Taranto e Augusta scendono da 78,3 a 38,3 milioni. Pichetto promette il reintegro nel 2027: il nodo sono tempi e certezza industriale
di Antonio Portolano
Quaranta milioni in meno oggi, con l’impegno del ministro dell’Ambiente a recuperarli nel 2027. Ma il punto, per l’eolico offshore italiano, non è soltanto quanto denaro resterà alla fine sul tavolo. È soprattutto quando sarà disponibile, con quale certezza e se i porti riusciranno ad attrezzarsi in tempo per intercettare una filiera industriale che Francia e Spagna stanno già finanziando con risorse pubbliche ben più consistenti.
La riduzione dei fondi destinati a Taranto e Augusta è reale: lo stanziamento complessivo per i due hub cantieristici dell’offshore passa da 78,3 a 38,3 milioni di euro. Taranto scende da 28,5 a 13,94 milioni, Augusta da 49,8 a circa 24,36 milioni. La comunicazione è arrivata il 22 settembre alle due Autorità di sistema portuale dalla Direzione generale fonti energetiche e titoli abilitativi del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. Il giorno successivo, però, il ministro Gilberto Pichetto Fratin ha assunto pubblicamente l’impegno a reinserire 38 milioni nel bilancio 2027.
È questo doppio dato – dimezzamento immediato e promessa di reintegro – che consente di leggere la vicenda oltre le contrapposizioni politiche. Perché per una nuova industria infrastrutturale il denaro conta, ma conta altrettanto la prevedibilità delle decisioni pubbliche.

Da 78,3 a 38,3 milioni: cosa è successo davvero
Il punto di partenza risale al 4 luglio 2025, quando il decreto interministeriale individuò Taranto e Augusta come aree prioritarie per lo sviluppo degli hub cantieristici offshore italiani. Gli interventi previsti comprendevano ammodernamenti, dragaggi e adeguamento delle banchine necessari alla produzione, all’assemblaggio e al varo dei componenti per gli impianti eolici galleggianti. Il finanziamento complessivo era di 78,3 milioni di euro, distribuito su tre annualità a partire dal 2025 e alimentato attraverso la riassegnazione dei proventi delle aste delle quote di emissione di CO₂.
La nota ministeriale del 22 settembre 2026 ha cambiato il quadro. Come ricostruito anche dal Sole 24 Ore, le risorse sono state rimodulate «in seguito a tagli lineari subiti sui capitoli di spesa di questo ministero». Le Autorità portuali sono state quindi chiamate a indicare gli interventi finanziabili con la disponibilità ridotta. La ricostruzione pubblicata dal quotidiano economico quantifica il passaggio da 78 milioni a poco più di 38 milioni.
Il collegamento con il provvedimento sulle accise dei carburanti è stato riportato dalla stampa sulla base di fonti governative. La comunicazione formale del MASE, invece, motiva la riduzione con i «tagli lineari» ai capitoli ministeriali. È quindi corretto distinguere la motivazione amministrativa contenuta nella nota dalla destinazione dei risparmi indicata dalle ricostruzioni giornalistiche.

Pichetto: «Nel 2027 reinserire i trentotto milioni»
È intervenuto sul caso lo stesso Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, durante la conferenza stampa di presentazione de I Colori dell’Energia, in programma a ottobre a Taranto. Il ministro ha cercato di ridimensionare la portata definitiva della riduzione, riferendosi anche alla scelta del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: «Vorrei sgonfiare quella che ho visto che nasce un po’ come polemica».
Pichetto ha quindi spiegato: «La norma è del 2023. Il decreto del 2025. Giorgetti ha tolto ha tolto una parte di ciò che non si era speso a tutt’oggi».
Il ministro ha poi assunto un impegno sul ripristino delle risorse: «Sono trentotto milioni, non parliamo di miliardi: dico che se non già nell’anno, che tanto non vengono spesi, perché il tutto nasce anche dalla lettera di sollecito da parte della direzione all’autorità di porto, c’è l’impegno mio sul bilancio 2027 di inserire i trentotto milioni, perché non dobbiamo fermarci. È vero che la tabella si sposta quindi da settantotto a trentotto milioni».
E il caso di Taranto, secondo Pichetto, va inserito in un quadro più ampio: «l’investimento di questo governo è stato di un miliardo. È legato a Ilva, sì, ma è legato a un disegno complessivo di quello che sarà comunque il futuro di quel territorio».
Il MASE ha successivamente precisato che oltre 38 milioni restano confermati per il 2027 e che la riduzione della spesa prevista nel 2026 potrà essere reintegrata sulla base dell’aggiornamento dei cronoprogrammi. Il quadro, dunque, è diverso da quello di una cancellazione definitiva già formalizzata dell’intera quota sottratta: al 23 settembre esiste una rimodulazione della disponibilità attuale e, parallelamente, un impegno ministeriale al recupero delle risorse.
Il problema industriale non è soltanto il totale dei fondi
Ed è proprio qui che il caso diventa economicamente più interessante.
Se i 38 milioni mancanti saranno realmente ripristinati nel 2027 e se i cronoprogrammi dei lavori non subiranno rallentamenti sostanziali, l’effetto finale della rimodulazione potrebbe essere molto più contenuto di quanto suggerisca il dimezzamento nominale di oggi.
Se, invece, la disponibilità differita imponesse di ridimensionare opere, riprogettarle, rinviare gare o spostare l’entrata in esercizio delle infrastrutture, il costo non sarebbe più misurabile soltanto nei milioni sottratti al capitolo di bilancio.
Un porto destinato all’eolico offshore galleggiante non è un semplice punto di transito. Servono banchine in grado di sopportare carichi eccezionali, grandi superfici retroportuali, fondali e spazi di manovra adeguati, aree per stoccaggio, costruzione e assemblaggio di componenti di dimensioni enormi. Il decreto del 2025 era stato costruito esattamente attorno a queste esigenze.
Il porto, quindi, diventa parte della fabbrica. E la fabbrica deve essere pronta prima che vengano assegnati i grandi contratti industriali, non dopo.

Una filiera che può generare 56 miliardi di valore aggiunto
La dimensione della partita emerge con maggiore chiarezza mettendo i 38,3 milioni oggi disponibili in relazione alle prospettive economiche del settore.
Lo studio indipendente promosso da AERO – Associazione delle Energie Rinnovabili Offshore e realizzato da Intesa Sanpaolo, Politecnico di Torino, Politecnico di Bari, Prometeia e OWEMES stima, nello scenario di attivazione tempestiva delle aste FER2 e di sviluppo della filiera nazionale, 129 miliardi di euro di produzione attivata, oltre 56 miliardi di valore aggiunto e circa 25 miliardi di gettito fiscale.
Sul lavoro occorre leggere correttamente il dato: le oltre 800 mila ULA indicate dallo studio sono unità di lavoro standard cumulative lungo l’intero orizzonte analizzato, non 800 mila persone contemporaneamente occupate nel settore. Nello scenario caratterizzato da ritardi e minore capacità dell’Italia di intercettare la catena del valore, il valore aggiunto scenderebbe a circa 25 miliardi, il gettito a circa 11 miliardi e le ULA cumulative a circa 399 mila.
Ma sarebbe metodologicamente sbagliato sostenere che il taglio odierno di circa 40 milioni ai porti produca automaticamente 31 miliardi di valore aggiunto perduto. Quella differenza nasce dal confronto tra due scenari pluridecennali e incorpora tempi delle aste, quadro regolatorio e capacità industriale nazionale.
Il collegamento è un altro: anche la disponibilità delle infrastrutture portuali concorre a determinare quanta parte della catena del valore potrà effettivamente restare in Italia. Lo stesso studio individua nella logistica e nella portualità alcune delle attività economiche coinvolte nello sviluppo della filiera.
Ed è proprio il fattore tempo a preoccupare il settore. Lo scenario dello studio AERO mostra che un ritardo nell’attivazione delle aste, associato a maggiore incertezza regolatoria e a una minore capacità del sistema industriale italiano di intercettare la domanda, può ridurre sensibilmente le ricadute economiche e occupazionali.

Mamone Capria: «Siamo molto delusi»
La posizione più netta del mondo industriale arriva da Fulvio Mamone Capria, presidente di AERO – Associazione delle Energie Rinnovabili Offshore: «Siamo molto delusi da questo taglio economicamente insostenibile che il Mase ha comunicato alle due Autorità portuali di Taranto e Augusta. L’Italia rischia di essere tagliata fuori dalla logistica e dai cantieri per l’infrastrutturazione di galleggianti e l’assemblaggio delle torri dell’eolico marino d’altura. Lavoro ed economie che andranno in Francia e in Spagna se il Governo non restituisce al Paese la sua centralità nel Mediterraneo per lo sviluppo della filiera delle rinnovabili dal mare. Nei giorni scorsi abbiamo scritto una lettera alla Presidente del Consiglio e al Ministro dell’Economia per chiedere che nello scostamento di bilancio si finanzi lo sviluppo della portualità dedicata all’eolico offshore. Decine di progetti che porteranno miliardi di euro di investimenti e che favoriranno la transizione energetica devono essere una priorità nazionale, anche in considerazione degli esorbitanti per le famiglie e le imprese causati dalla forte dipendenza dal gas. Siamo ancora in tempo per non perdere un’occasione straordinaria di rilancio industriale e di sviluppo per il Mezzogiorno».
Francia e Spagna stanno già investendo nei porti
Il riferimento di AERO a Francia e Spagna non dimostra, da solo, che commesse italiane saranno necessariamente trasferite in quei Paesi. Ma il confronto evidenzia che la competizione per ospitare produzione, assemblaggio e logistica dell’offshore è già in corso.
A luglio 2026 il governo francese ha assegnato, attraverso France 2030, quasi 260 milioni di euro di aiuti ai progetti dei porti di Cherbourg, Brest, Nantes-Saint-Nazaire, Port-La-Nouvelle e Marseille-Fos specificamente per adeguare le infrastrutture alle esigenze dell’eolico flottante. Gli investimenti complessivi previsti dai porti sfiorano un miliardo di euro. L’obiettivo dichiarato dalla Francia è arrivare a quasi 6 GW flottanti in esercizio entro il 2040 e consentire ai propri porti di servire sia i parchi nazionali sia quelli internazionali.
La Spagna ha messo sul tavolo 212 milioni di euro con il programma PORT-EOLMAR per adeguare i porti statali allo sviluppo dell’eolico marino e delle altre rinnovabili offshore; 82 milioni erano stati preassegnati alla regione marina mediterranea nella configurazione della misura. Il programma lega inoltre gli interventi portuali a investimenti industriali destinati a rafforzare produzione e assemblaggio nazionali.
Le cifre non sono perfettamente sovrapponibili: programmi, opere finanziate e modalità di intervento sono differenti. Ma mostrano la scala della competizione. L’Italia aveva individuato 78,3 milioni per due hub prioritari; oggi la disponibilità comunicata è di 38,3 milioni, in attesa dell’eventuale reintegro.
È su questo terreno che la continuità delle decisioni pubbliche diventa una variabile industriale.

Taranto, 13,94 milioni e una riconversione che va oltre l’Ilva
La questione assume un peso particolare a Taranto, dove l’offshore viene considerato una delle possibili componenti della diversificazione economica di un territorio profondamente legato alla crisi e alla trasformazione della siderurgia.
Il porto avrebbe dovuto ricevere 28,5 milioni. La disponibilità scende oggi a 13,94 milioni.
Sul piano politico interviene Cosimo Borraccino, consigliere regionale della Puglia, che ha annunciato l’intenzione del Partito Democratico di portare la questione in Consiglio regionale.
Borraccino dichiara: «E’ un duro colpo quello inferto al Mezzogiorno e, nella fattispecie, ai due scali interessati dall’eolico offshore (Taranto e Augusta) a cui il MASE ha drasticamente decurtato i fondi. Un taglio netto che depotenzia in maniera strutturale investimenti cruciali per le due città del Mezzogiorno. Questa scelta è la plastica raffigurazione di come il governo nazionale, da quattro anni, tratta il Mezzogiorno. Da una dotazione finanziaria complessiva di 78 milioni di € si è scesi a 38 milioni di €, una cifra irrisoria se consideriamo l’entità degli interventi infrastrutturali di cui necessitavano le due aree portuali del Sud. A pagarne le spese è soprattutto Taranto che per il potenziamento delle infrastrutture non riceverà più 28,5 milioni di euro bensì 13,940 milioni di euro. Uno stanziamento che scende di oltre la metà rispetto a quello iniziale e che pare trovare giustificazione nei «tagli lineari subiti sui capitoli di spesa di questo ministero». È una scelta inopportuna, infatti agire così denota miopia politica. Non è concepibile continuare a colpire i fondi destinati al Mezzogiorno, penalizzando una comunità come quella di Taranto che non solo ha creduto fermamente nel rilancio del suo porto, anche grazie all’Eolico offshore ma soprattutto per le note vicende che riguardano l’acciaieria viene ulteriormente abbandonata dal suo destino dal governo nazionale. Come Consigliere regionale della Puglia esprimo il mio totale dissenso nei confronti di una misura che avrebbe potuto contribuire in modo sostanziale alla rinascita della provincia jonica. Infatti questo progetto rappresentava una leva fondamentale per: – il rilancio dell’economia dell’intera area; – l’incremento del traffico marittimo per la posizione strategica di Taranto che è crocevia del Mediterraneo; – la crescita del tasso occupazionale; – la creazione di nuove opportunità per gli operai che sono coinvolti nella crisi dell’ex Ilva. Porteremo, come Partito Democratico, il tema in discussione nel Consiglio Regionale della Puglia».
Brindisi non perde fondi diretti, ma è dentro la partita
Il caso di Brindisi richiede un’altra distinzione importante. Il porto brindisino non era tra i due beneficiari prioritari dei 78,3 milioni del decreto del 2025: le risorse erano destinate a Taranto e Augusta. Quindi Brindisi non subisce direttamente un dimezzamento di uno stanziamento che gli era già stato assegnato.
L’effetto può essere però industriale e di sistema.
Nelle acque dell’Adriatico meridionale è inoltre in corso il procedimento relativo a Kailia, progetto di parco eolico galleggiante da 900 MW e 60 aerogeneratori, localizzato nello specchio di mare antistante il territorio tra Brindisi e Lecce.
È quindi plausibile che la capacità dell’intero sistema portuale pugliese di sviluppare cantieristica, componentistica, servizi e logistica offshore incida sulla quota di investimento che potrà essere trattenuta sul territorio. Non significa che ogni progetto debba necessariamente utilizzare Brindisi o Taranto: queste scelte dipenderanno dalle caratteristiche tecniche e commerciali dei singoli impianti. Significa che senza infrastrutture competitive aumenta la probabilità che una parte delle lavorazioni venga acquistata altrove.

Cannalire: «Brindisi rischia di perdere lavoro e investimenti»
È questa la lettura proposta da Francesco Cannalire, segretario cittadino del Partito Democratico di Brindisi e consigliere comunale, nel comunicato diffuso il 23 settembre.
Cannalire dichiara: «È molto grave che il governo Meloni abbia dimezzato i fondi per i porti dell’eolico offshore, da 78 a 38 milioni di euro e secondo la stampa lo ha fatto per finanziare il taglio delle accise sui carburanti. In poche parole, si tolgono soldi all’energia pulita e all’industria di domani per tamponare il prezzo della benzina di oggi. Taranto, scelta come hub nazionale, scende da 28,5 a meno di 14 milioni e chi pensa che a Brindisi la cosa non riguardi si sbaglia di grosso. Davanti alla nostra costa è in valutazione Kailia, un parco eolico galleggiante da circa 900 megawatt. Da mesi sosteniamo che nel porto di Brindisi debba insediarsi la filiera industriale dell’eolico offshore, con la costruzione delle piattaforme galleggianti e dei componenti, perché ciò significa lavoro stabile e qualificato per una città che ha chiuso con il carbone e la chimica di base. Ma una filiera nasce solo se lo Stato investe nei porti e se il governo Meloni taglia perfino l’hub che aveva scelto, dice alle imprese che l’Italia non fa sul serio. E un investitore che non trova porti pronti costruisce le piattaforme altrove, magari all’estero, lasciando a noi solo la vista delle pale all’orizzonte. Per questo chiediamo al ministro Pichetto Fratin di ripristinare subito le risorse e al governo di inserire ufficialmente Brindisi nella strategia nazionale sull’eolico offshore, a partire dall’accordo di programma per la decarbonizzazione che il ministro Urso annuncia e non firma mai. E ci auguriamo che sul tema i parlamentari di Brindisi e Taranto dicano con chiarezza da che parte stanno. La transizione non si fa con gli annunci ma con risorse, banchine e lavoro e oggi, come sempre, il governo si tira indietro e Brindisi rischia di pagare il conto più salato».

Il vero test sarà il calendario
La vicenda dei fondi non consente ancora di stabilire che l’Italia abbia perso la partita dell’eolico offshore. E neppure che i circa 40 milioni rimossi dal quadro attuale siano definitivamente scomparsi: Pichetto ha assunto un impegno esplicito per il 2027 e il MASE ha collegato l’eventuale reintegro all’avanzamento dei cronoprogrammi.
Ma neppure la promessa di recuperare le risorse rende irrilevante quanto è accaduto.
L’eolico offshore è un’industria nella quale autorizzazioni, aste, porti, fabbriche e investimenti privati devono procedere con una sequenza coerente. Un ritardo su uno degli anelli può spostare decisioni di approvvigionamento e contratti verso sistemi industriali già pronti.
Francia e Spagna stanno investendo per costruire quei sistemi: la prima ha destinato quasi 260 milioni ai propri hub portuali per l’eolico flottante, la seconda 212 milioni attraverso PORT-EOLMAR.
Per l’Italia, dunque, il test non sarà soltanto verificare se nel bilancio 2027 ricompariranno i 38 milioni annunciati da Pichetto. Sarà capire se Taranto e Augusta potranno realizzare nei tempi necessari le opere per le quali erano stati scelti come hub nazionali e se, parallelamente, verrà costruita una strategia portuale capace di coinvolgere gli altri territori industriali del Mezzogiorno, Brindisi compresa.
Perché la dimensione decisiva dell’offshore non è soltanto quante pale saranno installate nel mare italiano. È dove saranno costruite le piattaforme, dove verranno assemblate le turbine, quali porti movimenteranno i componenti e quale Paese incasserà il valore industriale di quella filiera.




