Chimica di base e jet fuel, il paradosso Brindisi

Aereo Ita Airways aeroporto del Salento Brindisi

Da sito che alimentava gli scali italiani a simbolo di ritirata industriale: il cracking fermo riapre il nodo dell’autonomia strategica

di Antonio Portolano

Autonomia strategica o autolesionismo strategico?

BRINDISI – Da sito che alimentava gli scali italiani, a un aeroporto che sfiora la criticità di rifornimenti di carburante per gli stessi aerei in partenza dal capoluogo. Il paradosso, a Brindisi, non ha bisogno di troppe metafore. C’è un’immagine che più di altre racconta la traiettoria industriale di un Paese. Per anni dal petrolchimico uscivano ogni giorno fra le 800 e le 1.200 tonnellate di componenti da cui si ricavava anche carburante per aerei, poi venduto ai grossisti e redistribuito agli scali italiani.
Oggi, invece, sullo stesso territorio il dibattito pubblico si è ritrovato a discutere perfino del rischio di tensioni nei rifornimenti aeroportuali. Tradotto: da luogo che contribuiva a tenere in quota i cieli italiani a territorio esposto alla scarsità. È qui che la domanda smette di essere locale e diventa nazionale: l’Italia vuole davvero difendere la propria autonomia industriale oppure sta praticando, con ammirevole coerenza, una forma di autolesionismo strategico?

Il punto di svolta è noto, ma non per questo meno grave. Il cracking di Versalis a Brindisi è stato avviato alla fermata nella primavera del 2025, con chiusura entro aprile secondo le comunicazioni di settore; a febbraio 2026 le cronache sindacali e industriali parlavano già di “un anno dalla chiusura degli ultimi impianti”. Non è dunque una sospensione accidentale, né una pausa tecnica neutrale. È l’effetto di una scelta industriale precisa, assunta in un passaggio storico in cui l’Europa torna a interrogarsi sulla sicurezza delle forniture energetiche e delle materie prime. (Polimerica.it)

Il cracking di Brindisi

I numeri che spiegano il peso del sito

Per capire di cosa si discute bisogna partire dalla fisica industriale, non dagli slogan. Il sito di Brindisi lavorava circa 3.000 tonnellate al giorno di virgin nafta. Da quel flusso si ottenevano circa 1.100 tonnellate di etilene, 400 di propilene e fra 800 e 1.200 tonnellate al giorno di benzina di cracking, da cui si ricavava anche jet fuel. Non era quindi soltanto un impianto “energivoro” da mettere nella colonna delle zavorre. Era un nodo che trasformava una materia prima raffinata in prodotti fondamentali per la chimica di base e, in parallelo, in componenti utili per il carburante avio. In altri termini: non un relitto del Novecento, ma un pezzo di infrastruttura del manifatturiero nazionale.

È questo il punto che nel dibattito italiano si tende a rimuovere. Quando si spegne un cracking non si spegne soltanto una ciminiera; si sfilano dal tavolo intere filiere. L’etilene e il propilene non sono parole da addetti ai lavori: sono i mattoni di plastiche, imballaggi, componenti per auto, edilizia, medicale, elettronica, detergenza, fertilizzanti. Chiudere la produzione nazionale significa rassegnarsi a comprare all’estero ciò che prima si produceva in casa, e farlo in una fase in cui i mercati internazionali sono attraversati da guerre, strozzature logistiche, tensioni sui noli e rialzi improvvisi dei costi. (UnoGenio)

Il tempismo peggiore possibile

Se si volesse costruire il momento meno adatto per ridurre la capacità nazionale di chimica di base, difficilmente si farebbe meglio dell’attuale. La guerra in Medio Oriente ha riportato al centro una verità scomoda: le catene energetiche globali sono più fragili di quanto ci si racconti quando i prezzi scendono. Secondo ricostruzioni di settore, dallo Stretto di Hormuz transita una quota molto rilevante del jet fuel diretto in Europa, circa il 43% del carburante per aerei diretto nel continente. Nelle settimane più tese si è tornati a ragionare, senza allarmismi ma senza più illusioni, su scenari di offerta ridotta, razionamento selettivo, priorità ai voli essenziali, tutela del cargo critico. Il fatto stesso che questi scenari vengano studiati dice tutto: il carburante non è un bene indifferenziato che compare per magia alla pompa. È l’ultimo anello di una catena lunghissima e geopoliticamente esposta. (Adnkronos)

Qui il caso Brindisi diventa quasi didattico. Nel momento in cui la sicurezza degli approvvigionamenti torna a essere un tema da cancellerie, ministeri e grandi gruppi industriali, l’Italia sceglie di indebolire una delle sue basi produttive nella chimica di prima trasformazione. È come decidere di vendere i remi mentre il mare si alza. Naturalmente si può obiettare che il jet fuel può essere ottenuto anche attraverso altre lavorazioni di raffineria e che il mercato internazionale offre alternative. Tutto vero. Ma proprio questo è il punto: si passa da una condizione di maggiore presidio nazionale a una condizione di maggiore dipendenza esterna. In tempi normali è una rinuncia. In tempi instabili è un rischio.

Federchimica e il campanello d’allarme ignorato

Le parole di Francesco Buzzella, presidente di Federchimica, meritano di essere lette senza anestesia. Per diversi prodotti chimici, ha avvertito, si stanno già manifestando difficoltà di approvvigionamento che per alcune produzioni sono diventate persino insostenibili; la produzione chimica in Italia si colloca su livelli inferiori del 13% rispetto al 2021, e il settore resta esposto al rischio di ulteriori flessioni e di carenza fisica di materie prime lungo varie filiere con ulteriori riduzioni attese (fonte Sole 24Ore). È lo stesso allarme riportato in questi giorni anche dalla stampa economica nazionale e dalle comunicazioni di Federchimica. Non si tratta dunque della lamentazione corporativa di un comparto in difesa del passato, ma dell’indicazione di una vulnerabilità concreta del sistema manifatturiero. (Federchimica)

La coincidenza fra uso energetico e uso industriale delle fonti fossili è il vero nodo. Quando petrolio e derivati rincarano o mancano, non salgono soltanto le bollette: si inceppa la fabbrica materiale di moltissimi beni. Il settore chimico è il primo a ricevere l’urto e il primo a trasmetterlo a valle. Se viene a mancare la materia prima di base, il problema non resta confinato dentro i cancelli del petrolchimico. Si sposta nei distretti della plastica, negli inchiostri, nei colori, nell’agroalimentare, nel farmaceutico, nell’automotive. Ecco perché la chiusura di un cracking non è mai un tema per specialisti. È una questione di politica industriale nel senso più classico del termine. (Collettiva)

Brindisi non è un rottame, ma un asset

Una parte del dibattito ha provato a far passare il cracking di Brindisi come un impianto vecchio, superato, inevitabilmente destinato alla chiusura. È la tesi che Claudio Stefanazzi, deputato del Partito democratico, ha contestato in modo esplicito in un’interrogazione parlamentare: ha definito “un falso mito” l’idea dell’obsolescenza, ha ricordato che l’impianto è fra i più moderni d’Europa, costruito nel 1993 con tecnologia Technip, e ha avvertito che la chiusura del cracker determinerebbe la progressiva fermata dell’intero sito, con oltre 1.500 posti di lavoro diretti e indiretti a rischio e una pericolosa dipendenza estera per materie prime essenziali. Stefanazzi ha anche indicato una strada politica precisa: valutare la cessione del sito a soggetti interessati al rilancio produttivo, eventualmente con il coinvolgimento pubblico.

Questo passaggio è decisivo perché sposta il confronto dal terreno ideologico a quello industriale. Se un gruppo come Eni, per proprie strategie, considera non più centrale la chimica di base tradizionale, ha pieno diritto di ridefinire il portafoglio. Ma il Paese ha un interesse autonomo rispetto a quello del singolo gruppo. E quell’interesse consiste nel non disperdere un asset che ha ancora valore tecnico, logistico e produttivo. Le due cose non coincidono necessariamente. Una multinazionale può uscire da un business. Uno Stato serio dovrebbe chiedersi che cosa accade dopo.

L’ingresso del petrolchimico di Brindisi

La contraddizione italiana: uscire mentre gli altri investono

Qui il confronto con l’estero diventa imbarazzante. Mentre l’Italia arretra sulla chimica di base, il resto del mondo industriale non sembra affatto considerarla un reperto archeologico. Ad Anversa, Project One di Ineos vale circa 4 miliardi di euro ed è presentato come il primo nuovo cracker etanico in Europa da oltre trent’anni, con una capacità di 1,45 milioni di tonnellate l’anno di etilene. Non solo: il porto di Anversa-Bruges rivendica oltre 10 miliardi di euro di investimenti privati recenti sulla piattaforma chimica per rafforzarne competitività e transizione. La morale è semplice: gli altri non stanno smantellando la chimica di base, la stanno aggiornando.

La stessa Versalis, nella presentazione al mercato del marzo 2025, descrive un quadro competitivo durissimo per il cracking europeo: costi dell’etilene nell’Unione tripli rispetto a Usa e Medio Oriente, capacità di cracking in Usa, Medio Oriente e Asia superiore a 2 milioni di tonnellate annue contro circa 0,6 in Europa, e una traiettoria che porterà nel 2030 la capacità del Nord-Est asiatico a circa tre volte quella del 2012. Tradotto: la concorrenza globale è feroce, ma proprio per questo chi presidia il settore investe in scala, efficienza e tecnologia. Nessuno, fuori dall’Italia, sembra aver tratto la conclusione che la risposta sia semplicemente abbandonare il campo. (Eni)

Il precedente AEQUITA e il prezzo dell’irrilevanza

A rendere ancora più evidente la miopia della scelta c’è il capitolo AEQUITA. Nel giugno 2025 LyondellBasell ha annunciato l’accordo e le negoziazioni esclusive con il gruppo industriale con sede a Monaco per la cessione di quattro asset europei di olefine e poliolefine: Berre in Francia, Münchsmünster in Germania, Carrington nel Regno Unito e Tarragona in Spagna. Secondo i consulenti dell’operazione, quei quattro impianti generano circa 2,5 miliardi di euro di ricavi e occupano oltre 1.700 lavoratori; AEQUITA dichiara un portafoglio che supera i 3,5 miliardi di euro di fatturato e 17 mila dipendenti. Quindi non un compratore occasionale, ma un operatore industriale specializzato in carve-out e rilanci complessi. (lyondellbasell.com)

Il dato più interessante, per Brindisi, non è soltanto ciò che AEQUITA ha comprato. È ciò che non ha comprato. Il sito pugliese è rimasto fuori da quel perimetro proprio mentre si sarebbe potuto ragionare su un inserimento in una più ampia piattaforma europea di olefine e poliolefine. Un impianto fermo, avviato alla conservazione, vale meno di un impianto operativo o rilanciabile con un piano industriale chiaro. La decisione di spegnere il cracking ha inciso anche sull’attrattività dell’asset. In altre parole: non si è soltanto scelto di uscire da una produzione, si è anche ridotto il valore delle opzioni alternative. È un doppio costo, industriale e patrimoniale. (lyondellbasell.com)

La falsa alternativa fra transizione e manifattura

Uno degli argomenti più usati per giustificare la ritirata è che la transizione energetica imporrebbe comunque l’uscita dalla chimica di base tradizionale. È una rappresentazione comoda, ma rozza. La realtà industriale europea racconta altro: gli investimenti in cracking di nuova generazione, in feedstock più efficienti, in elettrificazione di processo, in idrogeno, in cattura della CO2 e in digitalizzazione nascono proprio dall’idea di rendere sostenibili impianti che restano però essenziali alla manifattura. Nessuno decarbonizza abolendo per decreto la materia prima. La si produce meglio, con tecnologie più avanzate e con minore intensità emissiva.

Nel caso di Brindisi questo argomento è ancora più forte perché varie analisi tecniche indicano che il sito potrebbe essere aggiornato con investimenti rilevanti ma fisiologici per il settore: efficienza energetica, ottimizzazione del feedstock, upgrade dei forni, digitalizzazione, configurazioni più flessibili. Secondo alcune stime l’ordine di grandezza di “poche centinaia di milioni” per interventi di modernizzazione e Stefanazzi, nella sua ricostruzione, parla di possibili assetti a carica mista nafta, Gpl ed etano e di soluzioni stand alone per l’energia. Non si sta quindi discutendo di resuscitare un dinosauro. Si sta discutendo se abbia senso buttare via un impianto che può ancora essere reso competitivo e più verde.

Una panoramica dall’alto della zona industriale di Brindisi

Eni può uscire. Il Paese no

È necessario essere chiari su un punto, proprio per rendere la tesi più solida. Eni è libera di riorientare la propria strategia industriale. A Brindisi sono previsti altri investimenti, compresa la gigafactory per accumuli Lfp annunciata da Versalis con Seri Industrial, per circa 700 milioni di euro. Sarebbe sbagliato negarlo o liquidarlo. Il territorio ha interesse a ogni investimento serio, soprattutto se crea nuova base produttiva. Ma questo non risolve il problema della chimica di base. Perché una batteria non sostituisce l’etilene; un nuovo insediamento non rimpiazza automaticamente il ruolo sistemico di un cracking integrato nella filiera nazionale delle plastiche e degli intermedi chimici.

La vera questione, dunque, non è se Eni debba essere costretta a fare ciò che non vuole più fare. La vera questione è se il sistema Italia debba accettare che un settore strategico venga smontato senza predisporre un passaggio ordinato verso altri soggetti industriali. Se Eni non vuole più presidiare la chimica di base, può cedere gli impianti a chi intenda farlo. È una posizione ragionevole, non ideologica. E soprattutto è coerente con ciò che avviene in Europa, dove operazioni di carve-out, consolidamento e rilancio vengono utilizzate proprio per preservare capacità industriali considerate ancora centrali.

Il costo vero: dipendenza, prezzi, perdita di leva

Che cosa perde l’Italia se il cracking di Brindisi resta fermo? Non soltanto posti di lavoro e valore locale, benché bastino e avanzino. Perde tre cose più grandi. La prima è la capacità di presidiare una filiera strategica in casa propria. La seconda è il potere negoziale: chi compra tutto fuori subisce prezzi, disponibilità e priorità altrui. La terza è la facoltà di costruire una transizione industriale con i propri tempi e le proprie tecnologie, invece di subirla. Un Paese manifatturiero che rinuncia alla chimica di base non diventa più moderno; diventa più dipendente.

E qui Brindisi smette definitivamente di essere “un caso pugliese”. Diventa la cartina di tornasole di una politica industriale che in pubblico pronuncia la formula “autonomia strategica” e in pratica accetta di importare sempre più materie prime, semilavorati e componenti critici. È una contraddizione che finché il mondo gira liscio può perfino restare nascosta. Ma nei momenti di crisi si presenta il conto. Ed è sempre un conto salato: più inflazione importata, più incertezza per le imprese, più fragilità per il sistema logistico, meno margine per decidere.

Un presidio Petrolchimico Brindisi

Autonomia o autolesionismo strategico?

A questo punto la domanda non è più se il cracking di Brindisi appartenga al passato. La domanda è se il governo intenda considerarlo parte di una strategia industriale nazionale. Perché le strade sono solo due. O si sceglie la via della dipendenza, accettando che etilene, propilene e una quota crescente di prodotti chimici e carburanti arrivino dall’estero, con tutti i rischi del caso. Oppure si sceglie la via dell’indipendenza relativa, che non significa autarchia ma capacità di difendere alcuni nodi essenziali della produzione nazionale, anche attraverso nuovi investitori e nuove tecnologie.

L’errore più grave sarebbe continuare a tenere il sito in una terra di nessuno: non pienamente operativo, non formalmente rilanciato, non realmente ceduto. La conservazione prolungata, come avverte Stefanazzi, può trasformarsi in deperimento. E il deperimento è la forma burocratica con cui spesso in Italia si prepara una dismissione irreversibile senza assumersene fino in fondo la responsabilità politica.

Brindisi, insomma, è davanti a un passaggio che riguarda l’intero Paese. Se il sito venisse rimesso in marcia, ammodernato, reso più efficiente e magari integrato in una nuova architettura industriale, l’Italia conserverebbe un pezzo della propria sovranità produttiva. Se invece resterà fermo, il messaggio sarà chiarissimo: nel momento in cui il mondo torna a fare i conti con guerre, approvvigionamenti e competizione sulle materie prime, noi abbiamo deciso di uscire dalla chimica di base. Non per necessità storica. Per scelta. E allora sì, più che autonomia strategica, il nome giusto sarebbe un altro: autolesionismo strategico.