Dal viadotto romano della via Traiana alle antiche fornaci: ad Apani un patrimonio archeologico ancora poco conosciuto da valorizzare
di Ida Santoro e Antonio Portolano
BRINDISI – Per iniziativa di Legambiente Brindisi è finalmente visibile il viadotto romano sulla via Traiana, fino a ieri (30 settembre) impossibile da individuare per chi non conosce la storia del luogo. L’intervento rientra nel programma di valorizzazione della via Appia che si sta svolgendo in questi giorni.
Una bella notizia, occasione per risvegliare l’interesse per la nostra storia e guardare con altri occhi i luoghi che ci circondano.

Perché di sicuro qualcuno sarà capitato da quelle parti pensando «qui non c’è niente», se non un cumulo di rocce ricoperto da erbacce, con qualche albero di fichi e di melograno intorno, lungo un canale paludoso in mezzo ai campi. Invece senza saperlo ha camminato a fianco ad un’opera di rilevante importanza storica che ha oltre duemila anni.
Il viadotto romano della via Traiana
La via Traiana è stata costruita nel primo secolo dopo Cristo come deviazione della via Appia che collegava Benevento a Brindisi con l’obiettivo di velocizzare il traffico commerciale verso l’Oriente.
Fu l’imperatore Traiano, tra il 108 e il 110 d.C., a promuovere la realizzazione della strada che avrebbe preso il suo nome. Il nuovo percorso, più orientale rispetto a quello dell’Appia, attraversava la Puglia passando, tra gli altri centri, per Canosa, Ruvo, Bari ed Egnazia prima di raggiungere Brindisi. Ponti e viadotti consentivano di superare corsi d’acqua e terreni difficili, rendendo più agevole il collegamento con quello che allora era uno dei grandi porti verso l’Oriente.

I resti del viadotto si trovano in zona Apani, lato monte rispetto alla Statale 379, a ridosso dell’omonimo canale, a circa undici chilometri a nord di Brindisi. Nell’area circostante sono presenti terreni della riforma fondiaria, molti tuttora coltivati, e aziende agricole con allevamenti di bestiame.
Quello che oggi appare come un insieme di muri interrotti apparteneva a una struttura imponente. Il viadotto aveva una lunghezza di circa 142 metri e una larghezza complessiva di 6,35 metri.
Un contadino che lavora nel suo terreno ci dice che quel punto lo chiamavano «Lu cimiteru», espressione del dialetto brindisino che significa «il cimitero», un nome tramandato nella memoria popolare del luogo.

Le antiche Fornaci di Apani
Ma il viadotto romano non è l’unica traccia di storia legata al luogo. Sempre a ridosso del canale di Apani, lato mare, capita di calpestare cocci di terracotta, ancora più antichi dei resti di quel «cumulo di rocce» che si incontrano più a monte.
I cocci si trovano nei terreni che circondano le Fornaci di Apani, scoperte negli anni 60 con segnalazioni storiche risalenti già all’Ottocento, di alto valore archeologico insieme a quelle di Giancola, situate più a sud sempre lungo la litoranea.
La presenza archeologica di Apani era infatti conosciuta già nel XIX secolo: nel 1870 l’arcidiacono Giovanni Tarantini segnalò la zona a Theodor Mommsen. Ma furono soprattutto le ricerche condotte a partire dagli anni Sessanta Benita Sciarra a restituire consistenza scientifica alla storia del sito. Gli scavi portarono all’individuazione delle fornaci e al recupero di abbondanti frammenti di anfore, consentendo di comprendere meglio l’organizzazione e il funzionamento di questi antichi impianti produttivi.

Si tratta dei più antichi impianti di produzione di anfore (tra la metà del II secolo a.C. e la metà del I secolo a.C.) destinate al trasporto di vino e olio che sfruttavano la presenza di argilla lungo la nostra costa caratterizzata da falesia e la vicinanza con il corso d’acqua utile per la lavorazione.
Non era una collocazione casuale. Qui erano disponibili l’argilla necessaria alla produzione, l’acqua dolce e, a breve distanza, il mare e le vie di comunicazione terrestri. Apani era dunque parte di un sistema produttivo e commerciale che aveva in Brindisi uno dei suoi punti nevralgici.

Le anfore e le rotte del Mediterraneo
Il trasporto verso Brindisi avveniva attraverso un tracciato più antico denominato Via Minucia, per poi proseguire via mare verso altre rotte commerciali del Mediterraneo.
Le anfore raccontano così qualcosa di più di una semplice attività artigianale. Raccontano un territorio che produceva, trasformava e commerciava e un porto, quello di Brindisi, inserito nelle grandi rotte mediterranee. Vino e olio potevano essere conservati nei contenitori realizzati nelle fornaci del territorio e raggiungere attraverso il mare destinazioni anche molto lontane.
In quei terreni, ancora oggi, può capitare di ritrovare resti di anse con i bolli dei produttori, stampati dal fabbricante delle anfore prima della cottura. Aninii e i Vehili sono tra i nomi dei proprietari delle fornaci ritrovati sui manici delle anfore.

Quei bolli sono una sorta di firma arrivata fino a noi: permettono agli archeologi di ricostruire proprietari, produzioni e organizzazione delle officine che lavoravano in questa fascia del territorio brindisino. Le ricerche hanno documentato ad Apani anche altri nomi legati alla produzione anforaria, restituendo l’immagine di un’attività tutt’altro che marginale nell’economia dell’epoca.
Le immagini dei cocci sono del 2013, ma chi vuole fare un salto da quelle parti li trova ancora lì, e se la terra viene arata ne vengono fuori ancora, a testimonianza infinita della nostra storia.

Un patrimonio da conoscere e valorizzare
Le ricerche effettuate sull’area a cura di studiosi e archeologi con pubblicazioni che hanno restituito valore alla nostra storia sono numerose. Ma possiamo fare altro.
Perché in pochi chilometri di territorio si incontrano epoche diverse: gli impianti per la produzione delle anfore, la Via Minucia, la successiva via Traiana e il suo viadotto. Tracce differenti che, lette insieme, raccontano il rapporto millenario fra Brindisi, la terra, le strade e il mare.
Tutta l’area di Apani ha un patrimonio ancora poco conosciuto perfino dai residenti, che può essere valorizzato anche turisticamente, insieme alla nostra bella costa, con percorsi guidati e adeguata segnaletica.





