Chimica, l’Olanda investe. L’Italia perde Basell a Brindisi

Lyondell Basell ingresso dello stabilimento

LyondellBasell avvia la chiusura del polipropilene. Il confronto con l’Olanda riapre il caso della chimica italiana

di Antonio Portolano

BRINDISI – Mentre nei Paesi Bassi la chimica di base viene considerata un settore strategico da modernizzare, decarbonizzare e rendere più competitivo, in Italia si consuma un nuovo arretramento industriale. Oggi LyondellBasell ha annunciato l’avvio delle consultazioni sindacali con l’obiettivo di chiudere entro la fine dell’anno l’unità di produzione di polipropilene del sito di Brindisi, una decisione che rischia di accelerare il ridimensionamento della chimica di base italiana e di aggravare la crisi di uno dei più importanti poli industriali del Mezzogiorno.

La notizia assume una portata che va ben oltre i confini del territorio brindisino. La chiusura dell’impianto arriva infatti mentre il Governo continua a cercare un investitore per rilevare il cracking di Brindisi, considerato da imprese e sindacati l’infrastruttura industriale dalla quale dipende la sopravvivenza dell’intera filiera chimica locale. È una coincidenza temporale che rende ancora più evidente il contrasto tra due modelli industriali oggi presenti in Europa: quello di chi investe per mantenere la capacità produttiva e quello di chi assiste alla progressiva contrazione di un settore ritenuto strategico.

Il confronto tra Olanda e Italia

Il caso Brindisi assume una rilevanza ancora maggiore se osservato in una prospettiva europea.

Mentre in Italia il dibattito industriale è dominato da chiusure, fermate produttive e piani di riconversione ancora incompiuti, nei Paesi Bassi la discussione ruota attorno a come preservare e rendere sostenibili gli impianti esistenti. È il caso del polo di Moerdijk, uno dei più importanti hub chimici europei, dove la strategia perseguita punta a coniugare competitività industriale, innovazione tecnologica e decarbonizzazione senza sacrificare la capacità produttiva del cracking e della chimica di base.

Non è un caso che l’onorevole Claudio Stefanazzi richiami proprio l’esperienza dello stabilimento Shell Chemicals di Moerdijk, indicandola come esempio di come sia possibile intervenire sugli impianti attraverso processi di efficientamento e riduzione delle emissioni senza comprometterne la continuità produttiva.

La differenza tra i due approcci appare sempre più evidente. Da una parte si investe per mantenere una filiera ritenuta strategica per l’autonomia industriale europea e per la competitività manifatturiera. Dall’altra si assiste alla progressiva riduzione della capacità produttiva nazionale in un settore che alimenta numerose catene del valore, dall’automotive al packaging, dall’agroalimentare alla farmaceutica.

La vicenda di Brindisi diventa così il simbolo di una domanda più ampia: se l’Europa considera la chimica un comparto essenziale per la propria autonomia industriale, perché in alcuni Paesi si investe per salvaguardarla mentre in altri si procede verso la dismissione degli impianti?

Basell assemblea con i lavoratori

Le ragioni della chiusura

Nel comunicato diffuso oggi, LyondellBasell spiega di aver avviato la procedura di consultazione dopo «un’approfondita valutazione delle infrastrutture circostanti e dell’approvvigionamento critico di materie prime».

Secondo l’azienda, il sito di Brindisi opera in un contesto caratterizzato da persistenti incertezze sulla disponibilità delle materie prime e da costi logistici e operativi strutturalmente elevati, elementi che nel tempo avrebbero progressivamente ridotto la competitività dell’impianto.

Jim Guilfoyle, senior vice president Olefine & Poliolefine di LyondellBasell, afferma: «Siamo pienamente consapevoli della rilevanza di questa decisione. Abbiamo valutato con attenzione numerose opzioni e intrapreso azioni mirate per rafforzare la sostenibilità economica del sito nel lungo periodo. Tuttavia, il protrarsi di condizioni di mercato complesse e la presenza di costi strutturali sempre più elevati ne ha progressivamente ridotto la competitività. Il nostro impegno è gestire questa transizione con responsabilità, nel rispetto dei processi di consultazione e con un’attenzione costante verso le persone e il territorio».

La multinazionale conferma inoltre che continuerà a servire il mercato europeo attraverso la propria rete produttiva globale e che, al termine del confronto sindacale, avvierà un percorso strutturato di fermata dell’impianto finalizzato alla messa in sicurezza delle installazioni, alla tutela ambientale e alla conservazione dell’asset in condizioni controllate, in attesa della decisione definitiva sulla demolizione.

Il nodo irrisolto del cracking

Dietro le motivazioni ufficiali indicate dall’azienda emerge però una questione che da mesi domina il dibattito industriale brindisino: il futuro dell’impianto di cracking.

Lo stabilimento di polipropilene è infatti strettamente collegato alla disponibilità delle materie prime provenienti dal cracking. La fermata dell’impianto di Versalis ha modificato profondamente gli equilibri economici dell’intero polo petrolchimico.

Nell’interrogazione parlamentare presentata oggi al Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Claudio Stefanazzi ricorda che il cracking è «strettamente interconnesso con le altre produzioni del sito» e che il venir meno di tale approvvigionamento mette a rischio la continuità produttiva dello stabilimento di LyondellBasell.

Lo stesso parlamentare sottolinea inoltre che il 28 aprile scorso il ministro Adolfo Urso aveva annunciato la nomina di un advisor internazionale incaricato di individuare soggetti industriali o finanziari interessati a rilevare le attività di cracking del polo brindisino. A oggi, tuttavia, non risultano noti sviluppi concreti sull’avanzamento dell’operazione.

È proprio questo aspetto a rendere ancora più delicata la vicenda. La chiusura di Basell viene infatti annunciata mentre è ancora formalmente aperta la ricerca di un potenziale investitore per il cracking. Una circostanza che alimenta interrogativi sul coordinamento delle politiche industriali e sulla reale possibilità di salvaguardare la continuità della chimica di base nel territorio brindisino.

L’ingresso del petrolchimico di Brindisi

Una vertenza che riguarda l’intera chimica italiana

Il sito di Brindisi non rappresenta soltanto una realtà produttiva locale. Lo stabilimento di Basell Poliolefine Italia è parte integrante di una filiera che per decenni ha costituito uno dei pilastri dell’industria chimica nazionale.

Per questo motivo la decisione annunciata oggi assume una dimensione che supera i confini del territorio. La questione centrale non riguarda soltanto il destino di un impianto o dei suoi addetti, ma il futuro stesso della chimica italiana.

La domanda che attraversa la vertenza Brindisi è la stessa che da mesi anima il confronto tra imprese, sindacati e istituzioni: l’Italia intende ancora mantenere una presenza significativa in un comparto strategico per l’industria europea oppure sta progressivamente rinunciando a una parte fondamentale della propria capacità produttiva?

La risposta a questo interrogativo determinerà non soltanto il futuro di LyondellBasell a Brindisi, ma anche il ruolo che il Paese vorrà occupare nella geografia industriale europea dei prossimi decenni.

«Chiusura di Basell conferma la crisi della chimica italiana»

Se per l’opinione pubblica l’annuncio di LyondellBasell rappresenta una svolta drammatica, per le organizzazioni sindacali si tratta della conferma di uno scenario denunciato da mesi. La decisione della multinazionale viene infatti letta come la prima conseguenza concreta della crisi della chimica di base italiana e della fermata del cracking di Brindisi.

Pur con accenti diversi, tutte le sigle convergono su un punto: la chiusura di Basell non viene interpretata come una semplice scelta aziendale, ma come il primo effetto tangibile di un processo di progressivo indebolimento della filiera petrolchimica nazionale. Per i sindacati, infatti, la vertenza non riguarda soltanto il destino di uno stabilimento o di alcune decine di lavoratori diretti, ma il futuro di un comparto strategico per l’intero sistema industriale italiano.

CGIL e Filctem: «Si avvera ciò che denunciamo da oltre un anno»

La presa di posizione più dura arriva da CGIL e Filctem CGIL, che leggono la decisione di LyondellBasell come la conferma delle preoccupazioni espresse durante tutta la vertenza sulla chimica di base.

Il segretario confederale Gino Giove e il segretario generale della Filctem CGIL Marco Falcinelli non lasciano spazio a interpretazioni.

«La decisione annunciata da Basell di chiudere l’impianto di polipropilene di Brindisi rappresenta una notizia gravissima per il territorio, per i lavoratori coinvolti e per l’intero sistema industriale italiano. Si tratta della prima, concreta e drammatica conferma di ciò che Cgil e Filctem Cgil denunciano da oltre un anno: la chiusura del cracking di Brindisi non avrebbe colpito soltanto gli impianti Versalis, ma avrebbe innescato un effetto domino destinato a travolgere l’intera filiera della chimica di base nazionale. Oggi quella previsione purtroppo si sta avverando».

L’effetto domino della chiusura del cracking

Secondo CGIL e Filctem, la stessa multinazionale ha sostanzialmente confermato il legame tra la fermata del cracking e la decisione di lasciare Brindisi.

«La stessa Basell ha dichiarato che la scelta è conseguenza diretta della decisione di Eni di interrompere la produzione di etilene e delle difficoltà economiche e industriali derivanti dall’approvvigionamento di materia prima sul mercato spot del Mediterraneo. Sono esattamente le ragioni che avevamo illustrato al Governo e al Ministro Urso durante tutti i confronti istituzionali, a cui ci era stato risposto che non vi sarebbero state conseguenze sulla tenuta industriale del sito».

Per il sindacato, dunque, non si tratta di un evento imprevedibile ma della conseguenza industriale di scelte che avrebbero già mostrato i propri effetti.

Cracking petrolchimico Brindisi

«La chiusura del polipropilene rappresenta il fallimento della linea del Ministro»

È il passaggio più politico dell’intero comunicato.

Giove e Falcinelli collegano direttamente la vicenda di Brindisi alle scelte compiute dal Governo sul dossier della chimica.

«La chiusura del polipropilene di Brindisi rappresenta anche il fallimento della linea del Ministro, che ha accettato senza opporre alcuna reale resistenza la decisione di Eni di smantellare la chimica di base italiana, pur continuando a sostenere in Europa che essa rappresenta un settore da difendere in quanto strategico per la competitività e l’autonomia industriale del continente».

Un’accusa particolarmente pesante perché arriva nel momento in cui il Governo continua a sostenere la strategicità della chimica di base a livello europeo.

Il caso advisor e la domanda rivolta a Eni

Altro passaggio centrale del comunicato è quello dedicato all’advisor incaricato di individuare possibili investitori per il cracking di Brindisi.

Per i due dirigenti sindacali, il tempo sta trascorrendo senza risultati visibili.

«A distanza di settimane dall’annuncio della sua nomina non risultano sviluppi concreti, mentre il deterioramento del quadro industriale procede a ritmo accelerato. Il rischio è che l’individuazione dell’advisor si trasformi in una semplice operazione di facciata per guadagnare tempo e contenere le critiche. Le dichiarazioni di Basell dimostrano che il tempo è già scaduto».

Ma è soprattutto la domanda posta a Eni a rappresentare uno dei punti più significativi della giornata.

«Se, come continua a sostenere Eni, non esistono più le condizioni per produrre chimica di base in Europa, per quale ragione la stessa Basell si dice oggi disponibile a cedere lo stabilimento nel caso in cui emergano soggetti industriali interessati a rilevarlo?».

Secondo CGIL e Filctem, se esistono operatori disposti a investire e produrre, viene meno uno dei principali argomenti utilizzati per giustificare il progressivo disimpegno dalla chimica di base italiana.

Il rischio Ferrara e il futuro della filiera

La parte finale della nota allarga il ragionamento all’intero sistema industriale nazionale.

«Dopo la chiusura del cracking di Porto Marghera, dopo Ragusa, dopo Priolo, dopo la chiusura del cracking di Brindisi, come ampiamente prevedibile oggi arriva anche il colpo al polipropilene».

Il sindacato esprime inoltre forte preoccupazione per le possibili conseguenze sugli altri siti italiani.

«Siamo fortemente preoccupati per le conseguenze che la decisione di Basell potrebbe avere su Ferrara: chi conosce il settore sa perfettamente quale sarà il prossimo capitolo di questa vicenda perché le produzioni della chimica di base sopravvivono solo se integrate».

Da qui l’avvertimento finale.

«Dopo il polipropilene arriverà il polietilene e, successivamente, tutte le attività industriali che trovano nella chimica di base la propria ragione economica e produttiva. Non si tratta di allarmismo ma della semplice conseguenza industriale di una scelta che avevamo denunciato fin dall’inizio e che il Governo ha scelto di ignorare».

Per questo motivo CGIL e Filctem chiedono «l’immediata convocazione di un tavolo straordinario presso il Mimit, aperto a tutte le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative, alle Regioni interessate e alle imprese coinvolte».

Marco Falcinelli segretario generale nazionale Filctem Cgil

UILTEC: «Basell abbandona Brindisi mentre politica e burocrazia frenano gli investimenti»

Anche la posizione della UILTEC parte dalla convinzione che la chiusura dell’impianto non sia un fulmine a ciel sereno.

Il sindacato ricorda che durante l’incontro tenutosi presso Confindustria, alla presenza delle segreterie nazionali e territoriali di UILTEC, Filctem e Femca, i vertici aziendali hanno comunicato lo stop alla produzione di polipropilene entro la fine del 2026.

L’azienda ha spiegato la decisione con le difficoltà di approvvigionamento delle materie prime e con i costi operativi divenuti troppo elevati. «Di conseguenza Basell ha deciso di dismettere il sito di Brindisi ed abbandonare il nostro territorio».

L’impianto sul mercato a prezzo simbolico

Nel comunicato emerge anche una novità rilevante.

Secondo la UILTEC, durante l’incontro l’azienda avrebbe comunicato «la messa a disposizione dell’Impianto ad un prezzo simbolico per favorirne la vendita a terzi». Inoltre, relativamente alle ricadute occupazionali, sarebbe stata manifestata «disponibilità ad un Accordo sul Piano Sociale per garantire continuità lavorativa ai lavoratori diretti».

Si tratta di un passaggio che potrebbe lasciare aperti possibili scenari di reindustrializzazione, anche se al momento non risultano soggetti interessati.

La responsabilità sociale delle imprese

Per la UILTEC la vicenda si inserisce in un quadro più ampio di progressivo indebolimento industriale del territorio.

«Lascia sgomenti che un altro importante Sito Chimico di Brindisi sia dismesso senza che l’Azienda titolare preveda investimenti alternativi più sostenibili».

Il sindacato osserva inoltre che Basell «non è la sola ad aver operato secondo mere scelte aziendali ed economiche rinunciando ad una reale responsabilità sociale verso il futuro economico ed occupazionale del territorio».

Il cracking e la Gigafactory

Per la federazione guidata da Carlo Perrucci il tema centrale resta quello del futuro della filiera.

La UILTEC considera «non più rinviabile il coinvolgimento attivo ed immediato di tutti i livelli istituzionali, a partire dal Ministero Mimit» e individua nella vendita del cracking a un nuovo investitore uno dei passaggi decisivi per riattivare l’intera filiera chimica del territorio.

Il sindacato richiama inoltre la necessità di accelerare tutti gli investimenti annunciati negli ultimi mesi.

«Fra tutti: la Giga Factory di Eni Storage Systems, la cui attivazione è indispensabile per rimettere in moto un sistema degli appalti in forte sofferenza».

«L’elemento decisivo rimane il tempo»

La conclusione del comunicato è una critica diretta ai ritardi che continuano a caratterizzare il percorso di transizione industriale di Brindisi.

«L’elemento decisivo rimane il tempo: occorrono risposte rapide su tutti gli ambiti, compresi i nuovi investimenti».

E ancora:

«Ancora una volta la UILTEC denuncia con forza l’inerzia ed i tempi decisionali troppo lunghi da parte delle Istituzioni chiamate a favorire i nuovi percorsi imprenditoriali ed economici. Mentre la politica e la burocrazia statale, a tutti i livelli, procedono al proprio passo gli investimenti rischiano di arenarsi, gli impianti attivi dismessi, e con essi la possibilità di un futuro economico, sociale ed occupazione capace di sostenere centinaia di famiglie».

Carlo Perrucci, Segretario Regionale UILTEC Puglia e Coordinatore di Brindisi

Femca CISL: «Brindisi non può essere l’ennesima vittima sacrificale»

Per la Femca CISL la chiusura del PP2 non rappresenta un episodio isolato ma il punto di arrivo di un processo di progressivo ridimensionamento industriale che affonda le proprie radici ben oltre gli ultimi anni.

Il segretario generale Marcello De Marco ricorda che la fermata definitiva dell’impianto completerebbe la cessazione della produzione di polipropilene a Brindisi dopo la chiusura del P9T avvenuta nel dicembre del 2023.

Da Terni al PP2, la riduzione della presenza produttiva in Europa

Secondo il sindacalista, il percorso seguito dal gruppo appare chiaro.

«Dalla dismissione di Terni nel 2010, passando per il P9T e fino alla recente cessione di altri importanti asset europei, emerge una strategia che ha progressivamente ridotto la presenza produttiva del Gruppo in Europa, con Brindisi che rischia di essere l’ennesima vittima sacrificale».

Per questo motivo la scelta annunciata viene considerata irricevibile da lavoratori, sindacati e istituzioni locali.

«Decenni di storia industriale rischiano di essere cancellati»

De Marco sottolinea che la decisione «rischia di cancellare decenni di storia industriale e di azzerare competenze altamente specializzate».

Ricorda inoltre che già dopo la fermata del P9T il sindacato aveva chiesto garanzie sul futuro industriale del sito brindisino.

«Dopo la fermata del P9T avevamo chiesto all’Azienda garanzie sul futuro industriale del sito brindisino che, però, non solo non ci sono arrivate ma ci pongono oggi di fronte all’ennesimo tassello di un progressivo disimpegno che rischia di cancellare una delle più importanti realtà produttive del Mezzogiorno».

La richiesta di un piano industriale alternativo

Per la Femca CISL, se il gruppo intende davvero chiudere il ciclo del polipropilene a Brindisi, deve presentare una proposta alternativa.

«Se davvero, dunque, LyondellBasell ritiene conclusa l’esperienza del polipropilene a Brindisi, presenti immediatamente un piano industriale alternativo, accompagnato da investimenti concreti e strumenti capaci di salvaguardare l’occupazione diretta e dell’indotto».

«Brindisi non è una voce di bilancio da cancellare»

È probabilmente il passaggio più significativo dell’intero comunicato.

«Brindisi non è una voce di bilancio da cancellare ma una comunità che ha contribuito alla crescita dell’azienda e merita rispetto, trasparenza, prospettive per il futuro».

Da qui la condivisione della richiesta avanzata dalla segreteria nazionale della Femca CISL per l’apertura immediata di un tavolo presso il Mimit con il coinvolgimento della Regione Puglia, delle istituzioni locali e del management aziendale.

Per il sindacato, la vertenza LyondellBasell è destinata a diventare uno dei principali dossier industriali italiani della seconda metà del 2026 e rappresenterà un banco di prova decisivo per comprendere quale futuro il Paese intenda riservare alla chimica di base e ai territori che ne hanno sostenuto lo sviluppo per decenni.

Marcello De Marco, Segretario Generale Femca Cisl Taranto Brindisi

La politica si mobilita sul caso Basell

Se il fronte sindacale individua nella chiusura del polipropilene la conferma della crisi della chimica di base italiana, il mondo politico si divide sulle responsabilità ma converge sulla necessità di un intervento urgente. Dalla maggioranza di governo all’opposizione, il tema centrale resta il futuro del cracking, la salvaguardia dei livelli occupazionali e il rilancio di un polo industriale che continua a perdere pezzi mentre attendono di concretizzarsi gli investimenti annunciati negli ultimi anni.

D’Attis: «Accelerare la ricerca di un acquirente»

Tra i primi a intervenire è il segretario regionale di Forza Italia e parlamentare brindisino Mauro D’Attis, che richiama l’attenzione sul lavoro dell’advisor incaricato dal Governo di individuare un potenziale acquirente per il cracking del polo Eni Versalis.

Il ruolo dell’advisor e la tutela dell’occupazione

Per D’Attis, la vicenda richiede una risposta immediata ma va inserita all’interno del percorso già avviato per individuare nuovi investitori.

«L’annuncio della Lyondell Basell sulla chiusura dell’impianto PP2 a Brindisi è all’attenzione del Governo e quest’ultimo deve affrontare la questione. Occorre che l’advisor JPMorgan velocizzi la ricerca di un acquirente per l’impianto di cracking del polo Eni Versalis e bisogna anche verificare se c’è interesse da parte del mercato internazionale per lo stabilimento e per l’intera filiera, compreso il sito Basell».

Il parlamentare sottolinea inoltre che le iniziative avviate dall’esecutivo puntano proprio a favorire soluzioni industriali per il sito brindisino.

«I passi che sono stati fatti finora dal Governo nazionale vanno in questa direzione, ma tra questa iniziativa in corso e i nuovi investimenti programmati nella zona industriale, è necessario preservare le imprese e i livelli occupazionali con interventi specifici a tutela dei lavoratori».

Da qui l’auspicio di una rapida convocazione di un tavolo dedicato.

«Auspico che presto venga convocata la riunione del tavolo su Basell e sulle azioni intraprese e da intraprendere per tutto il comparto della chimica di base».

L’onorevole Mauro D’Attis alla Camera dei Deputati

Stefanazzi porta il caso in Parlamento

Tra le reazioni più articolate figura quella del deputato del Partito Democratico Claudio Stefanazzi, che ha scelto di portare immediatamente il caso Basell all’attenzione del Parlamento attraverso un’interrogazione rivolta al ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso.

Per il parlamentare pugliese, la decisione annunciata da LyondellBasell rappresenta il primo effetto concreto della crisi che sta investendo il polo petrolchimico brindisino dopo la fermata del cracking.

L’interrogazione al ministro Urso

Nel documento depositato alla Camera, Stefanazzi ricorda che il polo petrolchimico di Brindisi rappresenta uno dei principali presìdi della chimica di base italiana ed europea e che l’interruzione delle attività del cracking ha aperto una crisi industriale di rilevanza nazionale.

L’interrogazione sottolinea inoltre il rapporto di stretta interdipendenza tra il cracking e lo stabilimento di polipropilene.

«L’impianto di cracking è strettamente interconnesso con le altre produzioni del sito: tra queste lo stabilimento gestito a Brindisi dalla multinazionale LyondellBasell dedicato alla produzione di polipropilene, la cui attività dipende dall’approvvigionamento di materia prima derivante dai prodotti del cracking. Il venir meno di tale approvvigionamento mette a rischio la continuità produttiva dello stabilimento».

Per questo motivo il parlamentare chiede al Governo di chiarire quali siano gli sviluppi concreti dell’attività affidata all’advisor incaricato di individuare potenziali investitori per il cracking di Brindisi e quali iniziative urgenti intenda assumere per salvaguardare occupazione e produzione.

Il modello olandese e il caso Moerdijk

Ma il passaggio più significativo dell’interrogazione è probabilmente quello che richiama il confronto europeo tra differenti modelli di politica industriale.

Stefanazzi cita infatti l’esperienza dello stabilimento Shell Chemicals di Moerdijk, nei Paesi Bassi, come esempio di come sia possibile intervenire sugli impianti di cracking attraverso processi di decarbonizzazione ed efficientamento senza comprometterne la capacità produttiva.

È un riferimento che assume particolare rilevanza nel contesto della vertenza Basell perché richiama esattamente il tema centrale che attraversa l’intera crisi brindisina: se altri Paesi europei stanno cercando di preservare la chimica di base accompagnandola verso la transizione energetica, perché in Italia il processo di decarbonizzazione sembra coincidere con una progressiva riduzione della capacità produttiva?

L’interrogazione si conclude chiedendo al Governo quali iniziative intenda promuovere per salvaguardare la continuità della chimica di base nel Paese e per favorire soluzioni industriali capaci di coniugare sostenibilità ambientale e tutela produttiva.

Claudio Stefanazzi, deputato salentino del Partito democratico

Le istituzioni locali chiedono un cambio di passo

Se il confronto politico nazionale si concentra sul ruolo del Governo e sul futuro del cracking, dal territorio emerge una preoccupazione ancora più immediata: il rischio che la chiusura di Basell rappresenti l’ennesimo tassello di un processo di progressiva desertificazione industriale che negli ultimi anni ha investito Brindisi.

Pur provenendo da sensibilità politiche differenti, gli interventi delle istituzioni locali e dei rappresentanti politici del territorio convergono su alcuni punti comuni: la necessità di salvaguardare l’occupazione, la richiesta di accelerare il percorso di riconversione industriale e la convinzione che il futuro del sito non possa essere lasciato esclusivamente alle dinamiche di mercato.

L’assessore alle Attività Produttive del Comune di Brindisi Giuseppe De Maria

De Maria: «Brindisi non può essere sacrificata»

Tra le prime reazioni istituzionali figura quella dell’assessore alle Attività Produttive del Comune di Brindisi Giuseppe De Maria.

L’assessore definisce la decisione di LyondellBasell «un fatto gravissimo, anche se non inatteso» e richiama l’attenzione sulla profondità della crisi che sta attraversando il comparto chimico brindisino.

La richiesta di un intervento nazionale

Secondo De Maria, la vertenza non può essere affrontata esclusivamente a livello locale.

«La crisi della chimica nel nostro territorio sembra profonda e irreversibile ed è per questo che richiediamo formalmente un intervento a livello nazionale, per evitare che Brindisi venga sacrificata per salvaguardare stabilimenti situati nel nord Italia».

Una posizione che richiama indirettamente un tema ricorrente nel dibattito industriale brindisino: la percezione che le scelte compiute negli ultimi anni abbiano finito per penalizzare in misura maggiore gli impianti del Mezzogiorno.

L’assessore conclude invocando una mobilitazione istituzionale a tutti i livelli.

«La città ha bisogno di mobilitazione su ogni livello a tutela dei lavoratori e dell’economia del nostro territorio».

Francesco Cannalire, segretario cittadino del Partito Democratico

PD Brindisi: «Urso fermi la chiusura di Basell»

Molto più diretto l’attacco politico contenuto nel comunicato diffuso dal segretario cittadino del Partito Democratico di Brindisi e consigliere comunale Francesco Cannalire.

Per il dirigente democratico, la chiusura di Basell rappresenta il simbolo di una gestione insufficiente dei dossier industriali brindisini da parte del Governo.

«Chiudere oggi significa chiudere per sempre»

Cannalire richiama innanzitutto l’impatto occupazionale della vicenda.

«La notizia più grave è ormai sul tavolo con Lyondell Basell che ha annunciato la chiusura del suo stabilimento di Brindisi entro la fine dell’anno, e questa decisione va fermata adesso, prima che diventi irreversibile. In tutto in gioco ci sono circa duemilacinquecento lavoratori tra impianti coinseadiati e indotto, e una filiera intera che senza la chimica di base si spegne a catena. Il Governo ha il dovere di intervenire subito presso l’azienda americana e ottenere la sospensione della chiusura, perché chiudere oggi significa chiudere per sempre».

L’accordo di programma che non arriva

Il segretario del PD collega poi direttamente la vicenda Basell al futuro del cracking e al mancato avanzamento dell’Accordo di Programma per la decarbonizzazione.

«Lo scorso aprile il ministro Urso ha annunciato che Eni aveva incaricato un advisor internazionale di cercare un acquirente per il cracking di Brindisi, oggi fermo in conservazione. Da quel cracker dipende la sopravvivenza dell’intera filiera ancora in piedi, da Basell a Chemgas fino alle aziende dell’indotto. Lasciare che Basell chiuda mentre si cerca ancora un compratore vuol dire smontare il polo proprio mentre si finge di salvarlo».

Da qui l’accusa più dura rivolta al Governo.

«A novembre aveva annunciato la firma dell’accordo di programma per la decarbonizzazione entro il primo trimestre del 2026 ma quella scadenza è passata da mesi e di quell’accordo non esiste neppure una bozza».

Secondo Cannalire, il rischio è che il territorio continui a perdere occupazione e capacità produttiva mentre le iniziative annunciate rimangono ferme sulla carta.

Diego Rachiero consigliere comunale Attiva Brindisi

Rachiero: «La transizione senza governance presenta il conto»

Tra gli interventi più articolati figura quello del consigliere comunale di Attiva Brindisi Diego Rachiero, che interpreta la vicenda Basell come il risultato di una transizione energetica e industriale gestita senza una reale strategia di governo del cambiamento.

Il rischio desertificazione industriale

Per Rachiero, la crisi dello stabilimento rappresenta «l’ennesimo drammatico tassello di un mosaico di disinvestimento che rischia di desertificare il futuro industriale ed economico del territorio».

Secondo il consigliere comunale, la vertenza esplode nel momento più delicato per Brindisi, proprio mentre il percorso di riconversione industriale previsto attraverso l’Accordo di Programma appare bloccato.

«Questa vertenza esplode nel momento più critico per il nostro territorio, in cui anche l’Accordo di Programma sulla decarbonizzazione e sulla riconversione dell’area di Brindisi, già drasticamente ridimensionato, risulta pericolosamente fermo al palo, una cornice vuota, privando la città delle alternative occupazionali e produttive promesse».

Lo stallo dell’Accordo di Programma

Nel ragionamento di Rachiero il tema centrale non è soltanto la chiusura di Basell ma l’assenza di una strategia complessiva.

«Brindisi sta pagando il prezzo più alto di una transizione energetica e industriale gestita senza una vera governance. Lo stallo politico e burocratico che blocca l’Accordo di Programma per la decarbonizzazione si somma oggi alla ritirata di Basell, creando un vuoto che il territorio non può permettersi di colmare da solo».

Da qui la richiesta di un intervento immediato delle istituzioni nazionali e regionali.

«Si richiede la riattivazione immediata di un tavolo, anche di crisi, congiunto tra il Ministero, la Regione Puglia e gli Enti Locali. Le istituzioni devono vincolare la chiusura di Basell ad un piano strategico di riconversione del sito e sbloccare immediatamente l’Accordo di Programma».

«L’azienda ha una responsabilità verso il territorio»

Particolarmente severo il giudizio espresso sul ruolo della multinazionale.

Secondo Rachiero, il gruppo non può limitarsi a chiudere gli impianti senza assumersi responsabilità nei confronti di un territorio che per decenni ha contribuito alla sua crescita.

«L’azienda non può pensare di disimpegnarsi da Brindisi con una semplice operazione di chiusura. Per decenni, questo territorio e i suoi lavoratori hanno contribuito in modo determinante alla crescita, ai profitti e al successo globale del gruppo».

Da qui la richiesta di un piano di uscita responsabile.

«Oggi la multinazionale ha il dovere morale e industriale di mettere in campo un piano di uscita responsabile, che preveda investimenti per la salvaguardia occupazionale, la ricollocazione del personale e la bonifica e messa in sicurezza delle aree».

La conclusione è una delle più nette tra quelle registrate nel corso della giornata.

«Non è tollerabile che Brindisi venga trasformata in un cimitero industriale ed esposta ad una catastrofe sociale in nome di una transizione ad oggi solo scritta sulla carta».

Il consigliere comunale Michelangelo Greco

Greco: «Calpestati i diritti dei brindisini»

Molto critica anche la posizione del capogruppo del Movimento Regione Salento Michelangelo Greco.

La chiusura mentre si cerca un acquirente per il cracking

Per Greco, la decisione di Basell non può essere separata dalla vicenda del cracking.

«Il fatto gravissimo è che Basell annuncia di voler chiudere nonostante sia in atto un tentativo di vendita, da parte dell’Eni, dell’impianto di cracking di Brindisi. Il che consentirebbe proprio a Basell di disporre della materia prima necessaria per proseguire la produzione».

Secondo il consigliere, proprio questo elemento rafforzerebbe la convinzione che sia in corso un progressivo smantellamento della chimica brindisina.

«È evidente, pertanto, che si procede in direzione di una smobilitazione della chimica nel nostro territorio».

Il tema delle bonifiche

Greco richiama inoltre il ruolo delle istituzioni e la necessità di pretendere precise responsabilità da chi decide di lasciare il territorio.

«Ci batteremo perché chi decide definitivamente di andar via provveda a farsi carico dello smontaggio degli impianti ed alla bonifica dei siti».

La conclusione richiama un’immagine destinata a tornare più volte nel dibattito pubblico.

«Brindisi non può e non deve trasformarsi in un cimitero di ferraglie, testimonianze di fallimenti e di occasioni perdute».

Jacopo Sticchi, Per sempre Brindisi

Sticchi e Giannace: «La città si mobiliti»

Sulla stessa linea si colloca l’intervento dei consiglieri comunali di Per Sempre Brindisi Jacopo Sticchi e Rino Giannace.

«Brindisi è stanca di subire»

I due consiglieri parlano di una crisi industriale che procede da anni senza che siano state individuate alternative concrete.

«I cittadini di Brindisi non accettano di rimanere inerti rispetto ad una crisi strisciante che sta desertificando la zona industriale. Le chiusure di stabilimenti produttivi si succedono una dietro l’altra senza che si registrino alternative concrete e soprattutto in assenza di strategie chiare sulle reali motivazioni alla base delle interruzioni dei cicli produttivi».

Anche Sticchi e Giannace evidenziano la coincidenza temporale tra la chiusura di Basell e il tentativo di individuare un acquirente per il cracking.

Secondo i due esponenti politici, il ritorno in attività del cracking avrebbe potuto garantire a Basell la disponibilità delle materie prime necessarie alla produzione. Per questo motivo ritengono che il disimpegno del gruppo fosse già stato deciso da tempo.

La conclusione è un appello rivolto all’intero sistema politico cittadino.

«La politica, però, non può rimanere in silenzio e per una volta sarà opportuno mettere da parte divisioni che non troverebbero alcuna giustificazione».

Rino Giannace, Per sempre Brindisi

Oltre Basell: il futuro della chimica italiana passa da Brindisi

Al di là delle dichiarazioni delle aziende, delle polemiche politiche e delle preoccupazioni sindacali, la vicenda Basell pone una questione più ampia che riguarda il futuro della chimica di base italiana.

La chiusura dell’impianto di polipropilene di Brindisi non rappresenta soltanto la perdita di una produzione industriale. Rappresenta il punto di incontro tra tre processi che da anni attraversano il sistema produttivo nazionale: la transizione energetica, la crisi della competitività europea e l’assenza di una politica industriale capace di accompagnare i territori nei processi di trasformazione.

È per questo motivo che il caso Brindisi supera ampiamente i confini della città pugliese.

Due modelli industriali a confronto

La vicenda assume un significato particolare se osservata in una prospettiva europea.

Da una parte vi sono Paesi come i Paesi Bassi che, pur dovendo affrontare gli stessi problemi legati alla transizione energetica, ai costi dell’energia e alle normative ambientali europee, continuano a considerare la chimica di base una infrastruttura industriale strategica.

Il caso dello stabilimento Shell Chemicals di Moerdijk, richiamato anche nell’interrogazione parlamentare presentata da Claudio Stefanazzi, rappresenta uno degli esempi più significativi. L’obiettivo perseguito nei Paesi Bassi non è eliminare la chimica di base ma renderla più efficiente, più sostenibile e meno emissiva, preservandone al tempo stesso il ruolo all’interno delle filiere industriali europee.

Dall’altra parte emerge il caso italiano.

Negli ultimi anni il Paese ha progressivamente perso capacità produttiva nel settore della chimica di base. Le chiusure e le riconversioni che hanno interessato diversi siti industriali hanno ridotto la presenza nazionale in un comparto che continua invece a essere considerato strategico dalle principali economie manifatturiere europee.

La differenza non riguarda soltanto le imprese ma soprattutto l’approccio.

Nei Paesi Bassi il dibattito riguarda come mantenere la produzione riducendone l’impatto ambientale. In Italia il confronto appare sempre più concentrato su come gestire le conseguenze delle chiusure.

Il nodo cracking e il rischio effetto domino

È attorno a questo punto che si concentra gran parte della discussione industriale.

Tutti i soggetti coinvolti nella vicenda – sindacati, amministratori locali, parlamentari e associazioni di categoria – individuano nel cracking l’infrastruttura industriale dalla quale dipende la sopravvivenza dell’intera filiera petrolchimica brindisina.

Il cracking non rappresenta infatti una produzione isolata ma il punto di partenza di numerose catene produttive.

La stessa LyondellBasell individua nelle criticità legate all’approvvigionamento della materia prima una delle ragioni principali alla base della decisione di chiudere il polipropilene.

Da qui nasce il timore, espresso in particolare da CGIL e Filctem, che la fermata del cracking possa produrre un effetto domino destinato a estendersi ben oltre il caso Basell.

Se viene meno il primo anello della catena produttiva, diventa infatti più difficile garantire competitività alle produzioni che dipendono da quella materia prima.

È questo il motivo per cui la ricerca di un nuovo investitore per il cracking viene considerata da tutti gli attori coinvolti una priorità assoluta.

L’Accordo di Programma e il fattore tempo

Un secondo elemento attraversa trasversalmente quasi tutti gli interventi raccolti nel corso della giornata: il tempo.

Sindacati, amministratori locali e forze politiche utilizzano parole diverse ma arrivano alla stessa conclusione.

Brindisi si trova in una fase di transizione nella quale le attività storiche stanno progressivamente riducendosi mentre i nuovi investimenti annunciati non sono ancora entrati nella fase operativa.

In questo contesto assume un peso particolare il ritardo accumulato dall’Accordo di Programma per la decarbonizzazione e la riconversione industriale dell’area brindisina.

L’accordo avrebbe dovuto rappresentare la cornice strategica all’interno della quale gestire il passaggio dal vecchio modello industriale alle nuove attività produttive.

A oggi, però, molte delle iniziative annunciate non hanno ancora prodotto effetti concreti sul piano occupazionale.

È proprio questo vuoto temporale che alimenta le preoccupazioni del territorio.

Perché mentre gli investimenti vengono progettati, autorizzati e finanziati, gli impianti continuano a chiudere.

Il valore economico della chimica di base

Nella discussione pubblica il tema viene spesso affrontato esclusivamente sotto il profilo occupazionale.

La questione, tuttavia, è molto più ampia.

La chimica di base rappresenta uno dei settori dai quali dipendono numerose filiere industriali: packaging, automotive, edilizia, farmaceutica, agricoltura, logistica, componentistica e beni di consumo.

Ridurre la capacità produttiva nazionale significa aumentare la dipendenza dalle importazioni e trasferire all’estero segmenti strategici della catena del valore.

È questo uno dei punti che emerge con maggiore forza dalle prese di posizione sindacali e dalle interrogazioni parlamentari presentate nelle ultime settimane.

La domanda che attraversa l’intera vertenza è semplice: un Paese manifatturiero come l’Italia può permettersi di rinunciare progressivamente alla propria chimica di base?

Uno sciopero Basell Petrolchimico Brindisi

Gli scenari possibili

Oggi gli scenari aperti restano diversi.

Il primo passa attraverso la capacità dell’advisor incaricato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy di individuare un soggetto industriale interessato al cracking di Brindisi e, più in generale, alla filiera chimica locale.

Il secondo riguarda l’eventuale reindustrializzazione del sito Basell, una possibilità che rimane formalmente aperta anche alla luce della disponibilità manifestata dall’azienda a favorire la cessione dell’impianto.

Il terzo scenario, quello più temuto dal territorio, è invece quello di una progressiva riduzione delle attività industriali ancora presenti, senza che le nuove iniziative produttive riescano a colmare in tempi rapidi il vuoto occupazionale lasciato dalle chiusure.

È proprio attorno a questo bivio che si giocheranno i prossimi mesi.

La domanda che resta aperta

A rendere simbolica la vicenda Basell non è soltanto la perdita di un impianto di polipropilene.

Ciò che emerge da questa giornata è soprattutto il confronto tra due differenti idee di politica industriale.

Da una parte vi sono Paesi che considerano la chimica una filiera strategica da accompagnare verso la sostenibilità attraverso investimenti, innovazione e modernizzazione degli impianti.

Dall’altra vi sono territori che assistono alla progressiva riduzione della capacità produttiva mentre attendono che le alternative industriali annunciate diventino realtà.

Per questo la chiusura annunciata da LyondellBasell non rappresenta soltanto una vertenza aziendale.

Rappresenta una delle domande più importanti che oggi attraversano l’industria italiana: quale spazio intende occupare il Paese nella geografia produttiva europea dei prossimi decenni?

La risposta non riguarderà soltanto il futuro di Brindisi.
Riguarderà il futuro della chimica italiana.