Il loro grido è la nostra voce

Da sinistra verso destra Cinzia De Rocco, Antonio Portolano e Nabil Bey Salameh

La poesia come atto di resistenza e fratellanza, ultimo spazio di libertà e verità per un popolo che sopravvive al silenzio del mondo

di Antonio Portolano

La poesia come forza. Come ultimo atto di libertà.
Per il popolo palestinese non è mai stata un ornamento. È sopravvivenza. È respiro. È ciò che resta quando tutto intorno viene cancellato.

Sabato 8 novembre 2025, a Casarano, nella Galleria Percorsi d’Arte diretta da Cinzia De Rocco, si è tenuta la presentazione del libro «Il loro grido è la mia voce – Poesie da Gaza» (clicca qui per acquistare), pubblicato da Fazi Editore.
Una serata intensa, partecipatissima, attraversata da silenzi densi, respiri, sguardi.

Sul palco, accanto a me, Nabil Bey Salameh: musicista, musicologo, giornalista, scrittore e traduttore.
Nella sua voce, il Mediterraneo intero.
Ogni parola era una ferita, ma anche una carezza.
Ogni pausa un confine, ogni silenzio una domanda che il mondo non vuole ascoltare.

La poesia contro l’oscurità

Dietro la narrazione dominante, quella che dipinge i palestinesi come un popolo di terroristi, c’è un’altra verità.
C’è un popolo che scrive poesie mentre non sa se sarà vivo a fine giornata.
Uomini e donne che mettono versi su carta mentre i droni solcano il cielo, mentre i bambini piangono, mentre i muri si sbriciolano, le bombe esplodono, una popolazione viene sterminata (un po’ come accaduto con gli indiani d’America – poi nell’immaginario collettivo restano il genere western, i cow boy e gli indiani bastardi, non un popolo originario di quella terra cancellato dal colonialismo -).

C’è chi, nei campi profughi, allestisce tende per insegnare musica.
C’è chi utilizza il suono dei droni, la loro frequenza, per comporre canzoni e sfidarli con l’arte.
È un modo per sopravvivere.
Per resistere alla cancellazione.

Nabil ha raccolto tutto questo.
Ha tradotto quelle voci.
Le ha custodite.
Un lavoro immenso, difficile anche solo da reggere emotivamente.
Un atto d’amore che nasce da una ferita personale: la memoria dell’esilio, la nostalgia della terra perduta.
Dalla sua traduzione emerge la fierezza di un popolo che non si arrende, che trova nella poesia la sua ultima forma di libertà.

La dignità di un popolo

Scrivere poesia durante un genocidio.
È questo il gesto estremo che questo libro racconta.
Uomini e donne che scrivono pochi istanti prima di essere uccisi.
Che si chiedono se i loro figli vedranno il mattino successivo.
Che scrivono per lasciare almeno un nome, un segno, un respiro.

«Scrivere poesia durante un genocidio dimostra ancora una volta il ruolo cruciale che la poesia svolge nella resistenza e nella resilienza palestinesi».
Lo scrive lo storico israeliano Ilan Pappé, professore all’Università di Exeter, nella prefazione del libro.
Un uomo di verità che ha avuto il coraggio di guardare dove molti scelgono di voltarsi.

Con Nabil abbiamo aperto un dialogo forte, libero, necessario.
Abbiamo scoperto significati che il racconto del mainstream distorce con imprecisione voluta.
Come il falso mito secondo cui a creare aranceti nel deserto sarebbero stati gli israeliani.
Non è così.
A farlo sono stati i palestinesi, quando in quella terra c’erano solo loro.
O come il grottesco paradosso per cui i veri discendenti del popolo ebraico sarebbero proprio i palestinesi, per quanto oggi abbraccino religioni differenti.
Perché solo dopo ottanta generazioni l’attuale popolo israeliano è stato trapiantato in quella terra che il mondo crede di conoscere.

E ancora: lo sapevate che ai palestinesi è stato vietato perfino l’uso della propria bandiera?
Come si sono reinventati?
Attraverso un frutto: l’anguria.
Contiene il rosso, il verde, il bianco e il nero.
I colori della bandiera.
Un simbolo universale che non può essere censurato.
Questo è il destino di un popolo: costretto a reinventare la propria esistenza anche nei simboli, cancellato nella storia, nella cultura, nelle università, negli ospedali.
Eppure ancora vivo.
E con un tasso di laureati del 99 per cento.

A Casarano, sabato 8 novembre

A Casarano, sabato 8 novembre, la voce di Nabil Bey Salameh ha dato corpo a tutto questo.
La poesia è diventata carne, memoria, ritmo.
Le parole tradotte, le pause, le inflessioni. Tutto riportava umanità.
Con Nabil abbiamo attraversato territori di dolore e bellezza.
Abbiamo visto cosa significa essere umani quando il mondo disumanizza.

I lettori Marilena Cataldini, Davide Bruno e Loredana Manco hanno dato suono ai versi di Ni’ma Hassan, Haidar al-Ghazali e Heba Abu Nada.
Tra le loro voci e quella di Nabil c’era un filo invisibile: la compassione.

I ponti e la gratitudine

A Nabil Bey Salameh, la mia gratitudine più profonda.
Per la sua voce che da anni costruisce ponti di fratellanza e di pace.
Con la musica dei Radiodervish, con i suoi scritti, le sue traduzioni, il suo lavoro giornalistico.
Ma soprattutto con la sua empatia, la sua conoscenza, la sua umanità.
Nabil appartiene a quella rarissima specie di uomini che non dividono: uniscono.

Un grazie speciale anche a Cinzia De Rocco e alla Galleria Percorsi d’Arte, per aver ospitato questa serata indimenticabile e per aver costruito, con passione e intelligenza, una comunità di ascolto.
UnoGenio, di questa comunità è diventato un porto di pace, un crocevia di culture e di scambio pacifico.

La voce che resiste

Alla fine della serata, la commozione era palpabile.
Nabil ha raccontato storie personali, agghiaccianti.
Eppure, di fronte alla violenza e alla distruzione, ha scelto di imbracciare uno strumento musicale.
Una penna.
Una parola.
Non un’arma.

Perché, come cantava Fabrizio De André, «dove finiscono le mie dita deve in qualche modo cominciare una chitarra».
È lì che la rabbia si trasforma in canto.
È lì che l’uomo si salva.

La poesia, la musica, la cultura: mezzi apparentemente fragili, ma più potenti dei bombardamenti.
Armi di luce.
Sopravvivono alle macerie, ai silenzi, alle menzogne.
Sono il linguaggio ultimo dell’uomo.
L’unico che può ancora salvarci.

Sono grato anche alla comunità casaranese e dintorni, perché il libro è andato sold out e perché per ogni libro venduto 5 euro vanno ad Emergency che svolge con coraggio un lavoro ingrato in ogni teatro di guerra possibile, così come negli intendimenti del suo mitico e grande fondatore Gino Strada.