Dall’accessibilità al patrimonio culturale, fino a Forbes Under 30 Italia 2026: formazione, innovazione e visione imprenditoriale
ERCHIE (BRINDISI) – La cultura può diventare impresa, generare opportunità professionali e contribuire a costruire una società più accessibile. È questa la visione di Swami Savino, CEO e cofondatrice di Archeodisability (si apre in una nuova scheda), il progetto innovativo nato insieme alla sorella Nazarena Savino per promuovere l’accessibilità, l’inclusione e la valorizzazione del patrimonio culturale.
Un percorso che ha ottenuto anche un importante riconoscimento nazionale con l’inserimento di Archeodisability nella Forbes Under 30 Italia 2026, nella categoria Social Impact, dedicata alle giovani realtà capaci di produrre un impatto positivo sulla società.
In questa intervista, Swami Savino racconta la propria formazione, il rapporto tra cultura e imprenditorialità, l’esperienza del Premio Eccellenze Accademiche e il valore della divulgazione. Una riflessione che guarda soprattutto alle nuove generazioni e alla possibilità di trasformare conoscenze, competenze e idee in progetti concreti.

Dottoressa Savino, partiamo dal suo percorso. Chi è Swami Savino e da dove nasce il suo interesse per il patrimonio culturale?
«Sono partita dalla passione per l’arte, la storia e per tutto ciò che rappresenta la memoria di un territorio. Ho scelto di trasformare questa passione in un percorso di formazione nel campo dei beni culturali e della storia dell’arte. Con il tempo, però, ho compreso che conoscere e studiare il patrimonio non era sufficiente: volevo contribuire a renderlo realmente fruibile, comprensibile e accessibile a tutti».
Quanto ha contato la formazione universitaria nella costruzione del suo percorso professionale?
«È stata fondamentale perché mi ha fornito una metodologia, competenze specifiche e soprattutto la capacità di osservare il patrimonio culturale con uno sguardo critico. Allo stesso tempo ho cercato di affiancare alla formazione accademica esperienze concrete, progettazione, comunicazione, organizzazione di eventi e innovazione. Credo che oggi sia necessario unire sapere teorico e capacità di trasformare le conoscenze in progetti».
Lei ha fondato ARCHEODISABILITY insieme a sua sorella Nazarena. Che cosa avete in comune e, invece, in che cosa siete diverse?
«Abbiamo sicuramente in comune una grandissima passione per la cultura e soprattutto la convinzione che il patrimonio debba appartenere realmente a tutti. Abbiamo però anche caratteristiche differenti, ed è proprio questa complementarità a rappresentare una forza. Ognuna porta la propria formazione, sensibilità e maniera di comunicare. Ci confrontiamo molto e da questo confronto nascono spesso nuove idee. Essere sorelle significa conoscerci profondamente, ma lavorare insieme significa anche imparare continuamente a valorizzare le rispettive competenze».

Quanto ha influito anche il percorso personale di Nazarena sulla vostra sensibilità nei confronti dell’accessibilità?
«Moltissimo. Vivere determinate difficoltà non soltanto attraverso dati o libri, ma attraverso una persona vicina, cambia completamente lo sguardo. Ti permette di renderti conto delle tante barriere che possono essere invisibili a chi non le vive direttamente. Nazarena per me rappresenta anche un esempio straordinario di determinazione. Il suo percorso accademico dimostra quanto sia importante non identificare mai una persona con una difficoltà o con una disabilità, ma guardare alle sue capacità e alle opportunità che può avere se viene messa nelle condizioni di esprimerle».
ARCHEODISABILITY non significa soltanto mostre e attività didattiche. Avete anche sviluppato importanti momenti pubblici, conferenze ed eventi. Quanto conta la divulgazione?
«Conta moltissimo. Le conferenze permettono di mettere in dialogo università, istituzioni, professionisti, studenti e cittadini. Per noi non devono essere semplicemente occasioni nelle quali qualcuno parla e gli altri ascoltano: devono diventare momenti nei quali nascono domande, confronti e possibilmente nuovi progetti. Parlare di accessibilità significa anche contribuire a un cambiamento culturale. E il cambiamento passa dalla formazione e dalla condivisione».
Lei è anche ideatrice e organizzatrice del Premio Eccellenze Accademiche. Perché ha sentito l’esigenza di creare questo riconoscimento?
«Il Premio Eccellenze Accademiche nasce dal desiderio di valorizzare il merito, la ricerca, la formazione e tutte quelle persone che attraverso il proprio lavoro contribuiscono alla crescita dell’università e della società. Abbiamo voluto legare il concetto di eccellenza anche a quello di accessibilità. Per noi l’eccellenza non significa soltanto raggiungere risultati importanti, ma contribuire a creare condizioni nelle quali anche gli altri possano crescere e avere opportunità. La prima edizione ha rappresentato un momento molto significativo perché ha riunito mondo accademico, istituzioni e comunità intorno al tema dell’inclusione».

Lei ha anche condotto personalmente il Premio. Come vive il ruolo di presentatrice e conduttrice di manifestazioni culturali?
«È un ruolo che sento molto. Condurre una manifestazione significa molto più che presentare degli ospiti: bisogna conoscere i temi, ascoltare gli interventi, creare collegamenti e accompagnare il pubblico lungo un racconto».
Tra le esperienze più importanti c’è stata anche la partecipazione a un incontro di Next Leaders powered by Forbes Italia. Che cosa ha rappresentato confrontarsi direttamente con gli studenti?
«È stato un momento molto importante perché parlare agli studenti significa confrontarsi con persone che stanno costruendo il proprio futuro. Ho cercato di trasmettere soprattutto un messaggio: non bisogna aspettare necessariamente che qualcuno costruisca per noi l’opportunità perfetta. Bisogna formarsi, osservare i problemi che esistono intorno a noi e capire se da quei problemi può nascere una soluzione, un progetto, un servizio o anche una nuova realtà imprenditoriale».
Da CEO, che consiglio darebbe a uno studente che ha un’idea ma non sa come trasformarla in un progetto concreto?
«Direi di iniziare. Naturalmente bisogna studiare, progettare e valutare bene ciò che si vuole fare, ma spesso il rischio è quello di aspettare di sentirsi completamente pronti. Bisogna partire da una domanda semplice: quale problema voglio risolvere? Poi bisogna capire per chi lo si vuole risolvere, quali competenze servono e quali persone possono aiutarci. ARCHEODISABILITY stessa è cresciuta attraverso un processo: un’idea, poi delle attività, delle collaborazioni, delle conferenze e progressivamente una struttura sempre più articolata».
Quanto è importante, secondo lei, far comprendere ai giovani che anche cultura e beni culturali possono generare impresa?
«È fondamentale. Spesso uno studente di beni culturali immagina un numero molto limitato di sbocchi professionali. In realtà oggi esistono possibilità legate alla progettazione culturale, all’accessibilità, al turismo, alla comunicazione, alle nuove tecnologie, alla didattica e all’organizzazione di eventi. Bisogna però imparare a trasformare le proprie competenze in valore. La cultura non deve perdere la propria funzione educativa e sociale, ma può contemporaneamente generare lavoro, innovazione e sviluppo».

Che significato ha avuto per voi essere inserite anche nel mondo Forbes Under 30?
«È stato certamente un riconoscimento importante, ma lo considero soprattutto una responsabilità. Un riconoscimento ha valore se diventa uno stimolo a continuare a lavorare e a migliorare. Mi piace soprattutto l’idea che attraverso ARCHEODISABILITY sia stato riconosciuto un modello nel quale cultura, impatto sociale, accessibilità e innovazione possono convivere».
Nel corso del suo percorso ha partecipato e organizzato diverse conferenze. Che valore hanno avuto nella sua crescita personale?
«Ogni conferenza mi ha lasciato qualcosa. Parlare davanti a studenti, docenti, professionisti o istituzioni significa anche imparare a cambiare linguaggio in base all’interlocutore. Le conferenze mi hanno insegnato soprattutto ad ascoltare. Dopo ogni intervento arrivano domande, osservazioni e punti di vista che possono migliorare anche il progetto stesso. Per questo considero ogni incontro non un punto di arrivo, ma una nuova occasione di crescita».
Lei porta avanti contemporaneamente ricerca, progettazione, attività imprenditoriale, organizzazione e conduzione di eventi. Quale di queste dimensioni sente maggiormente sua?
«In realtà faccio fatica a separarle. Sono aspetti differenti dello stesso percorso. La formazione mi permette di avere contenuti solidi; la progettazione permette di trasformarli in iniziative; la comunicazione consente di farli conoscere; l’attività imprenditoriale aiuta a dare continuità e struttura alle idee. Credo che la mia identità professionale nasca proprio dall’unione di queste diverse dimensioni».
Una domanda finale. Se dovesse lasciare un solo messaggio agli studenti che la ascoltano durante le conferenze, quale sarebbe?
«Bisogna osservare ciò che manca, avere il coraggio di proporre qualcosa di nuovo e soprattutto iniziare a costruire. Un progetto importante raramente nasce già perfetto: cresce attraverso il lavoro, gli errori, gli incontri e la capacità di continuare a credere in ciò che si sta facendo».




