Cracker Brindisi, PD: cessione per rilancio

Claudio Stefanazzi, deputato salentino del Partito democratico

Interrogazione Stefanazzi su ENI Versalis Brindisi: impianto moderno, rischio chiusura e 1.500 posti. Ipotesi cessione e rilancio

di Antonio Portolano

«Un falso mito». Parte da qui la battaglia parlamentare sul futuro del petrolchimico di Brindisi e dello steam-cracker ENI Versalis, considerato strategico per la chimica italiana e per la filiera nazionale delle plastiche.

Il caso del cracker ENI Versalis di Brindisi

«Un falso mito». Così Claudio Stefanazzi, deputato salentino del Partito democratico, definisce l’idea che l’impianto per la produzione di etilene e propilene di Brindisi debba chiudere per obsolescenza.

Nell’interrogazione parlamentare rivolta al Ministero delle imprese e del made in Italy e al Ministero dell’economia e delle finanze, il parlamentare sostiene che «lo stabilimento è uno dei più moderni d’Europa e rappresenta uno dei principali poli petrolchimici italiani, cuore della filiera nazionale delle plastiche, che alimenta settori strategici come packaging, automotive, medicale, edilizia ed elettronica».

Secondo quanto riportato, la chiusura del cracker determinerebbe «la progressiva fermata dell’intero sito, con la perdita di oltre 1.500 posti di lavoro diretti e indiretti e una pericolosa dipendenza dall’estero per materie prime fondamentali».

L’ingresso del petrolchimico di Brindisi

Il petrolchimico di Brindisi, avviato negli anni Sessanta, è uno dei pilastri della chimica di base italiana. Il cuore produttivo è lo steam-cracker costruito nel 1993 con tecnologia Technip, tra i più recenti e moderni in Europa. L’impianto alimenta un complesso integrato di produzione di polietilene, polipropilene e butadiene ed è inserito in un sistema infrastrutturale completo, dotato di collegamenti ferroviari, stradali e navali, reti elettriche e impianti di gas tecnici.

Oggi l’impianto è fermo ma in stato di conservazione. Stefanazzi avverte che «in assenza di decisioni rapide, questo stato si trasformerà in deperimento, con una perdita irreversibile di valore industriale e patrimoniale».

Da qui la richiesta al Governo: «valutare un percorso di cessione a un soggetto interessato al rilancio produttivo del sito, anche con il coinvolgimento di soggetti pubblici».

Le cause della crisi e le ipotesi di rilancio

Le difficoltà del complesso, secondo quanto dichiarato da ENI, derivano da fattori strutturali: costi energetici elevati, margini ridotti dell’etilene prodotto da virgin nafta rispetto ai competitor mediorientali e ingenti oneri legati al cosiddetto “must run” del turbogas.

Nonostante ciò, l’impianto non può essere considerato obsoleto. Costruito nel 1993, presenta un valore a nuovo stimato in circa un miliardo di euro e mantiene un livello competitivo per capacità e tecnologia.

Tra le ipotesi di rilancio figurano la realizzazione di un assetto energetico autonomo mediante turbogas dedicato, la conversione a carica mista nafta, GPL ed etano con riduzione delle emissioni di CO₂, l’avvio di uno studio di fattibilità per un assetto stand alone e la ricerca di soggetti industriali o fondi interessati all’acquisto dell’asset.

Stefanazzi indica un possibile modello: «esperienze come il ‘Project One’ di Anversa dimostrano che, con una strategia chiara, è possibile attrarre investimenti e realizzare impianti moderni e sostenibili».

Impatto su filiere e autonomia industriale

La perdita del cracker comporterebbe la cessazione dell’unico polo nazionale di produzione integrata di materie plastiche e una dipendenza totale dall’importazione di etilene, con evidenti rischi in un contesto geopolitico instabile.

L’interrogazione evidenzia inoltre l’arresto degli impianti collegati e l’interruzione di forniture strategiche, tra cui quelle di gas medicali per il Centro-Sud Italia. La chiusura avrebbe effetti a cascata su numerose filiere, dalla componentistica automotive al packaging, fino all’edilizia e all’elettronica.

Secondo il deputato, «difendere il cracker di Brindisi significa difendere lavoro, competenze e autonomia industriale del Paese».

La richiesta al Governo

Nel documento si chiede quali iniziative urgenti l’esecutivo intenda assumere per evitare che lo stato di conservazione evolva in deperimento irreversibile, con perdita definitiva dell’asset industriale.

Si sollecita inoltre la valutazione di un percorso di cessione a un operatore industriale o a un fondo internazionale interessato al rilancio, anche con il coinvolgimento di partecipazioni statali.

Infine, si propone di verificare la replicabilità nel contesto italiano di iniziative analoghe a quelle realizzate in altri Paesi europei, come il progetto di Anversa, per attrarre investimenti e riconvertire il sito in chiave tecnologicamente avanzata e sostenibile.

L’obiettivo è definire in tempi rapidi una strategia industriale chiara per evitare la dispersione di un asset stimato in miliardi di euro e di un patrimonio di competenze altamente specializzate.

Il fattore tempo, conclude Stefanazzi, è decisivo: «l’inerzia del Governo si rivelerà presto fatale per il futuro di quest’area».