La cessione a un operatore internazionale e investimenti mirati possono riattivare il cracking, rafforzando l’autonomia industriale europea
di Antonio Portolano
«Un falso mito». Con queste parole l’interrogazione parlamentare di Claudio Stefanazzi riapre il dossier sul futuro del cracking di Brindisi, trasformando una vertenza territoriale in un tema di sicurezza industriale e strategia europea.
Il bivio della chimica italiana tra dismissione e rilancio
La chimica di base rappresenta il punto di partenza di filiere decisive per l’economia contemporanea: automotive, packaging, medicale, elettronica ed edilizia. Senza la produzione di etilene e propilene, l’intero sistema manifatturiero diventa dipendente dall’estero.
È in questo contesto che il caso Brindisi assume un valore che va oltre il Mezzogiorno. «Che l’impianto per la produzione di etilene e propilene di Brindisi debba chiudere per problemi di obsolescenza è un falso mito – dice Stefanazzi – quello stabilimento è uno dei più moderni d’Europa e rappresenta uno dei principali poli petrolchimici italiani, cuore della filiera nazionale delle plastiche».
La perdita del cracking significherebbe rinunciare a una capacità produttiva primaria, con effetti su competitività, prezzi delle materie prime e resilienza delle imprese.

La dimensione globale: la competizione industriale accelera
La narrativa del declino della chimica di base non trova riscontro nella realtà internazionale. Le principali economie stanno rafforzando la produzione primaria per ridurre la dipendenza estera e consolidare le catene del valore.
In Europa la strategia è selettiva: alcuni impianti vengono chiusi, mentre altri vengono modernizzati o sostituiti con strutture più efficienti. La trasformazione non coincide con l’abbandono. In questo scenario, la rinuncia italiana alla chimica primaria rischia di indebolire l’autonomia industriale del Paese e dell’Unione.
Il petrolchimico di Brindisi come asset europeo
Il sito industriale di Brindisi, nato negli anni Sessanta e sviluppato intorno allo steam cracker realizzato negli anni Novanta, alimenta una piattaforma integrata di produzione di polietilene, polipropilene e intermedi, supportata da infrastrutture logistiche ed energetiche avanzate.
«La chiusura del cracker determinerebbe la progressiva fermata dell’intero sito, con la perdita di oltre 1.500 posti di lavoro diretti e indiretti – ricorda Stefanazzi – e una pericolosa dipendenza dall’estero per materie prime fondamentali».
Il rischio riguarda non solo l’occupazione, ma anche competenze, ricerca e know-how.
La prova del mercato: il caso AEQUITA
Un elemento chiave per comprendere la natura strategica del settore è l’operazione del gruppo AEQUITA, che ha acquisito una piattaforma europea integrata di olefine e poliolefine da LyondellBasell, composta dai siti di Berre in Francia, Münchsmünster in Germania, Carrington nel Regno Unito e Tarragona in Spagna.
Questi complessi industriali generano oltre 2,5 miliardi di euro di ricavi e impiegano più di 1.700 addetti. Il piano prevede investimenti per efficientamento energetico, modernizzazione e sostenibilità.
L’operazione dimostra che la chimica di base continua a essere considerata strategica. Gli investitori cercano piattaforme industriali integrabili, non impianti perfetti. In questo quadro, Brindisi avrebbe potuto rappresentare la quinta tessera della piattaforma. Tuttavia, la chiusura del cracking ha ridotto l’attrattività del sito. Senza produzione primaria di olefine, l’integrazione perde coerenza e competitività.

Politica e sindacato: convergenza sulla vendita
L’interrogazione parlamentare indica una direzione chiara. «Ho chiesto al Governo di valutare un percorso di cessione a un soggetto interessato al rilancio produttivo del sito, anche con il coinvolgimento di soggetti pubblici», spiega Stefanazzi.
Una posizione condivisa anche dal sindacato. Massimo Di Cesare, segretario generale della CGIL Brindisi, ha sottolineato: «Il rischio che Basell chiuda già nelle prime settimane del 2026 è concreto e senza una vendita degli impianti a un operatore internazionale non esiste alcuna prospettiva industriale credibile».
Di Cesare ha inoltre evidenziato che la riapertura del cracking rappresenta una condizione indispensabile per attrarre investimenti e preservare il polo.

Investimenti e valore dell’asset
Il tema dell’obsolescenza è spesso utilizzato in modo improprio. Costruire un nuovo cracker richiede investimenti miliardari, mentre il revamping di un impianto esistente comporta costi significativamente inferiori.
«Oggi l’impianto è in stato di conservazione – osserva Stefanazzi – ma in assenza di decisioni rapide questo stato si trasformerà in deperimento, con una perdita irreversibile di valore industriale e patrimoniale».
La modernizzazione, la flessibilità del feedstock e l’efficienza energetica rappresentano leve consolidate. La cessione a un operatore internazionale potrebbe integrare Brindisi in una piattaforma globale, rendendo sostenibile il rilancio.
Anversa e Cina: due modelli opposti di investimento nella chimica
Il confronto internazionale aiuta a comprendere la posta in gioco. In Europa e in Asia la chimica di base non è in declino, ma oggetto di nuove strategie industriali.
Il progetto Project One ad Anversa rappresenta il principale investimento europeo degli ultimi decenni. Promosso da INEOS, prevede la costruzione di uno steam cracker alimentato a etano con una capacità di circa 1,45 milioni di tonnellate annue di etilene e un investimento complessivo di circa 4 miliardi di dollari.
Anversa: principale investimento europeo nella chimica di base
Si tratta del primo grande impianto europeo di questo tipo da oltre trent’anni. L’obiettivo è mantenere nel continente la capacità produttiva primaria e ridurre la dipendenza da importazioni. Il progetto integra tecnologie avanzate di recupero energetico, digitalizzazione e riduzione delle emissioni, rafforzando il cluster chimico del porto di Anversa.
Il ruolo del cluster industriale
Il contesto è decisivo. Anversa è uno dei principali hub petrolchimici globali, con infrastrutture logistiche e industriali integrate. L’investimento non riguarda solo l’impianto, ma l’ecosistema industriale.
Pipeline, terminali, depositi e collegamenti marittimi consentono accesso efficiente alle materie prime e una gestione flessibile della produzione. Questo modello di cluster è uno dei fattori che spiegano la competitività del sito.

La strategia cinese: scala, integrazione e autosufficienza
Se Anversa rappresenta la risposta europea, la Cina mostra una strategia su scala molto più ampia. Il Paese ha superato i 55 milioni di tonnellate annue di capacità di etilene e prevede di aggiungere circa 25 milioni entro il 2028, pari a quasi metà della nuova capacità mondiale.
Durante il 14° piano quinquennale, Pechino ha programmato oltre 29 milioni di tonnellate annue di nuova capacità. La strategia prevede mega-impianti integrati, sostituzione delle unità obsolete e crescente integrazione tra raffinazione e petrolchimica.
Mega-progetti e filiere dei materiali avanzati
L’obiettivo cinese è rafforzare autosufficienza e leadership nelle filiere dei materiali avanzati, dalle batterie alle tecnologie energetiche. La chimica di base viene considerata una leva strategica per sostenere la trasformazione industriale e tecnologica.
Il confronto evidenzia una differenza di scala e visione. In Europa gli investimenti sono selettivi e concentrati in cluster ad alta integrazione. In Cina la politica industriale è sistemica, coordinata e sostenuta da piani di lungo periodo.
La lezione per i poli industriali europei
La competizione non è tra vecchi e nuovi impianti, ma tra sistemi che investono e sistemi che rinunciano. I siti esistenti rappresentano una base industriale da modernizzare e integrare, non necessariamente da abbandonare.
Energia, competitività e flessibilità del feedstock
La chimica di base è una industria energivora. Il costo dell’energia è il fattore più rilevante per la competitività. In Europa i prezzi elevati hanno ridotto i margini di molti impianti, ma la risposta non è la chiusura generalizzata.
Le strategie industriali puntano su maggiore efficienza, flessibilità delle materie prime e integrazione energetica. La possibilità di utilizzare miscele di nafta, GPL ed etano consente di adattare la produzione alle condizioni di mercato, migliorando rese e riducendo emissioni.
La posizione mediterranea di Brindisi offre potenzialmente accesso a diverse fonti di feedstock e logistica marittima, elementi rilevanti per operatori globali.
Cosa significa cracking “green”
Il concetto di cracking “green” non indica una tecnologia unica, ma un percorso industriale. Comprende efficientamento energetico, recupero del calore, digitalizzazione dei processi, riduzione delle emissioni e integrazione con fonti energetiche a minore intensità carbonica.
L’elettrificazione di alcune fasi, l’uso di feedstock meno emissivi e l’ottimizzazione dei forni sono le principali direttrici. In questo quadro, modernizzare un impianto esistente può risultare più rapido e sostenibile rispetto alla costruzione di nuove capacità.
La transizione, quindi, non coincide con la dismissione, ma con la trasformazione.

Mediterraneo, logistica e vantaggio geografico
Negli ultimi anni il Mediterraneo è tornato centrale nelle strategie energetiche e industriali. Le rotte commerciali, la diversificazione delle forniture e la crescente interconnessione con Africa e Medio Oriente rafforzano il ruolo di quest’area.
Il sito di Brindisi dispone di porto industriale, collegamenti ferroviari e infrastrutture energetiche. Questi elementi riducono i costi di rilancio rispetto a nuovi impianti e rappresentano un vantaggio competitivo.
Per operatori internazionali, la logistica è un fattore determinante. L’integrazione tra approvvigionamento, produzione e distribuzione è la base della competitività.
Filiera e sicurezza economica
La perdita del cracking avrebbe effetti lungo l’intera filiera. Packaging, automotive, edilizia, medicale ed elettronica dipendono dalla disponibilità di materie prime chimiche.
La dipendenza totale dalle importazioni esporrebbe imprese e consumatori a volatilità dei prezzi e rischi geopolitici.
La sicurezza economica è diventata una priorità delle politiche industriali europee. La chimica di base rientra tra le infrastrutture strategiche.
Un test per la politica industriale italiana
A questo punto, la questione non è più tecnica né analitica. Gli elementi industriali, energetici e geopolitici sono chiari. Il nodo è decisionale.
Il caso Brindisi rappresenta un banco di prova per la politica industriale italiana. Non riguarda solo un impianto, ma la capacità del Paese di affrontare la transizione mantenendo una base produttiva strategica. Energia, filiere, sicurezza economica e competitività si concentrano in un’unica scelta.

Un’infrastruttura europea, non territoriale
Il petrolchimico di Brindisi è una infrastruttura che collega il Mediterraneo alle catene del valore europee. In un contesto di tensioni geopolitiche e ridefinizione delle rotte energetiche, la disponibilità di materie prime chimiche assume un valore strategico.
Se integrato in una piattaforma internazionale, il sito può contribuire alla resilienza industriale europea. Se abbandonato, rafforza la dipendenza da forniture esterne.
Industria e sostenibilità: una falsa alternativa
La contrapposizione tra industria e ambiente non regge alla prova dei fatti. La transizione energetica richiede materiali avanzati, polimeri e tecnologie chimiche. La sfida è ridurre emissioni e consumi, non eliminare la produzione.
La modernizzazione degli impianti esistenti può accelerare la decarbonizzazione rispetto alla costruzione di nuove capacità.
La cessione come leva di trasformazione
La vendita a un operatore internazionale non è una rinuncia, ma una strategia industriale. Consente di attrarre capitali, integrare il sito in reti globali, migliorare efficienza e sostenibilità.
In un settore ciclico e ad alta intensità di capitale, la dimensione internazionale è una condizione di sopravvivenza.
Il tempo come fattore critico
Il tempo è la variabile decisiva. Gli impianti in conservazione perdono valore, le competenze si disperdono e l’indotto si indebolisce.
Ogni ritardo aumenta i costi di riavvio e riduce l’attrattività per gli investitori. Oltre una certa soglia, il rilancio diventa economicamente e tecnicamente più difficile.
Il segnale ai mercati e agli investitori
La scelta su Brindisi avrà effetti oltre il sito. Un rilancio credibile indicherebbe la capacità italiana di gestire la transizione industriale. Una chiusura verrebbe interpretata come un arretramento strutturale.
Il segnale riguarda l’intero sistema produttivo, non solo la chimica.
La domanda strategica per l’Italia e per l’Europa
La questione finale non riguarda il destino di un singolo impianto. Riguarda il ruolo dell’Italia nella nuova geografia industriale europea.
Se l’obiettivo è mantenere autonomia nelle materie prime, attrarre investimenti e rafforzare la resilienza delle filiere, Brindisi rappresenta un caso concreto.
In caso contrario, rischia di diventare il simbolo di una rinuncia.




