Chiusura del cracking e ritirata dalla chimica di base espongono l’Italia a più dipendenza estera, minore competitività e rischi geopolitici
di Antonio Portolano
La progressiva uscita dell’Italia dalla chimica di base, con la chiusura del cracking di Brindisi, arriva nel momento meno adatto: mentre l’Europa discute di autonomia strategica e la Cina investe miliardi in nuovi steam cracker, il Paese rischia di rinunciare a un tassello fondamentale della propria infrastruttura industriale. Il caso Brindisi – e la mancata inclusione del sito nell’operazione europea di AEQUITA – è il simbolo di una scelta che va ben oltre i confini pugliesi.
La chimica di base non è un relitto del passato
Da anni, nel dibattito pubblico italiano, la chimica di base viene descritta come un’attività “vecchia”, poco allineata alla transizione ecologica, destinata a essere sostituita da settori più “immateriali”. È una rappresentazione fuorviante, che non trova riscontro nelle dinamiche globali.
Gli steam cracker, cuore della chimica di base, producono etilene, propilene e le principali olefine alla base di migliaia di applicazioni: plastiche, gomme sintetiche, solventi, fibre, vernici, componenti per elettronica, automotive, edilizia, medicale, imballaggi alimentari. Senza queste molecole, catene del valore intere semplicemente non esisterebbero.(Wikipedia)

Non a caso, la Commissione europea ha presentato nel luglio 2025 un piano d’azione dedicato all’industria chimica, volto a rafforzarne competitività e modernizzazione, riconoscendo il settore come essenziale per transizione verde, digitale e sicurezza economica dell’Unione (Fonte: Commissione europea).(European Commission)
Mentre l’Italia arretra, altri attori globali stanno facendo la scelta opposta.
La Cina spinge sugli steam cracker e sull’etano
Il caso più evidente è la Cina, che ha avviato una seconda ondata di nuovi steam cracker, destinata a cambiare gli equilibri del mercato globale. Secondo alcune analisi, tra il 2024 e il 2028 la capacità cinese di produzione di etilene crescerà di circa 25 milioni di tonnellate l’anno, pari a quasi metà della nuova capacità mondiale prevista nello stesso periodo.(oxfordenergy.org)
Questa espansione non è teorica, ma si traduce in progetti concreti. La joint venture CSPC tra Shell e CNOOC sta investendo nell’espansione del complesso petrolchimico di Daya Bay, nel Guangdong, con la costruzione di un terzo ethylene cracker da 1,6 milioni di tonnellate/anno di etilene, oltre a una nuova unità da 320.000 tonnellate/anno di specialità ad alte prestazioni come policarbonati e solventi carbonatici (Fonte: Shell, CSPC).(shell.com)
Parallelamente, diversi gruppi cinesi stanno spingendo sull’uso di etano importato dagli Stati Uniti come feedstock competitivo. Secondo stime recenti, società come Satellite Chemical, China Sanjiang Fine Chemical e Wanhua Chemical stanno investendo oltre 16 miliardi di dollari in nuovi cracker a etano, ampliamento degli impianti esistenti, logistica dedicata e navi metaniere specializzate, con un incremento previsto delle importazioni di etano tra il 9% e il 34% solo nel 2025.(Reuters)
La logica è chiara: assicurarsi un vantaggio strutturale sui costi rispetto a Europa e Giappone, consolidare la filiera nazionale delle plastiche e ridurre la dipendenza da fornitori esteri. La chimica di base, in questo quadro, non è un residuo del passato, ma un’infrastruttura di potenza industriale.

Il paradosso europeo: razionalizzazione e nuovi investimenti
Anche in Europa lo scenario non è univoco. Da un lato, l’industria è sotto pressione per l’aumento dei costi energetici, la concorrenza asiatica e mediorientale, la domanda debole e il rinnovato focus regolatorio su clima e ambiente. Negli ultimi anni sono stati annunciati o attuati diversi shutdown di cracker storici, in particolare in Francia, Paesi Bassi, Regno Unito e Belgio.(Il Diario del Lavoro)
Dall’altro lato, però, emergono grandi progetti che puntano su steam cracker di nuova generazione, più efficienti, spesso alimentati da etano e progettati per integrare idrogeno a basse emissioni, cattura della CO₂ ed elettrificazione.
Un caso emblematico è Project ONE di INEOS nel porto di Anversa: un investimento di circa 4 miliardi di euro per costruire il primo nuovo cracker etanico in Europa dopo oltre trent’anni. L’impianto, che dovrebbe entrare in funzione nel 2026, avrà una capacità di produzione di 1,45 milioni di tonnellate/anno di etilene, posizionandosi tra i maggiori cracker europei.(energynews.oedigital.com)
Secondo l’azienda, Project ONE sarà il cracker con la più bassa impronta di carbonio in Europa, grazie all’uso di etano, all’integrazione con idrogeno a basse emissioni, alla predisposizione per la cattura della CO₂ e alla possibilità futura di elettrificare i forni.(chemXplore) Allo stesso tempo, però, il progetto è oggetto di un intenso dibattito pubblico e legale sui possibili impatti ambientali e sanitari, con stime critiche che mettono a confronto le emissioni con i circa 300 posti di lavoro permanenti previsti (Fonte: stampa internazionale, organizzazioni ambientaliste).(The Guardian)
Il messaggio di fondo resta chiaro: mentre una parte dell’Europa chiude i cracker più vecchi e meno competitivi, un’altra parte punta a rinnovare la capacità produttiva con impianti di grandi dimensioni e tecnologie avanzate. La chimica di base viene razionalizzata, non abbandonata.

AEQUITA e il mercato: la chimica di base interessa ancora
In questo contesto si colloca l’operazione di AEQUITA, gruppo industriale con sede a Monaco. Nel giugno 2025, AEQUITA ha siglato un accordo con LyondellBasell per l’acquisizione di una piattaforma europea di olefine e poliolefine, comprendente quattro siti a Berre (Francia), Münchsmünster (Germania), Carrington (Regno Unito) e Tarragona (Spagna). I quattro asset generano complessivamente circa 2,5 miliardi di euro di ricavi annui e impiegano oltre 1.700 lavoratori.(lyondellbasell.com)
Si tratta di una delle più rilevanti acquisizioni industriali nel settore delle olefine e poliolefine degli ultimi anni in Europa. AEQUITA non è un fondo speculativo di breve periodo: è un gruppo industriale specializzato in carve-out complessi, trasformazioni operative e rilanci industriali, con un portafoglio che supera i 3,5 miliardi di euro di fatturato e più di 17.000 dipendenti.(jeantet.fr)
Il messaggio implicito dell’operazione è importante: se vi è un acquirente disposto a investire in una piattaforma di cracking e polimeri così ampia, è perché il mercato europeo della chimica di base esiste ancora, ha prospettive di redditività e viene considerato strategico da operatori privati.
In questo quadro, la mancata inclusione del sito di Brindisi nella piattaforma ceduta da LyondellBasell ad AEQUITA non è un dettaglio, ma un passaggio chiave.

Brindisi, il cracking e la “quinta tessera” mancante
Lo stabilimento di Brindisi avrebbe potuto, in teoria, essere la “quinta tessera” della piattaforma AEQUITA. Geograficamente e industrialmente, il sito si inserisce in un grande polo petrolchimico, dotato di infrastrutture, porto industriale, connessioni energetiche e un indotto di imprese specializzate.
Tuttavia, la chiusura del cracking – decisa da Eni-Versalis nell’ambito della più ampia strategia di uscita dalla chimica di base in Italia – ha di fatto impedito questa possibilità. Il progetto industriale presentato al tavolo MIMIT prevede la chiusura dei cracking di Brindisi e Priolo nel 2025, con la promessa di nuovi impianti “coerenti con la transizione energetica e la decarbonizzazione” operativi solo a partire dal 2028, per complessivi 2 miliardi di euro di investimenti e un taglio stimato di circa 1 milione di tonnellate di CO₂.(Camera)
Lo stop al cracking brindisino è stato anticipato a febbraio 2025 rispetto alla precedente scadenza di marzo, suscitando la reazione di lavoratori, sindacati e istituzioni locali (Fonte: stampa regionale, sindacati).(Periscopio)
Secondo le organizzazioni sindacali, l’Italia rischia così di essere «il primo e unico Paese europeo a rinunciare alla produzione di etilene», con conseguenze sulla sovranità industriale nazionale e sulla tenuta di intere filiere manifatturiere (Fonte: Filctem Cgil).(Filctem Cgil)
La chiusura del cracking ha un effetto immediato: rende il sito di Brindisi molto meno appetibile per investitori industriali interessati a una piattaforma integrata di olefine e polimeri. Senza cracker, non c’è feedstock primario; senza feedstock, non c’è logica industriale per mantenere o espandere determinate produzioni.

Impianti non obsoleti, ma bisognosi di investimenti
Un equivoco ricorrente nel dibattito è l’idea che gli impianti di Brindisi siano irrimediabilmente superati. Non è così. Il sito – pur datato, come molti grandi complessi petrolchimici europei – può essere oggetto di interventi di revamping, efficientamento energetico e riduzione delle emissioni.
Nel settore, investimenti dell’ordine di poche centinaia di milioni di euro per la modernizzazione di un cracking e delle unità collegate non sono eccezionali, ma fisiologici. Lo dimostrano i grandi complessi europei e extraeuropei che periodicamente avviano upgrade significativi per mantenere la competitività.
La combinazione di interventi su efficienza energetica, riduzione dei consumi di vapore, ottimizzazione del feedstock, upgrade dei forni e introduzione di tecnologie digitali avanzate consentirebbe di allineare il sito pugliese agli standard europei più moderni, rendendolo potenzialmente ultracompetitivo in termini di costi e prestazioni ambientali.
Questo punto è cruciale: non si tratta di difendere un impianto “vecchio” per principio, ma di chiedersi se sia economicamente e industrialmente sensato rinunciare a una capacità strategica che potrebbe essere rilanciata con un investimento mirato.
Eni, transizione e responsabilità di sistema
La strategia di Eni e della controllata Versalis va letta dentro un quadro più ampio. Negli ultimi anni il gruppo ha subito perdite rilevanti nella chimica tradizionale e ha annunciato un riposizionamento verso la chimica verde, il riciclo molecolare, la bioraffinazione e progetti legati all’energia e all’accumulo, per un totale di miliardi di euro di nuovi investimenti.(Economia Circolare)
A Brindisi, lo stesso gruppo ha programmato la realizzazione di una gigafactory per la produzione di batterie, con un investimento stimato di circa 700 milioni di euro, a testimonianza del fatto che il sito è considerato strategico per la transizione energetica nazionale. Questo è un elemento da riconoscere come positivo e di rilievo per il territorio.
Resta però aperta una questione industriale e politica: se la chimica di base non rientra più nel core business del gruppo, perché non favorire la cessione degli asset a operatori interessati, anziché procedere alla dismissione?
La risposta non può essere affidata solo al management aziendale. In altri Paesi europei, quando sono in gioco asset strategici, governi e istituzioni giocano un ruolo attivo nel facilitare operazioni industriali, creare condizioni di contesto favorevoli, salvaguardare competenze e posti di lavoro qualificati. In Italia, questa regia appare ancora debole.
Rischio dipendenza: l’Italia importatrice di etilene e propilene
La dismissione della chimica di base implica che l’Italia dovrà importare una quota crescente di prodotti come etilene, propilene e derivati. In un mercato già segnato dall’eccesso di capacità in alcune aree e dalla razionalizzazione in Europa, questo significa esporsi completamente alle dinamiche di prezzo e disponibilità decise altrove.
I costi di produzione di etilene in Europa, soprattutto su cracker alimentati a nafta, risultano sensibilmente più elevati rispetto agli impianti basati su etano negli Stati Uniti o in Medio Oriente. Alcune stime indicano costi intorno agli 800 dollari per tonnellata in Europa, contro meno di 400 dollari negli Usa e circa 200 dollari in Medio Oriente quando si utilizza etano come feedstock (Fonte: analisi di settore, presentazioni industriali).(Reuters)
Se il Paese rinuncia alla produzione interna di olefine, dovrà acquistare sul mercato internazionale prodotti che incorporano quei costi – e che potrebbero risentire di tensioni geopolitiche, restrizioni commerciali, guerre, shock energetici. Non è solo un problema economico, ma un tema di sicurezza industriale.

L’effetto domino sui territori e sull’indotto
Al di là delle grandi cifre, il caso di Brindisi è soprattutto una questione territoriale. Attorno al cracking e alle produzioni di base si è sviluppato un ecosistema di imprese, competenze e servizi: manutenzioni specialistiche, logistica portuale, trasporti industriali, engineering, servizi ambientali, safety, controlli analitici, formazione tecnica.
La chiusura del cracking non è solo la fermata di un impianto, ma il rischio di un effetto domino sull’intero indotto. Le aziende che operano quasi esclusivamente per il polo chimico si trovano a dover ridimensionare o cessare l’attività; i profili professionali altamente specializzati – operatori di impianto, tecnici di processo, ingegneri di esercizio – rischiano di disperdersi.
Esperienze europee mostrano che, una volta dissolto un ecosistema di questo tipo, ricostruirlo è estremamente difficile, richiede tempi lunghi e spesso non riesce a recuperare il livello precedente di integrazione industriale. Distretti come Anversa, Rotterdam o Ludwigshafen devono la loro forza proprio alla compresenza di grandi impianti e una rete di PMI specializzate. Brindisi possedeva – e in parte possiede ancora – questa stessa struttura.
Tecnologie di frontiera: elettrificazione e cracking “green”
Un altro elemento da considerare riguarda le tecnologie di decarbonizzazione della chimica di base. I forni degli steam cracker sono tra le apparecchiature più energivore dell’industria di processo, con temperature fino a 850°C e consumi elevatissimi di combustibili fossili.(basf.com)
Negli ultimi anni, gruppi come BASF, SABIC e Linde stanno sperimentando soluzioni per steam cracker elettrificati, in grado – su larga scala – di ridurre le emissioni di CO₂ fino al 90% rispetto alle tecnologie tradizionali. È il caso della partnership avviata a Ludwigshafen, dove nel 2024 è stato avviato un impianto dimostrativo di forni elettrici per cracking integrati in uno dei due cracker esistenti, alimentati da energia rinnovabile e basati su due diversi concetti di riscaldamento (diretto e indiretto).(basf.com)
Queste iniziative non cancellano la chimica di base: la trasformano. L’obiettivo non è chiudere i cracker, ma renderli compatibili con la transizione climatica, attraverso elettrificazione, idrogeno low-carbon, cattura e stoccaggio della CO₂, integrazione con processi di riciclo chimico delle plastiche.
In questo scenario, un sito come Brindisi potrebbe diventare, con gli investimenti e le partnership giuste, un laboratorio di transizione: integrando cracking, riciclo molecolare, nuovi feedstock e progetti legati alle energie rinnovabili. Spegnere oggi queste capacità significa rinunciare a un potenziale ruolo da protagonista in una chimica di base decarbonizzata.

Soluzioni tecniche possibili per Brindisi
Un sito come quello di Brindisi potrebbe tornare molto competitivo in tre mosse. La prima attiene al tema della indipendenza energetica. La seconda migliorando il processo e rendendolo più versatile. La terza: riduzione di emissioni con l’introduzione di una nuova forma di alimentazione peraltro disponibile in grande abbondanza nel bacino del Mediterraneo: l’etano.
Sul fronte dell’indipendenza energetica un piccolo impianto a turbogas risolverebbe la produzione di elettricità e vapore per Versalis. L’impianto può aumentare la sua versatilità con l’utilizzo di gpl, nafta ed etano. Infine l’etano la migliore sostenibilità ambientale. L’etano (wikipedia) è un sottoprodotto del gas naturale liquefatto derivante dall’estrazione e potrebbe arrivare allo stabilimento facilmente perché logisticamente è già ben infrastrutturato. Non solo. L’uso dell’etano consentirebbe una migliore compatibilità ambientale abbassando notevolmente la produzione di anidride carbonica CO₂, con tutti i benefici conseguenti.

Un bivio industriale per l’Italia
La chimica di base non è nostalgia industriale, né un semplice residuo del secolo scorso. È l’infrastruttura invisibile che alimenta la manifattura, dalla plastica tecnica ai materiali avanzati, dai beni di consumo alla mobilità sostenibile.
Il caso di Brindisi e la scelta di uscire dalla produzione di etilene rappresentano un bivio per l’Italia. Da un lato, la strada della dismissione: chiusura dei cracker, dipendenza crescente dalle importazioni di prodotti di base, perdita di competenze e indebolimento di intere filiere. Dall’altro, un percorso più complesso, ma strategicamente più sensato: mantenere una quota di capacità nazionale, modernizzare gli impianti, attrarre investitori industriali, integrare chimica di base e transizione energetica.
Le decisioni assunte nei prossimi anni diranno se la chimica di base verrà considerata un costo da tagliare o un asset da difendere e trasformare.
Brindisi, per storia, infrastrutture e competenze, può ancora essere un tassello centrale di questa scelta.




