Giovedì 5 Novembre 2026

Persone, aziende, storie, eccellenze da e per la Puglia

Cultura e turismo

UniSalento, al MuSA una sepoltura di 28mila anni

I resti di una coppia di cacciatori-raccoglitori della Grotta delle Veneri di Parabita protagonisti della nuova sezione museale inaugurata oggi a Lecce

di Direttore responsabile

· 7 min di lettura

Un allestimento nel MuSA – Museo Storico-Archeologico dell’Università del Salento
Vista della sezione espositiva nel MuSA, Museo Storico-Archeologico dell'Università del Salento

I resti di una coppia di cacciatori-raccoglitori della Grotta delle Veneri di Parabita nella nuova sezione museale inaugurata oggi a Lecce

LECCE – Una coppia vissuta circa 28mila anni fa torna a raccontare la propria storia attraverso la ricerca archeologica, l’antropologia e le tecnologie digitali. I resti umani della sepoltura gravettiana della Grotta delle Veneri di Parabita, risalenti al Paleolitico superiore, entrano nel percorso espositivo del MuSA – Museo Storico-Archeologico dell’Università del Salento (si apre in una nuova scheda). La nuova sezione sarà inaugurata oggi, 5 novembre 2026, alle 17.30, nel complesso Studium 2000 di Lecce.

Non si tratta soltanto dell’esposizione di una scoperta archeologica di straordinario interesse. Il progetto restituisce al pubblico una testimonianza della vita, della morte e delle pratiche funerarie delle comunità preistoriche che abitavano il Salento, trasformando decenni di studi scientifici in un racconto accessibile attraverso reperti originali, ricostruzioni, contenuti multimediali e animazioni tridimensionali.

Grotta delle Veneri, una scoperta archeologica del 1968

La storia della sepoltura comincia nel 1968, quando Giuliano Cremonesi, docente di Preistoria e Protostoria dell’Università del Salento (si apre in una nuova scheda), individuò i resti umani durante le ricerche nella Grotta delle Veneri, nel territorio di Parabita, in provincia di Lecce.

Il ritrovamento riguarda una coppia di individui vissuti durante il Gravettiano, una fase culturale del Paleolitico superiore europeo caratterizzata da comunità di cacciatori-raccoglitori, specifiche tradizioni nella produzione degli strumenti e testimonianze di pratiche simboliche e funerarie.

La sepoltura rappresenta una preziosa fonte di conoscenza sulle popolazioni preistoriche dell’Italia meridionale. Attraverso lo studio dei resti scheletrici e degli oggetti associati, gli archeologi possono ricostruire aspetti delle condizioni di vita, della salute, delle consuetudini e dei comportamenti rituali di comunità vissute migliaia di anni prima della nascita delle prime civiltà storiche.

I materiali, affidati dal Ministero della Cultura al MuSA per garantirne la tutela e la valorizzazione, diventano ora parte integrante del patrimonio museale universitario accessibile al pubblico.

Il riesame del 2020 e il contributo dei ricercatori

La realizzazione della nuova sezione espositiva è il risultato di un percorso scientifico che ha conosciuto una tappa fondamentale nel 2020, quando i materiali provenienti dagli scavi di Cremonesi sono stati sottoposti a un nuovo esame.

Le ricerche sono state coordinate da Elettra Ingravallo e Renata Grifoni Cremonesi, con il coinvolgimento di un ampio gruppo interdisciplinare di studiosi, tra i quali numerosi ricercatori dell’Università del Salento.

Al lavoro hanno partecipato Jacopo De Grossi Mazzorin, Pier Francesco Fabbri, Serena Viva, Giorgia Vincenti, Giuseppe De Benedetto, Antonio Pennetta, Daniela Fico, Ida Tiberi, Giorgia Aprile, Lucio Calcagnile, Gianluca Quarta, Marisa D’Elia, Paolo Giardino e Claudio Giardino.

L’indagine ha consentito di approfondire la conoscenza dei reperti e di costruire una base scientifica aggiornata per la loro presentazione museale.

I risultati sono confluiti nel volume La Grotta delle Veneri di Parabita (Lecce), pubblicato dalla casa editrice Edipuglia, che raccoglie gli esiti degli studi dedicati al sito archeologico.

Il passaggio dalla ricerca all’esposizione costituisce uno degli aspetti più significativi dell’iniziativa: il patrimonio preistorico non viene semplicemente conservato, ma interpretato e restituito alla collettività attraverso strumenti capaci di renderne comprensibile il valore storico e scientifico.

Ricostruzione illustrata delle sepoltura di Grotta delle Veneri

La sepoltura ricostruita tra reperti originali e tecnologie 3D

Il progetto di musealizzazione è stato curato da Jacopo De Grossi Mazzorin e Grazia Maria Signore, direttrice del MuSA, che ha seguito la progettazione museografica coordinando antropologi, paletnologi, illustratori, videomaker e specialisti della modellazione tridimensionale.

L’allestimento è costruito attorno alla sepoltura della coppia, presentata attraverso una teca centrale che conserva i resti nella loro posizione anatomica.

Una ricostruzione scientifica realizzata dall’illustratore Alberto Gennari restituisce visivamente il momento dell’inumazione e alcuni aspetti della vita quotidiana dei cacciatori-raccoglitori all’esterno della grotta.

L’obiettivo è permettere ai visitatori di comprendere non soltanto la disposizione dei reperti, ma anche il contesto umano e culturale nel quale avvenne la deposizione funeraria.

Particolare attenzione è riservata al corredo rinvenuto insieme ai resti scheletrici, che offre elementi per interpretare le pratiche simboliche delle comunità gravettiane.

I denti di cervo e la possibile cuffia della donna

Tra gli elementi più interessanti della nuova esposizione figurano alcuni denti di cervo associati all’ocra, un pigmento naturale frequentemente documentato nei contesti archeologici preistorici.

Secondo l’interpretazione proposta da Jacopo De Grossi Mazzorin, questi elementi potrebbero aver fatto parte di una cuffia indossata dalla donna al momento della sepoltura.

L’allestimento propone anche una ricostruzione di questo possibile ornamento, consentendo ai visitatori di visualizzare un aspetto particolarmente suggestivo del corredo funerario.

Si tratta di un’interpretazione scientifica che contribuisce a comprendere il possibile ruolo degli oggetti ornamentali nelle pratiche rituali e nelle forme di espressione simbolica delle popolazioni del Paleolitico superiore.

La presenza dei denti di cervo e dell’ocra permette inoltre di affrontare un tema centrale nella ricerca preistorica: il rapporto tra identità individuale, rappresentazione sociale e comportamenti funerari nelle comunità di cacciatori-raccoglitori.

QR code, contenuti bilingui e animazioni digitali

La nuova sezione del MuSA integra i reperti archeologici con strumenti tecnologici progettati per ampliare le possibilità di conoscenza e rendere più accessibili i risultati della ricerca.

Attraverso appositi QR code, i visitatori potranno consultare testi e ascoltare contenuti audio bilingui dedicati alle caratteristiche degli individui sepolti, con approfondimenti su età, sesso, patologie e stile di vita.

Un docu-video sottotitolato ricostruisce la storia della scoperta del 1968 e il successivo percorso di indagine scientifica.

Il filmato comprende anche un’animazione tridimensionale degli scheletri realizzata da Fabio Andriani e Adriana Bandiera del Laboratorio 3D dell’Università del Salento.

L’integrazione tra antropologia fisica, archeologia e modellazione digitale consente di superare alcune difficoltà legate alla conservazione dei materiali, offrendo una rappresentazione visiva utile alla comprensione della sepoltura.

La tecnologia assume così una funzione scientifica e divulgativa, senza sostituire il valore documentale dei reperti originali.

Signore: «Raccontare la storia della coppia con rigore scientifico»

La frammentarietà dei resti scheletrici ha rappresentato una delle principali difficoltà affrontate nella progettazione del nuovo percorso espositivo.

A spiegarlo è Grazia Maria Signore, direttrice del Museo Storico-Archeologico dell’Università del Salento, che sottolinea il lavoro necessario per coniugare attendibilità scientifica e chiarezza della comunicazione.

«La progettazione dell’allestimento ha dovuto misurarsi con significative sfide scientifiche e allestitive, determinate in primis dall’alto grado di frammentarietà dei resti scheletrici. L’intento primario è stato dunque quello di narrare la storia di questa coppia di cacciatori raccoglitori nel modo più esaustivo e accessibile, muovendo rigorosamente dalle evidenze emerse nel riesame del 2020».

La scelta museografica risponde a un’esigenza precisa: rendere comprensibile al pubblico una documentazione archeologica complessa, distinguendo i dati direttamente osservabili dalle ricostruzioni elaborate dagli studiosi.

È questo il principio che guida l’intera sezione, nella quale gli strumenti narrativi e multimediali accompagnano la conoscenza scientifica senza sovrapporsi alle evidenze archeologiche.

Una nuova sezione per valorizzare la preistoria del Salento

L’ingresso della sepoltura di Grotta delle Veneri nel percorso del MuSA rafforza il ruolo dell’Università del Salento nella conservazione, nello studio e nella divulgazione del patrimonio archeologico del territorio.

Il museo diventa il punto di incontro tra una scoperta effettuata quasi sessant’anni fa, le successive generazioni di ricercatori e un pubblico che può finalmente conoscere da vicino i risultati delle indagini.

L’iniziativa valorizza anche il legame scientifico tra Lecce e Parabita, dove la Grotta delle Veneri continua a essere oggetto di interesse archeologico.

Le nuove indagini nel sito sono dirette da Domenico Lo Vetro, docente di Preistoria e Protostoria dell’Università di Firenze (si apre in una nuova scheda), a testimonianza della continuità delle attività di ricerca e della collaborazione tra istituzioni accademiche.

La nuova esposizione rappresenta quindi non soltanto un ampliamento del museo, ma anche uno strumento per promuovere la conoscenza della preistoria salentina e il valore del patrimonio archeologico come risorsa culturale del territorio.

La rettrice dell’Università del Salento Maria Antonietta Aiello_ Foto Andrea Laudisa UniSalento

L’inaugurazione del 5 novembre al MuSA di Lecce

L’inaugurazione della nuova sezione, dedicata alla sepoltura gravettiana della Grotta delle Veneri, è prevista oggi, giovedì 5 novembre 2026, alle 17.30, presso il MuSA – Museo Storico-Archeologico dell’Università del Salento, nel complesso Studium 2000, in via di Valesio 3 a Lecce.

I saluti istituzionali saranno affidati a Maria Antonietta Aiello, rettrice dell’Università del Salento; Antonio Zunno, soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Brindisi, Lecce e Taranto; Girolamo Fiorentino, direttore del Dipartimento di Beni Culturali dell’Ateneo; Teodoro Scarano, docente di Preistoria e Protostoria; Genuario Belmonte, presidente del Sistema Museale di Ateneo, e Stefano Prete, sindaco di Parabita.

Gli interventi scientifici vedranno protagonisti Ida Tiberi, archeologa specialista in Preistoria e Protostoria; Fabio Andriani, antropologo fisico; Domenico Lo Vetro, docente dell’Università di Firenze e direttore degli scavi della Grotta delle Veneri; Monica Sorti, architetto, e Grazia Maria Signore, direttrice del MuSA, che introdurrà e modererà l’incontro.

Il programma comprende inoltre un reading teatrale a cura di Silvia De Franceschi, che affiancherà alla dimensione scientifica un momento di interpretazione artistica.

Il ricordo di Elettra Ingravallo e Jacopo De Grossi Mazzorin

L’inaugurazione sarà dedicata alla memoria di due studiosi che hanno avuto un ruolo determinante nella conoscenza e nella valorizzazione della sepoltura.

La professoressa Elettra Ingravallo promosse e coordinò il riesame dei materiali provenienti dagli scavi di Giuliano Cremonesi, contribuendo in maniera decisiva alla ripresa delle ricerche.

Il professor Jacopo De Grossi Mazzorin, direttore del MuSA dal 2019 al 2022, concepì invece l’allestimento attraverso una visione scientifica che poneva al centro il rapporto tra documentazione archeologica, interpretazione e divulgazione.

La nuova sezione rappresenta anche il compimento di quel percorso, mantenendo vivo il contributo di entrambi gli studiosi.

A quasi 28mila anni dalla sepoltura e a 58 anni dal ritrovamento, la coppia della Grotta delle Veneri trova così una nuova collocazione nel patrimonio culturale del Salento, offrendo ai visitatori l’opportunità di conoscere una delle testimonianze più lontane nel tempo della presenza umana sul territorio.

Leggi anche