avrà successo solo se sarà anche un’opportunità di crescita per i territori e per le persone che li abitano. Su questo dobbiamo lavorare insieme: istituzioni, imprese, università, ricerca e comunità locali. È così che la transizione energetica può diventare non un costo da sostenere, ma una grande occasione industriale e strategica per l’Italia e per l’Europa. Buon lavoro a tutti e grazie».
Romano: «La ZES è la più grande infrastruttura immateriale»
Se Fitto individua le risorse, Giosy Romano, Coordinatore della Struttura ZES Unica del Mezzogiorno, porta il confronto sul terreno dell’attuazione. La variabile decisiva diventa il tempo necessario a trasformare una decisione di investimento in un insediamento produttivo.
Romano indica nella semplificazione autorizzativa uno degli strumenti principali: «Lo può fare utilizzando lo strumento, interpretandolo in maniera ampia», spiega riferendosi alla possibilità di accompagnare gli investimenti attraverso le procedure della ZES, consentendo alle imprese di insediarsi «in un arco temporale assolutamente ristretto» e di «poter accedere a questa semplificazione, che a mio avviso è la più grande infrastruttura immateriale realizzata in questo Paese».
Il dato territoriale è particolarmente significativo: secondo Romano, «i territori di Brindisi e Taranto rappresentano il 90% delle autorizzazioni rilasciate in Puglia».
Un numero che colloca le due aree industriali al centro dell’attività autorizzativa regionale e che, per il coordinatore della ZES, richiede una collaborazione stabile tra livelli istituzionali. Occorre «procedere in assoluta sinergia», sostiene Romano, «abbandonando le logiche politiche» quando queste rischiano di rallentare l’attuazione degli investimenti.
Il secondo punto riguarda il rapporto tra sviluppo e tutela ambientale. Per Romano non sono due obiettivi incompatibili, a condizione di «prestare attenzione al territorio». La procedura attraverso la Conferenza di servizi consente di mettere insieme tutti i soggetti competenti, compresi quelli chiamati alla tutela ambientale, prima della decisione finale sull’autorizzazione.
La sua conclusione è netta: irrigidire il confronto su posizioni esclusivamente ideologiche «significa non far progredire un territorio, né sotto il profilo ambientale né sotto quello economico».
Mastro: porto pronto, piazzale offshore in circa 18 mesi
La traduzione infrastrutturale della transizione emerge dall’intervista a Francesco Mastro, Presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Meridionale.
Alla domanda sul ruolo che Brindisi può assumere nella nuova filiera energetica, Mastro parte da un vantaggio fisico: «Io credo proprio di sì, non fosse altro per gli spazi disponibili».
Il porto ha attraversato negli ultimi anni anche progetti che non sono arrivati alla realizzazione. È il caso del deposito di GNL proposto da Edison. Ma, spiega Mastro, sono in corso interlocuzioni con altre società per sviluppare attività di deposito e rifornimento di combustibili sostenibili, ecosostenibili e alternativi.
Intanto alcune infrastrutture stanno entrando nella fase operativa: «Il fotovoltaico e il cold ironing entreranno a breve in piena operatività». Sul tetto della sede dell’Autorità portuale sono già stati installati pannelli fotovoltaici, mentre un ulteriore fronte riguarda il possibile utilizzo del biometanolo, con l’interesse di un’azienda per attività di analisi, ricerca e sviluppo delle relative infrastrutture.
Il passaggio più rilevante riguarda però l’eolico offshore. «Per il porto non servono investimenti, perché gli spazi ci sono già», sostiene Mastro. Il tema diventa piuttosto dotare il sistema portuale delle infrastrutture necessarie alla produzione e allo stoccaggio dei floaters, le strutture galleggianti sulle quali possono essere installate le turbine offshore.
«Noi siamo pronti», afferma il Presidente dell’Autorità portuale. La realizzazione del piazzale necessario, secondo Mastro, può essere completata in tempi relativamente contenuti: «Il piazzale sarà pronto tra circa un anno e mezzo».
Le ricadute riguarderebbero traffici portuali, attività produttive e «impiego di manodopera». E sul rapporto tra impianti offshore e paesaggio, Mastro pone anche una questione di confronto tra impatti: le pale collocate a circa 12 miglia dalla costa potrebbero essere visibili a grande distanza, ma invita a chiedersi se sia preferibile «guardare una pala eolica» oppure continuare a vedere «le colonne di fumo delle navi».

Iaia: rinnovabili, FER2 e ritorno del nucleare
Il quadro nazionale entra nell’intervista a Dario Iaia, Deputato della Repubblica. Il primo tema è la necessità di ridurre la dipendenza dalle fonti fossili attraverso un mix più articolato.
«Sì, l’Italia dipende troppo dalle fonti fossili. Le energie alternative vanno benissimo, le fonti rinnovabili vanno benissimo e con il nostro Governo abbiamo incrementato notevolmente l’energia prodotta dalle fonti rinnovabili, ma non è sufficiente».
Iaia inserisce nel mix anche il nucleare: «Noi riteniamo, come Governo, che il mix energetico debba comprendere anche l’energia nucleare. Per questo riteniamo che l’energia nucleare sia sostenibile e abbiamo approvato una legge nel 2026 con cui conferiamo una delega al Governo per poterci avviare, entro dodici mesi, verso la reintroduzione dell’energia nucleare sostenibile nel mix energetico del nostro Paese. Questo per favorire le imprese, per favorire le famiglie».
Sul FER2 e sull’eolico offshore, Iaia sostiene che il lavoro sia in corso: «No, noi ci stiamo lavorando. Crediamo assolutamente in questo tipo di produzione di energia e quindi credo proprio che a breve si sbloccherà questa situazione. Le risposte le stiamo fornendo grazie all’intervento del presidente Meloni a livello europeo».
Il costo dell’energia resta l’altro fronte. Iaia richiama le iniziative sulle bollette: «Ieri c’è stata la partecipazione al Consiglio d’Europa e l’Europa ha dato l’ok al decreto bollette, quindi adesso invieremo la richiesta alla Commissione europea per poter avere l’ok. Questo tipo di misura ci consentirà di abbassare le bollette da un terzo a un quarto, sia per le imprese sia per le famiglie».
Sono valutazioni e previsioni che Iaia attribuisce all’azione del Governo e che inseriscono il tema delle rinnovabili dentro una partita più ampia sul costo dell’energia e sulla composizione futura del mix nazionale.
Matarrelli: 2,5 miliardi sull’acqua, perdite dal 54 al 40%
La seconda parte della mattinata ha spostato il confronto sull’acqua, una risorsa sempre più intrecciata con energia, agricoltura, industria e cambiamenti climatici.
Toni Matarrelli, Presidente del Consiglio regionale della Puglia, parte dagli investimenti: «Su questo tema, negli ultimi sei anni, sono stati investiti due miliardi e mezzo di euro».
Una parte rilevante del lavoro riguarda la rete. «Siamo passati dal 54% al 40% di dispersione delle risorse idriche immesse in rete», afferma Matarrelli, indicando nella riduzione delle perdite uno degli obiettivi centrali per una regione strutturalmente dipendente anche da risorse provenienti da altri territori.
Tra le opere richiamate c’è «la costruzione di un dissalatore che produrrà una quantità di acqua potabile pari al 10% del fabbisogno pugliese». Il riferimento è al nuovo fronte della dissalazione, che si affianca agli interventi sulla rete e alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento.
Ma il capitolo sul quale Matarrelli insiste maggiormente è il riuso delle acque depurate: «Attraverso i depuratori pugliesi riusciamo a recuperare risorse idriche conformi ai parametri della tabella 4, quindi utilizzabili per scopi industriali e agricoli».
L’esempio portato è quello di Torre Guaceto, «dove da sempre si produce il pomodoro fiaschetto». In passato la scarsità d’acqua aveva determinato una riduzione della produzione compresa tra il 30 e il 40%. La disponibilità di acqua affinata ha consentito a 20 aziende agricole di tornare a investire sulla coltivazione.
Per Matarrelli questa esperienza può diventare un modello regionale: «Che cosa significa? Significa che questa possibilità potrebbe essere diffusa sull’intero territorio regionale. Bisogna fare in modo che quelle risorse idriche possano essere immesse nelle condutture, affinché l’agricoltura possa usufruirne. Su questo fronte ci sono ancora molti investimenti da fare, ma alcuni sono già in corso. Io credo che non vi siano alternative rispetto al tema del riuso, in un contesto nel quale, purtroppo, gli invasi che alimentano il nostro acquedotto sono in crisi dal punto di vista della capacità di immissione».
Il cambiamento climatico rende il problema strutturale: «Ma siccome questi fenomeni meteorologici, che prima rappresentavano un’anomalia, purtroppo stanno diventando una costante, occorre necessariamente continuare a investire nella riduzione della dispersione e nella capacità di approvvigionarsi in maniera alternativa rispetto al passato. Soprattutto, il tema del riuso è cruciale».
Acqua ed energia finiscono quindi per condividere lo stesso principio: prima ancora di produrne o reperirne di nuova, occorre utilizzare meglio quella già disponibile.
Stefanazzi: «Ci sono circa 16 miliardi di investimenti fermi»
Il confronto si chiude con Claudio Stefanazzi, Deputato della Repubblica, che porta una lettura critica dei ritardi infrastrutturali e delle politiche energetiche.
Al centro del suo intervento c’è soprattutto il potenziale dell’idroelettrico: «Ci sono circa 16 miliardi di euro di investimenti fermi».
Secondo Stefanazzi, occorre individuare le aree idonee e accelerare le autorizzazioni, perché l’idroelettrico ha una caratteristica che lo distingue da altre fonti rinnovabili: è, nelle sue parole, «l’unica prevedibile».
Il deputato non esclude il nucleare dal futuro energetico italiano. «Il nucleare va benissimo», sostiene, ma richiama il problema dei tempi: il Paese non può attendere vent’anni prima di intervenire sui costi dell’energia e sulla competitività delle imprese.
La priorità immediata resta quindi valorizzare ciò che può essere realizzato più rapidamente, a partire dalle rinnovabili. Stefanazzi richiama anche uno studio del GSE secondo il quale, in alcune ore della giornata caratterizzate da grande produzione rinnovabile, il costo della componente energia può scendere fino ad annullarsi sul mercato all’ingrosso. Da qui la sua critica all’azione dell’Esecutivo, condensata nell’espressione: «Il Governo fischietta».
È una valutazione politica attribuita direttamente a Stefanazzi, dentro un confronto che proprio nella giornata conclusiva ha mostrato posizioni differenti sulle tecnologie e sulle priorità, ma una convergenza molto più ampia sulla necessità di ridurre tempi, costi e dipendenze.

Dai megawatt ai risultati
La chiusura della seconda edizione de I Colori dell’Energia riporta così il dibattito alla sua misura più concreta.
Il successo della transizione non dipenderà soltanto dal numero di impianti autorizzati o dalla capacità annunciata. Dipenderà da quanta energia verrà effettivamente risparmiata, quante connessioni saranno realizzate, quanta capacità di accumulo entrerà in esercizio, quanto saranno resilienti le reti, quanto diminuiranno le importazioni e quale quota degli investimenti riuscirà a trasformarsi in produzione industriale e occupazione italiana.
I 5,08 Mtep di risparmi cumulati dimostrano che l’efficienza può già essere misurata. I 71,5 GWh di accumuli indicati al 2030 mostrano invece quanto lavoro resti da fare per rendere il sistema elettrico più flessibile. Gli oltre 43 miliardi della politica di coesione richiamati da Fitto indicano la dimensione delle risorse che possono accompagnare questo processo. Le autorizzazioni ZES raccontate da Romano misurano la velocità amministrativa. Il porto descritto da Mastro mostra dove le filiere possono materializzarsi. Il confronto tra Iaia e Stefanazzi fotografa le differenti opzioni sul mix energetico. Matarrelli ricorda infine che nessuna transizione può essere considerata sostenibile senza affrontare contemporaneamente il nodo dell’acqua.


La nuova energia

presidente di Acque del Sud

Per Brindisi la questione è ancora più concreta. La città chiude tre giorni di confronto nazionale mentre sta attraversando una delle più profonde trasformazioni industriali della propria storia recente. La sfida non è soltanto sostituire una fonte con un’altra o un impianto con un altro. È costruire una nuova relazione tra energia, porto, industria, ricerca, infrastrutture, competenze e territorio.
La seconda edizione si chiude così guardando già alla successiva. Gabriele Menotti Lippolis ha dato appuntamento al 2027 per la terza edizione e ha ribadito la volontà di consolidare I Colori dell’Energia come appuntamento di rilevanza nazionale per il settore energetico, mantenendo Brindisi al centro del confronto tra istituzioni, imprese, ricerca e filiere della transizione.
È esattamente qui che il messaggio finale de I Colori dell’Energia cambia verbo.
Dopo aver discusso cosa progettare, ora bisogna realizzare.



