Danese: «C’è un potenziale acquirente per il cracking»

Giuseppe Danese presidente di Confindustria Brindisi

Il presidente: «Confindustria parla coi fatti. Dialogo costante con Eni, 4 incontri con le imprese. La transizione deve creare opportunità»

di Antonio Portolano

Non inseguire le polemiche, ma continuare a lavorare perché la trasformazione industriale di Brindisi produca investimenti, nuove filiere, opportunità per le imprese e occupazione. E una novità importante c’è già: «C’è un potenziale acquirente per il cracking del petrolchimico di Brindisi».

È questa la linea indicata dal presidente di Confindustria Brindisi Giuseppe Danese nel momento in cui le vicende che riguardano Seri Industrial hanno acceso il dibattito intorno alla gigafactory che Eni e FIB stanno realizzando nell’area industriale brindisina.

Danese evita sia rassicurazioni che non competono all’associazione sia letture allarmistiche di vicende ancora in evoluzione. Il punto di osservazione di Confindustria è soprattutto industriale: accompagnare la trasformazione, mettere in relazione grande impresa e sistema produttivo locale, preparare le aziende alle nuove opportunità e contribuire all’attrazione di ulteriori investimenti.

Nessuna polemica con chi ha tacciato ultimamente Confindustria di «essere assente dal dibattito dello sviluppo», Danese risponde con i fatti. E la novità è di assoluto spessore economico e industriale.

Con Eni, da sempre associata a Confindustria Brindisi, esiste un rapporto consolidato e un confronto che Danese definisce franco, corretto e costruttivo. Un rapporto che negli ultimi mesi si è tradotto in un percorso sviluppato attraverso quattro incontri successivi dedicati alle imprese, organizzati da Confindustria Brindisi ed Eni per illustrare opportunità, procedure di qualificazione e modalità di accesso alla filiera dei nuovi investimenti.

L’ultimo appuntamento ha consentito anche di fare il punto sul progetto Eni Storage Systems e sulle opportunità di sviluppo della filiera, mettendo direttamente in relazione il sistema delle imprese con le strutture di Procurement del gruppo.

Il cracking del petrolchimico di Brindisi

Presidente Danese, le vicende di Seri Industrial hanno inevitabilmente acceso interrogativi sulla gigafactory. Qual è oggi la posizione di Confindustria Brindisi?

«La nostra posizione parte dai fatti e dal ruolo che compete a Confindustria. Seguiamo con attenzione tutto ciò che riguarda un investimento così importante per Brindisi, ma senza sovrapporci alle aziende, alle istituzioni o, a maggior ragione, alle sedi nelle quali vengono affrontate eventuali questioni giudiziarie. Il nostro compito è un altro: favorire le condizioni perché la trasformazione industriale produca sviluppo, lavoro e opportunità per il sistema produttivo. Con Eni esiste da sempre un rapporto molto stretto, anche perché Eni è una nostra associata. Il dialogo è costante, franco, corretto e costruttivo. Questo ci consente di affrontare i temi industriali nella loro concretezza e di creare occasioni di confronto diretto tra il grande gruppo e le imprese del territorio».

Quindi non ritiene che il caso Seri debba essere sottovalutato?

«Ogni vicenda che riguarda uno dei soggetti coinvolti in un investimento strategico merita naturalmente attenzione. Allo stesso tempo bisogna evitare di anticipare conclusioni che oggi non esistono. Sul piano industriale il progetto della gigafactory è entrato nella fase realizzativa e ciò che interessa maggiormente a Confindustria è accompagnare questa fase facendo in modo che il territorio sia nelle condizioni migliori per coglierne le opportunità. È l’approccio che abbiamo seguito dall’inizio».

Petrolchimico Brindisi, area rilocazione imprese

Confindustria, però, è stata chiamata in causa nel dibattito di questi giorni. C’è chi sostiene che avrebbe dovuto intervenire di più.

«Rispetto tutte le opinioni, ma credo che l’attività di un’associazione come Confindustria non possa essere misurata soltanto attraverso le dichiarazioni pubbliche. Gran parte del nostro lavoro avviene necessariamente attraverso relazioni industriali, incontri con le imprese, confronto con gli investitori e interlocuzione con le istituzioni. Non tutto ha bisogno di essere accompagnato da un titolo sui giornali. Sul progetto della gigafactory, ad esempio, Confindustria Brindisi ed Eni hanno sviluppato un percorso attraverso quattro diversi appuntamenti con il sistema produttivo, non un’iniziativa occasionale. Ogni incontro ha registrato una partecipazione nell’ordine del centinaio di aziende, tanto che abbiamo utilizzato il salone dell’Hotel Orientale. E abbiamo voluto aprire la partecipazione anche alle imprese non associate, perché quando è in gioco una trasformazione di questa portata bisogna ragionare nell’interesse dell’intero territorio».

Cosa avete fatto concretamente durante questi incontri?

«Abbiamo cercato soprattutto di ridurre la distanza tra le opportunità generate dall’investimento e le imprese che possono essere interessate a partecipare alla nuova filiera. Eni ha illustrato le modalità attraverso le quali un’azienda può acquisire la qualifica di fornitore e sono state presentate le esigenze e le opportunità connesse alla trasformazione industriale e al progetto Eni Storage Systems. Nel corso del percorso gli incontri sono serviti anche ad aggiornare progressivamente le imprese sull’evoluzione dei progetti e sulle opportunità emergenti per la filiera. Un aspetto particolarmente utile è stato quello dei colloqui One-to-One tra le singole aziende e il Procurement di Eni. È un metodo molto concreto. Confindustria naturalmente non assegna commesse e non può prometterle. Può però aiutare le imprese a conoscere i meccanismi attraverso i quali si entra nelle supply chain, comprendere i requisiti richiesti e presentare direttamente le proprie capacità».

Perché questo aspetto è così importante?

«Perché quando arriva un grande investimento è normale chiedere che produca ricadute sul territorio. Ma tra auspicare il coinvolgimento delle imprese locali e renderlo concretamente possibile c’è un lavoro importante da fare. Bisogna conoscere gli standard richiesti, qualificarsi, disporre delle competenze necessarie, comprendere le procedure di Procurement. Noi stiamo cercando di facilitare questo percorso. Più aziende brindisine saranno competitive e qualificate, maggiori saranno le possibilità che una parte significativa del valore generato dai nuovi investimenti rimanga sul territorio».

In questi mesi il dibattito si è concentrato molto sulla gigafactory. Ma parallelamente rimane aperta la questione della chimica.

«Ed è importante ricordarlo. La trasformazione di Brindisi non può essere ridotta a un unico progetto. Dal recente tavolo ministeriale dedicato alla chimica è emerso un aggiornamento importante sul percorso avviato per individuare un possibile soggetto industriale interessato alle attività del sito. Dopo il lavoro svolto dall’advisor JP Morgan, un potenziale investitore ha formalizzato una manifestazione di interesse e per questo soggetto è stata attivata la data room, mettendo quindi a disposizione le informazioni necessarie per approfondire l’operazione e avviare una due diligence. Naturalmente siamo ancora all’interno di un percorso che dovrà svilupparsi e non sarebbe corretto anticiparne l’esito. Peraltro vi sono accordi riservatezza che non possono essere violati. Ma è importante sapere che il processo è in corso e che ha raggiunto questa fase avanzata».

Petrolchimico di Brindisi, posa prima pietra Giga Factory, al centro Giuseppe Ricci, Direttore operativo Trasformazione Industriale di Eni

Questo cambia la lettura della transizione del Petrolchimico?

«Conferma soprattutto una cosa: in questa fase bisogna lavorare su più direttrici contemporaneamente. Da una parte ci sono le nuove attività, a cominciare dalla gigafactory. Dall’altra c’è tutto ciò che può essere fatto per mantenere e valorizzare attività industriali compatibili con le prospettive future del territorio. Il nostro interesse è che Brindisi conservi una forte vocazione industriale. Non dobbiamo scegliere tra passato e futuro. Dobbiamo riuscire a trasformare il patrimonio industriale esistente e contemporaneamente attrarre nuove produzioni».

C’è anche il grande problema dell’indotto.

«È probabilmente uno degli aspetti sui quali dobbiamo mantenere maggiore attenzione. Brindisi possiede aziende che hanno costruito negli anni competenze importanti lavorando nei settori energetico, chimico e manifatturiero. Queste competenze non devono essere disperse. La sfida è favorire il loro ingresso nelle nuove filiere. Gli incontri organizzati con Eni vanno esattamente in questa direzione: mettere in relazione capacità già presenti sul territorio e fabbisogni generati dai nuovi investimenti».

E la formazione?

«È un tassello fondamentale. Ogni trasformazione industriale modifica la domanda di professionalità. Prima si conoscono le competenze necessarie, prima è possibile preparare lavoratori e imprese alle nuove attività. Per questo il dialogo tra aziende, sistema della formazione, istituzioni e parti sociali sarà sempre più importante. Confindustria può contribuire soprattutto mettendo a disposizione la conoscenza dei fabbisogni delle imprese e favorendo il raccordo tra domanda e offerta di competenze. E su questo lavoro stiamo lavorando gomito a gomito non solo con Eni ma anche con la Regione Puglia. Anche su questo fronte delicatissimo dobbiamo arrivare ad essere pronti e preparati riuscendo ad avere le professionalità e le competenze che occorreranno nella nuova fase».

Lei ha parlato più volte anche di attrazione di investimenti. Non c’è il rischio di concentrare troppe aspettative sulla gigafactory?

«È proprio quello che dobbiamo evitare. La gigafactory è importante e vogliamo che diventi un investimento industriale di successo. Ma Brindisi deve avere una strategia molto più ampia. Un territorio è tanto più forte quanto più riesce a diversificare il proprio sistema produttivo. Energia, manifattura, aerospazio, porto, logistica, economia circolare, blue economy, nuove tecnologie: abbiamo diversi asset sui quali lavorare. La transizione non può significare sostituire una dipendenza industriale con un’altra».

L’ingresso del petrolchimico di Brindisi

Le 56 manifestazioni di interesse raccolte nell’ambito del Contratto di Programma vengono spesso richiamate come un segnale positivo. Che ruolo ha avuto Confindustria?

«È stato svolto un lavoro importante di marketing localizzativo, sia nei confronti dell’imprenditoria già presente sul territorio sia verso aziende esterne. Confindustria Brindisi ha lavorato anche attraverso relazioni con importanti associazioni territoriali del sistema Confindustria del Nord, che hanno contribuito a informare e sensibilizzare le rispettive imprese sulle opportunità offerte da Brindisi e dalla provincia. Le 56 manifestazioni di interesse maturate nell’ambito del Contratto di Programma sono naturalmente il risultato di un processo nel quale intervengono molti soggetti. Noi abbiamo dato il nostro contributo cercando investitori, presentando le opportunità del territorio e creando collegamenti. Adesso la sfida vera è accompagnare il maggior numero possibile di quelle manifestazioni verso investimenti effettivi».

È questo quello che lei intende quando parla di una Confindustria «proattiva»?

«Esattamente. Essere proattivi non significa pensare di poter governare o controllare ogni processo. Sarebbe irrealistico e anche presuntuoso. Significa fare bene la propria parte. Mettere in relazione le imprese. Creare occasioni di incontro con i grandi investitori. Promuovere Brindisi fuori dai suoi confini. Segnalare opportunità. Collaborare con istituzioni e parti sociali. Accompagnare le aziende quando devono affrontare nuovi mercati o nuovi requisiti. È questo il ruolo che vogliamo svolgere».

E quale atteggiamento dovrebbe avere Brindisi davanti alle incertezze inevitabili di questa trasformazione?

«Credo servano equilibrio e fiducia nelle possibilità del territorio. Non bisogna nascondere le criticità, ma nemmeno trasformare ogni criticità in una previsione negativa sul futuro. Gli investitori osservano anche il modo in cui un territorio racconta se stesso. Questo non significa costruire una rappresentazione artificiosamente positiva. Significa essere capaci di affrontare i problemi e contemporaneamente valorizzare opportunità, competenze e risultati. Brindisi ha attraversato e sta attraversando una trasformazione industriale molto impegnativa. La risposta migliore è lavorare perché da questa trasformazione emerga un sistema produttivo più moderno, diversificato e competitivo».

Petrolchimico Brindisi, le aree giga factory e BESS

Quindi qual è oggi il messaggio di Giuseppe Danese sulla vicenda Seri Industrial e sul futuro della gigafactory?

«Sul caso specifico bisogna lasciare che i fatti seguano il loro corso. Per quanto riguarda Confindustria Brindisi, continueremo a fare ciò che abbiamo fatto fino a oggi: mantenere un dialogo aperto e costruttivo con Eni, accompagnare le imprese verso le opportunità offerte dai nuovi investimenti, lavorare sulla qualificazione e sulle competenze e continuare contemporaneamente a cercare nuovi investitori. La gigafactory è una grande opportunità. Il fatto che il percorso per individuare un possibile investitore interessato alle attività della chimica sia arrivato alla fase di una manifestazione formale di interesse e all’apertura della data room costituisce un altro elemento da seguire con fiducia e realismo. Le 56 manifestazioni di interesse nell’ambito del Contratto di Programma rappresentano ulteriori occasioni. Dobbiamo cercare di mettere insieme tutti questi pezzi. Il nostro obiettivo non è essere protagonisti del dibattito. Il nostro obiettivo è contribuire a fare di Brindisi uno dei territori protagonisti della nuova stagione industriale».