Eolico offshore, AERO chiede di sbloccare il FER2

Taranto, Offshore Wind Revolution, alcuni dei relatori del convegno

Mamone Capria sollecita Pichetto Fratin sulle aste e propone un Piano Porti da 70 milioni per Taranto, Augusta, Brindisi e Civitavecchia

di Antonio Portolano

TARANTO – Il futuro dell’eolico offshore italiano passa da due decisioni strettamente collegate: sbloccare le aste per la realizzazione degli impianti in mare e garantire ai porti le risorse necessarie per costruire una filiera industriale nazionale. È su questo doppio fronte che AERO – Associazione delle Energie Rinnovabili Offshore torna a sollecitare il Governo, rivolgendo un appello diretto al ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin affinché acceleri la revisione del decreto FER2 e ne disponga la trasmissione a Bruxelles.

La richiesta arriva dalla terza edizione di Offshore Wind Revolution, manifestazione internazionale dedicata all’energia eolica marina, svoltasi a Taranto dal 7 al 9 ottobre 2026. Il presidente di AERO, Fulvio Mamone Capria, membro del Comitato direttivo dell’iniziativa, rilancia anche una proposta finanziaria: destinare 70 milioni di euro alla realizzazione di un Piano Porti nazionale, utilizzando una quota della flessibilità di bilancio europea prevista per il settore energetico.

L’obiettivo è superare la concentrazione degli investimenti sui soli scali di Taranto e Augusta, coinvolgendo anche Brindisi, Civitavecchia e altri porti strategici. Una prospettiva che chiama in causa non soltanto la produzione di energia rinnovabile, ma la possibilità per l’Italia di conquistare una posizione competitiva nella manifattura, nella cantieristica e nella logistica offshore.

Taranto, Offshore Wind Revolution, l’intervento di Fulvio Mamone Capria presidente di AERO

Decreto FER2, la revisione necessaria per far partire le aste

Il primo ostacolo da superare riguarda il quadro regolatorio. Il decreto FER2, emanato nel 2024, disciplina gli incentivi destinati alle tecnologie rinnovabili innovative, compreso l’eolico offshore a fondazione fissa e galleggiante.

Per il settore eolico marino è previsto un contingente incentivabile di 3,8 gigawatt. Tuttavia, la definizione delle condizioni economiche e delle procedure competitive continua a rappresentare un passaggio decisivo per trasformare i progetti in investimenti effettivi.

La revisione del provvedimento mira anche a rendere il sistema degli incentivi più coerente con i costi industriali e finanziari delle diverse tecnologie. Tra le questioni affrontate nel confronto tra istituzioni e operatori figurano la distinzione tra impianti fissi e galleggianti, l’adeguamento delle tariffe e i meccanismi di aggiornamento degli incentivi.

Per AERO, l’incertezza normativa rischia di compromettere la capacità degli investitori di programmare gli interventi, con conseguenze che si estendono all’intera catena produttiva.

La posizione dell’associazione è affidata a una dichiarazione di Fulvio Mamone Capria che collega la revisione del FER2, il finanziamento delle infrastrutture portuali e la sicurezza energetica nazionale.

«Lanciamo un appello al Ministro Pichetto Fratin affinché chiuda al più presto la revisione del decreto FER2 e la invii subito a Bruxelles, fornendo le garanzie necessarie per avviare le aste. Servono segnali chiari e un’accelerazione sui decreti attuativi per dare certezze agli investitori e sbloccare i cantieri il prima possibile. Prendiamo inoltre atto della reazione tempestiva del Ministro, che ha assicurato il ripristino dei fondi portuali, e siamo certi del massimo impegno del MASE nel reperire le risorse necessarie. Tuttavia, crediamo che il Ministero possa farsi promotore di una visione ancora più ambiziosa, affiancando a questi fondi una quota delle misure che il MEF presenterà a Bruxelles nell’ambito dello scostamento di bilancio. Destinare anche solo lo 0,5% dei 14 miliardi previsti per l’energia permetterebbe di varare un vero e proprio “Piano Porti” nazionale per l’eolico offshore, a beneficio non solo di Taranto e Augusta, ma anche di snodi cruciali come Brindisi, Civitavecchia e degli altri hub strategici del Paese. In gioco non c’è soltanto il rispetto dei target di decarbonizzazione, ma la difesa della nostra indipendenza industriale ed energetica».

L’appello individua un rapporto preciso tra politica energetica e politica industriale. Senza un calendario attendibile delle aste, infatti, diventa più difficile assicurare agli investitori un orizzonte economico stabile. Senza infrastrutture portuali adeguate, anche l’avvio dei progetti rischia di non tradursi in una domanda industriale soddisfatta dalle imprese italiane.

Parco eolico offshore

Taranto e Augusta, il taglio di circa 40 milioni ai porti

Il secondo nodo riguarda le risorse destinate agli hub portuali dell’eolico offshore.

Nel luglio 2025, un decreto interministeriale aveva individuato Taranto e Augusta come poli prioritari per lo sviluppo della filiera industriale nazionale, prevedendo investimenti complessivi per 78,3 milioni di euro.

Le risorse erano destinate all’adeguamento delle infrastrutture necessarie alla produzione, all’assemblaggio, alla movimentazione e al varo delle grandi componenti utilizzate negli impianti eolici marini, soprattutto galleggianti.

La successiva rimodulazione finanziaria ha ridotto le disponibilità complessive a circa 38,3 milioni, con un taglio di quasi 40 milioni di euro rispetto alla dotazione iniziale.

Per Taranto le risorse sono passate da 28,5 a 13,9 milioni, mentre per Augusta il finanziamento è sceso da circa 50 a 24 milioni.

Il ministro Gilberto Pichetto Fratin ha assicurato il ripristino dei fondi, prospettando il reintegro delle risorse nel 2027. Una rassicurazione accolta positivamente da AERO, che considera comunque indispensabile garantire un quadro finanziario certo e coerente con i cronoprogrammi degli interventi.

La questione non riguarda soltanto la disponibilità delle somme. L’adeguamento di un porto alla filiera offshore richiede programmazione delle opere, capacità di sollevamento e movimentazione di componenti di grandi dimensioni, spazi industriali, collegamenti logistici e investimenti produttivi.

Il rischio è che i ritardi infrastrutturali si sommino a quelli normativi, rallentando contemporaneamente la costruzione degli impianti e lo sviluppo delle aziende chiamate a realizzarli.

Su questo punto Mamone Capria esprime una preoccupazione netta.

«Emerge con forza la preoccupazione per la situazione opaca dei finanziamenti dedicati all’adeguamento delle banchine e degli hub portuali per la produzione, l’assemblaggio e la logistica delle piattaforme galleggianti e degli impianti. Particolarmente critica appare la riduzione delle risorse destinate allo scalo di Taranto, passate da 28,5 a 13,9 milioni di euro, che rischia di frenare la creazione di una filiera integrata proprio nella città simbolo del settore. Uno stallo analogo interessa l’hub siciliano di Augusta, il cui budget iniziale di 50 milioni di euro è stato ridotto dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica a soli 24 milioni. Il ridimensionamento di questi fondi mette a serio rischio la competitività nazionale rispetto ai Paesi transalpini e alla Penisola Iberica, già pronti con infrastrutture operative e cantieri avviati».

Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin

Un Piano Porti da 70 milioni con la flessibilità europea

La novità più significativa della proposta di AERO riguarda la possibilità di affiancare al ripristino delle risorse tagliate un nuovo programma nazionale di investimenti.

L’associazione chiede al Governo di valutare l’utilizzo dei margini di flessibilità previsti dall’Unione europea per gli interventi finalizzati alla sicurezza energetica.

Il riferimento è alla disponibilità potenziale di circa 14 miliardi di euro per l’energia, collegata al percorso di scostamento di bilancio e alle misure che il Ministero dell’Economia e delle Finanze sottoporrà alle istituzioni europee.

La quota proposta da AERO è pari allo 0,5% di questa cifra, equivalente a 70 milioni di euro.

Non si tratta di un finanziamento già deliberato, ma di una richiesta politica e industriale rivolta al Governo. L’effettiva destinazione delle risorse dipenderebbe dalle successive decisioni nazionali e dalla compatibilità degli interventi con le condizioni della flessibilità europea.

Il significato della proposta è però preciso: superare una gestione limitata ai singoli scali e costruire un sistema portuale nazionale capace di sostenere le diverse fasi della filiera eolica marina.

In questa prospettiva, Taranto e Augusta conserverebbero la loro funzione di poli prioritari, mentre altri porti potrebbero sviluppare attività complementari, dalla produzione di componenti alla logistica specializzata, fino alla manutenzione degli impianti.

Una veduta del porto di Brindisi

Brindisi nella strategia nazionale dell’eolico offshore

L’inserimento esplicito di Brindisi tra gli scali che potrebbero beneficiare del Piano Porti rappresenta un elemento di particolare interesse per la Puglia.

La città non rientra tra i due poli destinatari dei 78,3 milioni previsti dal decreto del luglio 2025, ma viene indicata da AERO come uno degli snodi da valorizzare in una strategia nazionale più ampia.

Per Brindisi si apre così una riflessione sul rapporto tra infrastrutture portuali, industria manifatturiera e transizione energetica.

Il territorio dispone di una tradizione industriale legata all’energia, alla metalmeccanica e alle attività portuali. Competenze che potrebbero trovare nuove opportunità nella costruzione e nella gestione delle infrastrutture destinate all’eolico offshore.

La questione, tuttavia, non può esaurirsi nel riconoscimento di una possibile vocazione. Per trasformare questa prospettiva in investimenti occorrerebbe individuare le aree disponibili, verificare le caratteristiche delle banchine, definire i fabbisogni infrastrutturali e costruire progetti industriali sostenibili.

Soprattutto, sarebbe necessario chiarire quale funzione Brindisi possa svolgere in un sistema integrato con Taranto e gli altri porti del Mediterraneo.

È proprio questo uno degli aspetti più interessanti della proposta: concepire l’eolico offshore non come una competizione isolata tra scali, ma come una filiera nazionale nella quale i territori possano sviluppare specializzazioni complementari.

Una strategia che, se adeguatamente sostenuta, potrebbe coinvolgere anche la cantieristica navale, le imprese dell’indotto, i servizi ingegneristici e le attività di manutenzione industriale.

Taranto, Offshore Wind Revolution, un momento dell’intervento di Fulvio Mamone Capria presidente di AERO

Novantacinque richieste a Terna e un potenziale da 64 gigawatt

Le dimensioni della sfida emergono dai dati relativi ai progetti in fase di sviluppo.

In Italia sono state presentate oltre 95 richieste di connessione alla rete di Terna per impianti eolici offshore, con una potenza complessiva potenziale di circa 64 gigawatt.

La Puglia rappresenta una delle principali aree di interesse: 31 progetti, per una capacità teorica superiore a 23 gigawatt.

Si tratta di valori che descrivono l’interesse degli operatori e la dimensione potenziale del mercato, non di impianti già autorizzati o di potenza destinata automaticamente a entrare in esercizio.

La distanza tra richieste di connessione, autorizzazioni, investimenti effettivi e costruzione degli impianti costituisce uno dei passaggi più delicati dello sviluppo del settore.

Inoltre, la realizzazione di parchi eolici in mare coinvolge una filiera molto più ampia della produzione elettrica.

Le piattaforme galleggianti richiedono strutture metalliche, sistemi di ancoraggio, componentistica specializzata, mezzi navali, attività di assemblaggio e infrastrutture logistiche complesse.

Settori nei quali l’Italia possiede competenze consolidate, ma che necessitano di una programmazione capace di sostenere investimenti industriali su un orizzonte pluriennale.

Eolico offshore, le filiere

Una filiera che potrebbe generare 56 miliardi di valore aggiunto

A misurare le possibili ricadute economiche è anche lo studio indipendente promosso da AERO e realizzato con il contributo di Politecnico di Torino, Politecnico di Bari, Intesa Sanpaolo, Prometeia e OWEMES.

La ricerca, presentata nel giugno 2026, confronta gli effetti di un’attivazione tempestiva delle aste con quelli di un loro ritardo.

Nello scenario di sviluppo più favorevole, il settore potrebbe generare lungo l’orizzonte temporale analizzato, fino al 2080, circa 129 miliardi di euro di produzione economica attivata, oltre 56 miliardi di valore aggiunto e 25 miliardi di gettito fiscale.

L’impatto occupazionale cumulato supererebbe le 800 mila unità di lavoro standard. Un dato che non corrisponde a 800 mila posti di lavoro contemporanei, ma alla somma delle unità di lavoro sostenute nei diversi anni considerati dalla ricerca.

Lo scenario caratterizzato da un ritardo delle aste presenta risultati sensibilmente inferiori: circa 25 miliardi di valore aggiunto, 11 miliardi di gettito fiscale e 399 mila unità di lavoro standard cumulative.

Si tratta di simulazioni economiche, non di risultati garantiti. Mostrano però quanto la tempestività delle decisioni pubbliche possa incidere sulla capacità del sistema industriale nazionale di intercettare gli investimenti.

Il problema non è soltanto quando gli impianti entreranno in produzione, ma quanta parte della domanda industriale generata dalla loro costruzione potrà essere soddisfatta dalle imprese italiane.

Se la filiera nazionale non dovesse svilupparsi in tempo, una quota significativa delle forniture e delle lavorazioni potrebbe essere affidata a operatori esteri, riducendo il valore economico trattenuto nel Paese.

Un parco eolico in Francia

La competizione con Francia e Spagna si gioca nei cantieri

È su questo terreno che AERO richiama il confronto con gli altri Paesi europei e mediterranei.

Francia e Spagna rappresentano concorrenti rilevanti nello sviluppo delle infrastrutture e delle attività industriali connesse all’eolico marino. Per l’Italia, la disponibilità di una posizione geografica favorevole e di una consolidata tradizione cantieristica costituisce un vantaggio potenziale, ma non sufficiente.

Servono investimenti, certezza normativa, infrastrutture operative e una domanda di mercato capace di sostenere la crescita delle imprese.

La sfida coinvolge direttamente la siderurgia, la metalmeccanica e la cantieristica navale, comparti che potrebbero trovare nella nuova filiera opportunità di diversificazione produttiva e occupazionale.

Mamone Capria individua proprio nella capacità industriale del Paese il motivo per cui considera urgente un cambio di passo.

«L’eolico offshore va oltre la semplice produzione di energia pulita: rappresenta una vera filiera industriale che dobbiamo sviluppare senza indugi, prima di perdere definitivamente questo treno. L’idea di realizzare cantieri nei porti italiani è matura, possibile e concreta, perché siamo campioni della navalmeccanica e il mare può avere più usi. L’Italia, che dal mare è circondata, possiede infatti una portualità strategica e una cantieristica navale di primissimo livello che non può permettersi di perdere investimenti cruciali né cedere il passo a competitor mediterranei come Francia e Spagna. È indispensabile sbloccare l’incertezza che grava sui nostri scali e destinare risorse adeguate per la conversione e l’ammodernamento delle infrastrutture portuali».

La scelta industriale che attende il Governo

Dall’iniziativa di Taranto emerge dunque una richiesta che supera il perimetro delle sole politiche energetiche.

Da una parte, AERO sollecita la conclusione della revisione del FER2 e l’avvio delle aste. Dall’altra, propone di rafforzare gli investimenti nella portualità, affiancando al ripristino dei fondi per Taranto e Augusta un Piano Porti nazionale che includa anche Brindisi e Civitavecchia.

Le due questioni sono complementari. Le aste possono contribuire a rendere finanziabili i progetti, mentre i porti e la capacità produttiva nazionale determinano quanta parte degli investimenti potrà trasformarsi in attività industriali e occupazione sul territorio italiano.

Per Brindisi la proposta costituisce un’opportunità da approfondire attraverso scelte infrastrutturali e industriali concrete. Per il Paese rappresenta una questione più ampia: decidere se partecipare allo sviluppo dell’eolico offshore principalmente come mercato di produzione energetica oppure costruire anche una filiera competitiva, capace di generare valore, competenze e lavoro.

È su questa seconda prospettiva che si concentra l’appello di AERO. E il tempo necessario a trasformare le decisioni in cantieri potrebbe essere determinante quanto le risorse disponibili.