Gabriele Menotti Lippolis: filiere, accumuli e mix decisivi. Aprea, Marchionna e Danese rilanciano il ruolo industriale della città
di Antonio Portolano
BRINDISI – Brindisi non vuole limitarsi ad assistere alla trasformazione del sistema energetico italiano. Vuole provare a diventarne uno dei laboratori industriali. Rinnovabili, accumuli, idrogeno, nuovo nucleare, infrastrutture, competenze e filiere produttive si incrociano in un territorio che per decenni ha avuto nell’energia una delle proprie grandi specializzazioni e che oggi deve affrontare contemporaneamente decarbonizzazione, riconversione industriale, competitività e occupazione.
È questo il quadro emerso nel Salone di Rappresentanza della Prefettura di Brindisi durante la presentazione della seconda edizione de I Colori dell’Energia – Transition & Supply Chain, in programma dal 15 al 17 ottobre 2026 al Castello Alfonsino – Forte a Mare di Brindisi.
Al confronto hanno partecipato, tra gli altri, il Prefetto di Brindisi Guido Aprea, il sindaco Giuseppe Marchionna, il Presidente di Confindustria Brindisi Giuseppe Danese, il Presidente de I Colori dell’Energia Gabriele Menotti Lippolis, il presidente del Conrsorzio ASI Franco Gentile.
Al centro dei tre giorni ci sarà il Rapporto 2026 sul settore energetico italiano e le sue filiere industriali. Il primo dato spiega perché il tema energetico coincide sempre più con quello della competitività nazionale: nel 2024 le importazioni nette coprivano il 73,9% dell’energia lorda disponibile in Italia, contro il 57,3% della media europea. La dipendenza raggiunge il 95,2% per il gas naturale e l’89,8% per petrolio e prodotti petroliferi, esclusi i biocarburanti.
Ma il dato sulla dipendenza è soltanto l’inizio. La questione è capire come trasformare la transizione in nuova capacità produttiva, valore aggiunto, competenze, occupazione ed export. E, soprattutto, quale parte di questo processo possa essere intercettata da Brindisi, dalla Puglia e dal Mezzogiorno.

Da Bruxelles e Roma, il percorso arriva a Brindisi
La seconda edizione de I Colori dell’Energia arriva al termine di un percorso costruito nell’arco dell’anno.
Gabriele Menotti Lippolis ha ricordato la tappa a Bruxelles, il confronto con il vicepresidente Esecutivo della Commissione Europea Raffaele Fitto, l’appuntamento con gli europarlamentari al Parlamento Europeo il 10 giugno e la conferenza stampa del 23 settembre nella sede di Confindustria a Roma, alla presenza del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin e di Aurelio Regina.
Il punto di arrivo è Brindisi. E proprio la scelta della città, secondo Lippolis, ha un significato che supera la dimensione dell’evento.
«Siamo già orgogliosi di questo, perché tra l’altro una location stupenda, quello del Castello Alfonsino Forte a Mare. Un hub energetico importante, anche quello di Brindisi e quello della Puglia. Le novità sono tante. Intanto c’è un rapporto sull’energia. L’anno scorso abbiamo mandato, inviato a tutti, lo sapete, abbiamo compilato un abstract molto veloce, non avevamo avuto il tempo di farlo. Quest’anno abbiamo avuto tutto un anno per realizzarlo, insieme al comitato scientifico, che ringrazio tutti i componenti, il coordinatore del comitato scientifico, il professor Ugo Patroni Griffi, e poi tutte le grandi imprese che hanno collaborato e tutte le università».
Il riferimento è al Comitato Scientifico coordinato da Ugo Patroni Griffi e al lavoro svolto insieme al mondo universitario e industriale per costruire un rapporto molto più articolato rispetto all’abstract realizzato per la prima edizione.

Non una filiera, ma le filiere dell’energia
Uno dei cambiamenti concettuali più importanti riguarda il passaggio dalla singola filiera alle filiere energetiche.
Lippolis le elenca: fotovoltaico, eolico, agrivoltaico, idrogeno, idroelettrico, nucleare e geotermia. Tecnologie differenti, ma tutte capaci di generare catene produttive nelle quali possono trovare spazio grandi operatori, PMI, fornitori, ingegneria, servizi e ricerca.
«Su questo rapporto noi ragioniamo sulle filiere energetiche. Non ragioniamo più su una filiera energetica italiana, ragioniamo sulle filiere energetiche: quelle del fotovoltaico, quelle dell’eolico, quelle dell’agrivoltaico, quelle dell’idrogeno, quelle dell’idroelettrico, quella del nucleare, quella della geotermia. Guardate, sono filiere importanti che con piccole e medie imprese può fare tantissimo, ecco perché anche la presenza del presidente della piccola industria di Confindustria, Fausto Bianchi, delegato all’energia il 15 di ottobre, perché sono con le piccole e medie imprese che creano queste filiere, insieme alle grandi imprese e alle istituzioni che ci permettono poi di avere, come dire, le autorizzazioni e poi anche i capitali e la visione per realizzare questi impianti, noi realizzeremo finalmente un obiettivo, che è quello dell’indipendenza energetica».
Il 73,9% che misura la vulnerabilità italiana
Il dato centrale resta quello della dipendenza energetica.
Nel 2024 l’Italia dipendeva dall’estero per il 73,9% dell’energia, un valore inferiore al picco del 79,5% del 2022, ma ancora molto lontano dal 57,3% della media Ue.
Per il gas naturale la dipendenza arriva al 95,2%. Per petrolio e prodotti petroliferi, esclusi i biocarburanti, all’89,8%.
Lippolis lega questo dato direttamente alla capacità industriale del Paese: «Qui c’è il nodo: questo Paese al 73,9% è dipendente da altri Paesi dal punto di vista energetico. L’Italia è una potenza industriale. Vuole continuare ad esserlo; è anche una potenza manifatturiera, deve per forza di cose essere autonoma e indipendente, non certamente può esserlo al 74% da altre fonti energetiche, da altri Paesi».
La diversificazione delle forniture seguita all’invasione russa dell’Ucraina ha ridotto il rischio derivante dalla dipendenza da un singolo fornitore, ma non quello legato alle grandi crisi internazionali.
Nel 2025 attraverso lo Stretto di Hormuz passava circa un quarto del commercio marittimo mondiale di petrolio e quasi un quinto degli scambi globali di GNL. Se una rotta strategica entra in crisi, gli effetti possono trasferirsi rapidamente sui prezzi, sui noli, sulle assicurazioni e sulla competizione tra Europa e Asia per le forniture.
Anche Lippolis richiama la vulnerabilità delle infrastrutture e delle rotte: «E soprattutto attenzione alle infrastrutture, anche sulle infrastrutture, su quello che arriva da fuori, sono infrastrutture che comunque hanno dei problemi, così come ricordiamo il problema dello stretto di Hormuz, dove metà del GNL era bloccato in quell’area in quel periodo, diciamo, difficile, e ancora oggi abbiamo difficoltà dal punto di vista logistico».
Lippolis: accelerare permitting e investimenti
Dopo Bruxelles e Roma, quale messaggio deve partire da Brindisi?
«Un messaggio importante, è quello che innanzitutto non è un problema solo quello dell’energia, è il problema da affrontare, ma affrontare con una scelta importante che è quella dello Stato, del Governo, di andare avanti più veloce rispetto a come si sta proseguendo, e alle Regioni che hanno poi le varie fasi del permitting di accelerare. Non di ostacolare quelli che sono impianti, alzare la possibilità di gigawatt da raggiungere entro il 2030. Se vogliamo raggiungere entro il 2050 il net zero, e quindi guardandoci indietro anche vent’anni fa, trent’anni fa andavamo a carbone, quelli sono gli obiettivi da raggiungere».
Il nodo del permitting si intreccia con una delle condizioni principali per trasformare la transizione in industria: regole stabili, tempi autorizzativi più brevi, infrastrutture adeguate e strumenti che permettano alle imprese italiane di entrare nelle nuove catene del valore.

Accumuli, al 2030 servono 71,5 GWh
Uno dei passaggi più rilevanti del Rapporto 2026 riguarda gli accumuli.
La pianificazione al 2030 indica un fabbisogno di 71,5 GWh di accumuli, al netto dei pompaggi esistenti. È un dato che cambia la prospettiva: non basta produrre più energia rinnovabile, occorre poterla conservare e renderla disponibile quando serve.
Lippolis sintetizza così la questione: «La sicurezza energetica va letta oggi in modo più ampio: non riguarda soltanto la disponibilità delle fonti, ma la capacità del sistema di reagire agli shock, adeguare le infrastrutture e valorizzare le competenze industriali del Paese. La pianificazione al 2030 indica, ad esempio, un fabbisogno di 71,5 GWh di accumuli, al netto dei pompaggi esistenti: un dato che mostra quanto la transizione dipenda non solo da quanta energia riusciamo a produrre, ma anche dalla capacità di gestirla e renderla disponibile quando serve. È su questa integrazione tra energia, infrastrutture e industria che si gioca una parte importante della competitività futura del Paese».
Quali sono i dati più significativi del Rapporto 2026?
«Non li vorrei spoilerare tutti oggi, perché naturalmente il rapporto lo presenteremo noi direttamente al Castello Alfonsino il 15, il 16 e il 17 ottobre. E uno dei tanti dati, oltre a quello dell’indipendenza energetica, è che il mix energetico. Senza il mix energetico e senza gli accumulatori per quanto riguarda le rinnovabili, quindi la produzione e l’installazione di impianti BES, non è possibile, perché dobbiamo andare a rendere naturalmente il rilascio dell’energia molto continuo e non naturalmente con picchi durante il giorno e naturalmente assenza durante la notte per il fotovoltaico o in assenza di vento per l’eolico. È questo l’equilibrio che bisogna raggiungere. Ed è un equilibrio che stanno perseguendo i ricercatori, gli scienziati, gli studiosi, le grandi imprese e quindi molto lavoro di ricerca e sviluppo, che credo sia importante, oltre al permitting delle istituzioni».
Nel 2025, secondo le stime Eurostat, la quota di energia da fonti rinnovabili sul consumo finale lordo era pari al 20,8% in Italia, contro il 26,2% dell’Unione europea.
Nel sistema elettrico Terna indica invece una copertura del fabbisogno attraverso le rinnovabili del 41%, in lieve calo rispetto al 42% del 2024, nonostante l’aumento del fotovoltaico, soprattutto per effetto della minore produzione idroelettrica.
Il punto è quindi evidente: fotovoltaico ed eolico devono crescere insieme a reti, accumuli, interconnessioni e domanda flessibile.
Brindisi, Puglia e Mezzogiorno strategici
Quale ruolo può giocare Brindisi nella nuova geografia energetica nazionale?
«Brindisi e la Puglia sono importanti, strategici, e tutto il Mezzogiorno è strategico, perché le rinnovabili con il sole e col vento sono la possibilità che abbiamo di accelerare, oltre al nuovo nucleare, di cui abbiamo già il decreto e dove pure lì entro una decina d’anni dobbiamo cercare di raggiungere impianti che sono di nuova generazione e sicuramente più sicuri. Ma dobbiamo lavorare sulla sicurezza, ad esempio di quegli impianti, dobbiamo lavorare sulle competenze, quindi farlo già da subito, ma già abbiamo un ottimo know how e avremo tra l’altro su questo grandi studiosi sul nucleare e anche Luca Mastrantonio, che è l’amministratore delegato di NuclItalia, che è la società che mette insieme un po’ tutte le grandi competenze italiane e le grandi imprese italiane intorno a questo tema».
Il riferimento è a Luca Mastrantonio e NuclItalia, all’interno di un programma che dedica uno spazio specifico al nuovo nucleare.
La prospettiva indicata per questa tecnologia è progressiva: prima competenze, filiera, capacità regolatoria e valutazione delle tecnologie, poi eventuali decisioni di investimento sulla base di costi, tempi e rischi.
Ingegneria, componentistica, materiali, controlli e servizi possono comunque rappresentare opportunità industriali prima ancora dell’eventuale costruzione di impianti sul territorio nazionale.
Lippolis lega la transizione anche al futuro delle nuove generazioni.
«Guardate, è un percorso intanto che è inclusivo. Ci sono molti partner istituzionali, ci sono tanti patrocini, c’è Enea, c’è tutti quelli che sono le autorità portuali, ci sono vari centri di ricerca, le università, le grandi imprese. Guardate, è un percorso che deve volgere a un obiettivo, altro, una missione, che è quella di trovare anche nuovi mestieri, nuove competenze e quindi anche un nuovo futuro per le giovani generazioni, perché su quello che ci siamo detti sempre dobbiamo continuare a battere. Quindi trovare anche occupazione dal Nord al centro e soprattutto al Sud per le nuove e le future generazioni».
Il tema delle competenze diventa centrale perché ogni filiera richiede professionalità differenti: ricerca, ingegneria, installazione, gestione degli impianti, manutenzione, componentistica, software, servizi tecnici.

Aprea: sicurezza, sviluppo e tutela del lavoro
Il Prefetto di Brindisi Guido Aprea porta il ragionamento sul terreno della sicurezza e della coesione sociale.
«Intanto siamo onorati di ospitare qui la seconda conferenza stampa per la seconda edizione che prelude a questa manifestazione importante. La manifestazione è importante perché analizza un tema fondamentale, che è quello della transizione energetica in termini di sviluppo, in termini di sostenibilità per un territorio come il nostro, che è interessato in maniera, come dire, diretta da questa trasformazione. Allora credo che ci sia a pieno titolo la possibilità di valutare tutti i profili: sviluppo, sostenibilità, occupazione. Quindi sappiamo benissimo le problematiche collegate alla transizione energetica e quindi anche i profili occupazionali. Per quanto mi riguarda, per quanto di mia stretta competenza. Insieme ai rappresentanti, ai vertici provinciali delle forze dell’ordine, continueremo, come facciamo ogni giorno, a garantire e assicurare la sicurezza del territorio, perché, lo ricordo sempre, la sicurezza è il prerequisito per qualsiasi forma di sviluppo, di trasformazione industriale, di trasformazione produttiva. Quindi non è un caso che si faccia qui e ripeto sono orgoglioso e onorato che si sia stata scelta questa sede, che è la casa di tutti, è una casa di vetro. Quindi noi siamo pronti a sostenere questa trasformazione attraverso le imprese sane e le attività produttive che potranno assicurare nel tempo questa transizione energetica e soprattutto anche mediante una pacifica convivenza sociale e transizione economica e occupazionale».
Per Aprea il passaggio dall’energia fossile all’energia del futuro apre due questioni particolarmente rilevanti dal punto di vista istituzionale: tutela dei lavoratori e sicurezza del territorio.
La capacità di attrarre nuovi investimenti, in questa prospettiva, dipende anche dalla possibilità di offrire condizioni di legalità, ordine pubblico e stabilità sociale.

Marchionna: Brindisi è il banco di prova del Mezzogiorno
Il sindaco Giuseppe Marchionna inserisce la transizione energetica dentro una visione più ampia, costruita su due grandi assi: transizione industriale e rigenerazione complessiva della città.
Brindisi, secondo Marchionna, è «un territorio dove si sviluppa la transizione industriale, considerata non solo come opportunità di ammodernamento dell’apparato nella più grande area produttiva pugliese per estensione, infrastrutturazione, articolazione delle produzioni e qualificazione delle presenze aziendali, spesso nazionali e multinazionali».
È una realtà che, nella lettura del sindaco, non è stata ancora completamente assimilata nella sua rilevanza dalla comunità regionale, ma diventa decisiva nel momento in cui il territorio abbandona progressivamente le produzioni fossili per passare alle rinnovabili.
Marchionna pone però immediatamente un problema: quello delle competenze.
Parla di «problemi urgenti legati al reskilling e all’upskilling, cioè alla formazione di migliaia di persone sia attraverso il cambio di ruolo e l’acquisizione di nuove competenze, sia con lo sviluppo di competenze interne».
E osserva che «la transizione, dal punto di vista professionale, non è stata ancora colta nella sua vastità e complessità».
Università e imprese per formare le professionalità che servono
Per il sindaco, questa è innanzitutto una questione di pianificazione.
«È un problema di pianificazione – ha aggiunto Marchionna – il più importante, perché mette a dura prova l’ordine sociale e la sicurezza complessiva».
Da qui il lavoro avviato dal Comune di Brindisi con Università del Salento, Politecnico di Bari e imprese del territorio.
«Il Comune sta lavorando con l’Università del Salento, il Politecnico di Bari e le imprese del territorio – ha aggiunto il sindaco – per realizzare un modello già attivo nelle grandi città: una presenza universitaria che formi i giovani con finalità chiare, in dialogo diretto con le aziende che richiedono personale con specifiche specializzazioni».
Il punto è creare un rapporto più stretto tra formazione e domanda industriale, evitando che la trasformazione produttiva trovi il territorio privo delle professionalità necessarie.
Compensazioni, decine di milioni per la rigenerazione urbana
La transizione industriale apre anche un secondo capitolo per la città: quello delle compensazioni economiche connesse agli investimenti.
Marchionna spiega che «finora esse ammontano a diverse decine di milioni di euro: le convenzioni sono sottoscritte, i progetti individuati, i piani di fattibilità economica predisposti. Attendiamo le verifiche di ottemperanza da parte del Ministero e della Regione, perché le aziende versano solo dopo l’autorizzazione definitiva e l’avvio dei cantieri».
Le richieste non riguardano soltanto il fotovoltaico.
«Il tema sarà posto nuovamente all’attenzione del Ministro e del Presidente della Regione – ha aggiunto Marchionna -, poiché le richieste riguardano non solo il fotovoltaico, ma investimenti in batterie d’accumulo, agrivoltaico e ora anche idrogeno tramite elettrolisi. Abbiamo un intero reparto comunale che lavora su questo, ma occorre sbloccare quanto accumulato in due anni: si tratta di crediti esigibili verso grandi aziende, per i quali servono risposte istituzionali che definiscano l’atto autorizzativo finale».
Per la città, dunque, accelerare le autorizzazioni significa anche rendere concretamente disponibili risorse già legate agli investimenti energetici.
Metro Plus, 8 milioni per accompagnare la trasformazione
Il secondo grande asse indicato da Marchionna è la rigenerazione urbana.
Il sindaco sostiene la necessità di «accompagnare la rigenerazione urbana, in particolare dalle periferie verso il centro, con un profondo aggiornamento culturale, finanziato dal programma Metro Plus per circa 8 milioni di euro, che si va articolando attraverso le case di quartiere e il sistema scolastico brindisino, che è davvero eccellente per qualità dei dirigenti e dei docenti».
La prospettiva è intergenerazionale: «Possiamo crescere – ha concluso – una nuova generazione con obiettivi e capacità di iniziativa che la nostra non ha avuto».
Transizione industriale, quindi, non soltanto come questione di impianti e megawatt, ma come leva per intervenire contemporaneamente su lavoro, università, quartieri, formazione e servizi.

Danese: Brindisi può essere protagonista
Anche il Presidente di Confindustria Brindisi Giuseppe Danese individua nel territorio un possibile protagonista della nuova geografia energetica nazionale.
In questa fase particolare per Brindisi, quale ruolo può giocare la città nella nuova geografia energetica nazionale?
«Io penso che Brindisi può giocare un ruolo da protagonista, visto che siamo al centro della trasformazione energetica, con le grosse imprese che cambiano e iniziano un nuovo percorso produttivo proprio mirato alla produzione di energia. Vediamo le Bess, vediamo gigafactory e quant’altro. Quindi Brindisi sicuramente può essere protagonista, come lo è stato in passato con una industria che produceva energia con una vecchia concezione. Ora passiamo, appunto tramite la transizione, alla produzione di energia tramite le energie rinnovabili. Questa è la best practice a cui tutti fanno riferimento. È chiaro che eventi come oggi, sono importanti per comprendere e aggiornarci su com’è la situazione dell’approvvigionamento energetico per il nostro sistema Paese. Dobbiamo lavorare per migliorare questo trend e quindi abbattere i costi. Diventa un fattore fondamentale per le nostre imprese, che diventano più competitive se un fattore importante di spesa come il costo dell’energia, si abbatte. Diventa tutto più competitivo, dal costo della manodopera, costo dei materiali, costo di produzione, per cui credo che sia proprio un tema importante in un momento importante, come quello che Brindisi sta attraversando».
Il dato assunto nel Rapporto 2026 è del 73,9% di dipendenza italiana, contro il 57,3% della media europea. L’indicazione dell’oltre 80% resta dunque la valutazione espressa da Danese nel corso dell’intervista.
Filiere, il vantaggio deve arrivare anche all’indotto
C’è anche un altro aspetto da vedere, quello delle filiere?
«Sì, è chiaro che la filiera produttiva a catena si ripercuote su tutto il sistema produttivo, non solo dalla home made, cioè dalla fabbrica principale, ma poi tutte le imprese che lavorano con loro e per loro, è chiaro che ne devono trarre un beneficio. Nel momento in cui anche i costi sono abbattuti in origine, è chiaro che poi il committente può anche distribuire delle risorse differenti rispetto a un prodotto già tirato economicamente in origine. Per cui credo che il vantaggio sia per tutti».
È proprio lungo questa catena del valore che si concentra una parte rilevante del potenziale industriale della transizione.
Il nucleo più ristretto del settore – fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata – contava nel 2023, secondo Istat, circa 10.100 imprese e quasi 98.000 addetti.
Ma la filiera è molto più ampia: componentistica, cavi, trasformatori, inverter, elettronica di potenza, installazione, manutenzione, ingegneria, software e servizi di efficienza.
Considerando anche l’indotto, il comparto energetico italiano comprende oltre 55.000 imprese, circa 300.000 addetti diretti e più di 800.000 occupati complessivi.
Logistica, commercio e servizi operativi costituiscono la componente più rilevante della catena del valore, seguiti da servizi di supporto, ingegneria e servizi tecnici, input produttivi e attività collegate a reti, impianti e costruzioni.
Danese: «Le aziende brindisine si stanno attrezzando»
Dal suo osservatorio di Confindustria, le aziende brindisine sono pronte per competere in questa sfida?
«Non sono pronte, si stanno attrezzando. La competizione avverrà nel momento in cui tutto è a regime. Adesso noi stiamo cercando di migliorare il costo dell’energia, stiamo cercando di trovare nuove soluzioni per approvvigionarci, non solo quelle tradizionali, per cui la competitività credo che arriverà quando le imprese più importanti saranno pronte per distribuire energia a un costo minore».
Danese lega quindi la competitività direttamente alla disponibilità e al costo dell’energia.
Per il Presidente di Confindustria Brindisi, I Colori dell’Energia rappresenta un’occasione per aggiornare imprese e territorio sulla situazione energetica europea e internazionale e per individuare una linea di azione capace di ridurre la dipendenza dall’estero.
L’obiettivo indicato è rendere le imprese più competitive partendo proprio dalla disponibilità energetica e dalla riduzione dei costi di approvvigionamento.

Elettricità, Italia il 20% sopra la media Ue
I numeri del Rapporto mostrano quanto la questione dei costi sia rilevante.
Nel secondo semestre del 2025, per le utenze non domestiche con consumi annui compresi tra 500 e 1.999 MWh, il prezzo medio dell’elettricità in Italia era pari a 22,03 centesimi di euro per kWh, al netto di Iva e degli altri oneri recuperabili.
Il dato è circa il 20% superiore alla media Ue, il 44% sopra la Francia e il 66% sopra la Spagna, pur rimanendo leggermente sotto la Germania.
Anche la componente fiscale presenta una differenza significativa: nell’Unione europea tasse e oneri pesano per circa il 17,7% del prezzo finale, mentre in Italia raggiungono il 23,7%.
Per un sistema manifatturiero, il differenziale energetico diventa quindi un fattore diretto di competitività.
PMI, il problema è entrare nelle grandi commesse
Le piccole e medie imprese sono particolarmente presenti nei segmenti intermedi delle filiere: lavorazioni specialistiche, componentistica, integrazione di sistemi, manutenzione e servizi tecnici e digitali.
Gli ostacoli riguardano però l’accesso alle grandi commesse, i costi delle certificazioni, le garanzie richieste nelle gare, i tempi di pagamento, gli anticipi sui materiali e il capitale circolante necessario per sostenere contratti lunghi.
Tra le soluzioni individuate figurano programmi di qualificazione dei fornitori, standard tecnici comuni, centri prova condivisi, maggiore visibilità sui piani di acquisto dei grandi operatori e strumenti finanziari costruiti sui tempi effettivi delle commesse.
La domanda industriale è precisa: quanta parte degli investimenti energetici realizzati in Italia riuscirà a trasformarsi in valore aggiunto, export e occupazione nel Paese?
Dal fotovoltaico al nucleare, serve un mix
La transizione non viene letta come una scelta tra una tecnologia e l’altra.
Efficienza energetica, rinnovabili, reti, accumuli, interconnessioni e nuovo nucleare hanno tempi, costi e funzioni diverse. La questione è capire come combinarle per ridurre la vulnerabilità dell’Italia, contenere il costo dell’energia e rafforzare contemporaneamente la base industriale.
Sul nuovo nucleare, l’impostazione è progressiva: prima competenze, filiera, capacità regolatoria e valutazione delle tecnologie, poi le eventuali decisioni di investimento sulla base di costi, tempi e rischi effettivi.
Anche senza la costruzione immediata di centrali in Italia, ingegneria, componentistica, materiali, controlli e servizi possono diventare settori di sviluppo per le imprese nazionali.

Il 15 ottobre istituzioni, competenze, eolico e nucleare
La seconda edizione de I Colori dell’Energia si aprirà giovedì 15 ottobre alle 10, nella Sala dell’Installazione del Castello Alfonsino – Forte a Mare, con «Ruolo delle istituzioni nella transizione energetica».
Alle 11 «Sostenibilità e sicurezza energetica nel nuovo (dis)ordine globale».
Alle 12 «Le competenze per la transizione: formazione e nuovi mestieri dell’energia».
Alle 15 «Eolico ed eolico offshore: asset decisivo per la decarbonizzazione e la sostenibilità».
Alle 16 «Ricerca e innovazione tecnologica per il nuovo nucleare in Europa e in Italia».
Nella Sala del Camino, alle 15.30, l’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Brindisi – ODCEC Brindisi curerà «Sostenibilità e accesso al credito».

Il 16 ottobre la presentazione del Rapporto 2026
Venerdì 16 ottobre si ripartirà alle 10 con «Data center, AI: nuovi giganti energivori o fattori di un mercato dell’energia che cambia?».
Alle 11 «La PA al centro della transizione energetica: strategie di efficientamento del patrimonio edilizio pubblico e sanitario».
Alle 12 «La manifattura delle fonti energetiche: PMI, competenze e tecnologie per guidare la transizione», con la presentazione integrale del Rapporto 2026 de I Colori dell’Energia.
Alle 15 «L’idrogeno protagonista del futuro energetico del Paese».
Alle 16.30 «Mobilità sostenibile: soluzioni energetiche e tecnologiche».
Nella Sala del Camino, alle 15.30, la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli sarà protagonista della «Stanza del tempo».
Il 17 ottobre le conclusioni con Raffaele Fitto
Sabato 17 ottobre, alle 10, il confronto sarà dedicato a «Le rinnovabili al centro del sistema energetico nazionale: permitting, tecnologie e filiera industriale per andare oltre».
Alle 11.30 «Acqua, bene comune per la sostenibilità».
Alle 12.30 le conclusioni con il Vicepresidente Esecutivo della Commissione Europea Raffaele Fitto e il Presidente de I Colori dell’Energia Gabriele Menotti Lippolis.
A2A, Edison, Enel, Eni, ERG, Nadara e SSE Energy
La dimensione industriale della manifestazione emerge anche dai principali operatori coinvolti.
Tra le realtà indicate figurano A2A, Edison, Enel, Eni, ERG, Nadara e SSE Energy, con il supporto di Ferrovie dello Stato e Intesa Sanpaolo.
A questi si aggiungono istituzioni, università, centri di ricerca, associazioni e rappresentanze del sistema produttivo.
Ed è qui che I Colori dell’Energia prova a spostare il baricentro del dibattito: non semplicemente quanta nuova potenza installare, ma quale sistema industriale costruire intorno all’energia.
Per Brindisi la questione è particolarmente concreta. Il territorio che per decenni ha rappresentato uno dei poli energetici italiani deve ora trasformare quella specializzazione in una nuova economia fatta di rinnovabili, accumuli, idrogeno, reti, ricerca, formazione e nuove filiere.
Le parole di Guido Aprea, Giuseppe Marchionna, Giuseppe Danese e Gabriele Menotti Lippolis convergono su un punto: sicurezza, formazione, tempi autorizzativi, competitività, investimenti, rigenerazione urbana e occupazione non sono capitoli separati.
Sono parti della stessa transizione.
E il vero indicatore del successo non sarà soltanto quanti megawatt verranno installati. Sarà quanto diminuirà la dipendenza energetica, quanta capacità industriale resterà in Italia, quante imprese entreranno nelle nuove catene del valore e quanta nuova occupazione potrà essere costruita nei territori chiamati a cambiare pelle.




