Seri Industrial-Eni, Brindisi chiede garanzie

Petrolchimico di Brindisi, posa prima pietra Giga Factory

Dal delisting al ricorso per liquidazione giudiziale: il cantiere procede, ma politica e sindacati chiedono certezze sull’investimento

di Antonio Portolano

BRINDISI – La gigafactory di Brindisi non risulta ferma. Gli scavi proseguono, Eni continua a inserire il progetto nei propri programmi industriali e Seri Industrial respinge come «manifestamente infondato» il ricorso con cui London Financial Guarantees Plc ha chiesto al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere l’apertura della liquidazione giudiziale della stessa Seri e della controllata FIB.

Ma a poco più di due mesi dalla posa della prima pietra del 6 luglio, intorno all’investimento che dovrebbe rappresentare uno dei pilastri della riconversione del polo chimico di Brindisi il clima è profondamente cambiato.

Prima il progetto di fusione attraverso il quale Seri Industrial punta al delisting da Piazza Affari. Poi la forte caduta del titolo successiva all’annuncio. Infine il ricorso di London Financial Guarantees per un credito rivendicato di circa 8 milioni di euro e integralmente contestato dalle società interessate.

Tre vicende diverse che non possono essere sovrapposte né trasformate automaticamente nella prova di una crisi dell’investimento brindisino. Ma che hanno aperto una domanda politica, sindacale e istituzionale ormai trasversale: quali garanzie assicurano che la gigafactory venga realizzata secondo tempi, investimenti e livelli occupazionali annunciati, indipendentemente dalle vicende che dovessero coinvolgere uno dei partner?

La cronaca degli ultimi mesi restituisce posizioni differenti. CGIL, CISL e UIL hanno seguito percorsi sindacali non coincidenti. FIALC CISAL continua a manifestare fiducia nel progetto. COBAS e FAILM hanno proclamato lo stato di agitazione. Il Partito Democratico è intervenuto prima con Francesco Cannalire e poi, con toni molto più netti e con una iniziativa parlamentare, attraverso Claudio Stefanazzi. Forza Italia è intervenuta con Lino Luperti. Futuro Nazionale ha chiesto l’intervento diretto del sindaco e di Eni. Il sindaco Giuseppe Marchionna ha quindi avviato un confronto con il gruppo energetico.

Per comprendere dove finiscono i fatti e dove iniziano valutazioni, timori e giudizi politici occorre ricostruire la vicenda dall’inizio e, soprattutto, rispettarne l’ordine cronologico.

Brindisi petrolchimico, area su cui nascerà la Giga Factory e le BESS

Dall’accordo Eni-Seri alla nuova filiera delle batterie

Il progetto nasce nel quadro della trasformazione delle attività Versalis.

Nel settembre 2025 diventa operativa Eni Storage Systems, partecipata da Eni con il 50% più un’azione e da FIB, società del gruppo Seri Industrial, con il 50% meno un’azione.

L’obiettivo è realizzare a Brindisi una capacità produttiva superiore a 8 GWh annui di batterie al litio-ferro-fosfato destinate soprattutto all’accumulo stazionario dell’energia, integrando la fabbrica brindisina con le attività di Teverola, nel Casertano.

Il progetto comprende celle e moduli, sistemi BESS e, in prospettiva, attività legate alla materia attiva catodica e al riciclo delle batterie.

Nel marzo 2026 Eni assume la Final Investment Decision, facendo compiere all’iniziativa il passaggio dalla progettazione a un investimento formalmente approvato all’interno della strategia industriale del gruppo.

Il 29 maggio Eni Industrial Evolution e FIB perfezionano ulteriormente la struttura della partnership. La linea di assemblaggio dei sistemi BESS a Brindisi viene prevista entro la prima metà del 2027, mentre la nuova gigafactory da oltre 8 GWh viene collocata entro il 2029. Eni entra inoltre con una partecipazione del 30% nella nuova piattaforma commerciale e di engineering costituita da FIB.

Prima delle polemiche, il sindacato discuteva garanzie e lavoro

Molto prima del caso giudiziario che oggi riguarda Seri Industrial, il progetto della gigafactory aveva già prodotto un confronto sindacale intenso.

Il punto non era la solidità del partner industriale, ma il rapporto tra nuova fabbrica, progressivo superamento della chimica di base, salvaguardia dei lavoratori Versalis, futuro delle imprese dell’indotto e capacità della nuova attività di generare occupazione stabile.

È qui che emergono le differenti impostazioni di CGIL, CISL e UIL.

6 luglio, la CISL: «Una prima pietra non basta»

Il giorno della posa della prima pietra, la CISL attribuisce al progetto un valore strategico.

Il segretario generale della Femca CISL Sebastiano Tripoli considera l’apertura del cantiere la dimostrazione che la transizione industriale può trasformarsi in opportunità quando viene accompagnata da investimenti, innovazione e confronto sociale.

La CISL rivendica la scelta di avere sottoscritto il protocollo del 10 marzo 2025 ma accompagna il giudizio positivo con condizioni precise: rispetto degli investimenti, tutela dell’occupazione, mantenimento delle attività industriali, formazione e valorizzazione delle competenze.

Tripoli avverte soprattutto che la posa della prima pietra, da sola, non può essere considerata sufficiente: il passaggio decisivo sarà trasformare gli impegni in risultati, rispettare i tempi e creare lavoro stabile e qualificato.

La posizione territoriale viene rafforzata da Antonio Baldassarre, segretario generale della CISL Taranto Brindisi, e da Marcello De Marco, segretario generale della Femca CISL Taranto Brindisi.

Per i due dirigenti sindacali la gigafactory deve consentire di «costruire il futuro senza perdere il presente»: nuova occupazione e tutela di quella già esistente devono procedere insieme e il nuovo investimento non può essere separato dalle altre vertenze industriali del territorio.

6 e 7 luglio, la UIL: fiducia nell’investimento e vigilanza

Anche la UIL e la UILTEC UIL assumono una posizione nettamente favorevole al progetto.

La segretaria generale nazionale della UILTEC Daniela Piras definisce la posa della prima pietra una fase concreta del percorso avviato con il protocollo del marzo 2025.

Ma anche la UIL lega il proprio sostegno a una funzione di controllo: accompagnare e vigilare sulla riconversione del sito, garantendo continuità occupazionale anche per l’indotto e preservando la vocazione industriale di Brindisi.

Il segretario generale della UIL Puglia Stefano Frontini legge la gigafactory come una dimostrazione dell’importanza della contrattazione per governare la transizione e costruire lavoro stabile e qualificato.

Il giorno successivo arriva anche l’intervento della struttura pugliese e brindisina della UILTEC.

Carlo Perrucci, segretario regionale e coordinatore di Brindisi della UILTEC Puglia, e Angelo D’Errico, segretario generale regionale, rivendicano apertamente la scelta di avere dato fiducia al progetto e agli investimenti.

La UILTEC sostiene che il nuovo polo delle batterie rappresenti finalmente una trasformazione concreta dopo anni nei quali la transizione brindisina aveva spesso avuto contorni incerti. La linea sindacale è quella della fiducia verso le aziende che investono, ma con la richiesta che gli investimenti si trasformino realmente in occupazione e sviluppo.

La stessa nota contiene anche una polemica con le organizzazioni che avevano scelto di non sottoscrivere il protocollo e con la Regione Puglia, accusata di non essersi assunta fino in fondo la responsabilità politica del percorso.

Carlo Perrucci, Segretario Regionale Uiltec Puglia e Coordinatore di Brindisi

7 luglio, la CGIL: sì alla gigafactory, no allo smantellamento della chimica

La posizione della CGIL Brindisi è differente e va ricostruita senza semplificazioni.

Il sindacato non è contrario alla gigafactory.

Lo chiarisce il segretario generale Massimo Di Cesare, anche per il Coordinamento Industria CGIL Brindisi, il giorno successivo alla posa della prima pietra.

La CGIL considera il progetto potenzialmente positivo, ma contesta il metodo con cui è stata gestita la trasformazione e soprattutto il fatto che la nuova fabbrica venga accompagnata dalla progressiva uscita dalla chimica di base senza, a giudizio dell’organizzazione, adeguate garanzie di continuità industriale e occupazionale.

Per Di Cesare, gigafactory e permanenza di una filiera chimica non sono necessariamente alternative.

La CGIL chiede che venga portato avanti il mandato all’advisor incaricato di individuare un operatore internazionale interessato alla chimica di base, che venga concretizzato l’Accordo di programma per Brindisi e che il sindacato venga reinserito nei tavoli di monitoraggio nonostante la mancata sottoscrizione del protocollo del 10 marzo 2025.

«La Cgil di Brindisi non può essere contraria a questo progetto», chiarisce Di Cesare. Il nodo, per l’organizzazione, è evitare che la transizione lasci indietro chimica, lavoratori e partecipazione.

È una distinzione decisiva per leggere correttamente anche il dibattito successivo: CGIL, CISL e UIL non sono divise tra chi vuole e chi non vuole la gigafactory. Sono divise soprattutto sul metodo e sulle garanzie con cui Eni e Governo hanno deciso di accompagnare la trasformazione di Versalis.

Massimo Di Cesare, segretario generale della Cgil di Brindisi durante una manifestazione

Il confronto sindacale continua dopo la prima pietra

Il 13 luglio Marcello De Marco della Femca CISL ribadisce che il vero banco di prova non è più la discussione sullo spegnimento del polietilene, previsto dal protocollo, ma la piena attuazione degli investimenti e il rispetto del cronoprogramma.

Per la CISL, l’avvio delle attività di induction destinate ai lavoratori è un segnale che Eni Storage Systems è entrata nella fase operativa.

La FILCTEM CGIL mantiene invece la propria posizione: nuovi investimenti e gigafactory sono positivi, ma non devono tradursi nella cancellazione automatica della chimica di base.

La differenza resta quindi di impostazione strategica.

Il 30 luglio CISL e Femca: fino a 1.300 posti

Dopo il tavolo al Mimit del 30 luglio, CISL Taranto Brindisi e Femca CISL esprimono nuovamente un giudizio positivo sull’avanzamento della trasformazione.

Il sindacato riferisce che per l’investimento nella produzione di batterie stazionarie vengono prospettati 1.000 posti di lavoro, con possibilità di crescita fino a 1.300, rispetto agli allora 468 lavoratori del perimetro richiamato nel confronto.

CISL e Femca riferiscono anche l’impegno di Eni a coinvolgere le imprese del territorio nella realizzazione del progetto.

Sono cifre da leggere correttamente: rappresentano previsioni e obiettivi occupazionali riferiti in sede sindacale, non posti già creati.

Marcello De Marco segretario territoriale Femca Cisl

6 agosto, Seri Industrial avvia il percorso verso il delisting

Il 6 agosto cambia il contesto.

Il consiglio di amministrazione di Seri Industrial approva il progetto di fusione per incorporazione nella controllante SE.R.I. S.p.A., operazione finalizzata alla revoca delle azioni Seri Industrial dalla quotazione.

La distinzione è essenziale: Seri Industrial non è ancora uscita dalla Borsa.

L’operazione deve completare il proprio iter e l’assemblea straordinaria è convocata per il 12 novembre 2026.

Il giorno successivo all’annuncio il titolo subisce una caduta superiore al 20%.

È da questo momento che una vicenda apparentemente finanziaria comincia a diventare una questione politica brindisina.

Cannalire: «Eni sia garante»

Tra i primi a sollevare il problema è Francesco Cannalire, segretario cittadino del Partito Democratico.

Cannalire osserva che le vicende societarie di Seri non possono essere considerate estranee a Brindisi perché all’interno del gruppo opera FIB, partner di Eni in Eni Storage Systems.

Il segretario cittadino del Pd non sostiene che la gigafactory sia già in pericolo. Chiede piuttosto che Eni si assuma una funzione esplicita di garanzia sui tempi e sulla continuità dell’investimento.

Richiama anche i dati economici del gruppo e considera necessario prevenire il rischio che eventuali difficoltà del partner si traducano in rallentamenti, rinvii degli investimenti o slittamenti delle assunzioni.

Francesco Cannalire, segretario cittadino del Partito Democratico

Oreste Pinto apre il tema della governance

Nello stesso dibattito interviene Oreste Pinto.

Il suo ragionamento sposta l’attenzione dal semplice andamento del titolo alla struttura economica e societaria del progetto.

Le domande riguardano chi sosterrà concretamente i capitali, chi assumerà il rischio industriale, chi controllerà la produzione, come verranno commercializzati i sistemi e quanta parte del valore generato dalla nuova filiera resterà effettivamente a Brindisi.

Il tema diventa quindi non soltanto «la fabbrica verrà costruita?», ma anche «quale sarà il peso effettivo di Brindisi all’interno della filiera?».

Vittorio Civitillo: il delisting non incide sugli investimenti

La risposta arriva da Vittorio Civitillo, amministratore delegato di SERI S.p.A.

Civitillo respinge l’interpretazione secondo cui il percorso verso il delisting sarebbe il segnale di un arretramento industriale.

La società sostiene che l’operazione nasce dalla ridotta liquidità del titolo e dal mancato riconoscimento in Borsa del valore industriale del gruppo e che la semplificazione societaria dovrebbe rendere più efficienti i processi decisionali.

Soprattutto, Seri afferma che il delisting non produrrà effetti negativi sugli investimenti programmati, compreso quello di Brindisi.

Fino a questo momento il confronto riguarda essenzialmente governance, Borsa e prospettive industriali.

A fine agosto entra nella vicenda un elemento diverso e molto più delicato: il ricorso per l’apertura della liquidazione giudiziale.

Petrolchimico Brindisi, le aree giga factory e BESS

28 agosto, London Financial Guarantees presenta il ricorso

Il 28 agosto Seri Industrial riceve dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere la notifica del ricorso presentato dalla società inglese London Financial Guarantees Plc.

LFG chiede l’apertura della liquidazione giudiziale di Seri Industrial e della controllata FIB sulla base di un credito rivendicato per 8 milioni di euro, oltre interessi e spese.

Ancora una volta la precisione lessicale è fondamentale.

Esiste un ricorso per chiedere l’apertura della liquidazione giudiziale. Non risulta una liquidazione giudiziale già aperta e non risulta una pronuncia che abbia accertato lo stato di insolvenza di Seri Industrial o FIB.

Le società contestano radicalmente sia il credito sia i presupposti della richiesta.

1° settembre, Lino Luperti: cresce la preoccupazione

Il caso entra immediatamente nel dibattito politico brindisino.

Lino Luperti interviene richiamando le preoccupazioni dei lavoratori del Petrolchimico e dell’indotto.

Nella nota utilizza termini come «fallimento» e richiama il rischio della disoccupazione. Quelle formulazioni appartengono alla sua valutazione politica e vanno distinte dal dato processuale, che resta quello di un ricorso per l’apertura della liquidazione giudiziale.

Luperti chiede un intervento delle istituzioni e sollecita anche Confindustria Brindisi a uscire dal silenzio.

Il punto centrale della sua posizione è ancora una volta Eni: secondo Luperti, il gruppo energetico deve garantire direttamente il completamento del progetto e tutelare non soltanto i lavoratori diretti ma anche le imprese coinvolte nella costruzione e nel futuro funzionamento della fabbrica.

Pasquale Luperti consigliere comunale

La nota integrale di Seri Industrial

Nello stesso giorno Seri Industrial rende pubblica la propria posizione ufficiale.

Per consentire al lettore di distinguere la ricostruzione giornalistica dalla difesa della società, riportiamo integralmente la nota.

«Chiarimenti in merito alle notizie di stampa relative al ricorso infondato presentato da London Financial Guarantees PLC

San Potito Sannitico, 1 settembre 2026. Seri Industrial S.p.A. comunica che, in data 28 agosto 2026, ha ricevuto dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (CE) la notifica di un ricorso per l’apertura di liquidazione giudiziale presentato ai sensi dell’art. 37, co. 2, CCII, nei confronti propri e della controllata FIB S.p.A., dalla società di diritto inglese London Financial Guarantees Plc (di seguito la «LFG»).

La Società ritiene il ricorso manifestamente infondato e privo dei presupposti previsti dalla legge per l’apertura di una procedura di liquidazione giudiziale.

Il ricorso particolarmente succinto non contiene alcun elemento idoneo a rappresentare o dimostrare l’esistenza di uno stato di insolvenza in capo alla Società e alla controllata FIB. Tale presupposto, essenziale ai fini dell’apertura della procedura, risulta peraltro del tutto insussistente, come emerge dai risultati economico finanziari consuntivati al 31.12.2025.

Inoltre, dal punto di vista della legittimazione attiva, il presunto credito vantato da LFG deve essere considerato assolutamente inesistente. LFG assume di vantare nei confronti delle società resistenti un credito di euro 8.000.000,00, oltre a interessi e spese, integralmente e radicalmente contestato, avente origine dal contratto di prestito (mai eseguito) titoli obbligazionari n. 169/06/2023 dalla stessa sottoscritta in data 15 giugno 2023 con FIB S.p.A., in qualità di contraente, e Seri Industrial S.p.A. quale garante.

Si precisa che per detto credito LFG aveva già promosso innanzi al medesimo Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (CE) un ricorso monitorio a cui era conseguita, in data 17 luglio 2025, una ingiunzione di pagamento – nei confronti delle resistenti – munita della formula di provvisoria esecutorietà, quest’ultima immediatamente sospesa dal Presidente del Tribunale in data 21 luglio 2025. La sospensione è stata successivamente confermata in data 13 ottobre 2025 dal giudice affidatario del giudizio di merito instaurato a seguito dell’opposizione al decreto ingiuntivo.

Le difese, nel relativo giudizio, hanno contestato radicalmente la sussistenza del credito azionato da LFG, rappresentando come LFG non avesse reso alcuna prestazione contrattuale afferente al prestito titoli obbligazionari, e altresì segnalando come anteriormente alla notifica del decreto ingiuntivo e a seguito delle reiterate richieste di pagamento formulate, la stessa FIB aveva presentato denuncia-querela dinanzi alla Procura della Repubblica in relazione ai medesimi fatti oggetto del contenzioso. Si rappresenta, inoltre, che, FIB S.p.A. ha presentato un esposto disciplinare nei confronti dell’avvocato Dorelli dinanzi al competente Consiglio dell’Ordine degli Avvocati.

Improvvidamente, la legge consente la presentazione di un ricorso per l’apertura di una liquidazione giudiziale, seppur privo dei necessari presupposti minimi, obbligando il giudice a fissare l’udienza di contraddittorio tra le parti consentendo al legale dell’istante di reiterare, attraverso la diffusione alla stampa locale, le attività che noi riteniamo diffamatorie già oggetto di precedenti denunzie e querele.

Le società tuteleranno pertanto i propri diritti e interessi in ogni sede competente.

Seri Industrial S.p.A. è una società quotata sul mercato EXM di Borsa Italiana. La mission di Seri Industrial è accelerare la transizione energetica verso la sostenibilità e la decarbonizzazione.

Il Gruppo opera attraverso tre società: Seri Plast, attiva nella produzione e nel riciclo di materiali plastici per il mercato delle batterie, l’automotive, il packaging ed il settore idro-termosanitario; FIB, attiva, attraverso il marchio FAAM, nella produzione e nel riciclo di batterie al piombo e al litio per applicazioni trazione, industriali, storage e militari, oltre che nella progettazione di impianti per il riciclo delle batterie; Menarini, unica azienda italiana attiva nella produzione di mezzi di trasporto pubblico a marchio Menarini, con una particolare attenzione alla transizione verso la mobilità sostenibile mediante la realizzazione di veicoli elettrici».

La nota contiene naturalmente la posizione di Seri Industrial. Le contestazioni rivolte alla controparte e le valutazioni sulla fondatezza del ricorso devono essere lette come tesi difensive della società e non come fatti già accertati dal giudice.

Claudio Stefanazzi, deputato salentino del Partito democratico

2 settembre, Stefanazzi porta il caso su un altro livello

È qui che interviene Claudio Stefanazzi, deputato del Partito Democratico eletto nel collegio che comprende anche il territorio brindisino e componente della Commissione Finanze della Camera.

Il suo intervento assume un peso particolare perché non si limita a chiedere rassicurazioni sulla gigafactory.

Stefanazzi collega quattro dossier: il ricorso di London Financial Guarantees; la scelta di FIB come partner di Eni; le contestazioni che in una diversa vicenda hanno coinvolto Invitalia e una società del gruppo Seri; il progetto di uscita dalla Borsa.

E pone direttamente il problema della responsabilità di chi ha scelto il partner al quale è stata legata una parte rilevante del futuro industriale di Brindisi.

L’intervento è il seguente: «Per soli 8 milioni un creditore ha chiesto al Tribunale la liquidazione giudiziale di Seri Industrial e della sua controllata FIB, ossia quel socio privato che Eni ha scelto per realizzare la gigafactory che dovrebbe sostituire la chimica di base a Brindisi. Il partner su cui abbiamo chiesto a un territorio in piena emergenza sociale di riporre ogni speranza, oggi è nuovamente al centro di forti dubbi che attengono alla sua effettiva solidità. Dubbi che erano stati già avanzati da Invitalia quando, in un’altra occasione, ha impugnato in tribunale il bilancio di una società del gruppo, parlando di rettifiche illegittime e ingiustificate. Nel frattempo, si apprende che il gruppo si prepara a uscire dalla Borsa, cioè a rendere ancora meno trasparenti i propri conti proprio mentre maneggia centinaia di milioni di risorse pubbliche. La domanda è semplice e occorre farla ad alta voce: si può fondare il rilancio di Brindisi su presupposti del genere? Chi ha verificato, e quando, l’affidabilità di questo partner prima di legare il destino di migliaia di lavoratori?

Eni assuma direttamente la responsabilità dell’investimento davanti alla città perché Brindisi ha già dato: ha spento gli impianti, ha perso posti di lavoro, ha accettato la promessa. Ora pretende garanzie vere e non le solite scatole cinesi».

Il passaggio è politicamente molto più rilevante di una semplice richiesta di rassicurazioni.

Stefanazzi mette in discussione il processo con il quale il partner privato è stato selezionato e valutato e chiede chi abbia verificato la sua solidità prima di affidargli un ruolo in un investimento sul quale gravano aspettative occupazionali e una parte della riconversione di Brindisi.

È però necessario mantenere distinta la valutazione politica dai fatti.

La controversia tra Invitalia e Menarini appartiene a una vicenda societaria diversa rispetto al ricorso LFG. Il suo richiamo nell’intervento di Stefanazzi serve a costruire una valutazione complessiva sull’affidabilità del gruppo, ma non costituisce di per sé una prova dell’insolvenza di Seri Industrial né di un problema della gigafactory.

Allo stesso modo il progetto di delisting non equivale a una crisi finanziaria accertata.

La questione posta dal parlamentare resta però precisa: quali verifiche sono state compiute prima della scelta del partner?

Stefanazzi porta Seri Industrial in Parlamento

L’intervento pubblico non rimane isolato. Il 3 settembre Stefanazzi porta il dossier in Parlamento attraverso un’interrogazione scritta.

Il caso della gigafactory esce così dal perimetro del dibattito brindisino e viene collegato formalmente alle vicende societarie di Seri Industrial, al percorso verso il delisting, al ricorso presentato dalla finanziaria londinese e ai rapporti del gruppo con Invitalia.

La questione assume quindi una dimensione istituzionale nazionale: non riguarda più soltanto la preoccupazione politica locale, ma la richiesta al Governo di chiarire le verifiche compiute sul soggetto coinvolto in uno dei principali progetti di riconversione industriale del Mezzogiorno.

È questo il punto di maggiore rilievo politico registrato fino a oggi nella vicenda.

4 settembre, Seri torna sul contenzioso

Il 4 settembre Seri Industrial pubblica una nuova precisazione.

La società chiarisce che il 17 novembre 2026 è prevista l’udienza di precisazione delle conclusioni nel giudizio relativo all’opposizione al precedente decreto ingiuntivo ottenuto da London Financial Guarantees. Anche qui bisogna distinguere i procedimenti: il giudizio sul decreto ingiuntivo e il ricorso per l’apertura della liquidazione giudiziale sono due passaggi differenti della controversia.

I consiglieri comunali Nicola Di Donna, Cesare Mevoli e Luca Tondi di Futuro Nazionale

Futuro Nazionale: «Marchionna convochi subito Eni»

Il 4-5 settembre interviene Futuro Nazionale. Nel Consiglio comunale di Brindisi il gruppo è composto da Nicola Di Donna, Cesare Mevoli e Luca Tondi.

La formazione legata all’area politica di Roberto Vannacci chiede al sindaco Giuseppe Marchionna di convocare con urgenza Eni.

La nota mantiene una distinzione importante: riconosce che la vicenda giudiziaria dovrà essere decisa nelle sedi competenti e che Seri Industrial contesta la pretesa del creditore.

Ma proprio per questo chiede che Eni illustri pubblicamente le garanzie che accompagnano il progetto, i tempi dell’investimento, le tutele per lavoratori e imprese e il ruolo diretto che il gruppo sarebbe pronto ad assumere nell’eventualità di problemi riguardanti il partner.

La formula scelta è fortemente politica: evitare che «la prima pietra» diventi la «pietra tombale» delle aspettative brindisine.

7 settembre, COBAS e FAILM proclamano lo stato di agitazione

Il 7 settembre il caso Seri entra direttamente nella mobilitazione sindacale.

COBAS e FAILM proclamano lo stato di agitazione dei dipendenti delle imprese appaltatrici impegnate nel Petrolchimico e nella centrale Enel Federico II di Cerano.

Roberto Aprile e Claudio Capodieci collegano il caso Seri a una critica molto più ampia del modo in cui Brindisi sta attraversando contemporaneamente la fine del carbone e la trasformazione della chimica.

Nella loro nota utilizzano espressioni come «crack societario» e «richiesta di fallimento». Anche in questo caso quelle parole devono essere attribuite ai sindacati e non trasformate in una descrizione giudiziaria della situazione societaria.

Il nodo sostanziale della posizione COBAS-FAILM è la richiesta di cronoprogrammi vincolanti, garanzie occupazionali per l’indotto e maggiore certezza sugli investimenti.

I due sindacati ricordano inoltre di avere posto queste questioni molto prima del ricorso LFG.

Petrolchimico Brindisi, area rilocazione imprese

8 settembre, FIALC CISAL: gli scavi stanno andando avanti

Il giorno successivo arriva una posizione di segno differente.

Massimo Pagliara e la FIALC CISAL riferiscono che le attività di scavo nell’area destinata alla gigafactory stanno procedendo «a ritmo sostenuto».

Secondo il sindacato, nei mesi di luglio e agosto sarebbero stati utilizzati almeno 15 camion al giorno per il trasporto del terreno.

È un dato riferito dall’organizzazione sindacale, non una rilevazione indipendente, ma rappresenta un elemento materiale importante: non risulta uno stop del cantiere.

La CISAL continua quindi a manifestare fiducia nel protocollo e negli impegni assunti da Eni.

Marchionna parla con Eni

Le richieste politiche producono nel frattempo un primo passaggio istituzionale.

Il sindaco Giuseppe Marchionna raccoglie la sollecitazione ad avere un chiarimento direttamente da Eni e avvia un confronto con il gruppo.

Futuro Nazionale torna all’attacco: Eni venga in Comune

Dopo la notizia del contatto Marchionna-Eni, Futuro Nazionale torna a intervenire.

Il gruppo apprezza il fatto che il sindaco abbia accolto la richiesta di interpellare Eni, ma considera insufficiente un confronto riservato.

Chiede quindi che il gruppo energetico venga a Palazzo di Città e illustri pubblicamente cronoprogramma, garanzie e futuro occupazionale dell’investimento.

Per Futuro Nazionale, il passaggio decisivo resta trasformare la prima pietra in una fabbrica realmente operativa.

8 settembre, la CGIL entra nuovamente nell’attualità

Nella stessa giornata arriva un intervento che riporta pienamente la CGIL Brindisi dentro il dibattito attuale.

Il segretario generale Massimo Di Cesare interviene sulle condizioni complessive della città e sulla transizione industriale, richiamando esplicitamente le crisi della centrale di Cerano e del Petrolchimico.

Il giudizio è critico nei confronti dell’amministrazione comunale e della gestione politica della trasformazione.

Di Cesare osserva che Brindisi sta attraversando un percorso «complesso, ricco di incognite e ritardi, pieno di inciampi e colpi di scena» e sostiene che le crisi di Cerano e del Petrolchimico rischiano di travolgere una vasta rete di piccole e medie imprese dell’appalto e migliaia di lavoratori.

Il passaggio più direttamente collegato alla vicenda di questi giorni riguarda il sindaco.

Per il segretario della CGIL non è sufficiente dire «parlerò con Eni» o sollecitare il commissario dell’Accordo di programma.

La richiesta è quella di entrare nel merito dei progetti, delle ricadute occupazionali e delle scelte industriali e di aprire un confronto strutturato con le parti sociali.

L’intervento non formula una valutazione giudiziaria su Seri Industrial, ma colloca il nuovo caso dentro una critica più ampia: per la CGIL il problema resta la mancanza di una politica industriale complessiva capace di accompagnare la transizione con garanzie concrete per occupazione, imprese e territorio.

È un aggiornamento importante perché mostra come, anche dopo l’emersione del caso Seri, la linea CGIL rimanga coerente con quella sostenuta nei mesi precedenti: sì ai nuovi investimenti, ma nessuna delega in bianco e nessuna sostituzione delle garanzie industriali con gli annunci.

Tre sindacati, tre approcci alla stessa transizione

Il quadro sindacale, visto nel suo insieme, è più complesso di una contrapposizione tra favorevoli e contrari.

La CGIL ha scelto di non sottoscrivere il protocollo del marzo 2025 perché non considerava sufficienti le garanzie sul mantenimento della chimica e sulla transizione occupazionale. Non ha però mai assunto una posizione contraria alla gigafactory.

CISL ha firmato il protocollo e considera l’avvio della fabbrica la prova che il confronto sindacale può produrre investimenti concreti, ma continua a chiedere tempi certi, formazione, occupazione e tutela delle altre vertenze.

UIL e UILTEC rivendicano con maggiore decisione la scelta di avere dato fiducia a Eni e al percorso di trasformazione, considerando l’investimento un risultato della contrattazione, ma dichiarano contemporaneamente di voler vigilare sulla continuità occupazionale e sull’indotto.

A queste tre linee si affiancano FIALC CISAL, oggi la più esplicitamente fiduciosa sull’avanzamento del cantiere, e COBAS-FAILM, che esprimono invece il livello più elevato di allarme.

Cosa è certo oggi e cosa non lo è

Alla data dell’8 settembre 2026, alcuni fatti possono essere fissati con sufficiente chiarezza.

Seri Industrial è ancora quotata in Borsa. Esiste un progetto di fusione finalizzato al delisting, ma l’operazione non è stata ancora completata.

London Financial Guarantees Plc ha presentato un ricorso per chiedere l’apertura della liquidazione giudiziale di Seri Industrial e FIB.

Non risulta una liquidazione giudiziale aperta.

Non risulta una pronuncia che abbia accertato lo stato di insolvenza delle società.

Il credito da circa 8 milioni è oggetto di una controversia giudiziaria ed è integralmente contestato da Seri e FIB.

Il precedente decreto ingiuntivo ottenuto da LFG aveva avuto la provvisoria esecutorietà sospesa nel luglio 2025; la sospensione era stata successivamente confermata.

Il cantiere di Brindisi risulta avviato e non risulta formalmente sospeso.

Eni ha assunto la Final Investment Decision e continua a essere direttamente coinvolta nella struttura societaria e industriale del progetto.

Sono invece valutazioni – politiche, sindacali o aziendali – l’idea che il progetto sia oggi concretamente a rischio, l’idea opposta che le vicende Seri siano totalmente irrilevanti per Brindisi e le differenti interpretazioni sulla solidità del partner.

Il caso Seri non può essere né minimizzato né trasformato in sentenza

La fotografia dell’8 settembre restituisce quindi una situazione che non consente conclusioni drastiche.

Affermare che la gigafactory sia fallita sarebbe falso. Affermare che Seri Industrial sia stata dichiarata insolvente sarebbe falso. Affermare che la società sia già uscita dalla Borsa sarebbe altrettanto inesatto. Ma sarebbe riduttivo anche liquidare come irrilevanti le questioni sollevate.

Brindisi ha legato al progetto Eni-FIB una parte significativa della propria transizione dopo la progressiva uscita dalla chimica di base. Il valore dell’investimento, le aspettative occupazionali e il peso del progetto nella strategia Versalis rendono quindi legittima una domanda pubblica sulla capacità dell’operazione di resistere a eventuali criticità di uno dei partner.

È ciò che, con linguaggi e impostazioni differenti, stanno chiedendo una parte della politica e del sindacato.

Il vero nodo adesso è Eni

Da Francesco Cannalire a Claudio Stefanazzi, da Lino Luperti a Futuro Nazionale, fino alle richieste sindacali di garanzie che attraversano con modalità differenti CGIL, CISL, UIL, COBAS e FAILM, il soggetto al quale il territorio continua a rivolgersi è soprattutto Eni.

Non è casuale. Eni detiene la maggioranza prevista nella joint venture Eni Storage Systems, ha assunto la decisione finale di investimento, ha ulteriormente esteso la propria presenza nella filiera e ha inserito la gigafactory dentro la trasformazione strategica di Versalis.

Per questo la domanda non può limitarsi a sapere se il progetto sia «confermato».

Occorre capire quali garanzie contrattuali, finanziarie e societarie ne assicurino la realizzazione anche nell’ipotesi in cui uno dei partner dovesse incontrare difficoltà.

Occorre conoscere il cronoprogramma aggiornato. Occorre distinguere i posti di lavoro previsti durante il cantiere da quelli strutturali. Occorre chiarire tempi e modalità con cui i lavoratori Versalis saranno riassorbiti nelle nuove attività. Occorre quantificare il coinvolgimento delle imprese locali. Occorre capire quale sarà il futuro dei lavoratori dell’indotto che non potranno essere automaticamente trasferiti nel nuovo ciclo produttivo.

Ed è necessario spiegare se gli ultimi sviluppi relativi a Seri Industrial abbiano prodotto o meno conseguenze sul piano finanziario e operativo della gigafactory.

L’ingresso del petrolchimico di Brindisi

Dalla prima pietra alle garanzie: due mesi che hanno cambiato il dibattito

Il 6 luglio il clima era quello dell’avvio di una nuova stagione industriale.

CISL e UIL vedevano concretizzarsi il percorso che avevano sottoscritto.

La CGIL riconosceva il valore della gigafactory ma chiedeva che la nuova fabbrica non diventasse il pretesto per cancellare la chimica e marginalizzare il sindacato dissenziente.

COBAS e FAILM continuavano a chiedere garanzie vincolanti.

Ad agosto il progetto di delisting di Seri Industrial ha aperto il primo fronte.

A settembre il ricorso London Financial Guarantees ha trasformato gli interrogativi societari in un vero caso politico.

Cannalire ha chiesto che Eni faccia da garante.

Luperti ha portato il tema della preoccupazione occupazionale.

Stefanazzi ha posto la domanda più radicale: chi ha verificato l’affidabilità del partner prima di legargli il futuro industriale di migliaia di lavoratori? E ha successivamente portato la questione in Parlamento.

Futuro Nazionale ha chiesto la convocazione di Eni.

COBAS e FAILM hanno proclamato lo stato di agitazione.

FIALC CISAL ha risposto mostrando gli scavi che continuano.

Marchionna ha contattato Eni.

La CGIL ha replicato che parlare con Eni non basta se non si apre un confronto vero sulla politica industriale.

CISL e UIL mantengono, nelle ultime posizioni pubblicamente documentate, la linea della fiducia condizionata all’attuazione degli impegni.

Sono posizioni diverse.

E proprio per questo vanno raccontate tutte.

Senza utilizzare le preoccupazioni come sentenze.

Senza trasformare le rassicurazioni in garanzie già dimostrate.

E senza perdere di vista il dato più importante: la gigafactory oggi è un cantiere aperto, mentre la vera verifica sul futuro dell’investimento deve ancora avvenire attraverso tempi, investimenti, occupazione e capacità produttiva effettivamente realizzati.

È su questi elementi – più che sulle contrapposizioni politiche – che nei prossimi mesi potrà essere misurata la distanza tra la prima pietra del 6 luglio e la fabbrica promessa a Brindisi.