Eolico offshore può generare fino a 30 mila posti di lavoro

Taranto, un momento del dibattito con AERO, l’Associazione delle Energie Rinnovabili Offshore, e il presidente Fulvio Mamone Capria

Da AERO a Taranto al confronto con il Governo, studio e imprese indicano nei porti e nelle aste la chiave per filiera, PIL e occupazione

di Antonio Portolano

TARANTO – Un’industria che, con 20 GW installati entro il 2050, può offrire fino a 30 mila posti di lavoro diretti e attivare una filiera capace di ridisegnare manifattura, logistica, porti e servizi ad alta specializzazione. È da questo dato che conviene partire per leggere il passaggio compiuto oggi a Taranto da AERO, l’Associazione delle Energie Rinnovabili Offshore, e dal suo presidente Fulvio Mamone Capria. Perché quel numero non è soltanto una proiezione occupazionale: è la sintesi di una tesi industriale. L’eolico offshore, nella lettura dell’associazione, non è una tecnologia da valutare soltanto in termini di costo dell’energia, ma una piattaforma di politica industriale, di infrastrutturazione del Mezzogiorno e di riposizionamento strategico dell’Italia nel Mediterraneo.

È questa la cornice entro cui si colloca l’intervento di oggi di Fulvio Mamone Capria a Taranto, in occasione dell’evento sulla pianificazione dei sistemi portuali. Un appuntamento che assume un significato preciso se letto in sequenza con le due tappe precedenti: il confronto pubblico con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni dell’11 marzo e la presentazione, il 5 marzo a Rimini durante Key Energy, del primo studio analitico completo sul valore economico dell’eolico offshore in Italia, realizzato da Intesa Sanpaolo, Politecnico di Bari, Politecnico di Torino, Prometeia e Owemes. Le tre uscite, considerate insieme, raccontano una linea coerente: prima la quantificazione dei benefici, poi il chiarimento politico sul grado di maturità della tecnologia, infine la proposta operativa sui porti come hub della transizione energetica.

Fulvio Mamone Capria, presidente dell’Associazione delle Energie Rinnovabili Offshore

Il punto di partenza: non solo energia, ma industria

Nel dibattito italiano sulle rinnovabili, l’eolico offshore è stato spesso osservato da una prospettiva ristretta: costo, incentivi, tempi autorizzativi, impatto locale. I comunicati di AERO tentano invece di spostare l’asse della discussione. L’argomento centrale è che l’offshore wind, soprattutto nella sua componente galleggiante, abbia natura industriale e infrastrutturale prima ancora che meramente energetica.

È una differenza cruciale. Se una tecnologia viene letta solo dal lato del prezzo finale, la decisione pubblica tende a concentrarsi sulla convenienza immediata. Se invece viene considerata una leva di politica industriale, il calcolo incorpora occupazione, filiere, logistica, cantieristica, export, gettito fiscale, investimenti esteri, capacità di sistema e resilienza energetica. È esattamente il punto che Fulvio Mamone Capria sviluppa lungo tutte e tre le tappe di marzo, fino ad approdare oggi a Taranto con un messaggio ormai compiuto: i porti italiani devono diventare il baricentro materiale di questa strategia.

Taranto, eolico off shore un momento del dibattito con AERO

Taranto come laboratorio industriale del Mediterraneo

Oggi, nel panel «Retroportualità sostenibile e rigenerazione urbana», moderato da Alessandro Galimberti de Il Sole 24 ORE, Fulvio Mamone Capria ha collocato il tema dell’eolico offshore dentro una riflessione più ampia sulla funzione economica dei porti. La tesi è che gli scali non possano più essere letti soltanto come nodi logistici, ma debbano essere ripensati come piattaforme produttive in grado di sostenere la transizione energetica del Paese.

Nelle parole di Fulvio Mamone Capria: «La sfida dell’eolico offshore – in particolare quello galleggiante – richiede una visione che integri infrastrutture marittime e rigenerazione del territorio. I porti devono trasformarsi in hub specializzati per l’assemblaggio, il varo e la manutenzione delle grandi turbine, diventando il fulcro di una nuova economia del mare che genera occupazione e valore aggiunto. Convertire i porti in hub logistici per le rinnovabili significa creare migliaia di posti di lavoro qualificati come lo abbiamo recentemente dimostrato nello studio realizzato da Intesa SanPaolo, Politecnico di Bari, Politecnico di Milano, Prometeia e Owemes».

Il passaggio è rilevante per due ragioni. La prima è che sposta l’attenzione dalla singola turbina al sistema industriale che la rende possibile: aree portuali, fondali, banchine, piazzali, gru, officine, supply chain, servizi di manutenzione, competenze tecniche. La seconda è che indica un territorio preciso, Taranto, come possibile snodo di questa trasformazione.

Lo stesso Fulvio Mamone Capria ha sottolineato: «Taranto, con la sua storica vocazione industriale e la posizione baricentrica nel Mediterraneo, rappresenta il laboratorio ideale per questa trasformazione. Tuttavia, per passare dalla progettazione alla realtà, c’è l’urgenza di una semplificazione normativa e di una pianificazione certa delle aste del decreto FER2. L’eolico offshore è una tecnologia ormai matura e già realizzata in Francia e Gran Bretagna».

Il nodo politico: la replica a Giorgia Meloni

Per comprendere il peso dell’intervento di oggi, occorre tornare al confronto politico dell’11 marzo. In quella sede, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva espresso cautela rispetto allo sviluppo dell’eolico offshore, definendolo una tecnologia non ancora matura.

La posizione di AERO è stata articolata e critica. Fulvio Mamone Capria ha osservato: «Riteniamo che le fonti della Presidente abbiano consegnato, al Premier, Giorgia Meloni, una lettura parziale e approssimativa dei costi e del potenziale dell’eolico offshore».

A rafforzare questa impostazione è arrivato un ulteriore chiarimento dello stesso presidente di AERO: «L’eolico offshore galleggiante non è una tecnologia sperimentale, ma una realtà industriale ad esempio in paesi quali Francia e Gran Bretagna».

Il ragionamento si completa con un passaggio sulla sicurezza energetica: «È una tecnologia nazionale e sicura: permette all’Italia di produrre molta energia dai propri mari, dove il vento è molto più costante e potente».

Infine, sul piano economico, Mamone Capria evidenzia: «Ogni euro investito in questa tecnologia genera tre euro in termini di crescita economica».

Rimini, il passaggio decisivo dei numeri

Il 5 marzo, a Rimini, durante Key Energy, AERO ha presentato il primo studio completo sul valore economico dell’eolico offshore, sviluppato con Intesa Sanpaolo, Politecnico di Bari, Politecnico di Torino, Prometeia e Owemes.

I dati definiscono due scenari netti.

Se il sistema parte subito:

  • 129 miliardi di produzione
  • 56 miliardi di valore aggiunto
  • 25 miliardi di gettito fiscale
  • oltre 800 mila occupati

Se si ritarda:

  • 56 miliardi di produzione
  • 25 miliardi di valore aggiunto
  • circa 400 mila occupati

La sintesi è chiara: il costo del ritardo è enorme.

Mamone Capria ha sottolineato: «I risultati e i numeri dello studio sono sorprendenti».

E ha aggiunto: «A fronte di progetti già autorizzati, non è stata ancora calendarizzata un’asta del FER2».

Ksenia Balanda – General Manager Eolico Offshore, JV Nadara–BlueFloat Energy in Italia

Le voci della filiera: industria, finanza e ricerca

Il quadro viene completato dalle posizioni degli attori industriali e accademici coinvolti.

Ksenia Balanda di Nadara evidenzia: «Il fattore tempo è cruciale. Ritardare anche solo di un anno dimezzerebbe le opportunità».

Dal lato scientifico, Alessandro Corsini di OWEMES sottolinea: «Il sistema industriale nazionale è pronto. Ora serve che anche il sistema regolatorio lo sia».

Guardando all’impatto economico, Leonardo Catani di Prometeia chiarisce: «L’eolico offshore genera ricadute lungo una catena del valore articolata».

Sul fronte finanziario e industriale, Giovanni Foresti di Intesa Sanpaolo osserva: «L’ingresso delle filiere italiane può attivare flussi di export con benefici per la bilancia commerciale».

Dal mondo accademico, Giuliana Mattiazzo del Politecnico di Torino precisa: «La sfida principale non riguarda più la dimostrazione della tecnologia, ma l’avvio della fase industriale».

A sua volta, Lorenzo Ardito del Politecnico di Bari rileva: «La filiera nazionale è in grado di far fronte alla domanda, ma servono programmazione e chiarezza».

Sulla capacità di attrarre investimenti, Giovanni Arcoleo di Acciona Energia afferma: «Un’attivazione tempestiva può rafforzare la competitività industriale».

Infine, Michele Schiavone di Divento sottolinea: «L’eolico offshore è una tecnologia industriale e infrastrutturale, e richiede di fare sistema tra imprese e istituzioni».

Perché il Mezzogiorno è al centro della partita

L’eolico offshore emerge come leva di sviluppo territoriale, in particolare per il Sud Italia. Porti, aree industriali e competenze tecniche possono essere riattivati in chiave energetica.

Mamone Capria lo ribadisce con chiarezza: «Convertire i porti significa creare occupazione qualificata».

E conclude con un appello diretto: «Autorità di Sistema Portuale, Governo e imprese devono lavorare insieme per concretizzare i progetti».

La vera questione: dal progetto alla realtà

Il nodo centrale resta uno: trasformare progetti in cantieri.

Il sistema italiano dispone di competenze industriali e capacità produttiva, ma sconta ritardi regolatori e incertezze decisionali. Il rischio è che investimenti e progetti vengano dirottati verso altri Paesi.

Un parco eolico off-shore

Solo una scelta energetica? O una scelta industriale nazionale?

L’intero percorso costruito da AERO nel mese di marzo converge su una conclusione netta: l’eolico offshore non è semplicemente una tecnologia tra le altre, ma una decisione strategica che riguarda il posizionamento industriale dell’Italia.

La vera domanda, a questo punto, non è più se il Paese possa permettersi di investire nell’offshore wind, ma se possa permettersi di restarne indietro.

E, soprattutto, la riflessione finale resta aperta: davvero Taranto sarà l’unico baricentro di questa trasformazione? Oppure anche realtà come Brindisi – con infrastrutture portuali, competenze industriali e presenza di grandi player energetici – potrebbero giocare un ruolo decisivo nella costruzione della filiera dell’eolico offshore nel Mediterraneo?

Un parco eolico offshore