Una mostra intensa tra grafite e carboncino. A Brindisi, la ricerca interiore di Giò Cucchiara incontra la mission dell’associazione Alibi
di Antonio Portolano
«Prima non conoscevo la dimensione dell’arte. Non sapevo che ti cambia, che ti entra dentro e non se ne va più. Diventi creativo anche quando non crei. I tuoi pensieri sono sempre alla ricerca, anche quando non vorresti, della prossima opera, del prossimo lavoro». Con queste parole Giò Cucchiara introduce il pubblico alla sua mostra personale in corso a Brindisi.

La dimensione dell’arte
Non è una formula, ma una confessione. La sua arte nasce da un bisogno autentico: trovare uno spazio interiore in cui sottrarsi al rumore del presente e ritrovare un tempo diverso, più lento, più umano.
Dal 17 al 21 febbraio, negli spazi dell’associazione Alibi, l’artista siciliano presenta un percorso costruito attorno a grafite, carboncino e carta. La mostra, iniziata ieri, prosegue fino a sabato e si configura come un’esperienza reale, fisica, diretta. In un tempo dominato dalle connessioni virtuali, il gesto manuale torna centrale e il disegno diventa relazione, presenza, ascolto.
Un luogo che restituisce centralità all’incontro
Il valore della mostra è amplificato dal contesto che la ospita. Alibi, fondata da Alessandro Di Bello e Domenico Colelli, nasce come centro culturale e spazio di aggregazione intergenerazionale. L’obiettivo è promuovere conoscenza, partecipazione e confronto, recuperando il senso dello stare insieme e la dimensione della comunità. L’associazione si ispira ai club degli anni Settanta e Ottanta, quando incontrarsi, ascoltare musica e discutere di cultura rappresentava un’esigenza profonda. Qui la visione di un’opera non è consumo, ma dialogo.
«Ho voluto fare un omaggio a questa bellissima iniziativa. Alibi è un centro culturale di aggregazione sociale intergenerazionale che riporta alla memoria i club degli anni ’70 e ’80, alla nostra adolescenza, quando si sentiva la necessità di stare insieme ad ascoltare musica, chiacchierare, bere qualcosa insieme senza connessioni virtuali. Magari condividere la visione di alcune opere e discuterne il messaggio che trapela può essere uno stimolo nuovo per i presenti e per lo stesso artista», racconta Giò Cucchiara. In questa scelta emerge una profonda coerenza tra ricerca artistica e progetto culturale.

Un linguaggio libero e contemporaneo
La produzione di Giò Cucchiara non segue un unico filone. «La particolarità è proprio questa: non amo seguire un filone. La mia creatività spazia. Ho realizzato opere perché magari una notizia di cronaca mi ha colpito, o semplicemente per mettere sulla carta il mio stato d’animo». Il disegno diventa un linguaggio aperto, capace di attraversare temi sociali, memoria, spiritualità e sentimenti. L’iperrealismo non è mai fine a sé stesso, ma uno strumento per generare empatia.
Tra cronaca e denuncia
Tra le opere in mostra, “Il lato oscuro del Web” affronta la violenza invisibile della rete. L’immagine mostra un uomo con il volto mezzo nascosto che tiene tra le mani un tablet. Sullo schermo, una pistola. «La pericolosità del web. Uno strumento che – spiega l’autore – , se usato male, può diventare pericoloso come un’arma. Il volto mezzo nascosto sta a significare che questi haters si nascondono dietro la tastiera e non ci mettono la faccia. L’opera è nata dopo che una persona si è suicidata per essere stata bullizzata pesantemente sui social».
“Life, not wars!” è invece un grido silenzioso e universale. Un bambino seduto a terra davanti a un carro armato. Dalla bocca del cannone non esce fuoco, ma acqua. «Mi sono immaginato – dice Cucchiara – l’uscita dell’acqua dalla bocca del cannone, e quindi della vita, e non del fuoco. Un richiamo alla vita e alla contrarietà di tutte le guerre». Qui il disegno diventa testimonianza etica.

L’amore e la fragilità
Accanto alla denuncia emerge una dimensione più intima. “Mi manchi” mostra una donna di spalle, seduta su una sedia, il corpo raccolto su se stesso. Un’immagine di solitudine pura e sospesa. “Intimità” ritrae due corpi abbracciati, avvolti in asciugamani. La pelle, il calore, la vicinanza fisica diventano presenza. “Amarsi” raffigura due volti immersi nell’acqua, gli occhi chiusi, le gocce sulla pelle. Un attimo prima del bacio, o forse un attimo dopo. “Amore in dissolvenza” rappresenta una coppia che si sfiora, si guarda, si perde, mentre il disegno sotto di loro si dissolve e cola lentamente. Queste opere non cercano spiegazioni, ma sostano nello spazio dell’emozione.

Tecnica, studio e autodidattismo
Il metodo di lavoro di Giò Cucchiara è rigoroso. Grafite e carboncino, senza artifici. Siciliano, classe 1962, per oltre trent’anni ha lavorato nel settore dell’arte come responsabile della logistica e della produzione di libri e multipli per una nota azienda italiana. Questo percorso gli ha permesso di entrare in contatto con artisti come Salvatore Fiume, Concetto Pozzati, Antonio Nocera e Ugo Nespolo. Tuttavia la consapevolezza di diventare artista arriva tardi, quasi per caso, da autodidatta. «Per i primi tre anni ho disegnato per me, per amici o parenti». Poi un concorso nazionale, il secondo posto al Premio Internazionale d’Arte Città di Novara, e una svolta. «Quando mi hanno chiamato sul palco per consegnarmi quel premio, ho sentito una cosa sola: il desiderio di continuare. Sempre di più. Studiando sempre di più».

Un percorso coerente
Negli anni successivi arrivano mostre e riconoscimenti: la personale a Palazzo Nervegna di Brindisi, le collettive tra Bologna e Monza, le esposizioni nell’ambito della regata internazionale Brindisi-Corfù, il primo posto al Festival dell’Immagine di Martina Franca nella categoria arti grafiche, la segnalazione speciale al Trofeo Città di Lecce. Un percorso costruito con determinazione, senza scorciatoie, guidato dalla necessità di ricerca.

Un incontro diretto con l’artista
Giovedì 19 febbraio è prevista una sessione speciale nel tardo pomeriggio durante la quale Giò Cucchiara spiegherà la sua tecnica e il processo creativo. Un momento prezioso per comprendere la relazione tra gesto, tempo e concentrazione. «Quando lavoro vengo trasportato in una dimensione bellissima. Ti dimentichi di tutte le negatività della vita. Il tempo passa piacevolmente. Vedere prendere forma le opere dal primo tratto di matita è bellissimo».
La visita diventa così un’esperienza immersiva, un invito a rallentare e a tornare presenti.

Perché questa mostra oggi
In un’epoca segnata da accelerazione, isolamento e comunicazione frammentata, la ricerca di Giò Cucchiara assume una dimensione profondamente attuale. Non si tratta soltanto di disegno iperrealista, ma di un ritorno alla concentrazione, alla lentezza, al contatto con sé stessi. L’artista parla di una dimensione concreta, fisica, fatta di ore trascorse da solo davanti al foglio, notte e giorno, con matite di grafite e carboncino. Nessuna scorciatoia, nessuna mediazione tecnologica.
«Quando lavoro vengo trasportato in una dimensione bellissima. Ti dimentichi di tutte le negatività della vita. Il tempo passa piacevolmente». In queste parole emerge la testimonianza di chi ha trovato un luogo interiore in cui abitare. Uno spazio che prima non esisteva e che oggi è diventato necessario. Questa dimensione diventa accessibile anche allo spettatore, che davanti alle opere percepisce un tempo diverso, più profondo.
Il disegno come esperienza
La mostra non si limita a presentare immagini, ma propone un’esperienza di ascolto e immersione. Il visitatore è invitato a sostare, a osservare, a lasciarsi attraversare. Non esiste distanza tra opera e pubblico. L’iperrealismo diventa un ponte emotivo.

“L’Arte, una via di fuga per l’anima” rappresenta la sintesi di questo percorso. È un autoritratto simbolico in cui l’artista si mette a nudo. Il volto emerge da uno strappo, un orologio in primo piano, una catena con un lucchetto, mani che cercano una via di uscita. «Con quest’opera – rivela l’artista – è come se mi fossi messo a nudo. Ho voluto riportare su carta il mio stato d’animo, come un cantante che scrive un testo in cui è coinvolto direttamente. L’arte davvero è stata una via di fuga, mi ha dato quella leggerezza di cui avevo bisogno. L’orologio non è stato disegnato a caso. Voleva simboleggiare che il fattore tempo, nella vita delle persone, non è un dettaglio da trascurare. La vita purtroppo non è infinita».
Un lessico di contatto
La ricerca di Giò Cucchiara può essere letta come un lessico di contatto. Contatto con la materia. Contatto con l’emozione. Contatto con l’altro. Le opere non urlano, non provocano in modo aggressivo, ma sostano. Invitano alla riflessione.
Questo approccio si riflette anche nella relazione con il pubblico. Non esiste distanza gerarchica tra artista e visitatore. La sessione del 19 febbraio nasce proprio da questa volontà di condivisione, spiegazione e dialogo.
Il valore territoriale e culturale
La mostra rafforza il legame tra arte contemporanea e territorio. Brindisi diventa un luogo di incontro tra esperienze diverse, una piattaforma culturale capace di connettere artisti, pubblico e comunità. In questo senso, Alibi, fondata da Alessandro Di Bello e Domenico Colelli, svolge un ruolo strategico. Non è solo una sede espositiva, ma un laboratorio culturale permanente. Uno spazio che promuove aggregazione, conoscenza e confronto intergenerazionale, recuperando la centralità della presenza reale e della condivisione.
L’arte diventa così uno strumento di educazione e partecipazione. In un contesto sociale che tende alla frammentazione, questa funzione assume un valore ancora più significativo.

Una ricerca che continua
Negli ultimi anni Giò Cucchiara ha consolidato il proprio percorso attraverso mostre personali, collettive e riconoscimenti nazionali. Nel 2017 ottiene il secondo premio al XVI Premio Internazionale d’Arte Città di Novara, momento che segna una svolta nel suo percorso. Nel 2023 conquista il primo posto nella categoria arti grafiche al XIII Festival dell’Immagine di Martina Franca. Nel 2024 riceve una segnalazione speciale al XXXIX Trofeo Città di Lecce e il premio all’Apulia Contemporary Art Prize, che gli consente l’accesso alla Biennale Internazionale d’Arte BIBART di Bari 2025. Sempre nel 2024, per il secondo anno consecutivo, ottiene il primo premio nella categoria disegno al XIV Festival dell’Immagine di Martina Franca.
Ma al di là dei premi, resta quella dimensione interiore di cui parla. Uno spazio in cui il tempo scorre diversamente e in cui ogni opera nasce da qualcosa che non si può programmare: una notizia, uno stato d’animo, un’emozione.
L’esperienza della visita
Visitare la mostra significa attraversare un percorso emotivo. Le opere accompagnano lo spettatore in un viaggio che parte dalla denuncia sociale, attraversa la fragilità e approda alla speranza. Il tempo della visita diventa personale, sospeso.
In un mondo dominato dalla velocità, l’arte di Giò Cucchiara invita a rallentare. A fermarsi. A guardare davvero.

Informazioni utili
La mostra personale di Giò Cucchiara è visitabile fino al 21 febbraio presso l’associazione Alibi, in via Conserva 40 a Brindisi. Gli orari di apertura sono dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 21. L’ingresso è riservato ai soci. Giovedì 19 febbraio è prevista una sessione speciale nel tardo pomeriggio durante la quale l’artista illustrerà la propria tecnica e il processo creativo.
Un grido silenzioso che diventa presenza
L’arte, per Giò Cucchiara, non è mestiere né semplice passione. È una dimensione necessaria. Una via di fuga, ma anche una via di ritorno. Un modo per attraversare la realtà senza esserne travolti. Le sue opere parlano di tempo, fragilità, amore, responsabilità. Parlano di vita.
E forse è proprio questo il senso più profondo della mostra: ricordarci che la bellezza non è evasione, ma consapevolezza. Che l’arte non è distanza, ma presenza.




