A Daegu il brindisino vince il lungo M55 con 6,22 metri. A 55 anni corona una carriera iniziata da ragazzo e costruita in decenni di atletica
di Antonio Portolano
Stefano Tarì è campione del mondo. Sei parole che a Brindisi valgono molto più dei 6,22 metri misurati sulla pedana di Daegu. Perché quel salto non comincia in Corea del Sud. Comincia ai tempi delle scuole medie, quando l’atletica entra nella sua vita, e attraversa poi decenni di allenamenti, gare, vittorie, sconfitte, partenze e ritorni. Passa soprattutto dalla pista di contrada Masseriola, a Brindisi, percorsa migliaia di volte prima di arrivare sul gradino più alto del mondo.
Il 24 agosto 2026, a 55 anni appena compiuti, quel lunghissimo percorso trova finalmente la sua misura più importante. Al terzo tentativo della finale del salto in lungo M55 ai Campionati Mondiali Master, Tarì atterra a 6,22 metri. Il britannico Joe Appiah si ferma a 6,12. Terzo il giapponese Kenji Matsubara.
Dieci centimetri separano l’oro dall’argento. Dietro quei dieci centimetri ci sono quasi cinquant’anni di sport.
Il salto da 6,22 metri che vale il Mondiale
La misura decisiva arriva al terzo turno. Tarì trova rincorsa, stacco e volo nel momento in cui servono davvero.
6,22 metri.
È sufficiente per portarlo davanti a tutti e consegnargli il titolo mondiale M55.
Nel salto in lungo pochi centimetri possono cambiare una carriera. Bisogna arrivare sulla tavoletta alla massima velocità senza oltrepassarla, trasformare la corsa in elevazione e controllare il corpo fino all’impatto con la sabbia. Un gesto che dura pochi secondi ma richiede anni per essere costruito.
A 55 anni c’è una difficoltà ulteriore: continuare a conservare velocità, elasticità e potenza esplosiva.
Stefano Tarì lo ha fatto così bene da diventare il migliore del mondo.

A 55 anni appena compiuti, il titolo che mancava
Stefano Tarì è nato il 7 agosto 1971. Ha compiuto 55 anni appena diciassette giorni prima della finale di Daegu, entrando nella categoria M55 praticamente alla vigilia dell’appuntamento iridato.
La stagione aveva già lasciato intuire ciò che poteva accadere.
A febbraio, a Parma, aveva saltato 6,05 metri indoor, stabilendo il primato italiano SM55. La stessa misura era stata poi eguagliata ad Ancona. A giugno, a Catania, era arrivato a 6,18 metri all’aperto.
Non erano risultati casuali. Erano le tappe di una preparazione costruita per arrivare al Mondiale nella migliore condizione possibile.
Daegu aggiunge anche una suggestione particolare. Nella città coreana Tarì era già salito sul podio mondiale nel 2017, conquistando il bronzo nel lungo M45 con 6,19 e l’argento nel triplo con 13,16.
Nove anni dopo è tornato nello stesso luogo.
Questa volta davanti non c’era nessuno.
Joe Appiah e quei due centimetri di Madrid
C’è un dettaglio che rende ancora più significativa la vittoria coreana.
Joe Appiah, secondo a Daegu, è uno degli avversari che Tarì ha incontrato più volte nelle grandi competizioni Master.
Agli Europei indoor di Madrid del 2018 il brindisino aveva saltato 6,31 metri. Sembrava una misura sufficiente per vincere, ma all’ultimo tentativo Appiah arrivò a 6,33.
Due centimetri tolsero allora l’oro a Tarì.
Otto anni dopo l’ordine si è invertito: 6,22 contro 6,12.
Ogni gara appartiene al proprio momento e parlare di rivincita sarebbe riduttivo. Ma nello sport alcune coincidenze raccontano bene la continuità di una carriera. L’atleta battuto per due centimetri nel 2018 è oggi campione del mondo davanti allo stesso avversario.
Nel mezzo ci sono otto anni durante i quali Tarì ha continuato semplicemente a fare ciò che aveva sempre fatto: allenarsi.
Dalle scuole medie alla pista di Masseriola
Per capire davvero questa medaglia bisogna tornare molto indietro.
La storia atletica di Stefano Tarì comincia ai tempi delle scuole medie. Da allora corsa, rincorse e salti diventano una presenza costante della sua vita.
A Brindisi il luogo simbolo di questa storia è la pista di contrada Masseriola. Per decenni Tarì si è allenato lì, quando non esistevano Mondiali da celebrare né fotografie di podi da condividere.
È la parte invisibile di ogni risultato importante.
Lo storico agonistico documenta la sua attività almeno dalla fine degli anni Novanta. Ha gareggiato per l’Atletica Sud Puglia Brindisi, quindi per il Cus Bari, L’Amico Taranto e Aden Molfetta. Dal 2009 è legato all’Amatori Atletica Acquaviva, società con la quale ha vissuto gran parte della straordinaria carriera Master.
Una misura racconta bene quanto sia lungo questo viaggio. Il 24 settembre 2005, proprio a Brindisi, Tarì saltò 7,34 metri.
Aveva 34 anni.
Oggi ne ha 55 ed è campione del mondo.

Master indoor in Polonia nell’aprile 2023 a Torun
Una carriera costruita sui grandi podi internazionali
L’oro di Daegu non è un exploit isolato. Arriva alla fine di una lunga sequenza di risultati internazionali.
Nel 2012, ai Mondiali Master indoor di Jyväskylä, Tarì conquistò l’argento M40 nel lungo con 6,44. Nel 2014 fu ancora argento mondiale indoor, a Budapest, con 6,55.
Poi arrivarono le due medaglie di Daegu 2017 e l’argento europeo di Madrid 2018.
A Tampere, nel 2022, conquistò il bronzo mondiale outdoor M50 nel lungo. Nel 2023, ai Mondiali indoor di Toruń, arrivò invece il primo titolo iridato della carriera, nel salto triplo, con 13,06 metri, oltre al bronzo nel lungo.
Quello stesso anno vinse l’Europeo outdoor M50 nel lungo a Pescara con 6,25 metri. Nel 2024 arrivò un altro titolo europeo indoor. Nel 2025, ai Mondiali indoor di Gainesville, negli Stati Uniti, fu ancora argento nel lungo con 6,27.
Mancava una cosa.
Il titolo mondiale proprio nella specialità che più di ogni altra accompagna la sua carriera.
Ora non manca più.
La dedica alla famiglia dopo l’oro
Subito dopo la vittoria, Tarì non ha parlato soltanto della gara.
Ha pensato alle persone che gli sono state accanto nei mesi di preparazione e in una vita trascorsa dentro lo sport.
«Volevo ringraziare tutti quelli che mi sono stati vicino, quelli che mi hanno sopportato in questi mesi di preparazione, quelli che mi hanno dato consigli giusti! A mia sorella, che ha pianto per due ore e che ancora continua! E poi alla mia mamma, che mi ha dato la forza di non mollare!! Grazie, grazie, grazie!!!».
Dentro queste parole c’è forse il significato più autentico della medaglia.
A 55 anni non si arriva a un Mondiale per inerzia. Continuare a competere a questi livelli significa organizzare la propria vita intorno agli allenamenti, accettare sacrifici, programmare il recupero e trovare ogni volta una ragione per ricominciare.
Il talento può portare lontano.
Per restarci così a lungo serve qualcosa di diverso.
Anche Romito porta Brindisi ai vertici mondiali
La giornata di Daegu ha regalato a Brindisi anche un altro risultato di rilievo.
Charles Mario Romito, portacolori della Folgore Brindisi 1946, ha conquistato il quarto posto nel salto con l’asta M45, sfiorando il podio mondiale.
Il suo programma non è ancora terminato: il 27 agosto sarà impegnato anche nel decathlon.
Due atleti brindisini nelle posizioni di vertice di un Campionato del mondo raccontano una tradizione sportiva che continua a produrre risultati anche lontano dai grandi riflettori.
Questa volta, però, la copertina appartiene inevitabilmente a Stefano Tarì.
Stefano Tarì, il sogno costruito salto dopo salto
Ci sono vittorie che arrivano all’inizio di una carriera e altre che hanno bisogno di una vita intera per assumere il loro significato.
Quella di Stefano Tarì appartiene alla seconda categoria.
Parte dalle scuole medie, attraversa la pista di Masseriola, supera i sette metri quando è ancora atleta assoluto, continua attraverso le categorie Master e arriva fino alla Corea del Sud.
Il 7 agosto ha compiuto 55 anni.
Diciassette giorni dopo ha preso la rincorsa su una pedana di Daegu e ha fatto ciò che fa da quando era ragazzo: ha corso verso una tavoletta e ha provato ad andare il più lontano possibile.
La sabbia ha segnato 6,22 metri.
Per la classifica bastano quelli.
Per raccontare quanto è stato lungo davvero quel salto, bisogna tornare fino alle scuole medie di un ragazzo brindisino che non ha mai smesso di allenarsi.




