Economia della musica, filiera industriale e strategie

Roma, Università Luiss, i protagonisti del seminario L’economia della musica, foto di gruppo

Sviluppo, imprese e occupazione al centro del confronto tra Università Luiss, Confindustria Brindisi e protagonisti del settore musicale

di Antonio Portolano

ROMA – La musica come industria, non soltanto come arte, intrattenimento o linguaggio creativo. È questa la chiave economica emersa dal seminario “L’economia della musica”, promosso dalla Università Luiss insieme a Confindustria Brindisi nella sede romana dell’ateneo, con l’obiettivo di leggere il comparto musicale come filiera produttiva, manifatturiera, distributiva, formativa e culturale. Un settore che genera imprese, occupazione, export, innovazione e indotto, ma che in Italia continua a essere penalizzato da frammentazione, scarsa rappresentanza sistemica e insufficiente attenzione nelle politiche industriali.

Il confronto ha riunito la direttrice generale della Università Luiss, Rita Carisano, il presidente di Confindustria Brindisi, Giuseppe Danese, il direttore di Confindustria Brindisi, Angelo Guarini, il presidente di Dismamusica, Raffaele Volpe, il vicepresidente vicario di Dismamusica e AD Algam EKO, Stelvio Lorenzetti, il CEO di FIMI, Enzo Mazza, Francesco Maria Spanò, Luca Pirolo e Boosta, pseudonimo di Davide Dileo, tastierista, compositore, scrittore, co-fondatore e tastierista dei Subsonica. A completare il quadro, il video-saluto inviato da Mogol.

L’economia della musica

Una sede accademica per leggere la musica come industria

La scelta della Università Luiss non è stata solo logistica. Ha dato al confronto una cornice coerente con il tema: interpretare la musica attraverso categorie economiche, manageriali e industriali, senza ridurla alla sola dimensione artistica.

Rita Carisano, direttrice generale della Università Luiss, ha aperto i lavori richiamando il valore di un incontro dedicato a un tema che, nel contesto italiano, assume un significato particolare perché intreccia cultura, identità e sistema produttivo.

«L’Italia è una nazione in cui la musica è parte integrante del nostro patrimonio, un linguaggio universale che attraversa i secoli, dall’opera lirica che ha reso il nostro Paese celebre nel mondo fino alle più recenti evoluzioni della musica contemporanea e dell’industria creativa», ha sottolineato Rita Carisano.

La direttrice generale della Università Luiss ha collocato l’incontro dentro una visione ampia delle industrie culturali. La musica, ha spiegato, non è più soltanto un fenomeno artistico o identitario, ma un settore economico strutturato, capace di contribuire in modo concreto allo sviluppo del Paese.

«La musica è oggi anche un settore economico strutturato, che contribuisce in modo concreto allo sviluppo del Paese. Un’industria che coinvolge produzione, distribuzione, tecnologia, eventi, formazione e che dialoga sempre più con altri ambiti strategici, dai media all’audiovisivo, fino al turismo e al branding territoriale», ha detto Rita Carisano.

Il riferimento ai grandi eventi musicali consente di comprendere il senso economico della riflessione. Manifestazioni come il Festival di Sanremo, Umbria Jazz, il Ravenna Festival o il Festival dei Due Mondi sono ormai piattaforme culturali ed economiche. Non generano soltanto pubblico e spettacolo, ma attivano turismo, comunicazione, filiere tecniche, produzioni audiovisive, sponsorizzazioni, servizi e occupazione.

In questa prospettiva, Rita Carisano ha richiamato anche il caso dell’Arena di Verona, definendola un punto di riferimento rilevante tra i più imponenti teatri all’aperto a livello internazionale: non solo un’icona della tradizione operistica italiana, ma un modello virtuoso in cui eredità culturale, creazione artistica e dimensione economica si fondono, contribuendo alla valorizzazione del territorio e al rafforzamento del sistema Paese.

Rita Carisano Dg Luiss

I numeri globali e il valore della filiera

Il passaggio successivo dell’intervento di Rita Carisano ha riguardato i numeri. La direttrice generale della Università Luiss ha ricordato come, a livello globale, l’industria musicale superi i 30 miliardi di dollari di ricavi annui, con una crescita trainata dallo streaming e dalle piattaforme digitali.

È un dato che cambia la prospettiva: la musica non è più soltanto contenuto creativo, ma infrastruttura economica. È un comparto in cui l’innovazione tecnologica incide sulla produzione, sulla distribuzione, sui consumi e sulla misurazione del valore.

In Europa, ha aggiunto Rita Carisano, il comparto delle industrie culturali e creative rappresenta circa il 4% del Pil e impiega milioni di persone. In Italia, la filiera musicale – tra produzione discografica, concerti dal vivo, diritti, editoria e attività connesse – genera un impatto economico complessivo che supera diversi miliardi di euro ogni anno.

«A questo si aggiunge il valore dell’indotto: eventi, turismo culturale, servizi e filiere tecnologiche», ha evidenziato Rita Carisano.

È qui che la lettura accademica si intreccia con quella industriale. Il settore musicale non vive isolato. Dialoga con turismo, audiovisivo, digitale, formazione, comunicazione, moda, marketing territoriale e industria manifatturiera. Ogni evento musicale, ogni produzione, ogni progetto artistico genera ricadute che superano il perimetro dello spettacolo.

Università, imprese e competenze

Nella parte più programmatica del suo intervento, Rita Carisano ha posto l’accento sul ruolo dell’università.

«È proprio in questa prospettiva che il contributo dell’università diventa fondamentale. Alla Luiss lavoriamo per costruire un dialogo sempre più stretto tra sapere umanistico e competenze manageriali, tra creatività e capacità di gestione. Formare figure professionali in grado di comprendere la complessità dell’economia culturale significa investire nel futuro del Paese», ha affermato.

Il punto è centrale per l’intero impianto del seminario. Se la musica è industria, allora ha bisogno di professionalità adeguate: manager, analisti, esperti di diritti, comunicatori, produttori, tecnici, specialisti digitali, figure capaci di leggere i mercati culturali e di trasformare creatività e talento in progetti sostenibili.

In questo quadro si inserisce anche la presentazione del report “Sanremo 2026: Analisi tra Media e Musica”, curato dagli studenti del Master in Management delle imprese creative e culturali della Luiss Business School. Rita Carisano lo ha indicato come esempio concreto di un approccio formativo capace di unire analisi critica, capacità interpretativa e attenzione ai fenomeni contemporanei.

Il dato, in termini editoriali, è rilevante: il seminario non si limita a discutere la musica come settore, ma mostra come il sistema universitario possa contribuire alla costruzione di nuove competenze per una filiera in trasformazione.

Francesco Maria Spanò, Luiss

Spanò: musica, identità e piattaforme digitali

Nel quadro introduttivo si colloca anche l’intervento di Francesco Maria Spanò, che ha sviluppato una riflessione sul ruolo culturale della musica dentro le trasformazioni contemporanee.

Francesco Maria Spanò ha ricordato come siamo abituati a vivere la musica come accompagnamento, colonna sonora delle giornate, spazio di emozione e memoria. Ma la musica è molto di più: è luogo in cui si formano linguaggi, si costruiscono appartenenze, si negoziano identità.

Il suo intervento ha spostato l’analisi dal solo piano economico a quello simbolico. La musica, in questa prospettiva, è uno dei dispositivi più potenti di produzione di senso. Attraversa generazioni, territori, comunità e piattaforme. Cambia con i linguaggi, ma conserva la capacità di orientare immaginari collettivi.

Francesco Maria Spanò ha richiamato la tradizione della canzone italiana, citando Francesco De Gregori, Giorgio Gaber, Franco Battiato e Ivano Fossati, per evidenziare come la musica abbia spesso saputo anticipare o accompagnare cambiamenti profondi nella società italiana.

Il passaggio più attuale riguarda le piattaforme digitali. La distribuzione musicale si è progressivamente spostata verso ecosistemi dominati da streaming, social media, algoritmi e logiche di attenzione. Questi strumenti hanno ampliato l’accesso, ma hanno anche introdotto nuove forme di visibilità, velocità e semplificazione.

Per Francesco Maria Spanò, la sfida è duplice: comprendere i meccanismi economici che regolano produzione e distribuzione della musica e, allo stesso tempo, preservare la sua capacità di produrre senso, generare profondità e costruire immaginari.

La musica come osservatorio privilegiato

Nel ragionamento di Francesco Maria Spanò, la musica rappresenta un osservatorio privilegiato perché è immediata ma mai banale, diffusa ma non uniforme, capace di dire ciò che altri linguaggi faticano a esprimere.

Questa prospettiva è importante perché impedisce di ridurre l’economia della musica a una semplice questione di ricavi. Il settore musicale è certamente mercato, ma è anche produzione di significati, costruzione di identità, spazio di relazione tra memoria e innovazione.

È in questa chiave che Francesco Maria Spanò ha richiamato anche il ritorno del vinile, soprattutto tra le generazioni più giovani. Un fenomeno apparentemente in controtendenza rispetto alla velocità dello streaming, ma in realtà indicativo di una domanda di esperienza, fisicità, ritualità e valore simbolico.

Il vinile non è solo un supporto. È oggetto, rito, collezione, appartenenza. Dimostra che anche dentro un mercato dominato dal digitale permane una domanda di materialità e relazione diretta con la musica.

Roma, Università Luiss, l’intervento del presidente di Confindustria Brindisi Giuseppe Danese

Danese: cultura, impresa e lavoro nella stessa filiera

Nel suo saluto introduttivo, Giuseppe Danese ha impostato il ragionamento su un punto centrale: la musica è un linguaggio universale, ma anche una realtà produttiva concreta. Il presidente di Confindustria Brindisi ha sottolineato come l’incontro nasca dalla volontà di portare all’attenzione pubblica un settore spesso percepito in modo parziale.

Quando si parla di musica, ha osservato Giuseppe Danese, il pensiero corre immediatamente agli artisti, alle canzoni, ai concerti, agli strumenti. Ma dietro quella dimensione visibile esiste una rete molto più ampia: aziende, tecnici, produttori, autori, scuole, negozi, artigiani, industriali, distributori, manager, professionisti della comunicazione e operatori che ogni giorno consentono alla musica di essere creata, suonata, registrata, promossa e portata al pubblico.

È qui che il tema culturale diventa economico. La musica non è solo contenuto, ma catena del valore. Non è solo creatività, ma produzione. Non è solo emozione, ma lavoro organizzato.

Giuseppe Danese ha richiamato anche il ruolo del territorio. In Puglia, ha evidenziato, sono presenti aziende attive nella produzione di strumenti musicali ormai affermate e utilizzate da musicisti di livello internazionale. Questo dato consente di superare l’idea che l’economia della musica sia concentrata soltanto nei grandi poli metropolitani o nei distretti storici del Centro-Nord. Anche il Mezzogiorno può contribuire a una nuova geografia produttiva del settore, se sostenuto da reti, competenze e politiche adeguate.

Il contributo di Confindustria Brindisi

Il seminario si inserisce in un percorso che Confindustria Brindisi ha avviato negli ultimi anni per dare maggiore riconoscibilità economica alla musica. Non un evento isolato, quindi, ma una tappa di un lavoro di analisi, sensibilizzazione e proposta.

Giuseppe Danese ha attribuito un ruolo decisivo ad Angelo Guarini, direttore di Confindustria Brindisi, riconoscendogli il merito di avere unito due dimensioni raramente integrate: da un lato una conoscenza diretta della musica, coltivata anche nella pratica personale; dall’altro una sensibilità associativa e imprenditoriale maturata nel rapporto quotidiano con il sistema delle imprese.

Questa combinazione, secondo il presidente di Confindustria Brindisi, consente di affrontare la musica con uno sguardo originale: vicino agli artisti, ma anche consapevole delle dinamiche produttive, commerciali e industriali che regolano il mercato.

La musica, ha aggiunto Giuseppe Danese, è fatta di creatività, ma anche di organizzazione, produzione, distribuzione, tecnologia, formazione, commercio e capacità imprenditoriale. Ogni strumento musicale, ogni concerto, ogni brano e ogni progetto artistico portano con sé una rete di competenze. Il nodo, oggi, è trasformare questa rete spesso frammentata in un sistema riconoscibile.

Il problema del non-sistema

Uno dei passaggi più rilevanti dell’intervento di Giuseppe Danese riguarda i “costi del non-sistema”. L’economia della musica, ha osservato il presidente di Confindustria Brindisi, è stata penalizzata proprio dalla mancanza di una visione integrata.

Il settore produce valore, ma non sempre riesce a rappresentarlo in modo unitario. Genera occupazione, ma spesso in forme disperse. Crea indotto, ma fatica a trasformarlo in massa critica. Muove competenze professionali, ma non sempre dispone di strumenti adeguati per renderle riconoscibili nelle politiche economiche.

Da qui l’esigenza di occasioni come quella promossa con la Università Luiss: momenti di confronto utili non solo a raccontare il comparto, ma a costruire relazioni tra stakeholder, istituzioni, imprese e mondo della formazione.

L’intervento del direttore generale di Confindustria Brindisi Angelo Guarini

Guarini: “La musica è economia reale”

Se gli interventi introduttivi hanno definito il quadro culturale e industriale del seminario, è con l’analisi di Angelo Guarini, direttore di Confindustria Brindisi, che il confronto entra nel cuore economico del tema.

Il suo intervento rappresenta il nucleo più strutturato dell’intera giornata: una lettura critica dell’economia della musica costruita su dati, dinamiche di mercato, trasformazioni storiche e limiti sistemici che, secondo Angelo Guarini, impediscono ancora oggi al settore di esprimere pienamente il proprio potenziale.

La tesi di fondo è chiara: la musica continua a essere percepita prevalentemente come espressione artistica o fenomeno ricreativo, mentre in realtà costituisce una filiera economica articolata, capace di generare sviluppo, occupazione, investimenti e innovazione.

“La musica non è soltanto hobby o intrattenimento”

Angelo Guarini ha aperto il proprio intervento partendo da quella che considera una distorsione culturale ancora molto diffusa.

«La musica viene di solito associata ad hobby, passatempo, divertimento o tutt’al più ad arte e creatività. Ma la musica è anche economia, con diversi segmenti di business che producono sviluppo, generano indotto e notevoli livelli occupazionali», ha osservato.

Per il direttore di Confindustria Brindisi, il punto centrale è proprio questo scarto tra percezione e realtà. La musica è un settore economico trasversale, composto da numerosi comparti integrati:

  • produzione di strumenti musicali
  • distribuzione commerciale
  • industria discografica
  • editoria
  • live entertainment
  • piattaforme digitali
  • service audio e luci
  • formazione musicale
  • tecnologie del suono
  • comunicazione e marketing

Un ecosistema che produce valore in modo diffuso e che, in molti segmenti, registra tassi di crescita superiori a quelli di comparti industriali tradizionali.

Una filiera ampia ma ancora frammentata

Secondo Angelo Guarini, l’economia della musica soffre però una storica difficoltà a percepirsi e presentarsi come sistema.

La filiera esiste, genera occupazione e produce ricchezza, ma continua a muoversi in modo frammentato. Ogni segmento tende a operare separatamente:

  • produttori di strumenti
  • negozianti
  • discografia
  • live
  • scuole di musica
  • piattaforme digitali
  • organizzatori di eventi

Il risultato è un settore che produce valore ma fatica a trasformarlo in rappresentanza economica e politica industriale.

È qui che Angelo Guarini introduce il tema dei “costi del non-sistema”, già richiamato da Giuseppe Danese. La mancanza di coordinamento tra i diversi attori ha storicamente indebolito il comparto, riducendone la capacità di incidere sulle politiche pubbliche e sulle strategie di sviluppo.

I numeri della musica: una filiera che vale centinaia di milioni

L’analisi di Angelo Guarini si intreccia con i dati presentati nel corso del seminario da Dismamusica e FIMI.

Il comparto degli strumenti musicali in Italia conta:

  • circa 1.100 imprese
  • oltre 2.000 addetti
  • circa 800 rivenditori
  • quasi 1.700 occupati nella distribuzione al dettaglio

Nel 2024 il mercato italiano degli strumenti musicali ha raggiunto i 417 milioni di euro, rispetto ai 437 milioni dell’anno precedente.

A questi si aggiungono:

  • 154 milioni di export
  • 48 milioni dal noleggio
  • 267 milioni generati dalle scuole di musica private
  • circa 30 milioni dall’editoria musicale

Numeri che, secondo Angelo Guarini, dimostrano come la musica sia già oggi una componente concreta dell’economia reale italiana.

Sudio FIMI_ I numeri del mercato mondiale

La crisi della musica live

Uno dei passaggi più importanti dell’intervento riguarda la musica dal vivo, indicata come uno degli anelli più deboli dell’attuale sistema musicale italiano.

Angelo Guarini ha evidenziato come, a differenza di molti altri Paesi, in Italia si registri da anni una progressiva riduzione della musica live, soprattutto nei locali di piccole e medie dimensioni.

«È un tema sul quale da tempo cerco di sollecitare attenzione, riflessioni e proposte», ha spiegato.

Per il direttore di Confindustria Brindisi, la riduzione dei piccoli spazi per la musica dal vivo produce effetti molto più ampi di quanto comunemente si pensi.

Il problema della “gavetta”

La scomparsa dei piccoli locali limita innanzitutto la possibilità per i giovani musicisti di fare esperienza.

«Ciò limita l’emergere di nuovi talenti musicali, che hanno tanto bisogno di fare gavetta», ha osservato Angelo Guarini.

Il tema non è marginale. Nei sistemi musicali più dinamici, la rete di piccoli club e locali rappresenta il primo mercato reale per gli artisti emergenti. È lì che si formano linguaggi, relazioni professionali, pubblico e competenze.

La progressiva riduzione di questi spazi interrompe il naturale ricambio generazionale del settore.

Meno live significa meno economia

Nel ragionamento di Angelo Guarini, il live non è soltanto spettacolo. È domanda economica.

Più musica dal vivo significa:

  • maggiore vendita di strumenti musicali
  • più lavoro per service audio e luci
  • più domanda di tecnici
  • crescita delle scuole di musica
  • incremento dei consumi culturali
  • maggiore vitalità territoriale

Il live attiva dunque una moltiplicazione economica lungo l’intera filiera.

«Dallo sviluppo della musica dal vivo deriverebbero anche notevoli riflessi positivi sul mercato degli strumenti musicali sia quanto alla fabbricazione che per la distribuzione», ha spiegato Angelo Guarini.

Il declino industriale italiano

Una delle parti più originali e significative dell’intervento riguarda la ricostruzione storica del settore.

Angelo Guarini ha ricordato come l’Italia, tra gli anni Sessanta e Settanta, fosse uno dei principali produttori mondiali di strumenti musicali.

Il Paese disponeva di:

  • manifattura competitiva
  • forte domanda interna
  • cultura musicale diffusa
  • reti commerciali consolidate
  • importanti capacità artigianali e industriali

In quella fase storica il mercato musicale italiano beneficiava della diffusione dei complessi musicali e della crescita della pratica musicale giovanile.

Il caso Farfisa, raccontato dal direttore di Confindustria Brindisi Angelo Guarini

Il caso Farfisa

Per spiegare concretamente questa stagione industriale, Angelo Guarini ha richiamato il caso della Farfisa di Camerano.

«Vale la pena ricordare l’azienda Farfisa a Camerano che dava lavoro a duemila dipendenti. Il suo organo fu usato dai Pink Floyd nel Live at Pompei, giusto per citarne uno».

Il riferimento non è nostalgico, ma economico.

La vicenda Farfisa rappresenta simbolicamente il passaggio da un sistema industriale forte a un progressivo ridimensionamento competitivo.

Gli anni Settanta e la perdita di competitività

Secondo Angelo Guarini, il declino del settore si colloca nella seconda metà degli anni Settanta.

Le cause principali:

  • fine della stagione dei complessi musicali
  • diffusione della cultura delle discoteche
  • ingresso di prodotti concorrenti stranieri
  • frammentazione imprenditoriale

Ma soprattutto, secondo il direttore di Confindustria Brindisi, è mancata la capacità di fare sistema.

«Ci si poteva salvare, ma all’epoca non si sapeva e non si avevano le forze per farlo, con le aggregazioni imprenditoriali», ha osservato.

Le imprese italiane sono rimaste isolate, incapaci di costruire reti, sinergie industriali e strategie comuni per affrontare la concorrenza internazionale.

Il caso Farfisa_ Pink Floyd, live at Pompei 4-7 ottobre 1971

Il limite storico: l’assenza di aggregazioni

Questo tema attraversa tutto l’intervento di Angelo Guarini.

La debolezza del comparto non deriva dalla mancanza di qualità o competenze, ma dall’assenza di coordinamento strategico.

Secondo il direttore di Confindustria Brindisi, il settore musicale italiano continua ancora oggi a soffrire:

  • individualismo imprenditoriale
  • scarsa integrazione tra segmenti
  • insufficiente rappresentanza istituzionale
  • debolezza delle politiche industriali

Un insieme di fattori che impedisce alla filiera di sviluppare massa critica.

La “strategia dell’attenzione”

Da qui nasce la proposta avanzata da Angelo Guarini: attivare una vera “strategia dell’attenzione” sull’economia della musica.

«Occorre attivare una strategia dell’attenzione sull’economia della musica che, per la sua dimensione attuale e per le sue potenzialità di sviluppo, merita l’adozione di specifiche politiche attive», ha affermato.

La richiesta è chiara: trattare la musica come settore industriale strategico.

Questo significa:

  • politiche fiscali dedicate
  • sostegno alla musica live
  • incentivi alla pratica musicale
  • supporto alla formazione
  • strumenti per l’export
  • misure per favorire aggregazioni e reti di impresa

La proposta di un tavolo governativo

Nel passaggio conclusivo del suo intervento, Angelo Guarini ha rilanciato anche la proposta di un tavolo governativo dedicato all’economia della musica.

L’obiettivo sarebbe costruire una sede stabile di confronto tra:

  • imprese
  • associazioni di categoria
  • istituzioni
  • operatori culturali
  • sistema formativo

Per il direttore di Confindustria Brindisi, il settore ha ormai dimensioni e complessità tali da giustificare una politica industriale organica.

Una questione economica e culturale insieme

L’analisi di Angelo Guarini si distingue perché tiene insieme dimensione economica e culturale.

La musica è certamente mercato, ma non può essere ridotta soltanto a numeri. È anche formazione, partecipazione, identità, socialità e produzione di senso.

È proprio questa doppia natura – economica e culturale – che rende il settore strategico.

E che, secondo quanto emerso dal seminario promosso da Università Luiss e Confindustria Brindisi, rende sempre più urgente il passaggio da una semplice somma di attività a una vera filiera industriale riconosciuta.

Studio Fimi_ I numeri del mercato italiano

Dismamusica, FIMI e il nuovo mercato musicale

Dopo l’analisi strutturale sviluppata da Angelo Guarini, il seminario è entrato nel merito delle trasformazioni industriali e distributive che stanno ridefinendo il settore musicale italiano e internazionale. È in questo passaggio che gli interventi di Raffaele Volpe, presidente di Dismamusica, di Stelvio Lorenzetti, vicepresidente vicario di Dismamusica e amministratore delegato di AD Algam EKO, e di Enzo Mazza, CEO di FIMI, hanno offerto il quadro più concreto delle dinamiche economiche oggi in corso.

Il dato che emerge con maggiore chiarezza è che il mercato musicale non sta attraversando una semplice fase di crisi o di rallentamento, ma una trasformazione strutturale che coinvolge consumi, modelli distributivi, filiere produttive e modalità di relazione tra artisti, pubblico e piattaforme.

Volpe: il settore musicale deve rafforzare la rappresentanza

Nel suo intervento, Raffaele Volpe ha posto l’attenzione sulla necessità di consolidare la rappresentanza del comparto degli strumenti musicali e di rafforzare il dialogo con le istituzioni.

Secondo il presidente di Dismamusica, il settore ha raggiunto una maturità economica tale da richiedere strumenti più evoluti di coordinamento e analisi. Non si tratta soltanto di difendere gli interessi delle imprese associate, ma di contribuire alla costruzione di una visione industriale della musica.

Dismamusica rappresenta infatti una filiera ampia e articolata:

  • produttori
  • importatori
  • distributori
  • editori
  • artigiani
  • rivenditori
  • operatori del settore professionale

Una struttura complessa che riflette la natura trasversale dell’economia musicale.

Lo studio di Dismamusica, copertina

I dati del mercato degli strumenti musicali

Le rilevazioni illustrate durante il seminario mostrano un mercato in trasformazione.

Nel 2024 il valore alla vendita degli strumenti musicali in Italia si è attestato a 417 milioni di euro, in flessione rispetto ai 437 milioni del 2023.

La composizione del mercato evidenzia però un cambiamento molto significativo dei canali distributivi:

  • 208 milioni di euro dalle vendite nei negozi fisici
  • 159 milioni dalle vendite online
  • 50 milioni dal mercato dell’usato

Le vendite nei negozi tradizionali hanno registrato un calo del 13%, mentre online e usato continuano a crescere.

Secondo Raffaele Volpe, il dato non va interpretato semplicemente come riduzione della domanda, ma come ridefinizione delle modalità di consumo.

Il mercato non scompare: cambia struttura.

La trasformazione dei consumi musicali

Il settore degli strumenti musicali sta vivendo una dinamica simile a quella già attraversata dall’industria discografica.

I consumatori si orientano verso:

  • acquisti digitali
  • piattaforme online
  • modelli di consumo flessibili
  • mercato second hand
  • formule di noleggio

Questo obbliga le imprese a ridefinire il proprio posizionamento.

Secondo le analisi presentate da Dismamusica:

  • circa 2,5 milioni di italiani acquistano o noleggiano strumenti musicali o apparecchiature audio
  • il 74% della domanda è composta da amatori
  • il 20% da studenti
  • il 6% da professionisti e insegnanti

Un dato particolarmente importante perché dimostra come il mercato dipenda soprattutto dalla pratica musicale diffusa.

La crisi del retail musicale

Uno dei temi più delicati affrontati da Raffaele Volpe riguarda il ridimensionamento dei negozi fisici.

Secondo le slide presentate durante il seminario, i punti vendita specializzati sono passati:

  • da oltre 1.000 unità nel 2015
  • a meno di 800 nel 2024

Per il presidente di Dismamusica, il problema non è solo commerciale.

Il negozio di strumenti musicali rappresenta spesso:

  • presidio culturale
  • spazio di consulenza tecnica
  • luogo di formazione informale
  • punto di incontro tra musicisti

La sua riduzione indebolisce quindi non soltanto il mercato, ma anche la pratica musicale territoriale.

Raffaele Volpe presidente Disma Musica

Lorenzetti: il mercato deve diventare multicanale

Nel suo intervento, Stelvio Lorenzetti ha affrontato il tema da una prospettiva più direttamente industriale.

In qualità di amministratore delegato di AD Algam EKO, una delle principali realtà italiane del settore, ha sottolineato come il mercato degli strumenti musicali stia attraversando una fase di riconfigurazione profonda.

Secondo Stelvio Lorenzetti, le imprese non possono più basarsi su un modello distributivo tradizionale.

Occorre costruire sistemi integrati capaci di combinare:

  • vendita fisica
  • e-commerce
  • consulenza tecnica
  • assistenza specializzata
  • servizi post-vendita
  • presenza territoriale

La sfida non è eliminare il negozio fisico, ma ridefinirne il ruolo dentro un ecosistema sempre più digitale.

Export e internazionalizzazione

Un altro elemento centrale del ragionamento di Stelvio Lorenzetti riguarda l’export.

Secondo i dati presentati, il settore degli strumenti musicali genera circa 154 milioni di euro di esportazioni.

Per le imprese italiane, l’internazionalizzazione rappresenta una leva strategica decisiva:

  • amplia i mercati
  • riduce la dipendenza dalla domanda interna
  • valorizza il Made in Italy
  • consente economie di scala

In questa prospettiva, la qualità manifatturiera italiana continua a rappresentare un vantaggio competitivo importante.

Stelvio Lorenzetti AD Algam Eko e vice presidente vicario Disma Musica

Il noleggio come nuovo modello di business

Stelvio Lorenzetti ha richiamato anche la crescita del noleggio come segmento emergente.

Il comparto genera oggi circa 48 milioni di euro e riflette un cambiamento più ampio nei modelli di consumo.

Sempre più utenti preferiscono formule flessibili:

  • noleggio temporaneo
  • utilizzo condiviso
  • accesso anziché proprietà

Una dinamica già osservata in altri settori e che ora coinvolge anche il mercato musicale.

Mazza: lo streaming ha cambiato tutto

Se Dismamusica ha fotografato la trasformazione del mercato degli strumenti musicali, l’intervento di Enzo Mazza, CEO di FIMI, ha descritto la rivoluzione che ha investito l’industria discografica.

Secondo i dati presentati:

  • il mercato discografico globale cresce del 6,4%
  • lo streaming cresce del 7,7%
  • il mercato italiano aumenta del 10,7%
  • lo streaming in Italia cresce del 9,6%

Il dato più significativo è che il 66% del mercato italiano deriva ormai dallo streaming.

La musica è diventata prevalentemente servizio digitale.

Dalla proprietà all’accesso

Nel ragionamento di Enzo Mazza emerge un cambio di paradigma.

Per decenni l’industria musicale ha venduto oggetti:

  • vinili
  • cassette
  • cd

Oggi vende accesso.

Le piattaforme di streaming hanno trasformato:

  • modalità di consumo
  • tempi di ascolto
  • relazioni con gli artisti
  • strategie distributive

La musica è ormai immediatamente disponibile, ubiqua e continuamente accessibile.

Enzo Mazza Ceo FIMI

L’economia dell’attenzione

Secondo Enzo Mazza, il problema non è più soltanto produrre musica, ma conquistare attenzione dentro ecosistemi digitali saturi.

I dati della cosiddetta “piramide dello streaming” mostrano una fortissima concentrazione:

  • lo 0,2% delle registrazioni genera l’80% degli stream
  • milioni di brani restano marginali

Il mercato digitale amplia enormemente l’offerta, ma tende anche a polarizzare visibilità e ricavi.

La crescita internazionale della musica italiana

Un altro dato rilevante illustrato da Enzo Mazza riguarda l’export musicale italiano.

Nel 2025 gli artisti italiani hanno generato oltre 165 milioni di euro di royalty su Spotify, con una crescita del 10% rispetto all’anno precedente. Oltre il 40% dei ricavi proviene dall’estero.

Secondo FIMI, questo dato segnala una crescente capacità della musica italiana di competere sui mercati internazionali.

Il ritorno del fisico e il caso vinile

Nel quadro descritto da Enzo Mazza emerge anche un elemento apparentemente controcorrente: il ritorno del supporto fisico.

Il vinile continua a crescere a livello globale e italiano, soprattutto tra le generazioni più giovani.

Il fenomeno mostra come, anche dentro un’economia dominata dallo streaming, esista ancora una domanda di esperienza materiale, ritualità e collezionismo.

AI, piattaforme e nuove criticità

Tra i temi affrontati da Enzo Mazza emerge anche quello dell’intelligenza artificiale generativa.

Secondo i dati illustrati:

  • ogni giorno vengono caricate su Deezer circa 50mila tracce create con AI
  • il 70% avrebbe finalità fraudolente

Per l’industria musicale si apre quindi una nuova fase:

  • tutela dei diritti
  • autenticità delle opere
  • regolazione delle piattaforme
  • sostenibilità economica della creatività

Temi che nei prossimi anni potrebbero ridefinire gli equilibri dell’intero settore.

Studio Fimi_ I numeri del mercato italiano

Una filiera che cambia struttura

Dagli interventi di Raffaele Volpe, Stelvio Lorenzetti ed Enzo Mazza emerge un quadro preciso:
la musica non sta vivendo una crisi terminale, ma una profonda trasformazione industriale.

Cambiano:

  • i consumi
  • i canali distributivi
  • le piattaforme
  • le relazioni tra artisti e pubblico
  • i modelli di business

La sfida non è arrestare il cambiamento, ma costruire strumenti capaci di governarlo.

E proprio qui si innesta il tema centrale emerso durante il seminario promosso da Università Luiss e Confindustria Brindisi: trasformare un insieme di attività frammentate in una filiera industriale riconosciuta, organizzata e strategicamente coordinata.

Il report degli studenti Luiss: Sanremo come piattaforma economica

Una delle parti più interessanti del seminario promosso da Università Luiss e Confindustria Brindisi è stata la presentazione del report “Sanremo 2026: Analisi tra Media e Musica”, realizzato dagli studenti del Master in Management delle Imprese Creative e Culturali della Luiss Business School.

Il lavoro, illustrato durante la giornata, rappresenta un esempio concreto del modo in cui la musica venga oggi studiata non soltanto come fenomeno culturale, ma come ecosistema economico e mediatico complesso.

Il punto centrale della ricerca è che il Festival di Sanremo non può più essere interpretato soltanto come evento televisivo o competizione canora. È diventato una piattaforma industriale multiprodotto che integra:

  • televisione
  • streaming
  • social media
  • advertising
  • discografia
  • piattaforme digitali
  • engagement online
  • turismo
  • branding territoriale
Sanremo 2026_ L’analisi degli studenti della Luiss, copertina

I numeri del Festival

I dati elaborati dagli studenti della Luiss Business School mostrano con chiarezza la dimensione economica del fenomeno.

Secondo il report:

  • la finale del Festival ha raggiunto circa 11 milioni di spettatori
  • lo share ha toccato il 68,8%
  • le visualizzazioni social hanno superato 1,2 miliardi
  • le interazioni online hanno raggiunto 152 milioni
  • la raccolta pubblicitaria è arrivata a circa 72 milioni di euro
  • l’impatto economico complessivo stimato supera i 300 milioni di euro

Il dato più significativo non riguarda soltanto i volumi, ma la natura trasversale dell’evento.

Sanremo genera contemporaneamente:

  • audience televisiva
  • traffico digitale
  • ascolti streaming
  • consumo musicale
  • engagement social
  • investimenti pubblicitari
  • ricadute turistiche

È un modello di convergenza tra media, industria musicale e piattaforme digitali.

Dalla televisione all’ecosistema crossmediale

Il report della Luiss Business School evidenzia come il Festival abbia progressivamente cambiato struttura.

Per decenni Sanremo è stato principalmente un evento televisivo. Oggi è un ecosistema crossmediale che vive simultaneamente su:

  • Rai
  • Spotify
  • TikTok
  • YouTube
  • Instagram
  • piattaforme streaming
  • social network

La musica non viene più fruita soltanto durante l’evento televisivo, ma continua a generare consumo, discussione e monetizzazione nei giorni e nelle settimane successive.

Secondo l’analisi degli studenti, il successo di un artista non coincide più soltanto con la classifica finale del Festival, ma con la capacità di generare:

  • ascolti streaming
  • viralità
  • community digitali
  • contenuti condivisibili
  • engagement continuativo
L’illustrazione dell’analisi dei risultati economici del Festival di Sanremo 2026, effettuata da studenti della Luiss

L’economia dell’engagement

Il report mostra come il valore economico della musica sia sempre più legato alla capacità di catturare attenzione.

Nel nuovo ecosistema digitale:

  • l’ascolto è misurabile
  • il comportamento degli utenti produce dati
  • le piattaforme monetizzano il tempo di permanenza
  • gli algoritmi influenzano visibilità e consumo

Questo cambia radicalmente il modello economico della musica.

La competizione non riguarda più soltanto la qualità artistica o le vendite tradizionali, ma la capacità di presidiare l’economia dell’attenzione.

TikTok, YouTube e la scoperta musicale

I dati presentati durante il seminario mostrano il ruolo crescente delle piattaforme digitali nei processi di scoperta musicale.

Secondo le rilevazioni illustrate da FIMI:

  • radio, social media e piattaforme streaming convivono come strumenti di discovery
  • TikTok è diventato uno dei principali acceleratori di viralità musicale
  • YouTube e Spotify rappresentano ormai infrastrutture centrali del consumo musicale contemporaneo

Particolarmente rilevante il peso delle playlist, delle raccomandazioni algoritmiche e dei contenuti brevi.

La musica oggi non viene soltanto cercata: viene suggerita.

La centralità delle piattaforme

Secondo i dati presentati:

  • quasi la metà degli italiani utilizza servizi di streaming a pagamento
  • Spotify e YouTube rappresentano i principali ambienti digitali di consumo musicale
  • il tempo medio dedicato alla musica in Italia supera le 21 ore settimanali

Questi numeri confermano una trasformazione radicale:
la musica non è più un’esperienza occasionale, ma una presenza continua nella vita quotidiana degli utenti.

Boosta: creatività e algoritmi

Dentro questo scenario si inserisce l’intervento di Boosta, pseudonimo di Davide Dileo, co-fondatore e tastierista dei Subsonica.

Il musicista ha affrontato il tema dal punto di vista creativo, evidenziando come il lavoro artistico sia stato profondamente ridefinito dall’ambiente digitale.

Oggi l’artista non è più soltanto autore o interprete. Deve confrontarsi con:

  • piattaforme
  • algoritmi
  • dati
  • social media
  • produzione continua di contenuti

La musica contemporanea vive infatti dentro un ecosistema in cui la visibilità dipende sempre più dalla capacità di mantenere attenzione e relazione con il pubblico.

L’intervento di Boosta, pseudonimo di Davide Dileo, tastierista, compositore, scrittore, co-fondatore e tastierista dei Subsonica

Il rischio dell’omologazione

Nel ragionamento di Boosta emerge anche una riflessione critica.

Le piattaforme digitali hanno ampliato enormemente l’accessibilità della musica, ma tendono anche a privilegiare:

  • immediatezza
  • velocità
  • semplificazione
  • contenuti ad alta rotazione

Il rischio è che l’algoritmo influenzi non soltanto la distribuzione, ma anche la produzione artistica.

La sfida diventa quindi mantenere uno spazio per:

  • sperimentazione
  • ricerca sonora
  • originalità
  • profondità espressiva

Dentro un mercato sempre più orientato alla performance dei dati.

Mogol e il valore culturale della canzone italiana

Nel corso della giornata è stato trasmesso anche il video-saluto di Mogol, figura simbolica della canzone italiana.

Il suo intervento ha rappresentato un collegamento ideale tra tradizione autoriale e trasformazioni contemporanee del mercato musicale.

La presenza di Mogol ha ricordato come l’industria musicale italiana continui a fondarsi anche su una forte tradizione culturale e narrativa, elemento che ancora oggi distingue la produzione italiana nei mercati internazionali.

Il consumo musicale come fenomeno permanente

Uno degli elementi più interessanti emersi dai dati presentati durante il seminario riguarda il rapporto quotidiano tra utenti e musica.

Secondo il “Music Engagement Study” illustrato da FIMI:

  • gli italiani ascoltano musica per oltre 21 ore a settimana
  • la media italiana è superiore a quella globale
  • la musica viene percepita come elemento essenziale del benessere personale

Il consumo musicale è diventato permanente:

  • in mobilità
  • durante il lavoro
  • sui social
  • nei video brevi
  • nelle piattaforme streaming
  • nei videogiochi
  • nei contenuti audiovisivi

La musica è ormai infrastruttura culturale continua.

Dalla canzone all’ecosistema economico

Il seminario della Università Luiss mostra dunque come il settore musicale non possa più essere interpretato attraverso categorie novecentesche.

La musica contemporanea è:

  • contenuto culturale
  • industria digitale
  • piattaforma economica
  • ecosistema di dati
  • strumento identitario
  • infrastruttura dell’attenzione

Ed è proprio questa complessità che rende sempre più necessario, secondo quanto emerso nel confronto promosso insieme a Confindustria Brindisi, un approccio integrato capace di collegare:

  • cultura
  • industria
  • formazione
  • tecnologia
  • territorio
  • politiche pubbliche

Perché il futuro della musica non dipenderà soltanto dal talento artistico, ma dalla capacità di costruire filiere economiche solide dentro un mercato globale dominato da piattaforme, dati e competizione per l’attenzione.

Le nuove geografie della musica: piattaforme, export e superfan

Uno degli aspetti più rilevanti emersi dal seminario promosso da Università Luiss e Confindustria Brindisi riguarda la ridefinizione globale dell’industria musicale. La musica non è più soltanto un prodotto culturale legato a mercati nazionali o a filiere territoriali tradizionali. È diventata un ecosistema internazionale dominato da piattaforme digitali, algoritmi, community globali e modelli di consumo continuamente mutevoli.

I dati illustrati da FIMI mostrano con chiarezza come il settore stia vivendo una nuova fase espansiva, trainata soprattutto dalla crescita dello streaming e dalla progressiva integrazione tra musica, social media e piattaforme tecnologiche.

Secondo il “Global Music Report” dell’IFPI, il mercato discografico mondiale ha ormai superato i 30 miliardi di dollari di ricavi annui. Una crescita sostenuta soprattutto dai servizi digitali in abbonamento e dall’espansione globale delle piattaforme di streaming.

Luca Pirolo, professore associato di Economia e gestione delle imprese presso la Luiss Business School e direttore del Luiss Creative Business Center

La centralità dello streaming

Il modello economico dominante dell’industria musicale contemporanea è ormai basato sull’accesso e non più sulla proprietà.

Lo streaming ha modificato:

  • modalità di ascolto
  • distribuzione dei ricavi
  • tempi di consumo
  • strategie promozionali
  • rapporto tra artista e pubblico

La musica è diventata disponibile in tempo reale, ovunque e in qualunque momento.

Secondo i dati illustrati durante il seminario:

  • quasi la metà degli italiani utilizza servizi di streaming a pagamento
  • Spotify e YouTube rappresentano le piattaforme centrali del consumo musicale contemporaneo
  • la fruizione musicale è ormai continua e trasversale rispetto alle fasce anagrafiche

La musica accompagna mobilità, lavoro, studio, social network e contenuti audiovisivi.

L’accelerazione del successo musicale

Uno dei cambiamenti più radicali messi in evidenza dai dati di FIMI riguarda la velocità con cui oggi si costruisce il successo musicale.

Le piattaforme digitali hanno drasticamente ridotto il tempo necessario affinché un brano raggiunga milioni di ascolti. TikTok, YouTube Shorts, playlist algoritmiche e raccomandazioni automatiche possono trasformare in pochi giorni una canzone sconosciuta in fenomeno globale.

Questa accelerazione modifica profondamente:

  • strategie delle etichette
  • tempi promozionali
  • costruzione dell’identità artistica
  • rapporto con il pubblico

Il successo musicale diventa sempre più legato alla capacità di generare propagazione digitale.

La musica italiana cresce all’estero

Uno dei dati più significativi presentati da Enzo Mazza riguarda l’internazionalizzazione della musica italiana.

Nel 2025 gli artisti italiani hanno generato oltre 165 milioni di euro di royalty su Spotify, con una crescita del 10% rispetto all’anno precedente. Oltre il 40% delle royalty proviene dai mercati internazionali.

Secondo FIMI, il repertorio italiano è ormai entrato stabilmente nel mercato globale dello streaming.

Si tratta di un cambiamento rilevante:
per decenni la musica italiana ha avuto una diffusione internazionale limitata principalmente alle comunità italiane all’estero. Oggi invece il digitale consente una circolazione molto più ampia dei contenuti musicali.

Sudio FIMI_ Il valore economico della musica

Export culturale e competitività

Nel ragionamento emerso durante il seminario, l’export musicale non rappresenta soltanto una questione economica, ma anche culturale e strategica.

La musica contribuisce infatti:

  • all’immagine internazionale del Paese
  • alla diffusione della lingua italiana
  • alla promozione culturale
  • al branding territoriale

Secondo i dati illustrati da FIMI, la musica italiana è ormai parte del cosiddetto “club dei 100 milioni di dollari” di Spotify, cioè dei repertori nazionali capaci di generare ricavi significativi sulle piattaforme globali.

Un risultato che dimostra come il digitale abbia ridotto molte delle barriere storiche legate alla distribuzione internazionale.

La nuova economia del fan

Tra i temi più innovativi affrontati durante il seminario c’è quello dei “superfan”, cioè degli utenti ad altissima intensità di consumo musicale.

Le analisi presentate da FIMI mostrano come il mercato musicale contemporaneo si basi sempre più sulla capacità di costruire community stabili e coinvolte.

Il fan non è più soltanto consumatore finale:

  • produce contenuti
  • genera engagement
  • condivide musica sui social
  • contribuisce alla viralità
  • alimenta gli algoritmi

La relazione tra artista e pubblico diventa quindi continua e partecipativa.

Dall’ascolto passivo alla partecipazione

Le piattaforme digitali hanno trasformato radicalmente anche il comportamento degli utenti.

L’ascolto musicale non è più soltanto passivo. Oggi il pubblico:

  • crea playlist
  • produce video
  • commenta
  • partecipa alle community
  • influenza la diffusione dei contenuti

TikTok rappresenta forse il caso più evidente di questa trasformazione. La piattaforma non si limita a distribuire musica, ma contribuisce direttamente alla costruzione del successo commerciale dei brani.

Roma, Università Luiss, gli studenti al seminario L’economia della musica

L’algoritmo come nuovo gatekeeper

Uno dei temi più delicati emersi durante il confronto riguarda il ruolo degli algoritmi.

Per decenni il sistema musicale è stato dominato da:

  • radio
  • televisioni
  • discografia tradizionale
  • critica musicale

Oggi gran parte della visibilità dipende dagli algoritmi delle piattaforme.

Questo produce effetti ambivalenti:

  • amplia l’accessibilità
  • democratizza la distribuzione
  • riduce alcune barriere all’ingresso

Ma allo stesso tempo:

  • concentra attenzione e ricavi
  • privilegia contenuti ad alta rotazione
  • accelera la volatilità del mercato

La competizione si sposta quindi sul terreno della visibilità digitale.

La piramide dello streaming

I dati illustrati da FIMI mostrano una forte concentrazione dell’economia musicale.

Secondo le analisi:

  • lo 0,2% delle registrazioni genera circa l’80% degli stream
  • milioni di tracce restano sostanzialmente invisibili

È uno dei grandi paradossi del digitale:
l’offerta musicale cresce enormemente, ma l’attenzione tende a concentrarsi su un numero limitato di contenuti.

Questo aumenta la competizione e rende più difficile emergere stabilmente nel mercato globale.

AI generativa e nuove sfide industriali

Tra i temi più discussi della giornata emerge anche quello dell’intelligenza artificiale generativa.

Secondo i dati presentati da FIMI:

  • ogni giorno vengono caricate circa 50mila tracce create con AI su Deezer
  • il 70% avrebbe finalità fraudolente

Per il settore musicale si apre quindi una nuova fase di criticità:

  • tutela del diritto d’autore
  • autenticità delle opere
  • protezione degli artisti
  • regolazione delle piattaforme

L’AI generativa rischia infatti di alterare profondamente gli equilibri economici della filiera.

La musica come industria tecnologica

Uno dei messaggi più forti emersi dal seminario è che la musica non può più essere considerata separatamente dall’innovazione tecnologica.

Oggi il settore musicale dialoga continuamente con:

  • piattaforme digitali
  • big data
  • intelligenza artificiale
  • social media
  • advertising
  • economia dell’attenzione

La musica è diventata una delle industrie simbolo della trasformazione digitale globale.

Il valore strategico della filiera musicale

Nel complesso, il seminario promosso da Università Luiss e Confindustria Brindisi restituisce un’immagine molto diversa da quella tradizionale.

La musica non è soltanto spettacolo o intrattenimento. È:

  • manifattura
  • export
  • innovazione
  • occupazione
  • formazione
  • tecnologia
  • piattaforma economica globale

Ed è proprio questa complessità a rendere sempre più urgente, secondo quanto emerso dagli interventi di Giuseppe Danese, Angelo Guarini, Raffaele Volpe, Stelvio Lorenzetti ed Enzo Mazza, la costruzione di una politica industriale capace di riconoscere la musica come settore strategico dell’economia contemporanea.

Da sinistra verso destra Spanó, Guarini, Mazza, Volpe, Lorenzetti

Il ritardo italiano tra creatività e politica industriale

Se c’è un elemento che attraversa trasversalmente tutti gli interventi del seminario promosso da Università Luiss e Confindustria Brindisi è la consapevolezza di un paradosso italiano: il Paese possiede una delle più forti tradizioni musicali del mondo, ma continua a non trattare la musica come un vero settore industriale strategico.

L’Italia dispone contemporaneamente di:

  • patrimonio culturale
  • tradizione compositiva
  • capacità manifatturiera
  • filiera creativa
  • forza narrativa
  • riconoscibilità internazionale

Eppure il comparto musicale continua a soffrire:

  • frammentazione
  • debole rappresentanza
  • carenza di politiche pubbliche organiche
  • insufficiente integrazione industriale

È proprio questo squilibrio che gli interventi di Giuseppe Danese e soprattutto di Angelo Guarini hanno messo al centro della riflessione.

Il costo economico del “non-sistema”

Nel corso del seminario è emersa più volte una definizione destinata a sintetizzare una delle criticità storiche del comparto: i “costi del non-sistema”.

La musica italiana produce valore, ma fatica a trasformarlo in massa critica industriale.

Secondo quanto evidenziato dagli interventi:

  • le imprese restano spesso isolate
  • i segmenti della filiera dialogano poco
  • mancano strategie condivise
  • la rappresentanza è frammentata
  • le politiche pubbliche sono episodiche

Il risultato è che il settore cresce soprattutto grazie alla vitalità dei singoli operatori e non per effetto di una strategia coordinata.

Questo limite emerge chiaramente confrontando l’Italia con altri sistemi internazionali.

Ricerca Dismamusica, il valore del mercato della vendita di strumenti musicali in Italia

Il modello internazionale della musica live

Uno dei temi più significativi affrontati da Angelo Guarini riguarda il confronto con i Paesi nei quali la musica live continua a rappresentare una vera infrastruttura economica territoriale.

In molti mercati internazionali – dagli Stati Uniti al Regno Unito, passando per Germania e Paesi del Nord Europa – esiste una rete diffusa di:

  • piccoli club
  • live house
  • spazi indipendenti
  • festival territoriali
  • circuiti per artisti emergenti

Questa infrastruttura svolge una funzione decisiva:

  • formazione artistica
  • ricambio generazionale
  • creazione di pubblico
  • domanda di strumenti musicali
  • occupazione tecnica e organizzativa

Secondo Angelo Guarini, il progressivo indebolimento di questa rete in Italia produce invece un effetto depressivo sull’intera filiera.

La desertificazione dei piccoli locali

Il rischio indicato durante il seminario è quello di una progressiva desertificazione musicale territoriale.

La riduzione dei piccoli spazi dedicati alla musica live comporta:

  • minori occasioni di esibizione
  • riduzione della sperimentazione artistica
  • concentrazione degli eventi nei grandi circuiti
  • minore accessibilità per i giovani artisti

Il sistema tende così a polarizzarsi:
da una parte grandi eventi e grandi piattaforme, dall’altra un indebolimento progressivo della base territoriale.

È una dinamica che rischia di impoverire non soltanto il mercato, ma anche la biodiversità culturale del settore musicale italiano.

Piattaforme globali e squilibri economici

L’altra grande trasformazione emersa dal confronto riguarda il peso crescente delle piattaforme digitali.

Spotify, YouTube, TikTok e i grandi operatori dello streaming hanno ampliato enormemente la diffusione della musica, ma hanno anche ridefinito gli equilibri economici del settore.

La musica contemporanea vive infatti dentro un modello dominato da:

  • algoritmi
  • dati
  • engagement
  • attenzione
  • velocità di consumo

Il rischio evidenziato implicitamente da diversi interventi è che la logica della piattaforma finisca per influenzare anche la produzione artistica.

Dismamusica, il valore del mercato della vendita di strumenti musicali in Italia per aree

Il nuovo potere degli algoritmi

Per decenni il mercato musicale era governato principalmente da:

  • radio
  • televisioni
  • discografia tradizionale
  • critica specializzata

Oggi gran parte della visibilità dipende dagli algoritmi delle piattaforme digitali.

Questo produce effetti contraddittori.

Da un lato:

  • democratizza l’accesso
  • riduce le barriere distributive
  • amplia il pubblico potenziale

Dall’altro:

  • concentra ricavi e attenzione
  • accelera la volatilità del successo
  • premia contenuti ad alta rotazione
  • aumenta la dipendenza dalle piattaforme globali

La musica diventa così una componente centrale dell’economia dell’attenzione.

La questione strategica delle competenze

Uno dei temi più importanti emersi dagli interventi di Rita Carisano e Francesco Maria Spanò riguarda il ruolo della formazione.

Se la musica è ormai:

  • industria digitale
  • piattaforma economica
  • ecosistema di dati
  • filiera internazionale

allora il settore richiede nuove professionalità.

Non bastano più soltanto:

  • competenze artistiche
  • capacità interpretative
  • conoscenze tecniche tradizionali

Servono figure capaci di operare nei nuovi mercati:

  • manager culturali
  • esperti di piattaforme digitali
  • professionisti dei diritti
  • analisti dei dati
  • specialisti marketing
  • esperti di comunicazione crossmediale

È qui che università e alta formazione diventano infrastrutture strategiche della filiera musicale contemporanea.

Il caso Sanremo come modello economico

Il report degli studenti della Luiss Business School sul Festival di Sanremo assume, dentro questa riflessione, un significato emblematico.

Sanremo non è più soltanto:

  • programma televisivo
  • gara musicale
  • evento spettacolare

È una piattaforma integrata che connette:

  • televisione
  • social media
  • streaming
  • advertising
  • engagement
  • branding territoriale
  • industria discografica

La musica contemporanea genera ormai valore dentro ecosistemi multipiattaforma.

Questo significa che il settore musicale non può più essere governato con strumenti pensati per il Novecento.

Dismamusica, il valore del mercato della vendita di strumenti musicali per settori

Il ritorno del fisico e il bisogno di esperienza

Uno degli aspetti più interessanti emersi dai dati di FIMI riguarda il ritorno del vinile e dei supporti fisici.

Il fenomeno è particolarmente significativo perché si sviluppa proprio mentre domina lo streaming.

Questo dimostra che il consumo musicale contemporaneo non è guidato soltanto dalla velocità e dall’accesso immediato.

Esiste anche una domanda crescente di:

  • esperienza
  • ritualità
  • collezionismo
  • fisicità
  • appartenenza

Il successo del vinile tra le nuove generazioni suggerisce che, dentro un’economia dominata dal digitale, continua a esistere uno spazio importante per il valore simbolico e materiale della musica.

AI e tutela della creatività

Tra le questioni emergenti affrontate durante il seminario c’è anche quella dell’intelligenza artificiale generativa.

I dati illustrati da FIMI mostrano come la produzione automatizzata di musica stia crescendo rapidamente.

Questo apre interrogativi cruciali:

  • tutela del diritto d’autore
  • autenticità delle opere
  • remunerazione degli artisti
  • utilizzo dei cataloghi musicali
  • regolazione delle piattaforme

La sfida, nei prossimi anni, sarà evitare che l’innovazione tecnologica produca un impoverimento del valore creativo.

Una politica industriale per la musica

Da tutto il confronto emerge una conclusione molto precisa:
la musica italiana ha ormai dimensioni economiche tali da richiedere una vera politica industriale.

Secondo quanto emerso dagli interventi di:

  • Giuseppe Danese
  • Angelo Guarini
  • Raffaele Volpe
  • Stelvio Lorenzetti
  • Enzo Mazza

il settore necessita di:

  • coordinamento strategico
  • sostegno alla musica live
  • incentivi alla pratica musicale
  • supporto all’export
  • investimenti in formazione
  • politiche fiscali dedicate
  • tutela del retail musicale
  • sostegno all’innovazione

Non più interventi episodici, ma una visione strutturale.

La musica come asset strategico del Paese

Il seminario organizzato da Università Luiss e Confindustria Brindisi restituisce dunque un’immagine molto diversa da quella tradizionale.

La musica non è soltanto:

  • intrattenimento
  • spettacolo
  • contenuto culturale

È:

  • industria
  • manifattura
  • export
  • innovazione
  • piattaforma digitale
  • occupazione
  • tecnologia
  • formazione
  • branding territoriale

Ed è proprio questa complessità a rendere sempre più evidente la necessità di superare definitivamente la storica separazione tra cultura ed economia.

Perché, come emerso con forza nel confronto romano, il futuro della musica dipenderà sempre meno dalla semplice produzione artistica e sempre più dalla capacità di costruire filiere industriali solide, integrate e competitive dentro un mercato globale dominato da piattaforme, dati e attenzione.