Lo studio presentato al IV Convegno AERO stima 56 miliardi di valore aggiunto e oltre 800 mila occupati con l’avvio delle aste FER2
di Antonio Portolano
ROMA – L’eolico offshore non rappresenta soltanto una delle tecnologie chiave della transizione energetica italiana. Secondo lo studio presentato il 10 giugno a Roma durante il IV Convegno Nazionale dell’Associazione delle Energie Rinnovabili Offshore (AERO), potrebbe diventare uno dei più rilevanti progetti di politica industriale del Paese nei prossimi decenni. Nello scenario di attivazione tempestiva delle aste previste dal FER2, lo sviluppo dell’eolico offshore potrebbe generare circa 129 miliardi di euro di produzione attivata, 56 miliardi di euro di valore aggiunto, 25 miliardi di euro di gettito fiscale e oltre 800 mila occupati misurati in unità di lavoro standard lungo l’intero periodo considerato fino al 2080.
È questo il messaggio centrale emerso dall’appuntamento organizzato da AERO nella Sala Capranichetta dell’Hotel Nazionale di Roma, che ha riunito rappresentanti delle istituzioni europee e nazionali, imprese, università, centri di ricerca, operatori energetici e associazioni di settore. Al centro della giornata la presentazione dello studio indipendente “Il valore socioeconomico della filiera dell’eolico offshore”, commissionato da AERO e realizzato da Intesa Sanpaolo, Politecnico di Torino, Politecnico di Bari, Prometeia e OWEMES. Lo studio rappresenta uno dei più approfonditi tentativi di quantificare il contributo che la nascente filiera italiana dell’eolico offshore galleggiante potrebbe generare per il sistema economico nazionale.

Dall’energia alla politica industriale
La novità più rilevante emersa dal convegno riguarda il cambio di prospettiva con cui viene osservato il settore. Il dibattito sull’eolico offshore in Italia è stato finora concentrato prevalentemente sugli obiettivi climatici e sulla produzione di energia rinnovabile. Lo studio presentato a Roma propone invece una lettura più ampia, nella quale l’eolico offshore diventa uno strumento di sicurezza energetica, competitività industriale, sviluppo infrastrutturale e rafforzamento della base produttiva nazionale.
L’analisi è stata costruita attraverso una metodologia bottom-up che ha ricostruito oltre 250 voci di filiera e valutato in modo dettagliato gli effetti economici, occupazionali e fiscali associati allo sviluppo del settore. L’obiettivo è comprendere quanto valore possa essere trattenuto in Italia attraverso la crescita di una filiera nazionale in grado di coinvolgere manifattura, cantieristica, logistica portuale, componentistica elettrica, servizi tecnici, progettazione, esercizio e manutenzione degli impianti.
Secondo lo studio, la posta in gioco va ben oltre la realizzazione degli impianti in mare. La vera sfida riguarda la capacità del Paese di intercettare una quota significativa del valore economico generato dalla crescita di un mercato destinato a espandersi in tutta Europa e nel Mediterraneo. In questa prospettiva, il fattore decisivo non è soltanto la disponibilità della tecnologia ma la velocità delle decisioni pubbliche.
Il fattore tempo e il nodo FER2
La richiesta emersa con maggiore forza durante il convegno riguarda la calendarizzazione delle aste previste dal Decreto FER2. Il provvedimento individua infatti un contingente dedicato di 3,8 GW per l’eolico offshore, considerato dagli operatori il punto di partenza necessario per consentire alla filiera industriale italiana di svilupparsi e consolidarsi.
Secondo le elaborazioni presentate durante l’evento, il ritardo nell’attivazione degli strumenti di supporto non produce soltanto uno slittamento temporale della produzione di energia rinnovabile. Può comportare una riduzione significativa del valore economico trattenuto dal sistema produttivo nazionale. Lo studio stima che uno scenario ritardato potrebbe determinare oltre 31 miliardi di euro di valore aggiunto in meno, circa 14 miliardi di euro di minore gettito fiscale e oltre 400 mila occupati in meno rispetto a uno scenario caratterizzato da decisioni tempestive.
La questione assume una rilevanza particolare perché, secondo i dati illustrati durante il convegno, circa 2,8 GW di progetti hanno già superato la Valutazione di Impatto Ambientale. Ciò significa che una parte consistente della pipeline progettuale è già avanzata e attende esclusivamente condizioni regolatorie e di mercato adeguate per trasformarsi in investimenti concreti.

Una filiera che guarda ai porti e al Mezzogiorno
Uno degli aspetti più significativi emersi dall’analisi riguarda il ruolo dei territori. Lo sviluppo dell’eolico offshore potrebbe generare ricadute rilevanti soprattutto nelle aree costiere del Mezzogiorno, grazie alla presenza di infrastrutture portuali, competenze industriali e disponibilità di spazi produttivi potenzialmente utilizzabili per le attività di assemblaggio, costruzione, movimentazione e manutenzione degli impianti.
Le prospettive illustrate durante il convegno richiamano in particolare il ruolo di città e sistemi portuali come Taranto, Augusta, Brindisi e Civitavecchia, considerate aree strategiche per la futura organizzazione della filiera industriale nazionale. Lo studio evidenzia infatti come gli investimenti portuali non debbano essere considerati semplicemente funzionali all’installazione delle turbine, ma come infrastrutture multiuso capaci di sostenere nel tempo attività industriali, logistiche ed energetiche.
La dimensione territoriale assume quindi un’importanza centrale. L’eolico offshore galleggiante potrebbe infatti contribuire alla riconversione di aree industriali, all’attivazione di nuove competenze professionali e alla crescita di attività produttive collegate alla manifattura avanzata, alla navalmeccanica, alla componentistica elettrica e alla logistica marittima.
Sicurezza energetica e riduzione della dipendenza dall’estero
La riflessione emersa dal IV Convegno Nazionale AERO si inserisce in un contesto internazionale caratterizzato da profonde trasformazioni geopolitiche. Le conseguenze della guerra in Ucraina, le tensioni in Medio Oriente e la crescente competizione globale per le tecnologie energetiche hanno riportato al centro del dibattito il tema della sicurezza energetica.
L’Italia continua a essere una delle principali economie europee dipendenti dalle importazioni energetiche. Secondo le analisi presentate nel corso dell’evento, l’eolico offshore può contribuire a ridurre questa esposizione aumentando la quota di energia prodotta all’interno dei confini nazionali. Con una capacità installata di 20 GW al 2050, in linea con gli scenari di sviluppo del sistema elettrico elaborati da Terna, la produzione offshore potrebbe superare i 50 TWh annui, pari a circa l’11% della domanda elettrica nazionale e a circa il 15% della produzione rinnovabile complessiva.
L’assenza di questa tecnologia comporterebbe invece una maggiore dipendenza da importazioni di energia elettrica e gas naturale. Lo studio stima che, lungo l’intero ciclo di vita degli impianti considerati, l’effetto cumulato possa equivalere a circa 635 TWh di energia e a una spesa verso l’estero potenzialmente pari a circa 60 miliardi di euro.

Un dibattito che coinvolge istituzioni, imprese e ricerca
L’importanza attribuita al tema è stata confermata dall’ampia partecipazione istituzionale registrata durante la giornata romana. Il convegno ha ospitato i saluti di Francesco La Camera, Direttore Generale dell’International Renewable Energy Agency (IRENA), e di Tinne Van Der Straeten, Chief Executive Officer di WindEurope. Sono inoltre intervenute le Vicepresidenti del Parlamento Europeo Pina Picierno, esponente del gruppo Renew Europe, e Antonella Sberna, esponente di Fratelli d’Italia, insieme al Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin, al Sottosegretario al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti Tullio Ferrante, al Direttore Generale del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Alessandro Noce e al Vicepresidente della Camera dei Deputati Sergio Costa.
Particolarmente articolata è stata anche la sessione dedicata a “Politiche pubbliche e sovranità energetica”, moderata dal giornalista Stefano Secondino dell’ANSA, alla quale hanno partecipato Angelo Bonelli, deputato e co-portavoce nazionale di Alleanza Verdi e Sinistra; Enrico Cappelletti, senatore del Movimento 5 Stelle; Alessandro Colucci, deputato di Noi Moderati; Annalisa Corrado, eurodeputata del Partito Democratico; Massimiliano De Toma, deputato di Fratelli d’Italia; Silvia Fregolent, senatrice di Italia Viva; Massimo Milani, deputato di Fratelli d’Italia; Tullio Patassini, deputato della Lega; Vinicio Peluffo, deputato del Partito Democratico; Nicola Procaccini, eurodeputato e co-presidente del gruppo Conservatori e Riformisti Europei (ECR); Luca Squeri, deputato di Forza Italia; e Roberto Traversi, deputato del Gruppo Misto.
Nel corso del pomeriggio il confronto si è esteso alle prospettive infrastrutturali e regolatorie del settore con la partecipazione delle Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Centro Settentrionale, del Mare di Sicilia Orientale e del Mar Ionio, della Commissione VIA PNRR-PNIEC del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, del Gestore dei Servizi Energetici (GSE), di Terna e dell’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA). La giornata si è conclusa con un intervento di Silvio Greco, Vicepresidente della Stazione Zoologica Anton Dohrn, dedicato ai temi della biodiversità marina e della pesca.

Oltre la produzione di energia
La domanda che attraversa l’intero studio e il dibattito sviluppatosi a Roma è semplice: l’Italia vuole limitarsi a importare tecnologie per la transizione energetica oppure intende costruire una propria filiera industriale competitiva nel Mediterraneo?
È attorno a questo interrogativo che ruota la sfida dell’eolico offshore. Una sfida che non riguarda soltanto la decarbonizzazione del sistema energetico nazionale ma anche il futuro della manifattura, dei porti, della logistica, dell’innovazione tecnologica e dell’occupazione qualificata. Nelle prossime sezioni del dossier verranno analizzati nel dettaglio i risultati dello studio, le dichiarazioni integrali dei protagonisti, il ruolo delle istituzioni, le prospettive per i territori e gli scenari economici ed energetici che potrebbero ridefinire il posizionamento dell’Italia nel Mediterraneo nei prossimi decenni.
Le voci della filiera: perché il tempo è la variabile decisiva
Se il primo messaggio emerso dal IV Convegno Nazionale dell’Associazione delle Energie Rinnovabili Offshore (AERO) riguarda la dimensione economica della sfida, il secondo riguarda il fattore tempo. Tutti gli interventi che hanno accompagnato la presentazione dello studio convergono infatti su un punto: l’Italia dispone già di competenze industriali, capacità manifatturiere, infrastrutture portuali e know-how tecnico per costruire una filiera nazionale dell’eolico offshore, ma la possibilità di trasformare questo potenziale in investimenti, occupazione e crescita dipende dalla rapidità delle decisioni.
Il tema attraversa trasversalmente il dibattito. Per le imprese significa poter programmare investimenti pluriennali. Per i porti significa avviare opere infrastrutturali e programmi di riconversione. Per il sistema universitario significa orientare percorsi formativi e attività di ricerca. Per il sistema finanziario significa mobilitare capitali verso una filiera che necessita di orizzonti regolatori chiari e stabili.
L’impressione che emerge dalla lettura congiunta degli interventi è che il confronto non riguardi più la maturità della tecnologia. La discussione si è spostata su come massimizzare il valore industriale e occupazionale che l’eolico offshore galleggiante può generare per il Paese. In altre parole, la questione non è più se l’Italia svilupperà questa tecnologia, ma quanto valore riuscirà a trattenere all’interno della propria economia.

Fulvio Mamone Capria, Presidente di AERO
«L’Italia può costruire un modello industriale nazionale ed europeo attraverso lo sviluppo della filiera dell’eolico offshore, garantendo nuova occupazione, crescita economica e una filiera italiana integrata che contribuisca all’indipendenza energetica del Paese. I risultati dello studio sono sorprendenti. A fronte di circa 2,8 GW di progetti che hanno già superato la Valutazione d’Impatto Ambientale, non è stata ancora calendarizzata un’asta del FER2, nonostante il decreto del MASE sia stato emanato nell’agosto 2024 con uno scenario di disponibilità di 3,8 GW di aste incentivanti. L’appello che lanciamo al Governo è di fare presto, per evitare che gli ingenti investimenti già spesi dalle società di sviluppo vengano dirottati in altri Paesi del Mediterraneo, con una perdita di credibilità, competitività e sviluppo industriale».
L’intervento di Fulvio Mamone Capria, Presidente di AERO, rappresenta probabilmente la sintesi più efficace del messaggio politico-industriale emerso dal convegno. Il tema centrale non è soltanto l’avvio delle aste previste dal FER2, ma il rischio che il ritardo regolatorio produca una dispersione degli investimenti verso altri mercati mediterranei più rapidi nell’offrire certezze agli operatori.
Nelle parole del presidente dell’associazione emerge inoltre un concetto destinato a tornare più volte nel dibattito: l’indipendenza energetica non viene presentata come un obiettivo esclusivamente energetico, ma come il risultato di una filiera industriale nazionale in grado di creare valore aggiunto, occupazione e competitività.
Gilberto Pichetto Fratin, Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica
«Esistono tutte le condizioni per creare una robusta filiera nazionale dell’eolico offshore. Stiamo andando avanti con la rivisitazione del decreto FER 2 per coniugare le esigenze degli operatori con gli obiettivi di decarbonizzazione, garantendo una razionale programmazione degli investimenti e della spesa per la collettività».
La dichiarazione del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin rappresenta uno dei passaggi istituzionali più significativi dell’intera giornata. Il ministro riconosce esplicitamente l’esistenza delle condizioni necessarie per sviluppare una filiera nazionale e conferma il lavoro in corso sul quadro regolatorio.
L’accento posto sulla programmazione degli investimenti e sulla sostenibilità della spesa pubblica evidenzia il delicato equilibrio che il Governo è chiamato a gestire: accelerare la diffusione dell’eolico offshore garantendo al tempo stesso efficienza nell’utilizzo delle risorse e coerenza con gli obiettivi di decarbonizzazione.
Giuliana Mattiazzo, Vicerettrice per l’Innovazione scientifico-tecnologica del Politecnico di Torino
«La transizione energetica non può limitarsi a importare tecnologie pulite, ma deve contribuire a costruire nuove filiere industriali, rafforzare quelle esistenti e trattenere sul territorio nazionale una quota significativa del valore generato. L’eolico offshore galleggiante si inserisce pienamente in questo quadro: è una tecnologia che ha superato la fase puramente dimostrativa e per la quale la sfida principale riguarda oggi il passaggio alla scala industriale. Perché questo passaggio avvenga, servono programmazione, stabilità regolatoria, infrastrutture portuali, competenze e una filiera capace di crescere insieme ai progetti. L’Italia dispone di competenze industriali, ingegneristiche, portuali e manifatturiere rilevanti, ma queste potenzialità richiedono tempi, segnali chiari e continuità per tradursi in capacità produttiva, investimenti e occupazione qualificata. In questa prospettiva, il Politecnico di Torino, attraverso l’Energy Center e il MOREnergy Lab, ha contribuito allo studio costruendo analisi ed elementi quantitativi a supporto del decisore pubblico e del dibattito istituzionale, per valutare il contributo dell’eolico offshore alla competitività industriale e alla sicurezza energetica del Paese».
L’intervento di Giuliana Mattiazzo sposta l’attenzione sul ruolo della ricerca e della conoscenza. Un passaggio particolarmente importante riguarda l’affermazione secondo cui l’eolico offshore galleggiante avrebbe ormai superato la fase dimostrativa.
Se questa valutazione viene accettata come punto di partenza, il dibattito cambia radicalmente. La questione non diventa più tecnologica, ma industriale. Infrastrutture, competenze, organizzazione produttiva e stabilità regolatoria diventano i fattori che determinano la capacità del Paese di trasformare il potenziale teorico in sviluppo economico reale.
Lorenzo Ardito e Antonio Messeni Petruzzelli, professori del Politecnico di Bari
«L’Italia dispone già di una base industriale e professionale rilevante capace di soddisfare la domanda dell’eolico offshore. Attivarla rapidamente attraverso una pipeline stabile di progetti è tuttavia cruciale per generare capacità competitiva attraverso economie di scala e apprendimento, anche a supporto di filiere estere. Gli investimenti richiesti, soprattutto nei porti, hanno natura strutturale e multiuso; restano nel sistema paese come capitale territoriale durevole e possono generare benefici anche oltre il comparto offshore. L’offshore crescerà: l’Italia ha l’opportunità di giocarvi un ruolo da protagonista».
Il contributo dei professori Lorenzo Ardito e Antonio Messeni Petruzzelli del Politecnico di Bari introduce uno degli elementi più rilevanti dell’intero studio: il valore degli investimenti portuali.
Le infrastrutture necessarie allo sviluppo dell’eolico offshore non vengono infatti descritte come costi legati a un singolo settore, ma come asset permanenti destinati a rafforzare la competitività dei territori anche in altre attività industriali e logistiche. È una visione che attribuisce ai porti una funzione strategica per il futuro del Mezzogiorno e del sistema produttivo nazionale.
Elisa Zambito Marsala, Responsabile Education Ecosystem & Global Value Programs di Intesa Sanpaolo
«Intesa Sanpaolo è impegnata nel promuovere una collaborazione continua tra atenei e il tessuto industriale, produttivo e dei servizi. Questa integrazione contribuisce a formare profili in linea con i fabbisogni di competenze richiesti dalle imprese e per orientare le giovani generazioni verso le nuove opportunità legate alla Blue economy e alla transizione energetica».
L’intervento di Elisa Zambito Marsala richiama un tema spesso sottovalutato quando si parla di transizione energetica: la formazione del capitale umano.
Le prospettive di crescita dell’eolico offshore richiederanno infatti nuove figure professionali, competenze specialistiche e percorsi di aggiornamento tecnico. Università, centri di ricerca, istituti tecnici e imprese saranno chiamati a collaborare per garantire la disponibilità delle professionalità necessarie a sostenere lo sviluppo della filiera.
Alessandro Corsini, Presidente di OWEMES
«Parafrasando McLuhan, per il quale “medium è il messaggio”, in questa esperienza possiamo concludere che “il metodo è il messaggio”. Il metodo, anche grazie alla combinazione di saperi, è stato inteso a far emergere, e quantificare, il vantaggio sistemico attivabile nel Paese a seguito della nascita di un settore eolico marino galleggiante. Ancorché direttamente misurabile in termini di valore di filiera, l’impatto attribuibile alla nascita di un settore eolico marino in Italia, e nel bacino del Mediterraneo, ha anche implicazioni forti sulla sicurezza energetica e, grazie alla minore stagionalità e discontinuità della generazione, indirettamente sul costo dell’energia anche in presenza di sistemi di incentivi».
La riflessione proposta da Alessandro Corsini evidenzia il carattere multidisciplinare dello studio. Il valore dell’eolico offshore non viene infatti misurato soltanto attraverso gli impatti economici diretti ma anche considerando i benefici sistemici associati alla sicurezza energetica e al funzionamento complessivo del mercato elettrico.
Particolarmente significativa è l’attenzione posta alla minore stagionalità della produzione offshore rispetto ad altre fonti rinnovabili, un elemento che potrebbe contribuire alla stabilità del sistema energetico nazionale.
Alessandra Lanza, Senior Partner di Prometeia
«L’analisi evidenzia come lo sviluppo dell’eolico offshore possa generare benefici che vanno ben oltre la sola produzione di energia rinnovabile. L’attivazione della filiera determina infatti ricadute diffuse lungo l’intero sistema economico, coinvolgendo manifattura, attività di installazione, costruzioni e servizi ad alta intensità di conoscenza. Nel periodo 2026-2080, nello scenario di tempestiva attivazione delle aste, l’impatto complessivo supera i 55 miliardi di euro di valore aggiunto e sostiene oltre 800 mila unità di lavoro, con effetti particolarmente rilevanti nei territori del Mezzogiorno. Pur in presenza di una quota di beni, componenti e servizi che continuerà a essere importata, lo sviluppo dell’eolico offshore contribuisce a rafforzare la sicurezza energetica nazionale, riducendo la dipendenza dalle importazioni di energia e trattenendo nel sistema economico italiano risorse che altrimenti verrebbero destinate all’acquisto di energia dall’estero».
La dichiarazione di Alessandra Lanza offre una delle chiavi di lettura più complete dello studio. Il punto centrale è che la filiera non si esaurisce nella produzione energetica ma genera effetti trasversali su manifattura, costruzioni, servizi professionali e attività ad alta intensità di conoscenza.
Il riferimento esplicito al Mezzogiorno conferma inoltre la dimensione territoriale della sfida, destinata a diventare uno degli elementi più rilevanti nell’analisi delle ricadute economiche e occupazionali.
Giovanni Foresti, Responsabile Regional Research di Intesa Sanpaolo
«Le recenti tensioni geopolitiche in Medio Oriente rafforzano il percorso europeo e italiano di riduzione della dipendenza dai combustibili fossili, già accelerato dall’invasione dell’Ucraina. In questo contesto, l’eolico offshore rappresenta un’opportunità strategica: contribuisce a rafforzare la sicurezza energetica, a diversificare le fonti di approvvigionamento, a contenere i costi dell’energia e a ridurre l’esposizione ai rischi geopolitici. Al tempo stesso, può generare importanti ricadute per il sistema manifatturiero italiano. L’analisi evidenzia che questa traiettoria può evitare che la minore dipendenza dagli idrocarburi si traduca semplicemente in nuove dipendenze tecnologiche e produttive, a condizione che il Paese sviluppi tempestivamente una filiera nazionale. Già oggi l’Italia dispone di una solida base industriale in comparti strettamente collegati all’eolico offshore, dalla meccanica alla cantieristica, dalla logistica portuale alla filiera elettromeccanica, con competenze consolidate in ambiti quali i cavi elettrici, le lavorazioni meccaniche e i servizi tecnici specializzati».
L’intervento di Giovanni Foresti amplia ulteriormente il perimetro del dibattito collegando eolico offshore, sicurezza energetica, geopolitica e politica industriale. Il rischio evidenziato è particolarmente significativo: sostituire una dipendenza energetica con una nuova dipendenza tecnologica.
Per evitarlo, secondo l’analisi, l’Italia dovrà sviluppare rapidamente una filiera nazionale in grado di valorizzare competenze già presenti nella meccanica, nella cantieristica, nella logistica portuale e nell’industria elettromeccanica. È un passaggio che sintetizza efficacemente il filo conduttore dell’intero convegno: l’eolico offshore non è soltanto una tecnologia energetica, ma una potenziale strategia di sviluppo industriale per il Paese.

Lo studio: numeri, metodo e valore economico dell’eolico offshore
Se il dibattito politico e industriale sviluppatosi durante il IV Convegno Nazionale dell’Associazione delle Energie Rinnovabili Offshore (AERO) ha evidenziato l’urgenza delle decisioni, il cuore tecnico dell’intera giornata è stato rappresentato dalla presentazione dello studio realizzato da Intesa Sanpaolo, Politecnico di Torino, Politecnico di Bari, Prometeia e OWEMES. Per la prima volta in Italia, un’analisi indipendente ha cercato di quantificare in modo sistematico il valore economico, occupazionale, industriale ed energetico associato allo sviluppo della filiera dell’eolico offshore.
Il risultato è un lavoro che va oltre la tradizionale valutazione dei benefici ambientali delle fonti rinnovabili. Lo studio si propone infatti di rispondere a una domanda più ampia: quale impatto può generare l’eolico offshore sull’economia italiana se il Paese riuscirà a costruire una filiera industriale competitiva e a trattenere una parte significativa del valore prodotto lungo la catena di fornitura?
La risposta fornita dai ricercatori è netta. Lo sviluppo dell’eolico offshore non deve essere interpretato esclusivamente come una misura di transizione energetica. Può rappresentare una leva di politica industriale, di sicurezza energetica e di sviluppo territoriale capace di coinvolgere manifattura, porti, logistica, costruzioni, servizi avanzati e ricerca.
Una metodologia costruita dal basso
Uno degli elementi che distingue questo studio da molte analisi precedenti è la metodologia adottata. I ricercatori hanno utilizzato un approccio bottom-up, ricostruendo nel dettaglio l’intera filiera industriale associata all’eolico offshore.
L’analisi ha preso in considerazione 197 voci di filiera distribuite lungo tutto il ciclo di vita degli impianti: progettazione, componentistica, costruzione, installazione, esercizio, manutenzione e decommissioning. Per ciascuna voce sono stati stimati i fabbisogni fisici, i costi associati, la distribuzione temporale della domanda e la capacità del sistema produttivo nazionale di soddisfare tali esigenze.
Successivamente, queste informazioni sono state ricondotte a circa 50 classificazioni economiche e professionali, consentendo di tradurre i fabbisogni tecnologici in impatti misurabili su produzione, occupazione e valore aggiunto. Il lavoro è stato completato attraverso un modello input-output multiregionale e da un processo di validazione industriale che ha coinvolto operatori della filiera e soggetti specializzati. Si tratta di un’impostazione particolarmente rilevante perché consente di superare stime teoriche o generaliste, collegando direttamente la domanda generata dai progetti offshore alla struttura produttiva italiana.
Dal FER2 al 2050: la traiettoria di sviluppo
Lo studio assume come punto di partenza il contingente di 3,8 GW previsto dal Decreto FER2 per l’eolico offshore. Questo valore rappresenta il primo riferimento operativo per l’avvio della filiera.
L’analisi si estende tuttavia ben oltre questo orizzonte iniziale e considera gli scenari di sviluppo del sistema elettrico elaborati da Terna, che prevedono una crescita progressiva della capacità installata fino a 10 GW al 2040 e a 20 GW al 2050.
Questa traiettoria non definisce soltanto un aumento della produzione energetica. Costruisce una domanda industriale crescente e continuativa nel tempo. È proprio questa continuità a rappresentare uno dei fattori decisivi per consentire alle imprese di investire, sviluppare competenze, ampliare la capacità produttiva e generare economie di scala.
In assenza di una pipeline stabile di progetti, molte aziende potrebbero infatti rinunciare a investire in nuovi impianti, tecnologie e formazione. Al contrario, una crescita prevedibile e programmata del settore potrebbe favorire la nascita di una filiera nazionale capace di competere non solo sul mercato italiano ma anche nei futuri mercati offshore del Mediterraneo.

I numeri della sfida industriale
I risultati economici dello studio rappresentano il principale elemento di novità emerso durante il convegno.
Nello scenario di attivazione tempestiva delle aste e di progressivo sviluppo della filiera nazionale, l’eolico offshore potrebbe generare:
- circa 129 miliardi di euro di produzione attivata;
- oltre 56 miliardi di euro di valore aggiunto;
- circa 25 miliardi di euro di gettito fiscale;
- oltre 817 mila unità di lavoro standard (ULA).
Si tratta di valori cumulati lungo l’intero periodo considerato dall’analisi e che restituiscono la dimensione economica di una filiera potenzialmente in grado di incidere in modo significativo sulla struttura produttiva nazionale.
Particolarmente rilevante è il dato relativo al valore aggiunto. I 56 miliardi stimati equivalgono a quasi il 3% del Prodotto interno lordo italiano registrato nel 2025. Un livello che evidenzia come la questione non riguardi esclusivamente il settore energetico ma una parte rilevante del sistema economico nazionale.
Dove si genera il valore
Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda la distribuzione delle ricadute economiche.
Contrariamente a una percezione diffusa, il valore generato dall’eolico offshore non si concentra esclusivamente nella costruzione delle turbine o nella produzione di energia. Le ricadute si distribuiscono lungo una rete molto più ampia di attività economiche.
La manifattura rappresenta il comparto più importante e assorbe circa il 35% del valore complessivamente generato. Si tratta di una quota particolarmente significativa se confrontata con il peso che la manifattura riveste nell’economia italiana nel suo complesso.
A beneficiare dello sviluppo della filiera sono inoltre:
- costruzioni;
- installazione degli impianti;
- logistica portuale;
- servizi tecnici specializzati;
- attività professionali ad alta intensità di conoscenza;
- esercizio e manutenzione.
Quest’ultimo elemento merita particolare attenzione. Mentre le attività di costruzione tendono per loro natura a concentrarsi in specifiche fasi temporali, esercizio e manutenzione generano occupazione stabile e continuativa per tutta la vita utile degli impianti. Ciò significa che una parte delle ricadute economiche può consolidarsi nei territori costieri per decenni.
Il ruolo della manifattura italiana
La forte incidenza della manifattura costituisce uno dei risultati più rilevanti dello studio.
L’Italia dispone infatti di competenze consolidate in numerosi segmenti della filiera potenzialmente collegati all’eolico offshore. Meccanica, lavorazioni industriali, componentistica elettrica, cavi, carpenteria, navalmeccanica e servizi tecnici rappresentano settori nei quali il sistema produttivo nazionale può già contare su capacità significative.
Secondo i ricercatori, la sfida consiste quindi non tanto nel creare da zero una nuova industria, quanto nel coordinare e orientare capacità produttive già esistenti verso una domanda emergente.
In questa prospettiva, il settore può trasformarsi in uno strumento di politica industriale capace di valorizzare competenze maturate in altri comparti e di favorire la nascita di nuove specializzazioni tecnologiche.
Lo scenario del ritardo
Uno dei contributi più significativi dello studio consiste nel confronto tra due possibili traiettorie di sviluppo.
La prima ipotizza una rapida attivazione degli strumenti di sostegno e una crescita progressiva del settore.
La seconda assume invece un ritardo nella stabilizzazione del quadro regolatorio e nell’avvio delle aste.
I risultati mostrano come il fattore tempo abbia un impatto diretto sulla capacità del sistema produttivo di intercettare valore.
Nello scenario ritardato il Paese rischierebbe infatti di perdere:
- oltre 31 miliardi di euro di valore aggiunto;
- circa 14 miliardi di euro di gettito fiscale;
- oltre 400 mila unità di lavoro standard.
Le conseguenze non riguarderebbero soltanto la produzione energetica. Verrebbero penalizzati soprattutto i comparti più importanti per la costruzione di una filiera nazionale competitiva.
Lo studio stima infatti una riduzione di circa 8 miliardi di euro nella manifattura e di oltre 3 miliardi di euro nei servizi ad alta intensità di conoscenza. In altre parole, il ritardo non produrrebbe semplicemente uno slittamento temporale degli investimenti, ma ridurrebbe concretamente la capacità dell’Italia di sviluppare competenze, organizzare la produzione e consolidare una filiera industriale nazionale.

Una questione di competitività nazionale
La conclusione cui giunge lo studio è chiara. L’eolico offshore non deve essere valutato soltanto come una tecnologia per produrre energia rinnovabile o come un costo di incentivazione.
La vera questione riguarda la capacità del Paese di trasformare una domanda energetica in una piattaforma di sviluppo industriale.
Le ricadute economiche stimate non sono automatiche. Richiedono coordinamento tra istituzioni, imprese, sistema finanziario, università, centri di ricerca e territori. Richiedono inoltre investimenti infrastrutturali, formazione specialistica e una visione di lungo periodo.
È proprio questo il messaggio che emerge dall’analisi: la competizione non riguarda soltanto la produzione di energia ma la capacità di trattenere valore economico all’interno del sistema produttivo nazionale. In un contesto europeo e mediterraneo caratterizzato da una crescente corsa agli investimenti nelle tecnologie offshore, il tempo delle decisioni diventa esso stesso un fattore di competitività.
Nella prossima sezione del dossier l’attenzione si sposterà sulla struttura della filiera industriale italiana, analizzando quali settori produttivi possono beneficiare maggiormente dello sviluppo dell’eolico offshore e quali sono i principali colli di bottiglia che il Paese dovrà affrontare per trasformare il potenziale teorico in capacità industriale concreta.
La filiera industriale italiana dell’eolico offshore
Se i numeri illustrati nello studio consentono di comprendere la dimensione economica potenziale dell’eolico offshore, è l’analisi della filiera a spiegare perché questa tecnologia venga oggi considerata una possibile leva di politica industriale per l’Italia.
Dietro ogni turbina installata in mare non c’è soltanto produzione di energia. Esiste una catena industriale complessa che coinvolge acciaio, meccanica, cantieristica, logistica, componentistica elettrica, servizi professionali, ricerca e manutenzione. È proprio questa articolazione a rendere l’eolico offshore galleggiante particolarmente interessante per un Paese come l’Italia, caratterizzato da una forte vocazione manifatturiera e da una diffusa presenza di competenze industriali.
Uno dei principali risultati dello studio presentato da AERO consiste infatti nell’aver dimostrato come una parte significativa della domanda generata dall’eolico offshore possa essere soddisfatta da imprese già presenti sul territorio nazionale. La sfida non consiste quindi soltanto nel costruire nuovi impianti, ma nel coordinare capacità produttive esistenti e orientarle verso un mercato destinato a crescere nei prossimi decenni.
Oltre le turbine: una catena del valore molto più ampia
Nel dibattito pubblico l’eolico offshore viene spesso identificato con le turbine installate in mare. In realtà queste rappresentano soltanto una parte della catena del valore.
La realizzazione di un parco offshore richiede infatti attività che spaziano dalla progettazione iniziale alla costruzione delle piattaforme galleggianti, dalla produzione delle componenti meccaniche all’assemblaggio, dall’installazione in mare alla manutenzione per l’intera vita utile degli impianti.
A queste attività si aggiungono:
- studi ambientali;
- progettazione ingegneristica;
- componentistica elettrica;
- produzione di cavi;
- attività portuali;
- servizi logistici;
- trasporti specializzati;
- monitoraggio operativo;
- manutenzione programmata;
- gestione degli asset.
La nascita di una filiera nazionale dell’eolico offshore implica quindi il coinvolgimento di centinaia di imprese appartenenti a settori diversi ma fortemente interconnessi.

Il peso della manifattura
Uno dei dati più significativi emersi dallo studio riguarda il ruolo della manifattura, che rappresenta circa il 35% del valore economico generato dalla filiera.
Si tratta di una percentuale particolarmente rilevante perché evidenzia come l’impatto dell’eolico offshore non si concentri soltanto nel comparto energetico ma coinvolga direttamente il tessuto industriale italiano.
La manifattura può contribuire alla realizzazione di numerose componenti:
- strutture metalliche;
- carpenteria pesante;
- torri;
- elementi delle piattaforme galleggianti;
- componentistica elettromeccanica;
- sistemi di connessione;
- apparati di controllo;
- sottosistemi tecnologici.
Molte di queste competenze sono già presenti nel sistema produttivo nazionale grazie all’esperienza maturata in comparti come la meccanica avanzata, l’oil & gas, la cantieristica e l’impiantistica industriale.
Secondo lo studio, la vera opportunità consiste nella possibilità di valorizzare queste competenze in un mercato emergente ad alto potenziale di crescita.
Acciaio, carpenteria e lavorazioni meccaniche
Tra i comparti maggiormente coinvolti figurano quelli legati alla trasformazione dei metalli.
Le piattaforme galleggianti, le strutture di supporto e numerose componenti degli impianti richiedono infatti importanti quantità di acciaio e attività specializzate di carpenteria.
L’Italia dispone di una lunga tradizione industriale in questi settori e può contare su aziende in grado di operare lungo gran parte della catena del valore.
Le lavorazioni meccaniche rappresentano inoltre uno degli ambiti nei quali il sistema produttivo nazionale ha sviluppato negli anni competenze riconosciute a livello internazionale. Questa base industriale costituisce uno dei punti di partenza più importanti per la costruzione della filiera offshore.
Lo studio evidenzia tuttavia come alcuni segmenti richiedano investimenti aggiuntivi per aumentare capacità produttiva, specializzazione e competitività.
La filiera elettrica e l’elettromeccanica
Un altro comparto strategico è quello legato alle tecnologie elettriche.
L’eolico offshore necessita infatti di una rete articolata di componenti:
- cavi elettrici;
- trasformatori;
- sistemi di connessione;
- apparecchiature di controllo;
- elettronica di potenza;
- sistemi di monitoraggio.
L’Italia possiede competenze industriali consolidate anche in questi ambiti. Lo studio sottolinea come la filiera elettromeccanica nazionale possa rappresentare uno dei principali beneficiari dello sviluppo offshore, grazie alla presenza di aziende già attive nei mercati internazionali.
La possibilità di integrare tali competenze con le nuove esigenze dell’eolico offshore rappresenta uno dei fattori che possono aumentare la quota di valore trattenuta all’interno del Paese.

Navalmeccanica e cantieristica: un patrimonio da valorizzare
Tra i settori che potrebbero beneficiare maggiormente dello sviluppo offshore figurano la navalmeccanica e la cantieristica.
La costruzione delle piattaforme galleggianti richiede infatti capacità produttive e competenze che presentano numerose affinità con quelle sviluppate nel settore navale.
L’Italia dispone di una tradizione storica in questo campo e può contare su cantieri, imprese specializzate e personale tecnico qualificato distribuiti lungo gran parte delle coste nazionali.
Secondo lo studio, la crescita dell’eolico offshore galleggiante potrebbe contribuire a creare nuove opportunità per il comparto, favorendo processi di riconversione e diversificazione produttiva.
Si tratta di un elemento particolarmente importante in alcune aree costiere interessate da trasformazioni industriali e dalla progressiva evoluzione del settore energetico tradizionale.
Logistica marittima e servizi portuali
Nessuna filiera offshore può svilupparsi senza una rete portuale adeguata.
La movimentazione di componenti di grandi dimensioni richiede infatti infrastrutture capaci di supportare attività di:
- assemblaggio;
- stoccaggio;
- trasporto;
- carico;
- movimentazione speciale;
- manutenzione.
Lo studio attribuisce ai porti un ruolo centrale non soltanto durante la fase di costruzione degli impianti ma lungo l’intero ciclo di vita dei progetti.
I porti diventano così veri e propri nodi industriali attraverso i quali transitano materiali, competenze e servizi ad alto valore aggiunto.
Questa prospettiva rafforza il ruolo strategico di diversi scali italiani che potrebbero candidarsi a diventare hub di riferimento per il Mediterraneo.
Servizi ad alta intensità di conoscenza
Una parte significativa del valore generato dall’eolico offshore è legata a servizi professionali altamente qualificati.
Lo studio evidenzia il ruolo crescente di:
- ingegneria;
- progettazione;
- consulenza tecnica;
- ricerca applicata;
- monitoraggio ambientale;
- gestione dei dati;
- digitalizzazione degli asset;
- servizi specialistici.
Si tratta di attività che richiedono personale qualificato e che possono contribuire a rafforzare la collaborazione tra imprese, università e centri di ricerca.
Non a caso, tra i comparti maggiormente penalizzati in caso di ritardo nello sviluppo del settore figurano proprio i servizi ad alta intensità di conoscenza, con oltre 3 miliardi di euro di valore aggiunto potenzialmente a rischio.

I colli di bottiglia da affrontare
Lo studio non si limita a evidenziare le opportunità. Analizza anche le criticità che il sistema industriale italiano dovrà affrontare.
Alcuni segmenti risultano già relativamente solidi e pronti a intercettare la domanda generata dall’eolico offshore.
Altri presentano invece limiti strutturali che richiederanno interventi specifici.
Tra i principali colli di bottiglia individuati figurano:
- disponibilità di mezzi navali specializzati;
- figure professionali altamente specializzate;
- gruisti;
- saldatori;
- alcuni comparti della filiera dell’acciaio;
- capacità operative necessarie per attività offshore complesse.
L’esistenza di queste criticità non rappresenta necessariamente un ostacolo insormontabile. Costituisce però un elemento che richiede programmazione e investimenti tempestivi.
Più la crescita della filiera sarà prevedibile e graduale, maggiore sarà la possibilità per imprese e territori di colmare questi gap e sviluppare nuove competenze.
Costruire una filiera o importare una tecnologia
La questione centrale che emerge dall’analisi industriale è forse la più importante dell’intero dossier.
L’Italia può scegliere di limitarsi a importare componenti, tecnologie e servizi necessari alla realizzazione degli impianti offshore oppure può costruire una filiera nazionale capace di partecipare attivamente alla creazione del valore.
La differenza tra questi due scenari è enorme.
Nel primo caso il Paese beneficerebbe principalmente dell’energia prodotta.
Nel secondo potrebbe trattenere una quota significativa di investimenti, occupazione qualificata, competenze tecnologiche e capacità produttiva.
È proprio questa prospettiva che porta gli autori dello studio a descrivere l’eolico offshore come una possibile piattaforma di politica industriale oltre che come una tecnologia energetica.
Nella prossima sezione del dossier l’attenzione si sposterà sui territori, sui porti e sull’occupazione, analizzando perché città come Taranto, Augusta, Brindisi e Civitavecchia potrebbero assumere un ruolo centrale nello sviluppo della futura filiera italiana dell’eolico offshore.
Porti, Mezzogiorno e occupazione: dove può nascere la filiera dell’eolico offshore
Se la dimensione economica dell’eolico offshore emerge con chiarezza dai numeri dello studio e l’analisi industriale evidenzia il potenziale della filiera nazionale, è osservando la geografia dello sviluppo che si comprendono le ricadute concrete sui territori.
L’eolico offshore galleggiante non è infatti una tecnologia neutrale dal punto di vista territoriale. La sua realizzazione richiede porti, aree industriali, infrastrutture logistiche, competenze professionali e attività di manutenzione che tendono a concentrarsi nelle aree costiere. Per questo motivo, una parte significativa dei benefici economici e occupazionali potrebbe interessare il Mezzogiorno, trasformando alcuni dei principali porti italiani in piattaforme industriali al servizio della transizione energetica.
Lo studio presentato al IV Convegno Nazionale dell’Associazione delle Energie Rinnovabili Offshore (AERO) individua proprio nei territori costieri una delle principali opportunità di sviluppo legate all’espansione della filiera offshore. La prospettiva non riguarda esclusivamente la produzione di energia ma la possibilità di costruire un ecosistema industriale capace di generare occupazione, attrarre investimenti e valorizzare infrastrutture esistenti.
Il ruolo strategico dei porti
A differenza di altre tecnologie energetiche, l’eolico offshore dipende in modo diretto dalla disponibilità di infrastrutture portuali adeguate.
Le dimensioni delle piattaforme galleggianti, delle torri, delle pale e delle componenti elettriche richiedono infatti ampi spazi operativi, banchine dedicate, capacità di movimentazione eccezionali e collegamenti logistici efficienti.
I porti non rappresentano soltanto punti di transito. Diventano luoghi nei quali si concentrano attività industriali ad alto valore aggiunto:
- assemblaggio delle strutture;
- stoccaggio dei componenti;
- integrazione dei sistemi;
- movimentazione speciale;
- supporto alle operazioni di installazione;
- manutenzione delle flotte;
- gestione operativa degli impianti.
Per questo motivo gli investimenti portuali associati all’eolico offshore vengono considerati dagli autori dello studio infrastrutture industriali multiuso, destinate a generare benefici che possono estendersi ben oltre il settore energetico.

Taranto: dalla grande industria alla transizione energetica
Tra i territori che potrebbero svolgere un ruolo centrale emerge Taranto.
La città pugliese dispone di caratteristiche che la rendono particolarmente interessante per la filiera offshore: presenza di aree industriali, disponibilità di spazi portuali, tradizione manifatturiera e competenze sviluppate in settori come acciaio, meccanica e impiantistica.
Nel contesto della transizione energetica, Taranto potrebbe trasformarsi in uno dei principali poli italiani per la produzione, l’assemblaggio e la logistica legati all’eolico offshore galleggiante.
La prospettiva assume una valenza ancora maggiore se si considera il processo di trasformazione che interessa il territorio. Lo sviluppo della filiera potrebbe infatti contribuire alla diversificazione produttiva e alla creazione di nuove opportunità occupazionali in un’area storicamente caratterizzata da una forte vocazione industriale.
Augusta e la centralità del Mediterraneo
Un altro porto destinato a svolgere un ruolo strategico è Augusta, in Sicilia.
La posizione geografica dello scalo siciliano offre infatti un vantaggio competitivo significativo rispetto allo sviluppo dell’eolico offshore nel Mediterraneo.
L’area si trova in una posizione favorevole rispetto ai futuri mercati energetici marini e può diventare un punto di riferimento per attività di assemblaggio, manutenzione e supporto logistico.
L’importanza di Augusta non deriva soltanto dalle esigenze della filiera italiana. Lo sviluppo dell’eolico offshore nel bacino mediterraneo potrebbe infatti generare una domanda crescente di servizi industriali e logistici, creando opportunità che superano i confini nazionali.
In questo scenario, il porto potrebbe assumere un ruolo di hub regionale a supporto di una filiera sempre più internazionale.
Brindisi e la riconversione energetica
Anche Brindisi occupa una posizione di rilievo nel dibattito sulle prospettive dell’eolico offshore.
La città rappresenta uno dei luoghi simbolo della trasformazione del sistema energetico italiano. Il progressivo superamento delle fonti tradizionali apre infatti una riflessione sul futuro delle infrastrutture, delle competenze e delle attività produttive presenti sul territorio.
In questo contesto la filiera offshore può offrire una prospettiva concreta di riconversione industriale.
Le competenze sviluppate nel settore energetico, la disponibilità di infrastrutture portuali e la posizione geografica favorevole possono costituire una base importante per attrarre investimenti e nuove attività produttive.
Lo sviluppo dell’eolico offshore viene quindi interpretato non soltanto come un’opportunità energetica ma come uno strumento di rigenerazione economica e industriale.
Civitavecchia e il nuovo ruolo del Lazio
Tra i territori citati nel dibattito emerge anche Civitavecchia.
Il porto laziale è da tempo al centro delle discussioni sul futuro energetico del territorio e rappresenta uno dei candidati naturali a svolgere funzioni operative all’interno della futura filiera offshore.
La sua posizione nel Lazio e la presenza di infrastrutture rilevanti potrebbero favorire l’insediamento di attività connesse all’assemblaggio, alla logistica e alla manutenzione.
Inoltre, la vicinanza ai principali centri istituzionali e decisionali del Paese rappresenta un ulteriore elemento di interesse nell’ottica di una strategia nazionale per lo sviluppo dell’eolico offshore.
Sardegna, Sicilia e Puglia: il baricentro della crescita
Oltre ai singoli porti, lo studio e il dibattito sviluppatosi durante il convegno evidenziano il ruolo di alcune regioni chiave.
Sardegna, Sicilia e Puglia dispongono infatti di condizioni particolarmente favorevoli sotto il profilo anemologico e geografico.
La disponibilità di risorsa eolica, la presenza di ampie aree marine e la vicinanza a infrastrutture portuali rendono queste regioni naturali candidate a ospitare una parte significativa dello sviluppo offshore previsto nei prossimi decenni.
Ciò significa che una quota rilevante delle ricadute economiche potrebbe concentrarsi proprio nel Sud Italia, contribuendo a rafforzare il ruolo del Mezzogiorno nella nuova geografia energetica nazionale.
Il vento crea lavoro
Uno degli aspetti più rilevanti emersi dalle analisi riguarda l’occupazione.
La realizzazione dei soli 3,8 GW previsti dal FER2 potrebbe generare circa 11.400 nuovi posti di lavoro diretti, che diventano circa 45.600 considerando anche gli effetti indiretti e indotti.
Secondo le stime presentate da AERO, circa il 55% delle ricadute occupazionali potrebbe essere assorbito dalla filiera nazionale e regionale, con oltre 6.200 posti di lavoro diretti localizzati in Italia.
Si tratta di valori significativi perché riguardano attività distribuite lungo tutta la catena del valore e non limitate alla sola fase di costruzione.
La filiera offshore coinvolge infatti:
- ingegneri;
- tecnici specializzati;
- elettricisti;
- operatori portuali;
- saldatori;
- progettisti;
- manutentori;
- personale logistico;
- professionisti dei servizi avanzati.
Questa varietà di profili rende l’eolico offshore particolarmente interessante dal punto di vista occupazionale, poiché consente di attivare domanda di lavoro sia ad alta qualificazione sia in ambiti tecnico-operativi.

Oltre 800 mila unità di lavoro entro il 2050
Guardando agli scenari di lungo periodo, le prospettive diventano ancora più rilevanti.
Nell’ipotesi di sviluppo fino a 20 GW al 2050, lo studio stima oltre 800 mila unità di lavoro standard cumulative lungo l’intero periodo analizzato.
Non si tratta di posti di lavoro concentrati in un singolo momento temporale ma del risultato complessivo generato dall’attivazione della filiera.
La dimensione occupazionale rappresenta quindi uno degli elementi più importanti dell’intero progetto industriale.
Non a caso, numerosi interventi nel corso del convegno hanno sottolineato come la transizione energetica debba essere accompagnata da politiche capaci di creare nuove opportunità professionali e di sostenere la trasformazione dei territori.
Università, ricerca e nuove competenze
Lo sviluppo dell’eolico offshore richiederà inevitabilmente nuove competenze.
Per questo motivo il ruolo delle università e dei centri di ricerca assume un’importanza strategica.
Il contributo del Politecnico di Torino, del Politecnico di Bari, di OWEMES e delle altre istituzioni coinvolte nello studio testimonia come il mondo accademico sia già impegnato nell’analisi delle esigenze future della filiera.
La crescita del settore richiederà infatti:
- formazione specialistica;
- aggiornamento professionale;
- trasferimento tecnologico;
- ricerca applicata;
- sviluppo di nuove competenze tecniche.
Anche gli Istituti Tecnici Superiori e i percorsi professionalizzanti potranno svolgere un ruolo centrale nella preparazione delle figure richieste dal mercato.
Una nuova geografia industriale per il Mezzogiorno
La lettura complessiva dello studio porta a una conclusione precisa.
L’eolico offshore non rappresenta soltanto una tecnologia energetica ma una possibile piattaforma di sviluppo territoriale.
Porti, aree industriali, università, imprese e centri di ricerca possono diventare parte di un ecosistema capace di generare valore economico e occupazione qualificata.
Per il Mezzogiorno si tratta di una prospettiva particolarmente rilevante. La presenza di risorse naturali, infrastrutture portuali e competenze industriali crea infatti le condizioni per assumere un ruolo centrale nella futura geografia energetica e produttiva del Paese.
Nella prossima sezione del dossier l’attenzione si sposterà sul contributo dell’eolico offshore alla sicurezza energetica italiana, sul ruolo del Mediterraneo e sulle implicazioni geopolitiche ed economiche di una tecnologia destinata a incidere non soltanto sulla produzione di energia ma anche sull’autonomia strategica del Paese.
Sicurezza energetica, Mediterraneo e autonomia strategica: perché l’eolico offshore riguarda il futuro dell’Italia
Se gli aspetti industriali e occupazionali rappresentano una delle dimensioni più evidenti dello sviluppo dell’eolico offshore, il dibattito emerso durante il IV Convegno Nazionale dell’Associazione delle Energie Rinnovabili Offshore (AERO) ha evidenziato un secondo elemento destinato ad assumere un’importanza crescente nei prossimi anni: la sicurezza energetica.
Negli ultimi anni il sistema energetico europeo è stato attraversato da una serie di shock che hanno modificato profondamente le priorità di governi, imprese e istituzioni. La pandemia, l’invasione russa dell’Ucraina, la crisi del gas, le tensioni geopolitiche nel Medio Oriente e la crescente competizione globale per le tecnologie energetiche hanno riportato al centro del dibattito una questione che per lungo tempo era rimasta sullo sfondo: la capacità dei Paesi di garantire approvvigionamenti sicuri, competitivi e meno esposti alle crisi internazionali.
In questo contesto, l’eolico offshore viene presentato non soltanto come una fonte di energia rinnovabile ma come una componente strategica della politica energetica nazionale ed europea.
La dipendenza energetica italiana
L’Italia continua a essere una delle principali economie europee caratterizzate da una forte dipendenza energetica dall’estero.
Per soddisfare il proprio fabbisogno energetico il Paese importa infatti una quota significativa di energia elettrica dai Paesi confinanti e continua a utilizzare grandi quantità di gas naturale proveniente dall’estero per la produzione di elettricità.
Questa situazione produce almeno tre conseguenze.
La prima riguarda la vulnerabilità geopolitica. Eventuali tensioni internazionali, crisi diplomatiche o problemi nelle catene di approvvigionamento possono tradursi rapidamente in effetti sul sistema energetico nazionale.
La seconda riguarda i prezzi. Quando il costo delle materie prime energetiche aumenta sui mercati internazionali, famiglie e imprese italiane subiscono direttamente gli effetti dei rincari.
La terza riguarda la competitività industriale. Un sistema produttivo esposto a prezzi energetici elevati rischia infatti di perdere competitività rispetto ai concorrenti internazionali.
Per questo motivo il tema dell’indipendenza energetica è tornato al centro dell’agenda politica ed economica europea.

Dalla crisi del gas a una nuova strategia energetica
La crisi energetica seguita all’invasione dell’Ucraina ha rappresentato uno spartiacque.
Per molti anni il dibattito sulla transizione energetica è stato guidato prevalentemente da considerazioni ambientali e climatiche.
Gli eventi degli ultimi anni hanno aggiunto una nuova dimensione: quella della sicurezza.
Ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati significa infatti ridurre l’esposizione a fattori di rischio esterni e aumentare la capacità del Paese di controllare direttamente una quota maggiore della propria produzione energetica.
È in questa prospettiva che l’eolico offshore assume una valenza strategica.
L’energia prodotta dai parchi offshore è infatti generata all’interno del sistema nazionale e contribuisce a diminuire il ricorso a fonti importate.
Secondo lo studio presentato durante il convegno, l’effetto potenziale di questa trasformazione può essere significativo sia dal punto di vista energetico sia da quello economico.
Il contributo dell’eolico offshore al sistema elettrico nazionale
Le prospettive elaborate da Terna e richiamate nello studio prevedono una crescita progressiva della capacità installata offshore fino a 20 GW al 2050.
In questo scenario la produzione annuale dell’eolico offshore potrebbe superare i 50 TWh.
Per comprendere la portata del dato è utile osservare il suo peso sul sistema energetico nazionale.
Secondo le stime contenute nello studio:
- oltre 50 TWh annui rappresenterebbero circa l’11% della domanda elettrica nazionale;
- la stessa produzione corrisponderebbe a circa il 15% della generazione rinnovabile italiana.
Si tratta di valori che consentirebbero all’eolico offshore di diventare una delle principali tecnologie del mix energetico nazionale.
La sua importanza non deriverebbe soltanto dai volumi prodotti ma anche dalla capacità di integrare altre fonti rinnovabili presenti nel sistema.
Un complemento naturale del fotovoltaico
Uno degli aspetti evidenziati nelle analisi di AERO riguarda la diversa stagionalità delle tecnologie rinnovabili.
Nel dibattito pubblico si tende spesso a considerare tutte le fonti rinnovabili come alternative tra loro.
In realtà il loro contributo varia nel corso dell’anno e della giornata.
Il fotovoltaico produce soprattutto durante le ore centrali della giornata e nei mesi estivi.
L’eolico offshore presenta invece caratteristiche differenti.
Nel Mediterraneo, e in particolare nei mari del Sud Italia e della Sardegna, la disponibilità di vento tende a essere significativa anche nei mesi invernali, quando il sistema elettrico nazionale continua a dipendere in misura rilevante dal gas naturale.
Questa complementarità consente di aumentare la resilienza complessiva del sistema energetico e di ridurre il ricorso alle fonti fossili nei periodi più critici.
Per questo motivo gli autori dello studio descrivono l’eolico offshore come una tecnologia complementare e non concorrente rispetto alle altre fonti rinnovabili.

Meno importazioni, più energia prodotta in Italia
Uno degli elementi più significativi dell’analisi riguarda ciò che accadrebbe in assenza dell’eolico offshore.
Secondo lo studio, già con una capacità installata pari a 10 GW la mancata produzione offshore comporterebbe una maggiore dipendenza dall’estero di circa 16 TWh all’anno.
Il valore crescerebbe fino a circa 18 TWh annui nello scenario al 2050.
In pratica il sistema energetico sarebbe costretto a compensare questa mancanza attraverso maggiori importazioni di energia elettrica oppure tramite un utilizzo più intenso di gas naturale importato.
L’effetto cumulato lungo l’intera vita utile degli impianti è ancora più rilevante.
Le elaborazioni stimano infatti circa 635 TWh di energia che potrebbero essere prodotti dal sistema offshore nazionale evitando il ricorso a forniture estere.
Tradotto in termini economici, ciò equivale a una spesa potenzialmente evitata verso l’estero di circa 60 miliardi di euro.
Il Mediterraneo come nuova frontiera energetica
L’eolico offshore galleggiante assume un significato particolare proprio nel contesto del Mediterraneo.
A differenza del Mare del Nord, dove predominano impianti installati su fondazioni fisse, molte aree del Mediterraneo presentano profondità elevate già a breve distanza dalla costa.
Questa caratteristica rende particolarmente interessante la tecnologia galleggiante.
L’Italia, grazie alla lunghezza delle proprie coste e alla posizione geografica centrale nel bacino mediterraneo, dispone di condizioni favorevoli per diventare uno dei protagonisti di questo mercato emergente.
La competizione tuttavia non riguarda soltanto la produzione energetica.
Coinvolge anche la capacità di attrarre investimenti, sviluppare tecnologie, costruire infrastrutture e creare competenze specialistiche.
È proprio per questo motivo che molti interventi durante il convegno hanno richiamato la necessità di accelerare i processi decisionali.
Sicurezza energetica e competitività industriale
L’analisi proposta da Giovanni Foresti, Responsabile Regional Research di Intesa Sanpaolo, collega direttamente sicurezza energetica e competitività economica.
Secondo questa impostazione, la riduzione della dipendenza dagli idrocarburi non deve tradursi semplicemente nella sostituzione di una dipendenza con un’altra.
Il rischio sarebbe quello di abbandonare la dipendenza energetica per sviluppare una nuova dipendenza tecnologica e produttiva.
Per evitare questo scenario è necessario costruire una filiera nazionale capace di partecipare alla creazione del valore generato dall’eolico offshore.
In questa prospettiva la sicurezza energetica non coincide soltanto con la disponibilità di energia.
Comprende anche la capacità di controllare tecnologie, competenze e infrastrutture strategiche.
L’autonomia strategica europea
Il tema non riguarda esclusivamente l’Italia.
L’Unione Europea sta infatti affrontando una fase di profonda trasformazione delle proprie politiche energetiche e industriali.
La crescente competizione con Stati Uniti e Cina per il controllo delle tecnologie della transizione energetica ha riportato al centro del dibattito il concetto di autonomia strategica.
L’obiettivo non consiste soltanto nel ridurre le emissioni ma anche nel costruire capacità industriali europee in settori considerati strategici.
L’eolico offshore rientra pienamente in questa logica.
La possibilità di sviluppare filiere industriali integrate, creare occupazione qualificata e rafforzare la sicurezza energetica rende questa tecnologia uno degli strumenti attraverso cui l’Europa cerca di consolidare la propria posizione nel nuovo scenario globale.
Una questione che va oltre l’energia
L’elemento forse più interessante emerso dal convegno è proprio questo.
L’eolico offshore non viene più descritto come una semplice tecnologia per produrre energia rinnovabile.
Viene interpretato come una piattaforma capace di incidere contemporaneamente su:
- sicurezza energetica;
- competitività industriale;
- occupazione;
- infrastrutture;
- sviluppo territoriale;
- innovazione tecnologica;
- autonomia strategica.
Per questa ragione la discussione sul FER2 e sulle future aste non riguarda soltanto il settore energetico.
Riguarda il ruolo che l’Italia intende assumere nel Mediterraneo e nella nuova geografia industriale della transizione energetica.
Nella prossima sezione del dossier verrà analizzato un altro aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico: l’impatto dell’eolico offshore sui prezzi dell’energia, sul funzionamento del mercato elettrico e sui costi sostenuti da famiglie e imprese.

Prezzi dell’energia, gas e mercato elettrico: il valore economico dell’eolico offshore
Nel dibattito pubblico sull’eolico offshore l’attenzione si concentra spesso sugli aspetti ambientali, sugli investimenti industriali o sulle ricadute occupazionali. Un tema altrettanto rilevante, ma spesso meno approfondito, riguarda invece l’impatto che questa tecnologia può esercitare sul costo dell’energia e sul funzionamento complessivo del mercato elettrico italiano.
È proprio su questo aspetto che lo studio presentato durante il IV Convegno Nazionale dell’Associazione delle Energie Rinnovabili Offshore (AERO) introduce alcune delle evidenze più interessanti. Secondo le analisi sviluppate da Intesa Sanpaolo, Politecnico di Torino, Politecnico di Bari, Prometeia e OWEMES, il contributo dell’eolico offshore non si limita alla produzione di nuova energia rinnovabile. Può influenzare in modo significativo la struttura dei costi del sistema elettrico, contribuire alla riduzione della dipendenza dal gas naturale e generare benefici economici diffusi per famiglie, imprese e sistema produttivo.
Perché il prezzo dell’energia resta un problema per l’Italia
Per comprendere il ruolo dell’eolico offshore è necessario partire da una caratteristica strutturale del mercato energetico italiano.
Nonostante la crescita delle fonti rinnovabili registrata negli ultimi anni, una quota importante dell’elettricità continua a essere prodotta attraverso centrali alimentate a gas naturale.
Questo elemento assume un’importanza decisiva perché il gas rappresenta spesso la tecnologia marginale che determina il prezzo dell’energia sul mercato elettrico.
In termini semplici, quando il sistema necessita di centrali a gas per soddisfare la domanda, il costo di questa tecnologia tende a influenzare il prezzo dell’energia per tutti gli operatori.
È una dinamica che i consumatori italiani hanno sperimentato con particolare intensità durante la crisi energetica seguita all’invasione dell’Ucraina. L’aumento dei prezzi del gas si è rapidamente trasferito sul costo dell’elettricità, generando effetti rilevanti su famiglie, imprese e competitività industriale.
Per questo motivo qualsiasi tecnologia in grado di ridurre il ricorso alle centrali alimentate a gas assume un valore economico che va oltre la semplice produzione di energia.

Il costo invisibile della dipendenza dal gas
Lo studio evidenzia come il problema non sia esclusivamente ambientale.
La dipendenza dal gas naturale importato comporta infatti una serie di costi indiretti che incidono sull’intero sistema economico.
Tra questi:
- esposizione alla volatilità dei mercati internazionali;
- vulnerabilità alle tensioni geopolitiche;
- incremento dei costi energetici per le imprese;
- riduzione della competitività industriale;
- maggiore trasferimento di ricchezza verso l’estero.
In altre parole, il costo dell’energia non dipende soltanto dal prezzo delle singole tecnologie ma anche dal livello di esposizione del sistema nazionale ai fattori di rischio internazionali.
L’eolico offshore viene quindi analizzato come uno strumento capace di contribuire alla riduzione di questa vulnerabilità.
Un contributo nei momenti più critici
Uno degli aspetti che rendono particolarmente interessante l’eolico offshore riguarda il suo profilo produttivo.
A differenza di altre fonti rinnovabili, la produzione offshore tende a essere significativa anche nei periodi dell’anno in cui il sistema elettrico italiano registra una maggiore dipendenza dal gas.
Le analisi di AERO evidenziano come i venti presenti nel Mediterraneo, in particolare nei mari del Sud Italia e della Sardegna, risultino particolarmente favorevoli durante la stagione invernale.
Si tratta di un elemento importante perché proprio nei mesi freddi il fabbisogno energetico nazionale rimane elevato e il contributo del gas continua a essere determinante.
La capacità dell’eolico offshore di produrre energia in questi periodi contribuisce quindi a migliorare l’equilibrio complessivo del sistema.
Il rapporto con il fotovoltaico
Un altro equivoco frequentemente presente nel dibattito riguarda il rapporto tra eolico offshore e fotovoltaico.
Le due tecnologie vengono talvolta presentate come alternative.
Lo studio propone invece una lettura diversa.
Il fotovoltaico concentra infatti la propria produzione soprattutto nelle ore centrali della giornata e durante la stagione estiva.
L’eolico offshore presenta invece una distribuzione temporale differente e può contribuire in modo più significativo durante le ore serali e nei mesi invernali.
Questa complementarità consente di costruire un sistema energetico più equilibrato e meno dipendente dalle fonti fossili.
La questione non è quindi scegliere tra una tecnologia e l’altra, ma combinare fonti differenti per aumentare la resilienza del sistema elettrico nazionale.
L’effetto sul Prezzo Unico Nazionale

Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda il possibile impatto dell’eolico offshore sul Prezzo Unico Nazionale (PUN), il principale riferimento del mercato elettrico italiano.
Secondo le simulazioni riportate nelle analisi, l’ingresso progressivo di nuova capacità offshore potrebbe contribuire a ridurre il ricorso alle centrali alimentate a gas nei momenti di maggiore domanda.
Questo effetto può tradursi in una riduzione del prezzo medio dell’energia elettrica.
Anche variazioni apparentemente contenute possono generare effetti economici molto significativi quando vengono applicate all’intero volume di energia scambiato sul mercato nazionale.
È proprio questo uno dei motivi per cui gli autori dello studio invitano a valutare l’eolico offshore non soltanto come una tecnologia energetica ma come un fattore che può influenzare il funzionamento complessivo del sistema.
Un beneficio economico che supera il costo degli incentivi
Uno dei temi più dibattuti riguarda il rapporto tra incentivi e benefici economici.
Lo studio affronta direttamente questa questione.
Le simulazioni considerano infatti non soltanto il costo degli strumenti di supporto ma anche gli effetti positivi associati alla riduzione della dipendenza energetica e all’evoluzione dei prezzi sul mercato elettrico.
I risultati mostrano che, nel medio e lungo periodo, il saldo economico associato all’eolico offshore può risultare positivo anche includendo in modo prudenziale il costo degli incentivi.
Secondo le stime elaborate dagli autori:
- il beneficio medio annuo generato all’interno del mercato elettrico potrebbe raggiungere circa 595 milioni di euro;
- il valore potrebbe arrivare a circa 1,3 miliardi di euro nel 2040.
Si tratta di numeri che contribuiscono a spiegare perché numerosi osservatori considerino l’eolico offshore non come un costo ma come un investimento capace di produrre effetti economici diffusi.
Ridurre le importazioni significa trattenere ricchezza
La riduzione della dipendenza energetica produce benefici che vanno oltre il mercato elettrico.
Ogni quota di energia prodotta all’interno del Paese riduce infatti la necessità di acquistare combustibili o elettricità dall’estero.
Lo studio stima che, considerando l’intero ciclo di vita degli impianti analizzati, l’eolico offshore possa contribuire a evitare importazioni energetiche per un valore complessivo di circa 60 miliardi di euro.
Si tratta di risorse che possono essere trattenute all’interno del sistema economico nazionale invece di essere trasferite verso mercati esteri.
Dal punto di vista macroeconomico, questo effetto rappresenta uno dei principali contributi dell’eolico offshore alla competitività del Paese.
Energia più stabile per le imprese
L’industria italiana è particolarmente sensibile ai costi energetici.
Molti comparti manifatturieri competono infatti sui mercati internazionali e devono confrontarsi con concorrenti che operano in contesti energetici differenti.
Ridurre la volatilità dei prezzi e aumentare la disponibilità di energia prodotta sul territorio nazionale può quindi generare effetti positivi anche sulla competitività industriale.
L’eolico offshore viene descritto nello studio proprio come una delle tecnologie in grado di contribuire a questo obiettivo.
Non attraverso un singolo intervento risolutivo ma come parte di una strategia più ampia di diversificazione delle fonti energetiche.
Il valore sistemico dell’eolico offshore
La conclusione cui giungono gli autori dello studio è particolarmente significativa.
L’eolico offshore non deve essere valutato esclusivamente in base all’energia prodotta.
Una parte importante del suo valore deriva infatti dagli effetti indiretti che genera sul sistema:
- minore dipendenza dal gas;
- riduzione delle importazioni energetiche;
- maggiore sicurezza degli approvvigionamenti;
- contenimento dei costi dell’energia;
- miglior equilibrio del mix elettrico;
- aumento della resilienza del sistema nazionale.
Questi benefici non sono sempre immediatamente visibili nelle analisi tradizionali ma contribuiscono in modo sostanziale alla competitività economica del Paese.

Quando l’energia diventa politica economica
Le analisi presentate durante il convegno suggeriscono una riflessione più ampia.
In un contesto caratterizzato da crescente competizione internazionale, tensioni geopolitiche e trasformazioni tecnologiche, le politiche energetiche e le politiche industriali tendono a sovrapporsi sempre di più.
La scelta di sviluppare una filiera nazionale dell’eolico offshore non riguarda quindi soltanto la produzione di energia rinnovabile.
Riguarda il costo dell’energia, la competitività delle imprese, la sicurezza degli approvvigionamenti, la capacità di trattenere ricchezza all’interno del Paese e il ruolo che l’Italia intende assumere nel nuovo equilibrio energetico del Mediterraneo.
Nella prossima e ultima sezione del dossier verranno analizzati gli scenari futuri e il costo economico del ritardo, mettendo a confronto le opportunità che potrebbero aprirsi per l’Italia con i rischi associati a una mancata o tardiva attivazione della filiera dell’eolico offshore.
Il costo del ritardo e gli scenari futuri: la sfida che può ridefinire il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo
Dopo aver analizzato le dimensioni economiche della filiera, le ricadute industriali, il ruolo dei porti, gli effetti occupazionali e il contributo alla sicurezza energetica, emerge una domanda che attraversa l’intero studio presentato al IV Convegno Nazionale dell’Associazione delle Energie Rinnovabili Offshore (AERO): quale posizione intende assumere l’Italia nel mercato dell’eolico offshore che sta prendendo forma nel Mediterraneo?
La questione è destinata a influenzare non soltanto il settore energetico ma anche la competitività industriale, la capacità di attrarre investimenti e il ruolo che il Paese potrà svolgere nella nuova geografia economica della transizione energetica europea.
La risposta dipenderà in larga misura da una variabile che ricorre in tutte le analisi e in quasi tutti gli interventi raccolti durante il convegno: il tempo.
Lo scenario dell’accelerazione
Lo scenario considerato più favorevole dagli autori dello studio prevede una rapida attivazione delle aste previste dal Decreto FER2 e una crescita progressiva della capacità installata.
In questa ipotesi il contingente iniziale di 3,8 GW rappresenterebbe il punto di partenza di un percorso industriale destinato a consolidarsi nel tempo, fino a raggiungere circa 10 GW al 2040 e 20 GW al 2050.
La rilevanza di questo percorso non risiede esclusivamente nei volumi di energia prodotti.
La crescita graduale e prevedibile del mercato consentirebbe infatti alle imprese di programmare investimenti, ampliare capacità produttive, assumere personale qualificato e sviluppare nuove competenze.
I porti potrebbero pianificare interventi infrastrutturali di lungo periodo.
Le università potrebbero orientare ricerca e formazione verso i fabbisogni emergenti.
Le istituzioni finanziarie potrebbero accompagnare la crescita della filiera con strumenti coerenti con gli orizzonti temporali degli investimenti.
In altre parole, la stabilità della domanda costituirebbe il presupposto necessario per la nascita di un ecosistema industriale nazionale.
È questa la logica che porta gli autori dello studio a descrivere l’eolico offshore come una piattaforma di sviluppo industriale e non semplicemente come una tecnologia energetica.
Quando il tempo diventa un fattore economico
Uno dei risultati più significativi dello studio consiste nell’aver quantificato il valore economico del fattore tempo.
Spesso il dibattito sulle autorizzazioni, sugli incentivi o sui meccanismi di supporto viene percepito come una questione amministrativa.
L’analisi mostra invece che il tempo produce effetti economici misurabili.
La velocità con cui vengono assunte le decisioni può influenzare la capacità delle imprese di investire, la disponibilità di capitale, la crescita delle competenze e l’organizzazione delle filiere produttive.
Per questa ragione il ritardo non viene interpretato come un semplice rinvio degli investimenti.
Viene considerato un elemento in grado di modificare strutturalmente la distribuzione del valore economico associato allo sviluppo dell’eolico offshore.

Lo scenario del ritardo
Lo studio prende in esame anche una traiettoria alternativa.
In questo caso l’avvio delle aste e il consolidamento della filiera avverrebbero con tempi più lunghi, riducendo la capacità del sistema produttivo italiano di intercettare la domanda generata dal settore.
Le conseguenze risultano particolarmente significative.
Secondo le elaborazioni presentate durante il convegno, lo scenario ritardato potrebbe comportare:
- oltre 31 miliardi di euro di valore aggiunto in meno;
- circa 14 miliardi di euro di minore gettito fiscale;
- oltre 400 mila unità di lavoro standard in meno rispetto allo scenario tempestivo.
Dietro questi numeri non si nasconde soltanto una riduzione della crescita economica.
Si nasconde la possibilità che una parte delle attività industriali, delle competenze e degli investimenti venga progressivamente localizzata in altri Paesi.
È proprio questo il rischio richiamato da numerosi interventi nel corso della giornata romana.
Il Mediterraneo non aspetta
Uno degli elementi che emergono con maggiore chiarezza dall’analisi riguarda il contesto competitivo internazionale.
L’eolico offshore galleggiante si trova ancora in una fase relativamente iniziale di sviluppo nel Mediterraneo.
Ciò significa che le scelte compiute nei prossimi anni potrebbero contribuire a definire la geografia industriale del settore per diversi decenni.
Paesi che riusciranno a sviluppare per primi competenze, infrastrutture e capacità produttive potranno beneficiare di vantaggi competitivi significativi.
Le imprese tenderanno infatti a localizzare investimenti e attività nei territori che offrono maggiore prevedibilità e continuità di mercato.
Per questo motivo la competizione non riguarda soltanto la produzione energetica.
Riguarda la capacità di attrarre capitali, creare occupazione qualificata e costruire specializzazioni industriali difficilmente replicabili nel breve periodo.
In questo scenario il Mediterraneo non rappresenta soltanto uno spazio geografico.
Diventa un mercato in formazione nel quale si sta decidendo la distribuzione futura di investimenti, competenze e valore economico.

Il rischio della dipendenza tecnologica
Una delle riflessioni più interessanti emerse durante il convegno riguarda il concetto di dipendenza tecnologica.
Negli ultimi anni l’Europa ha compiuto importanti sforzi per ridurre la dipendenza energetica da fonti fossili importate.
Secondo diversi relatori, tra cui Giovanni Foresti di Intesa Sanpaolo, il rischio consiste nel sostituire una dipendenza con un’altra.
Se il sistema energetico europeo dovesse affidarsi completamente a tecnologie, componenti e competenze sviluppate altrove, il problema della dipendenza verrebbe semplicemente trasferito da un ambito all’altro.
Per questa ragione lo sviluppo di una filiera nazionale dell’eolico offshore assume una rilevanza che va oltre la dimensione energetica.
La questione riguarda la capacità del Paese di mantenere competenze industriali strategiche e di partecipare attivamente alla creazione del valore generato dalla transizione energetica.
I porti come infrastrutture della competitività
Uno dei temi destinati a incidere maggiormente sugli scenari futuri riguarda il ruolo dei porti.
Taranto, Augusta, Brindisi e Civitavecchia non vengono considerate semplicemente basi operative per l’installazione degli impianti.
Lo studio le descrive come possibili nodi di una rete industriale capace di collegare manifattura, logistica, servizi avanzati e attività di manutenzione.
La capacità di sviluppare infrastrutture adeguate influenzerà direttamente la possibilità di trattenere sul territorio una quota significativa delle attività economiche associate alla filiera.
In questo senso gli investimenti portuali assumono una valenza che supera il settore energetico e si colloca all’interno delle strategie di sviluppo territoriale e industriale.
La sfida del capitale umano
Anche il tema delle competenze sarà determinante.
La crescita dell’eolico offshore richiederà infatti migliaia di professionisti specializzati.
Ingegneri, tecnici, operatori portuali, progettisti, manutentori, saldatori, esperti di sistemi elettrici e professionisti dei servizi avanzati rappresentano soltanto alcune delle figure necessarie allo sviluppo della filiera.
Il coinvolgimento del Politecnico di Torino, del Politecnico di Bari e delle altre istituzioni accademiche nello studio evidenzia come il tema della formazione sia già oggi parte integrante della strategia industriale del settore.
La capacità di creare competenze sarà uno dei principali fattori competitivi nei prossimi anni.

Una scelta di politica industriale
La lettura complessiva dello studio porta a una conclusione precisa.
L’eolico offshore non può essere interpretato esclusivamente come una tecnologia per produrre energia rinnovabile.
Le dimensioni economiche, industriali, occupazionali e geopolitiche emerse dalle analisi mostrano come la questione riguardi più in generale il posizionamento competitivo dell’Italia.
La scelta non è soltanto tra più o meno energia rinnovabile.
La scelta riguarda la capacità di sviluppare una filiera industriale nazionale, valorizzare il sistema portuale, creare occupazione qualificata e rafforzare l’autonomia energetica e tecnologica del Paese.
La variabile decisiva
Il messaggio finale che emerge dal IV Convegno Nazionale AERO e dallo studio realizzato da Intesa Sanpaolo, Politecnico di Torino, Politecnico di Bari, Prometeia e OWEMES può essere sintetizzato in una considerazione.
Il dibattito non riguarda più se l’eolico offshore si svilupperà nel Mediterraneo.
Le dinamiche energetiche, industriali e climatiche indicano che questo sviluppo è già in corso.
La vera questione riguarda dove si concentreranno investimenti, occupazione, competenze e capacità produttive.
I numeri illustrati nel corso del convegno suggeriscono che l’Italia dispone delle condizioni per svolgere un ruolo da protagonista: una solida base manifatturiera, competenze industriali diffuse, porti strategici, università di eccellenza e una posizione geografica centrale nel Mediterraneo.
La tecnologia esiste. Le competenze esistono. I progetti autorizzati esistono.
La variabile che resta da determinare è il tempo.
I numeri chiave dell’eolico offshore in Italia
- 3,8 GW previsti dal FER2 per l’avvio del settore
- Circa 2,8 GW di progetti che hanno già ottenuto la Valutazione di Impatto Ambientale
- 10 GW di capacità installata previsti al 2040
- 20 GW di capacità installata previsti al 2050
- 129 miliardi di euro di produzione attivata
- 56 miliardi di euro di valore aggiunto
- 25 miliardi di euro di gettito fiscale
- Oltre 817 mila unità di lavoro standard cumulative
- Circa 11.400 posti di lavoro diretti associati ai primi 3,8 GW
- Circa 45.600 occupati considerando effetti diretti, indiretti e indotti
- Oltre 50 TWh annui di produzione elettrica offshore al 2050
- Circa 635 TWh di energia prodotti lungo il ciclo di vita degli impianti
- Circa 60 miliardi di euro di importazioni energetiche evitabili
- Fino a 595 milioni di euro di benefici annui sul mercato elettrico
- Fino a 1,3 miliardi di euro di benefici annui al 2040
- Oltre 31 miliardi di euro di valore aggiunto persi nello scenario di ritardo
- Circa 14 miliardi di euro di gettito fiscale persi nello scenario di ritardo
- Oltre 400 mila unità di lavoro standard in meno nello scenario di ritardo




