Sabato 31 Ottobre 2026

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LA CITTÀ CHE NON SI VEDE

Blackboard Jungle, le serate che Brindisi ricorda

di Redazione

· 5 min di lettura

1992-1996 Maurizio Vierucci batteria; Vincenzo Assante voce; Giacomo Esposito basso; Marco Vierucci chitarra
1992-1996 Maurizio Vierucci batteria; Vincenzo Assante voce; Giacomo Esposito basso; Marco Vierucci chitarra

Blackboard Jungle, le serate che Brindisi ricorda

Nanni Mattia Pascale Brandi ritrova nelle canzoni dei Blackboard Jungle gli amici, le emozioni e i luoghi della Brindisi di ieri

di Nanni Mattia Pascale Brandi

Nanni Mattia Pascale Brandi

La città che non si vede, ma che sa farsi sentire ancora. Quella che ti entra dentro, come certi vecchi ricordi che non riescono ad abbandonarti, anche quando pensi di averli lasciati andare.

E così, la sera, quando le stanze cominciano a vestirsi di ombre prima che arrivi la notte, basta una vecchia musicassetta da far girare in un mangianastri. Oppure il computer che resta acceso e, quasi per caso, fa partire un vecchio video.

Eccoli lì, tutti insieme, quegli anni. Ti ritornano davanti agli occhi, si sistemano sulla scrivania, occupano lo spazio tra te e lo schermo. E tu sorridi.

1979-1985 Giacomo Esposito basso; Massimiliano Rea chitarra;
Vincenzo Assante voce e chitarra; Fabio Assante batteria

Sorridi a quel ragazzo distratto, in piedi sotto un palco, con una birra in mano, se le lire in tasca lo permettevano. Qualche sigaretta fumata di nascosto, lontano dagli sguardi di chi avrebbe potuto rimproverarti. E poi una ragazza da guardare di sbieco, facendo attenzione a non farsi sgamare, perché a quell’età anche uno sguardo poteva diventare una storia da raccontare agli amici.

Erano queste le nostre serate. Semplici, rumorose, piene di attese e di piccole complicità.

Erano le serate in cui suonavano i Blackboard Jungle.

1986-1989 Fabio Assante batteria; Gabriele Rinelli chitarra;
Vincenzo Assante voce e chitarra; Giacomo Esposito basso

D’inverno, nella sala interna, dove il calore si mescolava al fumo delle sigarette e la musica sembrava rimbalzare sulle pareti. D’estate, invece, nel giardino, con l’aria della sera che si riempiva di note, voci e risate. Cambiava il posto, cambiava la stagione, ma noi eravamo sempre lì, pronti a lasciarci trascinare da quel suono che aveva qualcosa di diverso, qualcosa che sentivamo nostro.

Quando partiva I’m a Jerk, bastavano le prime note per cambiare l’atmosfera. Il ritmo ti prendeva, ti costringeva a muoverti, a battere il piede, a lasciarti andare. Non c’era bisogno di conoscere ogni parola, non serviva stare a pensare. La musica faceva tutto da sola. E per qualche minuto il mondo fuori smetteva di esistere.

Con 15 Inches Underground si entrava in un’altra dimensione, più ruvida, più istintiva. La chitarra sembrava graffiare l’aria, la batteria spingeva in avanti e la voce si faceva strada dentro quel suono senza chiedere permesso. Restavi lì, sotto il palco, con gli occhi fissi sui musicisti, e ti domandavi come fosse possibile che una manciata di strumenti riuscisse a farti sentire così vivo.

Poi arrivava Little Perversion, e in quel rumore c’era tutta la voglia di rompere gli schemi, di non assomigliare a nessuno, di essere semplicemente se stessi. Erano anni in cui non sapevamo ancora bene chi saremmo diventati, ma avevamo già voglia di scegliere da soli la nostra strada. Forse era proprio questo che ci attirava in quei ragazzi sul palco: sembravano dare voce a qualcosa che anche noi avevamo dentro, ma che non sapevamo ancora raccontare.

1989-1990 Nico Barile chitarra; Giacomo Esposito basso; Vincenzo Assante voce e chitarra; Fabio Assante batteria

E mentre la musica continuava, i nostri piccoli rituali restavano gli stessi. La birra tenuta in mano per tutta la sera, le monetine contate prima di entrare, gli amici che si ritrovavano senza bisogno di telefonarsi troppo. E quella ragazza, sempre lei, che ogni tanto cercavi con lo sguardo. Magari era lì vicino, magari rideva con le amiche, magari non si era mai accorta di te. Ma quando partiva una canzone, per un istante potevi immaginare che anche lei sentisse quello che sentivi tu.

Con This Town Is Not My Town, perfino il titolo sembrava parlare a quella parte inquieta di noi che non si sentiva del tutto a casa da nessuna parte. Eravamo brindisini, legati alle nostre strade, ai nostri quartieri, ai luoghi in cui ci davamo appuntamento. Eppure avevamo dentro il desiderio di qualcosa che non conoscevamo ancora. Volevamo partire, cambiare, diventare grandi, senza sapere che un giorno avremmo guardato proprio quei posti con la nostalgia di chi ha lasciato indietro una parte della propria vita.

E poi c’erano i momenti in cui la musica sembrava rallentare dentro di noi, anche quando il volume restava alto. Bastava guardarsi intorno. Un amico che cantava con gli occhi chiusi, qualcuno che batteva le mani a tempo, una coppia che si scambiava un sorriso. Facce giovani, inconsapevoli del tempo che sarebbe passato, convinte che quelle notti sarebbero tornate ancora, uguali, ogni volta che ne avessimo avuto voglia.

Ma il tempo non fa promesse.

I locali cambiano, i giardini si svuotano, le sale che un tempo accoglievano la musica diventano altro. Gli amici prendono strade diverse, qualcuno resta vicino, qualcuno lo perdi di vista. Eppure basta ritrovare una registrazione, ascoltare di nuovo Silver o lasciarsi sorprendere da I’m a Believer perché tutto ricominci a muoversi.

Non sono soltanto canzoni. Sono frammenti di vita rimasti incastrati tra una chitarra e una voce, tra il rumore di una batteria e l’applauso di qualcuno che non ricordi più nemmeno come si chiamava.

Rivedi quel ragazzo sotto il palco. La birra in mano, le lire in tasca, la sigaretta nascosta e gli occhi che cercano quella ragazza. Lo guardi con tenerezza, quasi volessi dirgli qualcosa.

1990-1992 Vincenzo Assante voce; Fabio Assante batteria; Giacomo Esposito basso; Marco Vierucci chitarra

Vorresti avvertirlo che quegli anni passeranno in fretta, che un giorno gli basterà una vecchia musicassetta per sentire una fitta al cuore. Vorresti dirgli di guardare meglio i suoi amici, di ricordare i loro volti, di godersi quelle serate senza pensare al domani.

Ma non puoi. Lui è ancora lì, dentro quella musica, e non sa che un giorno sarai tu a cercarlo.

E allora sorridi.

Perché ci sono città che non si vedono più come allora, locali che cambiano, palchi che scompaiono e ragazzi che, nel frattempo, hanno imparato a diventare grandi.

Ma certe canzoni non invecchiano. Certi volti restano sospesi in una fotografia, in una registrazione sgranata, in un video ritrovato per caso.

E quando tutto torna, anche soltanto per qualche minuto, capisci che quella città non se n’è mai andata davvero.

È rimasta lì, da qualche parte dentro di te.

La città che non si vede.

Quella che, quando parte la musica, continua a farsi sentire.

Nanni Mattia Pascale Brandi, l’autore

Nanni Mattia Pascale Brandi (si apre in una nuova scheda) è nato a Brindisi, dove ha vissuto i primi vent’anni prima di trasferirsi a Milano. Scrive da circa quindici anni. Ha esordito con La mamma ogni quindici giorni era papà, una lettera alla figlia. Tra le sue opere figurano Biciclette senza freni (2024 – clicca qui per acquistare (si apre in una nuova scheda)), La mia piccola città (2026 – clicca qui per acquistare (si apre in una nuova scheda)), Un bacio dentro la città (2026 – clicca qui per acquistare (si apre in una nuova scheda)) e Dove restano le estati. La sua scrittura esplora memoria, sentimenti e appartenenza, con Brindisi come luogo delle radici e del ritorno.

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