Lo studio UniSalento misura l’effetto della perdita degli uliveti e indica le leccete come alleate per ricostruire i servizi ecosistemici
di Antonio Portolano
La scomparsa degli ulivi provocata dalla Xylella fastidiosa sta cambiando anche il microclima del Salento. Nelle aree dove gli uliveti sono stati colpiti e mostrano i sintomi dell’epidemia, tra il 2006 e il 2022 la temperatura della superficie terrestre è aumentata di 2,4 °C. Nelle leccete, invece, l’incremento si è fermato a circa 1 °C. Una differenza che trasforma la ricostruzione del paesaggio post-Xylella da questione soltanto agricola ed economica a problema ecologico e climatico.
A misurare il fenomeno è una ricerca dell’Università del Salento, coordinata dalla docente di Ecologia Irene Petrosillo e realizzata insieme a Erica Maria Lovello, Donatella Valente e Paula Foradori, quest’ultima dell’Universidad Nacional de Córdoba e del CONICET – National Scientific and Technical Research Council argentino. Lo studio, «How to recover the provision of ecosystem services after Xylella fastidiosa outbreak», è stato pubblicato il 10 agosto 2026 su Scientific Reports, rivista scientifica del gruppo Nature.
La conseguenza è rilevante: il Salento non ha perso soltanto milioni di alberi e uno dei segni più riconoscibili della propria identità. Con gli ulivi sono venute meno anche funzioni ambientali che contribuivano alla regolazione della temperatura, alla biodiversità e alla capacità del territorio di resistere alle pressioni climatiche.

Sedici anni di Salento osservati dai satelliti
Il gruppo di ricerca ha studiato il territorio del Comune di Nardò seguendone l’evoluzione dal 2006 al 2022 attraverso serie temporali di immagini satellitari.
Il confronto ha riguardato quattro differenti tipologie di copertura del territorio: uliveti asintomatici, uliveti sintomatici colpiti dalla Xylella fastidiosa, boschi di pino mediterraneo e leccete.
Due degli indicatori utilizzati consentono di comprendere il cuore della ricerca. Il primo è l’NDVI – Normalized Difference Vegetation Index, indice satellitare che permette di valutare caratteristiche e vitalità della copertura vegetale. Il secondo è la LST – Land Surface Temperature, la temperatura della superficie terrestre ricavata dai dati satellitari.
È quindi più corretto parlare di temperatura superficiale terrestre piuttosto che di una misurazione diretta della temperatura negli strati profondi del terreno.
Il risultato del confronto è netto. Tra il 2006 e il 2022 la temperatura superficiale è aumentata di circa 1 °C nelle leccete e negli uliveti asintomatici, di 1,5 °C nei boschi di pino mediterraneo e di 2,4 °C negli uliveti sintomatici.
Lo studio attribuisce almeno in parte proprio all’impatto della Xylella l’incremento osservato nelle aree maggiormente compromesse. La ricerca conferma inoltre una correlazione negativa tra temperatura superficiale e presenza di vegetazione: al diminuire della copertura vegetale e della sua vitalità cresce la temperatura della superficie terrestre.

Gli uliveti erano anche un’infrastruttura ecologica
Il dato dei 2,4 gradi assume un significato ancora maggiore se si considera quale funzione abbiano svolto per secoli gli uliveti nel Salento.
Non erano soltanto superfici destinate alla produzione agricola. La loro presenza contribuiva al mantenimento della biodiversità animale e vegetale, offrendo condizioni favorevoli all’erpetofauna, all’avifauna e agli insetti.
Gli uliveti esercitavano inoltre una funzione di stabilizzazione del paesaggio rurale pugliese, mitigando alcune delle pressioni prodotte dall’agricoltura intensiva e dall’urbanizzazione e svolgendo anche un ruolo come serbatoi di anidride carbonica.
La loro perdita determina quindi una riduzione dei cosiddetti servizi ecosistemici: quei benefici che gli ecosistemi assicurano al territorio e alla popolazione attraverso regolazione climatica, tutela della biodiversità, capacità di immagazzinare carbonio e mantenimento degli equilibri ambientali.
La Xylella, in questa prospettiva, non ha modificato soltanto l’immagine del Salento. Ha alterato il funzionamento ecologico di una parte consistente del suo paesaggio.
Le leccete possono raccogliere l’eredità degli ulivi
Da qui nasce la seconda parte della ricerca: capire quale tipo di copertura forestale possa contribuire maggiormente a ricostruire le funzioni perdute.
Il confronto tra pino mediterraneo e leccio assegna alle leccete un ruolo particolarmente interessante.
I dati indicano infatti che la lecceta riesce sostanzialmente a eguagliare gli uliveti asintomatici nel contenimento dell’aumento della temperatura superficiale, mantenendo l’incremento intorno a 1 °C nel periodo analizzato.
Il pino mediterraneo mostra a sua volta un’elevata copertura vegetale, ma l’aumento della temperatura registrato nello stesso arco temporale raggiunge 1,5 °C. Entrambe le tipologie forestali possono dunque contribuire alla stabilizzazione termica, mentre le indicazioni raccolte attribuiscono alle leccete un ruolo particolarmente significativo.
Questo non significa, però, immaginare semplicemente «foreste al posto degli ulivi». Lo stesso studio scientifico sottolinea che il confronto sulla migliore soluzione per il ripristino del paesaggio dopo la Xylella resta aperto e indica nella diversificazione del paesaggio una delle prospettive potenzialmente più efficaci.

Gli scenari di riforestazione fino al 2032
La ricerca non si ferma alla fotografia di ciò che è accaduto. A partire dai dati rilevati tra il 2006 e il 2022, il gruppo ha elaborato scenari di riforestazione post-Xylella per il periodo 2023-2032.
L’obiettivo è valutare come differenti coperture forestali possano contribuire a ripristinare il funzionamento ecologico del paesaggio salentino e ad aumentarne la capacità di risposta agli effetti del cambiamento climatico.
Sia i boschi di pino mediterraneo sia le leccete possono produrre effetti significativi sulla stabilizzazione della temperatura superficiale. Le seconde mostrano caratteristiche particolarmente interessanti proprio per la loro capacità di inserirsi negli ecosistemi mediterranei e svolgere funzioni confrontabili con quelle esercitate storicamente dagli uliveti.
Il quadro, tuttavia, non è privo di criticità. Anche numerose leccete sono oggi interessate da fenomeni di declino.
Il loro ruolo ecologico può però essere associato a quello degli altri querceti della macchia mediterranea, sistemi caratterizzati da elevata adattabilità alle temperature alte e alle condizioni di siccità e da una notevole capacità di resistere alla pressione degli incendi.
Non si tratta dunque di individuare una specie destinata automaticamente a sostituire l’olivo, ma di progettare un paesaggio più complesso, diversificato e resiliente.

Petrosillo: «Non un ritorno al passato, ma un progetto per il futuro»
È proprio questa la prospettiva indicata da Irene Petrosillo, docente di Ecologia al Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche e Ambientali dell’Università del Salento.
«La scomparsa degli uliveti non è soltanto una ferita paesaggistica ed economica: è la perdita di numerosi servizi ecosistemici, tra cui la capacità di regolare i picchi di temperatura che, per secoli, ha controllato il microclima del Salento. I nostri dati – commenta la professoressa Petrosillo – indicano che una riforestazione mirata può aiutare il territorio ad affrontare il cambiamento climatico. Per questo parliamo di scenari: non di un ritorno al passato, ma di un progetto per il futuro del nostro paesaggio».
Ed è probabilmente questo il passaggio che sposta più avanti il dibattito sul dopo-Xylella.
Per anni l’emergenza è stata raccontata soprattutto attraverso gli alberi disseccati, le aziende agricole colpite, la perdita della produzione e la trasformazione visiva delle campagne. La ricerca dell’Università del Salento aggiunge adesso una misura fisica a quella trasformazione: 2,4 gradi di aumento della temperatura superficiale nelle aree degli uliveti sintomatici.
Il problema diventa quindi capire non soltanto cosa piantare dopo la Xylella, ma quale paesaggio costruire.
Un paesaggio capace di recuperare biodiversità, stoccaggio del carbonio e regolazione climatica e, nello stesso tempo, di adattarsi a temperature più elevate, siccità e incendi.
La possibile eredità delle leccete sta soprattutto qui: non nel prendere semplicemente il posto degli ulivi, ma nel contribuire, insieme ad altre coperture vegetali, a ricostruire quel sistema di protezione ecologica che la grande trasformazione del Salento ha progressivamente indebolito.




