Lo studio di AERO stima oltre 800 mila occupati e 25 miliardi di gettito fiscale. Le aste FER2 possono decidere il futuro industriale del settore
di Antonio Portolano
Tra lo scenario migliore e quello peggiore ci sono 31 miliardi di euro di valore aggiunto, 14 miliardi di gettito fiscale e oltre 400 mila posti di lavoro. È il costo economico che l’Italia rischia di pagare se lo sviluppo dell’eolico offshore continuerà a procedere più lentamente del previsto.
La stima emerge dal primo studio indipendente dedicato alla filiera nazionale dell’eolico in mare, promosso da AERO – Associazione delle Energie Rinnovabili Offshore e realizzato da Intesa Sanpaolo, Prometeia, Politecnico di Torino, Politecnico di Bari e OWEMES. Secondo l’analisi, una rapida attivazione delle aste previste dal decreto FER2 potrebbe generare 129 miliardi di euro di produzione attivata, 56 miliardi di valore aggiunto, pari al 2,8% del PIL italiano del 2024, 25 miliardi di gettito fiscale e oltre 800 mila occupati.
Numeri che trasformano l’eolico offshore da tema energetico a questione industriale nazionale e che saranno al centro del IV Convegno Nazionale di AERO, in programma domani 10 giugno a Roma. Più che una ricerca settoriale, il rapporto propone una domanda strategica: l’Italia vuole limitarsi a installare impianti oppure intende costruire una filiera industriale capace di competere nel Mediterraneo e in Europa?
La vera notizia è il costo dei ritardi
Negli ultimi anni il dibattito sulle rinnovabili si è concentrato soprattutto sugli obiettivi climatici, sulla riduzione delle emissioni e sulla sicurezza energetica. Lo studio presentato da AERO introduce però una prospettiva diversa.
Per la prima volta viene quantificata la distanza economica tra due scenari: uno in cui il Paese accelera e costruisce una filiera industriale offshore e uno in cui autorizzazioni, aste e investimenti continuano a procedere lentamente.
La differenza tra i due percorsi vale decine di miliardi di euro.
Non è soltanto una questione energetica.
È una questione industriale.
Ogni ritardo rischia infatti di ridurre la capacità dell’Italia di intercettare investimenti, sviluppare competenze e conquistare una posizione competitiva in una filiera che si sta rapidamente strutturando in tutta Europa.
Nel mercato offshore il tempo è un fattore economico.
I Paesi che si muovono per primi attirano investimenti, consolidano competenze, costruiscono infrastrutture dedicate e sviluppano un ecosistema industriale che diventa sempre più difficile replicare in una fase successiva.
È per questo che il tema delle aste FER2 assume una rilevanza che va ben oltre la regolazione energetica.

La corsa europea che non aspetta
La questione assume una dimensione ancora più rilevante se osservata nel contesto europeo. Mentre diversi Paesi stanno accelerando sugli investimenti offshore e sulla costruzione delle relative filiere industriali, il rischio per l’Italia non è soltanto quello di ritardare la produzione di energia rinnovabile. Il vero rischio è perdere quote della catena del valore a vantaggio di sistemi industriali che si stanno già organizzando per attrarre investimenti, sviluppare competenze e consolidare capacità produttive. In questo quadro il caso di Port-La Nouvelle, richiamato durante il convegno attraverso il contributo di Euroports, rappresenta un esempio concreto di come infrastrutture portuali, pianificazione industriale e politiche energetiche possano procedere in modo coordinato. La sfida per l’Italia consiste nel capire se intende giocare un ruolo da protagonista nel mercato offshore del Mediterraneo o limitarsi a inseguire strategie già definite altrove.
Una filiera che coinvolge l’intera economia del mare
Il dato degli oltre 800 mila occupati non può essere letto come una semplice stima occupazionale.
Rappresenta la misura della profondità industriale del settore.
L’eolico offshore attiva infatti una catena del valore estremamente articolata che comprende cantieristica navale, siderurgia, carpenteria metallica, componentistica elettromeccanica, produzione di cavi, logistica portuale, servizi di ingegneria, attività marittime, monitoraggio ambientale, ricerca scientifica, manutenzione e formazione specialistica.
In altre parole, la crescita del comparto non genera effetti soltanto per gli operatori energetici.
Coinvolge un ecosistema produttivo che attraversa numerosi segmenti dell’economia italiana.
È questo elemento che spinge gli autori dello studio a leggere l’eolico offshore come una leva di politica industriale e non soltanto come una tecnologia per produrre energia rinnovabile.
Il valore aggiunto stimato in 56 miliardi di euro deriva proprio dalla capacità della filiera di attivare lavoro, investimenti e competenze lungo l’intero ciclo di vita degli impianti.
Il primo studio costruito dal basso
A differenza di molte analisi precedenti, il lavoro presentato da AERO adotta un approccio bottom-up.
Gli autori hanno ricostruito oltre 250 voci della supply chain italiana lungo un orizzonte temporale di cinquant’anni.
L’obiettivo è comprendere in modo puntuale quali attività economiche possano beneficiare dello sviluppo del settore e quale valore possa essere generato lungo la filiera.
La metodologia utilizzata permette di superare le valutazioni teoriche basate esclusivamente sulla capacità installata.
La domanda non è soltanto quanti megawatt verranno realizzati.
La domanda è quali imprese lavoreranno nella filiera, quali territori potranno attrarre investimenti, quali competenze professionali saranno richieste e quale quota del valore economico resterà in Italia.
È questa impostazione a rendere il rapporto particolarmente rilevante nel dibattito sulle politiche industriali.

Il convegno che riunisce il sistema Paese
La rilevanza del tema emerge anche dal livello dei partecipanti al IV Convegno Nazionale di AERO.
L’apertura dei lavori sarà affidata a Fulvio Mamone Capria, presidente di AERO, seguita dai saluti di Francesco La Camera, direttore generale di IRENA – International Renewable Energy Agency. La presenza del vertice dell’agenzia internazionale per le energie rinnovabili conferisce all’appuntamento una dimensione globale e testimonia la crescente attenzione verso il ruolo che il Mediterraneo può assumere nello sviluppo dell’eolico offshore.
A seguire interverrà Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento Europeo per il gruppo Renew Europe, mentre il quadro istituzionale nazionale sarà rappresentato da Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, e da Tullio Ferrante, sottosegretario al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
La presenza simultanea di istituzioni europee, Governo, industria, università, sistema finanziario e operatori energetici mostra come il settore sia ormai considerato un dossier strategico per la competitività del Paese.
Economia, ricerca e finanza attorno allo stesso tavolo
La presentazione dello studio vedrà protagonisti Enrico Giglio del Marine Offshore Renewable Energy Lab del Politecnico di Torino e Alessandra Lanza, Head of Corporate & Government di Prometeia.
Seguirà una tavola rotonda con Elisa Zambito Marsala, responsabile Education Ecosystem & Global Value Program di Intesa Sanpaolo, Giuliana Mattiazzo, vicerettrice per l’Innovazione scientifico-tecnologica del Politecnico di Torino, Alessandro Corsini, presidente di OWEMES, Lorenzo Ardito del Politecnico di Bari e Giovanni Foresti, responsabile Regional Research di Intesa Sanpaolo.
A moderare sarà Federico Fubini, vicedirettore ad personam ed editorialista del Corriere della Sera.
La composizione del panel restituisce l’immagine di una filiera che coinvolge contemporaneamente ricerca, capitale finanziario, innovazione tecnologica e sviluppo territoriale.
La presenza di soggetti come Intesa Sanpaolo e Prometeia evidenzia inoltre come l’interesse verso il settore non sia più limitato agli operatori energetici ma riguardi anche il mondo della finanza e dell’analisi economica.
FER2 e competitività industriale
La seconda parte della mattinata entrerà nel merito delle politiche necessarie a sostenere la crescita del comparto.
Michele Schiavone, CEO di Divento, affronterà il tema del FER2 e dei benefici economici associati alla sua attuazione.
Alessandro Noce, direttore generale MIE del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, illustrerà invece le politiche del dicastero per lo sviluppo dei mercati e delle infrastrutture.
Particolarmente significativo sarà il videoreportage dedicato a Port-La Nouvelle, con l’intervento di Enrico Azzarello, Group Project Manager di Euroports.
Il caso francese rappresenta infatti un esempio concreto di come un porto possa trasformarsi in una piattaforma industriale specializzata nell’eolico offshore.
È un riferimento che assume un significato preciso per l’Italia.
Mentre altri Paesi investono per attrezzare infrastrutture e consolidare filiere produttive, il sistema italiano è chiamato a decidere se assumere un ruolo da protagonista oppure limitarsi a osservare la crescita del mercato da una posizione marginale.
Dalla sovranità energetica alla politica industriale
La sessione dedicata a “Politiche pubbliche e sovranità energetica”, moderata da Stefano Secondino dell’ANSA, vedrà confrontarsi rappresentanti delle principali forze politiche nazionali.
Parteciperanno Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra, Enrico Cappelletti del Movimento 5 Stelle, Alessandro Colucci di Noi Moderati, Annalisa Corrado e Vinicio Peluffo del Partito Democratico, Massimiliano De Toma, Massimo Milani e Nicola Procaccini di Fratelli d’Italia, Tullio Patassini della Lega, Luca Squeri di Forza Italia e Roberto Traversi del Gruppo Misto.
La composizione trasversale del panel dimostra come l’eolico offshore sia ormai percepito come una questione che riguarda sicurezza energetica, sviluppo economico e autonomia strategica.
La produzione di energia da fonti rinnovabili in mare viene sempre più spesso considerata uno strumento per ridurre la dipendenza energetica dall’estero e rafforzare la resilienza del sistema nazionale.
La sfida dei porti
Nel pomeriggio il convegno entrerà nel merito di uno dei nodi più importanti per la crescita della filiera: i porti.
Dopo l’intervento del vicepresidente della Camera dei Deputati Sergio Costa, il confronto coinvolgerà Marilena Barbaro, Direttore Generale IS del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Francesco Benevolo, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Centro Settentrionale, Francesco Di Sarcina, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Orientale, Giovanni Gugliotti, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio – Porto di Taranto, e Marco Piendibene, sindaco di Civitavecchia.
Per l’eolico offshore i porti non rappresentano soltanto infrastrutture logistiche.
Sono veri e propri asset industriali.
Le turbine di nuova generazione richiedono grandi aree di assemblaggio, fondali adeguati, banchine rinforzate e servizi specializzati.
È in questo contesto che città come Taranto e Augusta vengono considerate tra i principali candidati a ospitare attività strategiche della filiera.
Ma la partita riguarda l’intero Mezzogiorno e il sistema portuale italiano.
La capacità di trasformare alcuni scali in hub dell’eolico offshore potrebbe generare nuove opportunità industriali e occupazionali lungo tutta la dorsale marittima del Paese.

Reti, autorizzazioni e regolazione
La seconda sessione pomeridiana vedrà confrontarsi Luisa Mosna, presidente della Commissione VIA PNRR-PNIEC del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Luca Barberis, direttore Fonti Rinnovabili del GSE, Mauro Caprabianca, responsabile Programmazione Territoriale Efficiente di TERNA, e Francesca Salvemini, componente del collegio di ARERA.
Il confronto toccherà temi decisivi come autorizzazioni, connessioni alla rete, pianificazione energetica e quadro regolatorio.
Sono aspetti meno visibili rispetto agli impianti ma determinanti per la competitività del settore.
La velocità delle procedure, la capacità della rete di assorbire nuova produzione e la stabilità delle regole rappresentano infatti condizioni essenziali per attrarre investimenti.
Crescita industriale e tutela del mare
La chiusura della giornata sarà affidata alla “pillola AERO” di Silvio Greco, vicepresidente della Stazione Zoologica Anton Dohrn, dedicata a biodiversità marina e pesca, prima delle conclusioni del presidente di AERO Fulvio Mamone Capria.
Una presenza che ricorda come lo sviluppo dell’eolico offshore debba confrontarsi anche con la tutela degli ecosistemi e con le attività economiche tradizionalmente legate al mare.
La sfida consiste nel costruire un modello di crescita capace di integrare sviluppo industriale, sostenibilità ambientale ed economia del mare.
Se Taranto e Augusta appaiono oggi tra le candidature più avanzate per ospitare segmenti strategici della filiera offshore, la geografia industriale del settore non è ancora definitivamente tracciata. La disponibilità di infrastrutture portuali, aree produttive, competenze manifatturiere e collegamenti logistici potrebbe infatti aprire spazi anche per Brindisi e per altri scali del Mezzogiorno. La vera partita non riguarda soltanto dove verranno realizzati gli impianti, ma quali territori riusciranno a intercettare la parte più ricca e duratura della catena del valore.
La domanda che resta aperta
Lo studio che AERO presenterà a Roma non misura soltanto il potenziale economico dell’eolico offshore.
Misura il valore di una scelta.
Per la prima volta vengono quantificati non solo i benefici di una filiera industriale nazionale, ma anche i costi di un eventuale rinvio.
È questo che rende il rapporto particolarmente rilevante.
L’eolico offshore potrebbe diventare una delle più grandi partite industriali italiane dei prossimi vent’anni, capace di mobilitare investimenti, rafforzare la sicurezza energetica e generare valore nei territori.
La domanda, però, resta aperta: mentre altri Paesi stanno già costruendo porti, filiere e competenze, il sistema Paese saprà trasformare questo potenziale in una strategia industriale concreta o lascerà che una parte significativa di quei 56 miliardi di valore aggiunto venga generata altrove?



