Confindustria Brindisi porta la filiera al MIMIT. Danese: «Nuovi comparti per generare investimenti, sviluppo e occupazione»
di Antonio Portolano
ROMA – Dalla proposta al primo risultato politico-industriale: il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, convocherà nelle prossime settimane un tavolo nazionale dedicato all’industria degli strumenti musicali, d’intesa con il ministro della Cultura Alessandro Giuli e con le imprese. È l’esito più rilevante dell’incontro a Palazzo Piacentini con Confindustria Brindisi, Confindustria Ancona, Confindustria Macerata e Dismamusica, che avevano portato al Governo la richiesta di una politica industriale specifica per una manifattura italiana da 1.120 imprese produttrici, 2.110 addetti diretti, circa 417 milioni di euro di mercato nazionale e oltre 155 milioni di export.
Per Confindustria Brindisi, rappresentata dal presidente Giuseppe Danese e dal direttore generale Angelo Guarini, il passaggio ha una doppia valenza. Da una parte porta verso un confronto strutturato con il Governo un settore del Made in Italy caratterizzato da manifattura, ricerca, innovazione, competenze specialistiche ed esportazioni. Dall’altra inserisce anche la musica nella strategia con cui l’associazione brindisina sta cercando di affiancare alle grandi vocazioni industriali storiche nuove filiere capaci di diversificare l’economia del territorio.
Il punto non è immaginare la sostituzione di meccanica e metalmeccanica, aeronautica, chimica ed edilizia. È ampliare la base produttiva, cercando nuovi investimenti e nuove occasioni di lavoro nei settori nei quali cultura, tecnologia, manifattura e mercati internazionali possono incontrarsi.

Urso: «Una filiera importante per il Paese»
A certificare il salto di livello del confronto è stato lo stesso Adolfo Urso. Dopo l’incontro, il ministro ha annunciato pubblicamente l’intenzione di trasformare il confronto in un tavolo di settore.
«Ho ricevuto oggi a Palazzo Piacentini i rappresentanti di Confindustria Macerata, Confindustria Brindisi, Confindustria Ancona e Dismamusica per un confronto sull’industria degli strumenti musicali e sul suo ruolo strategico nel comparto creativo, artistico e culturale, valorizzato anche nel Libro Bianco del Mimit “Made in Italy 2030”. Una filiera importante per il Paese, che sarà al centro del tavolo di settore che convocherò nelle prossime settimane, in accordo con il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, e le imprese, per approfondire le esigenze del comparto e individuare strumenti di sostegno e sviluppo».
L’annuncio modifica sostanzialmente lo scenario. Le associazioni erano arrivate al Ministero chiedendo una sede stabile di confronto e una politica industriale dedicata. Ora è il ministro a indicare esplicitamente la convocazione di un tavolo con imprese e Ministero della Cultura.
Urso ha inoltre collegato il dossier degli strumenti musicali a una questione più ampia di valorizzazione del patrimonio industriale italiano: «Nel confronto odierno abbiamo inoltre approfondito alcuni temi strategici per la valorizzazione del nostro patrimonio produttivo: dal Registro Speciale dei Marchi Storici di Interesse Nazionale, che ha superato i 1.000 marchi iscritti, al riconoscimento dell’indicazione geografica per i prodotti non agricoli, importante per tutelare e promuovere le eccellenze legate ai territori, fino al ruolo dei Musei d’Impresa, fondamentali per custodire e valorizzare la memoria industriale e la cultura produttiva italiana».
Marchi, territori, memoria industriale e capacità produttiva entrano così nello stesso quadro: quello di un Made in Italy che non riguarda soltanto le grandi filiere tradizionali, ma anche produzioni fortemente specializzate nelle quali il valore economico si intreccia con storia, creatività e identità.

Una manifattura da 417 milioni con il nodo della dimensione
I numeri spiegano perché gli strumenti musicali possano essere considerati un tema di politica industriale. Il comparto conta circa 1.120 imprese produttrici e 2.110 addetti diretti, con un mercato nazionale di circa 417 milioni di euro ed esportazioni superiori a 155 milioni.
La caratteristica strutturale è però la frammentazione: oltre il 95% delle aziende ha meno di dieci addetti. È allo stesso tempo un punto di forza e una debolezza. Le piccole dimensioni hanno permesso di conservare lavorazioni, conoscenze tecniche e specializzazioni di grande valore, ma possono rendere più difficile affrontare autonomamente investimenti in ricerca, innovazione, certificazioni, formazione e internazionalizzazione.
È su questo divario tra qualità produttiva e capacità di competere su scala internazionale che interviene la proposta presentata al MIMIT.
Le direttrici indicate comprendono sostegno agli investimenti e all’innovazione, sviluppo delle competenze e ricambio generazionale, rafforzamento dell’export, crescita dimensionale e promozione di reti, consorzi e altre forme di aggregazione. Tra le ipotesi c’è anche un Programma nazionale 2027-2029 dedicato al comparto.
«Non chiediamo misure assistenziali – sottolinea il Presidente di Confindustria Brindisi, Giuseppe Danese – ma una politica industriale in grado di mettere queste aziende nelle condizioni di crescere, innovare, aggregarsi e competere sui mercati internazionali. Un intervento mirato su una filiera produttiva relativamente contenuta può generare un effetto moltiplicatore su un ecosistema economico e culturale molto più ampio, con ricadute in termini di investimenti, produzione e occupazione».

Dalla Luiss al MIMIT, il percorso di Confindustria Brindisi
L’arrivo a Palazzo Piacentini è il punto più avanzato di un lavoro che Confindustria Brindisi porta avanti da anni per affermare un concetto: la musica non è soltanto cultura, arte e spettacolo, ma anche economia, industria e occupazione.
Il percorso, sviluppato in particolare attraverso l’attività del direttore generale Angelo Guarini, ha portato il tema nel confronto con università, imprese e protagonisti della filiera.
Tra le tappe ci sono gli incontri universitari dedicati all’economia della musica e il confronto organizzato nel novembre 2024 a Castelfidardo, uno dei territori simbolo della manifattura italiana degli strumenti musicali.

Il salto ulteriore è arrivato il 7 maggio 2026 alla Luiss di Roma con il seminario «L’economia della musica», promosso dall’ateneo insieme a Confindustria Brindisi. Attorno allo stesso tavolo furono riuniti il mondo industriale, accademico, discografico e creativo: tra gli altri Giuseppe Danese, Angelo Guarini, la direttrice generale della Luiss Rita Carisano, il presidente di Dismamusica Raffaele Volpe, il vicepresidente vicario di Dismamusica e amministratore delegato di Algam Eko Stelvio Lorenzetti, il CEO della FIMI – Federazione Industria Musicale Italiana Enzo Mazza e Davide «Boosta» Dileo dei Subsonica. Anche Mogol partecipò con un video-saluto.
Proprio in quel confronto era stata rilanciata l’esigenza di portare il tema a livello governativo e costruire un’interlocuzione stabile tra imprese e istituzioni. L’incontro al MIMIT e l’annuncio di Urso rappresentano oggi il primo approdo istituzionale di quel percorso.

L’economia della musica vale molto più degli strumenti
Il comparto degli strumenti rappresenta infatti soltanto una parte di un ecosistema molto più vasto.
Produzione e distribuzione degli strumenti, discografia, editoria musicale, live entertainment, piattaforme digitali, scuole, service audio e luci, tecnologie del suono, management e comunicazione generano una catena del valore che attraversa manifattura, servizi, creatività e digitale.
I dati analizzati nel percorso promosso da Confindustria Brindisi avevano già consentito di misurarne alcuni segmenti. Nel 2024 il solo mercato italiano degli strumenti musicali valeva circa 417 milioni di euro. A questo si aggiungono distribuzione, noleggio, formazione ed editoria musicale, mentre l’intero ecosistema considerato dai proponenti – comprendendo musica registrata, diritto d’autore, spettacolo dal vivo, formazione, strumenti e attività collegate – viene stimato in circa 4,3 miliardi di euro annui.
Sono perimetri differenti e non vanno sommati meccanicamente. Il dato rilevante è un altro: dietro la musica esiste una rete di imprese, lavoratori, professionisti, tecnologie e produzioni molto più articolata di quanto suggerisca una lettura esclusivamente culturale del fenomeno.

Danese: nuove filiere accanto all’industria storica
È su questo punto che il dossier nazionale incontra direttamente la strategia di Confindustria Brindisi per il territorio.
«Il nostro territorio – prosegue Danese – possiede una solida tradizione industriale nella meccanica e metalmeccanica, nell’aeronautica, nella chimica e nell’edilizia. Questi comparti restano fondamentali e devono continuare a essere sostenuti e valorizzati. Parallelamente, però, dobbiamo avere la capacità di guardare avanti, individuando nuovi settori nei quali investire e creare opportunità. Stiamo lavorando in questa direzione sulla Blue Economy, sul Turismo e Cultura, sulla Sanità privata e oggi guardiamo con interesse anche alla filiera della musica e della produzione degli strumenti musicali».
Il ragionamento è quello della diversificazione produttiva. Non abbandonare le vocazioni industriali esistenti, ma ridurre progressivamente la dipendenza del territorio da pochi grandi comparti attraverso l’ingresso di nuove attività.
Per gli strumenti musicali significa anche verificare se competenze già presenti nella meccanica, nell’elettronica, nella lavorazione dei materiali, nella progettazione e nell’artigianato specializzato possano creare connessioni con questa manifattura.
Il territorio brindisino non parte completamente da zero. UnoGenio aveva già documentato alcune esperienze locali inseribili nell’economia della musica, dalla produzione di chitarre di Capurso Guitars di Andrea Capurso alle tecnologie audio di T.D.S. Sound di Angelo Olimpio fino al Laboratorio Musicale Pezzolla di Mesagne, specializzato nel settore degli strumenti a fiato.
Non costituiscono ancora un distretto e sarebbe improprio rappresentarle come tale. Dimostrano però che anche nel Brindisino esistono competenze imprenditoriali e produttive direttamente riconducibili alla filiera.

Brindisi prova a intercettare una parte della crescita
È qui che il percorso nazionale assume una dimensione territoriale.
«Vogliamo creare le condizioni affinché anche Brindisi possa intercettare una parte dello sviluppo generato da queste nuove filiere – aggiunge il Presidente – favorendo investimenti, nuove attività imprenditoriali e contaminazioni con le competenze già presenti sul territorio. La diversificazione produttiva può tradursi in nuove opportunità di lavoro, soprattutto per i giovani, e rendere il nostro sistema economico più competitivo e resiliente».
La prospettiva non è dunque quella di trasformare artificialmente Brindisi in un distretto degli strumenti musicali. La partita è più concreta: creare le condizioni perché un territorio con una lunga cultura industriale possa agganciarsi anche a produzioni differenti, sfruttando competenze tecniche e manifatturiere già disponibili e attirandone di nuove.
L’annuncio di Urso segna intanto un risultato verificabile: il tavolo nazionale sull’industria degli strumenti musicali sarà convocato nelle prossime settimane, coinvolgendo il Ministero della Cultura e le imprese.
Per Confindustria Brindisi è anche il passaggio dalla fase di elaborazione a quella del confronto istituzionale. Un tema sviluppato negli anni nelle università, portato a Castelfidardo, discusso alla Luiss e trasformato insieme a Confindustria Ancona, Confindustria Macerata e Dismamusica in una proposta di politica industriale è arrivato al Governo.
Ora il banco di prova sarà ciò che quel tavolo riuscirà a produrre: strumenti per gli investimenti, crescita dimensionale, aggregazioni, competenze ed export. E, dal punto di vista brindisino, la capacità di trasformare una strategia nazionale in opportunità concrete di impresa, investimento e occupazione.




