Il loro grido è la mia voce, poesie da Gaza

Nabil Bey Salameh cantautore, etnomusicologo, scrittore e giornalista

Con Nabil Bey Salameh alla Galleria Percorsi d’Arte di Casarano, sabato 8 novembre 2025 nel cuore della poesia del popolo palestinese

di Antonio Portolano

CASARANO (LECCE) – La poesia come atto di resistenza. La forza delle parole come tentativo di salvezza.
A Casarano, la Galleria Percorsi d’Arte accoglie un reading dedicato al libro “IL LORO GRIDO È LA MIA VOCE – POESIE DA GAZA”, per trasformare i versi in memoria viva e in gesto civile condiviso.

Il senso di un libro necessario

«La poesia come atto di resistenza. La forza delle parole come tentativo di salvezza».
È da questa convinzione che nasce l’incontro dedicato al libro “IL LORO GRIDO È LA MIA VOCE – POESIE DA GAZA” (clicca qui per acquistare), che si terrà sabato 8 novembre 2025 alle ore 19.30 presso la Galleria Percorsi d’Arte di Casarano (Lecce).
Il volume raccoglie trentadue testi di giovani autori palestinesi, composti in gran parte dopo il 7 ottobre 2023, nel cuore della tragedia di Gaza. Poesie nate in condizioni di estrema precarietà: poco prima di essere uccisi dai bombardamenti, come ultima preghiera o testamento poetico (Abu Nada, Alareer); durante la fuga dalle proprie case (al-Ghazali); o da una tenda, in un campo profughi dove si muore di freddo e di bombe (Elqedra).
Ogni parola diventa gesto di sopravvivenza, ogni verso un modo per dire: «Sono ancora vivo».

L’appuntamento a Casarano

Il reading vedrà la partecipazione straordinaria di Nabil Bey Salameh, voce dei Radiodervish, curatore e traduttore dell’antologia.
Con lui dialogherà il giornalista Antonio Portolano, Founder e Direttore responsabile di UnoGenio e collaboratore del Nuovo Quotidiano di Puglia.
Ad alternarsi nella lettura dei testi saranno Marilena Cataldini, Davide Bruno e Loredana Manco, in un intreccio di voci che diventa corpo sonoro, eco collettiva, testimonianza condivisa.
L’evento si svolgerà negli spazi della Galleria Percorsi d’Arte, in piazza San Giovanni Elemosiniere 23 a Casarano, con ingresso su prenotazione e contributo, fino a esaurimento posti.
Per informazioni: 328/3679819.

Parole che attraversano la guerra

La raccolta non è solo un lamento, ma una geografia di sopravvivenza.
Nella prefazione, lo storico israeliano Ilan Pappé sottolinea il valore politico e umano del gesto poetico:
«Scrivere poesia durante un genocidio dimostra ancora una volta il ruolo cruciale che la poesia svolge nella resistenza e nella resilienza palestinesi. La consapevolezza con cui questi giovani poeti affrontano la possibilità di morire ogni ora eguaglia la loro umanità, che rimane intatta anche se circondati da una carneficina e da una distruzione di inimmaginabile portata».
E aggiunge: «Queste poesie sono a volte dirette, altre volte metaforiche, estremamente concise o leggermente tortuose, ma è impossibile non cogliere il grido di protesta per la vita e la rassegnazione alla morte, inscritte in una cartografia disastrosa che Israele ha tracciato sul terreno».

L’invito di Nabil Bey Salameh

Per Nabil Bey Salameh, tradurre queste voci significa raccoglierle sul punto di spegnersi, custodirle e consegnarle al mondo.
«Questa raccolta non è solo un lamento. È un invito a vedere, a sentire, a vivere. Le poesie portano con sé il suono delle strade di Gaza, il fruscio delle foglie che resistono al vento, il pianto dei bambini e il canto degli ulivi. Sono una testimonianza di vita, un atto di amore verso una terra che non smette di sognare la libertà. In un mondo che spesso preferisce voltare lo sguardo, queste poesie si ergono come fari, illuminando ciò che rimane nascosto».
E ancora: «La poesia non impedisce di uccidere, ma rifiuta di farsi complice del silenzio. Non riporta in vita i morti, ma restituisce i loro nomi, i loro volti e i piccoli sogni a loro rubati».
Parole che attraversano il libro come un battito, restituendo dignità e respiro a chi non può più parlare.

Il cuore del libro: Gaza e la parola che resiste

Scrivere poesia in mezzo alla distruzione.
È da qui che nasce Il loro grido è la mia voce, un libro che raccoglie trentadue poesie scritte da giovani autori palestinesi in uno dei momenti più bui della storia recente di Gaza.
Molti di loro non sono più vivi.
Le loro parole, però, sì.
Sono diventate la voce che resta, quella che attraversa le macerie e le tende dei campi profughi, portando ancora un respiro, un frammento di luce, un canto che nessuna bomba ha potuto cancellare.

Il volume, curato e tradotto da Nabil Bey Salameh, nasce da un’urgenza morale prima ancora che letteraria: non lasciare che il silenzio copra le ultime parole di chi è stato ucciso. Non permettere che la poesia venga sepolta con i suoi autori.
«Tradurre questi versi», scrive Salameh, «ha significato raccogliere voci sul punto di spegnersi, custodirle e consegnarle al mondo».
Un atto di amore e di responsabilità: rendere nuovamente udibile ciò che il rumore della guerra tenta di annientare.

Poesie nate nell’assedio

Ci sono poesie scritte di notte, tra il boato dei droni e la polvere dei muri crollati.
Ci sono versi trovati nei telefoni dei ragazzi uccisi, negli appunti salvati dalle macerie, nei messaggi inviati prima dell’ultimo bombardamento.
Sono parole che bruciano, che implorano, che ricordano.
Il libro restituisce il coraggio di chi, pur sapendo che non ci sarebbe stato domani, ha voluto lasciare un segno di sé, una traccia d’anima: «Scrivo perché ho paura di morire in silenzio», dice una delle voci.

C’è Abu Nada, che scrive come se stesse costruendo un ponte sopra la morte.
C’è Refaat Alareer, poeta e professore universitario, assassinato nel dicembre 2023, autore del celebre testo If I Must Die (clicca qui per acquistare), diventato simbolo planetario della resistenza culturale palestinese.
E poi al-Ghazali, costretto ad abbandonare la propria casa, che in versi spogli racconta il dolore del distacco, e Elqedra, che scrive da una tenda, tra il fango e le bombe, cercando nei versi una fragile continuità di respiro.
Ciascuno di loro ha trasformato la poesia in un diario estremo, in un testamento che appartiene non solo alla Palestina ma all’umanità intera.

La prefazione di Ilan Pappé

Nella sua prefazione, Ilan Pappé, storico israeliano da sempre vicino alla causa dei diritti umani, individua in queste pagine una testimonianza cruciale del nostro tempo: «Scrivere poesia durante un genocidio», osserva, «dimostra ancora una volta il ruolo cruciale che la poesia svolge nella resistenza e nella resilienza palestinesi».
Per Pappé, queste poesie non sono solo un canto di dolore, ma anche una mappa della dignità. Raccontano l’inimmaginabile con parole essenziali, asciutte, taglienti come frammenti di vetro, eppure capaci di contenere tutta la luce che rimane.
«Queste poesie», aggiunge, «sono a volte dirette, altre volte metaforiche, estremamente concise o leggermente tortuose, ma è impossibile non cogliere il grido di protesta per la vita e la rassegnazione alla morte, inscritte in una cartografia disastrosa che Israele ha tracciato sul terreno».
In altre parole, la poesia diventa documento e ferita, memoria e denuncia.

Il respiro di Gaza

La forza del libro sta anche nella sua coralità. Non c’è una voce sola, ma un popolo che parla, un popolo che continua a sognare la libertà mentre il mondo, troppo spesso, distoglie lo sguardo.
«In un mondo che preferisce voltare lo sguardo», scrive Nabil Bey Salameh, «queste poesie si ergono come fari, illuminando ciò che rimane nascosto».
Ecco il senso profondo dell’opera: la poesia come luce che filtra attraverso le macerie, come ultimo gesto di speranza in una geografia devastata.
Ogni parola è una scelta. Ogni parola è un atto di resistenza.

In Il loro grido è la mia voce, la poesia torna ad essere ciò che è sempre stata nel mondo arabo: uno strumento di identità e libertà, un codice di trasmissione della memoria.
Non un lusso letterario, ma un’urgenza vitale.
Un modo per restare umani quando tutto, intorno, sembra disumano.

Le voci e i volti: Nabil Bey Salameh e i lettori del reading

Ogni poesia ha bisogno di una voce che la faccia vibrare. Ogni parola, per esistere, ha bisogno di un respiro.
Nel reading di Il loro grido è la mia voce questo respiro ha il nome di Nabil Bey Salameh, la voce dei Radiodervish, artista mediterraneo per vocazione, traduttore, cantautore, etnomusicologo, scrittore e giornalista.
La sua biografia è già una forma di poesia: nasce a Tripoli, in Libano, da genitori palestinesi originari di Jaffa, costretti all’esilio durante la Nakba del 1948. Nella sua voce convivono mare e deserto, partenza e nostalgia, radice e diaspora.
È la memoria dell’esilio a spingerlo verso la musica, intesa come ponte tra mondi.

L’anima di Nabil Bey Salameh

Arrivato in Italia negli anni Ottanta per studiare ingegneria, trova nella musica la lingua più sincera per raccontarsi. Fonda Al Darawish, una delle prime esperienze di world music nel nostro Paese, e successivamente i Radiodervish, con cui diventa protagonista di una stagione irripetibile di contaminazioni tra Oriente e Occidente.
Con il gruppo pubblica quindici album e si esibisce nei teatri e nei festival di tutta Europa, portando in scena la spiritualità mediterranea, l’impegno civile e una narrazione poetica capace di attraversare culture e religioni.

Dal 1998 al 2007 è corrispondente in Italia per Al Jazeera, raccontando le vicende del Mediterraneo da un punto di vista intimo e visionario. Oggi insegna Etnomusicologia al Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce, dove forma nuove generazioni di musicisti e studiosi delle culture popolari del Sud Globale.
Ha collaborato con artisti come Franco Battiato, Noa, Nicola Piovani, Massimo Zamboni, Antonella Ruggiero, Paola Turci, Jovanotti, Giuseppe Battiston, Carlo Lucarelli, Stewart Copeland, l’Orchestra Araba di Nazareth e molti altri.

Nel 2016 traduce per Jouvence Le mie poesie più belle del poeta siriano Nizar Qabbani; nel 2019 inaugura la collana Camminamenti di Kurumuny con Al Maqam – La storia di Naìma (O del corpo che si rivela), saggio lirico e spirituale accompagnato dai testi della scrittrice libanese Joumana Haddad.
Nel 2025 dà voce e corpo all’antologia Il loro grido è la mia voce – Poesie da Gaza, raccogliendo parole nate sotto l’assedio e restituendo umanità a chi la guerra ha tentato di cancellare.
È inoltre ideatore e direttore artistico del FalastinFest, il festival di cultura palestinese che ogni anno in Puglia intreccia musica, arte e memoria, facendo del Mediterraneo una terra di incontro.

La sua biografia è un mosaico di confini attraversati, di ponti gettati tra culture. La sua voce, che ha attraversato i secoli del canto arabo e le melodie del Sud, è oggi lo strumento più autentico per ridare vita alle parole dei poeti di Gaza.

La bibliografia di Nabil Bey Salameh

  • 2016Le mie poesie più belle di Nizar Qabbani (clicca qui per acquistare), traduzione poetica a cura di Nabil Bey Salameh, Jouvence Edizioni.
    Traduzione e interpretazione poetica del celebre autore siriano, con note e commento del traduttore.
  • 2019Al Maqam – La storia di Naìma (O del corpo che si rivela), Kurumuny Editore, collana Camminamenti (clicca qui per acquistare).
    Saggio lirico sulla musica come rivelazione del corpo e del sacro, accompagnato dalle poesie di Joumana Haddad.
  • 2025Il loro grido è la mia voce – Poesie da Gaza (clicca qui per acquistare), a cura e traduzione di Nabil Bey Salameh.
    Antologia di trentadue poesie di giovani poeti palestinesi, scritte dopo il 7 ottobre 2023, con prefazione di Ilan Pappé.

Le altre voci del reading

Accanto a Nabil, tre lettori daranno suono e corpo ai versi: Marilena Cataldini, Davide Bruno e Loredana Manco.
Tre sensibilità diverse, tre modi di abitare la parola, uniti dalla consapevolezza che leggere significa ascoltare e far respirare chi non può più farlo.

Marilena Cataldini, avvocata e poetessa, da anni è impegnata nella diffusione della parola come strumento di consapevolezza civile. Redattrice di riviste letterarie e di pensiero (Spazi-di-versi, Progetto Umanistico, Tempo di marea, L’incantare, A Levante), ha pubblicato i libri di poesia Il Forte Bionda (Spagine Edizioni, 2020) e Armida Mondoni, ovvero la Viola e altre scritture (Macabor, 2024).
Nel 2023 ha vinto il premio per poesia inedita “Bologna in Lettere”. La sua voce si muove tra il lirico e il civile, tra l’intimità e la denuncia, in una ricerca che fa della parola un luogo di cura.

Davide Bruno, diciassettenne studente del Liceo Classico “Montalcini” di Casarano, è una giovane promessa delle discipline umanistiche. Appassionato di letteratura e teatro, ha ottenuto importanti risultati nei campionati nazionali di italiano e greco antico. Da sei anni calca le scene in diversi spettacoli teatrali, portando sul palco la forza e la delicatezza di una generazione che cerca ancora un linguaggio per dire il mondo.

Loredana Manco, architetta e libera professionista, è fondatrice di Placemaking Casarano, progetto di rigenerazione urbana che coniuga progettazione tecnica, intelligenza emotiva e pratiche di comunità.
Visionaria e resiliente, considera gli spazi pubblici come manifesti viventi di pluralismo e cura.
Nel reading, la sua voce trasporterà la dimensione architettonica nel campo della parola poetica: costruire, anche attraverso i versi, luoghi di incontro e resistenza.

Percorsi d’arte, un evento

Percorsi d’Arte: un luogo dove la bellezza diventa resistenza

A volte, per capire il senso di un evento, bisogna guardare dove nasce.
Il loro grido è la mia voce approda a Casarano non per caso, ma perché qui, nella Galleria Percorsi d’Arte, la cultura è da sempre una forma di resistenza alla rassegnazione e al silenzio.

Fondata nel 2002, la galleria è il frutto della visione e della tenacia di Cinzia De Rocco, artista e direttrice che da oltre vent’anni promuove l’arte contemporanea come linguaggio di libertà e strumento educativo.
Dopo una breve chiusura, la galleria ha riaperto nel maggio 2022 con lo stesso spirito originario: creare un luogo d’incontro tra artisti, poeti, musicisti, pensatori e cittadini, un laboratorio vivo di idee, forme e parole.

Cinzia De Rocco, diplomata in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce dopo gli studi all’Istituto Statale d’Arte “E. Giannelli” di Parabita, ha fatto della sua formazione artistica un cammino di consapevolezza e cura.
«Percorsi d’Arte è la realizzazione di una passione che coltivo fin da ragazza», racconta. «Credo che l’arte debba educare al bello e al buon gusto, perché solo così possiamo formare cittadini capaci di vedere e di sentire».

Un presidio di bellezza e impegno

Nel tempo, la galleria è diventata un presidio culturale nel Sud Salento, un luogo dove la bellezza non è ornamento ma strumento di coscienza civile.
Le sue attività intrecciano arte, letteratura, musica, impegno sociale e memoria.
Dal 2003 ospita la storica rassegna “Le parole sono pietre”, curata da Toti Carpentieri, che ogni anno unisce arte visiva e poesia in dialogo con il territorio.

Negli anni, Percorsi d’Arte ha accolto mostre, incontri e performance con Franco Arminio, Luca Pignatelli, Fabrizio Saccomanno, Redi Hasa, Daniele dell’Angelo Custode, Marcello Malandugno, Vittorio Carradore, Piero Schirinzi, solo per citarne alcuni.
Ha dialogato con associazioni come Libera contro le mafie, con scuole e istituzioni locali, creando una rete di esperienze che uniscono cultura e comunità.

Ogni iniziativa è concepita come un atto di resistenza poetica contro l’indifferenza.
Non a caso, nel corso del 2025 la galleria ha ospitato incontri su temi come la giustizia, la libertà e la memoria collettiva, alternando presentazioni di libri, mostre, talk e progetti civici.
Da “La forma nascosta dell’acqua” con Lorenzo Madaro e Gianluca Marziani, al talk con Luca Pignatelli, fino al decennale de “Le parole sono pietre” con Marzia Roversi, ogni evento è un tassello di un mosaico coerente: l’arte come linguaggio che educa, interroga e salva.

Casarano, un piccolo centro con un grande respiro

Nel cuore di Casarano, la galleria diventa un punto di riferimento non solo per gli artisti, ma per una comunità che cerca nei linguaggi della cultura una via per ricostruire senso.
La scelta di ospitare la presentazione di Il loro grido è la mia voce è la naturale conseguenza di questo cammino: un atto di empatia e di responsabilità verso la sofferenza del popolo palestinese, ma anche un gesto di affermazione del valore universale dell’arte come resistenza.

Nella voce di Cinzia De Rocco si percepisce la stessa tensione che anima i poeti di Gaza: la necessità di non tacere.
In un tempo in cui la parola sembra aver perso peso, la galleria diventa un luogo di ascolto, un porto dove le parole ferite possono approdare, trovare casa, continuare a parlare.

La poesia come memoria del mondo

Ci sono libri che si leggono, e libri che si attraversano.
Il loro grido è la mia voce – Poesie da Gaza, pubblicato da Fazi Editore, appartiene a questa seconda categoria: non si limita a raccontare, ma invita ad ascoltare. Non spiega la guerra — la fa risuonare dentro di noi, restituendo voce a chi non l’ha più.

Le parole di questi poeti sono più che versi: sono tracce di vita, lampi di coscienza, frammenti di un popolo che da decenni continua a resistere nonostante tutto.
In Palestina, la poesia è da sempre un linguaggio identitario e collettivo. È la forma con cui il dolore si trasforma in canto, con cui la perdita si fa memoria e dignità.
Fin dai tempi di Mahmoud Darwish, poeta dell’esilio e della speranza, la poesia palestinese ha saputo trasformare la ferita in arte, il lutto in testimonianza.
Oggi, in questi testi nati sotto le bombe, quella tradizione trova una nuova voce, giovane e radicale, fatta di rabbia, lucidità e amore per la vita.

I poeti che non torneranno

Molti degli autori presenti in questa antologia non ci sono più.
Refaat Alareer, docente e poeta, è stato ucciso nel dicembre 2023 insieme a parte della sua famiglia. La sua poesia If I Must Die è diventata un simbolo mondiale di resistenza: un testamento di luce scritto a un passo dalla fine.
Con lui, anche Abu Nada, Elqedra, al-Ghazali e tanti altri giovani poeti sono stati strappati alla vita.
Le loro parole, però, continuano a respirare.
Ogni verso di questo libro è un battito sottratto alla morte, un seme piantato nella terra ferita di Gaza, una promessa che la memoria non sarà cancellata.

La voce che resta

Nel tradurre e curare questo libro, Nabil Bey Salameh non ha soltanto dato un contributo letterario: ha compiuto un atto di custodia.
«La poesia non impedisce di uccidere, ma rifiuta di farsi complice del silenzio», scrive.
Tradurre è diventato, per lui, un gesto politico e umano insieme: un modo per salvare la voce dei poeti caduti, per restituire loro una presenza nel mondo, una dignità che la guerra aveva tentato di negare.
Nelle sue mani, la lingua italiana accoglie l’arabo di Gaza, ne raccoglie le inflessioni, le pause, la luce che resiste nella polvere.

Un gesto di solidarietà: la poesia che cura

Ma Il loro grido è la mia voce non è soltanto un libro: è un ponte di umanità.
Per ogni copia venduta, 5 euro saranno donati a Emergency, per sostenere le attività di assistenza sanitaria a Gaza.
Un gesto di altissimo valore sociale che trasforma la lettura in un atto di solidarietà concreta, restituendo alla poesia il suo potere originario: quello di curare, di avvicinare, di generare compassione attiva.
In un momento in cui la parola “pace” sembra svuotata di senso, questo progetto editoriale restituisce alla cultura il suo ruolo più autentico: fare del bello un bene comune.

Perché questo libro ci riguarda

Leggere Il loro grido è la mia voce non significa solo entrare in contatto con la sofferenza di un popolo.
Significa interrogare noi stessi: cosa resta della nostra umanità di fronte all’ingiustizia?
Ogni pagina è un invito a non distogliere lo sguardo, a riconoscere la parola come spazio ultimo di libertà, come gesto di fraternità tra chi scrive e chi legge.
È un libro che non consola, ma accompagna. Non chiude le ferite, ma le mostra, chiedendoci di non smettere di sentire.

In un tempo in cui le parole sembrano aver perso forza, Il loro grido è la mia voce ci ricorda che la poesia, anche sotto le bombe, continua a parlare.
Perché la poesia è l’ultima casa dell’uomo: il luogo dove il dolore trova voce, e la memoria diventa mondo.