Martedì 3 Novembre 2026

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Innovazione

Somnia, la maschera che studia il sonno degli astronauti

Al BEX di Rimini il CETMA ha presentato la tecnologia. De Cristofaro, De Prezzo e Alvisi raccontano il progetto e i suoi sviluppi

di Direttore responsabile

· 18 min di lettura

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SOMNIIA MONITOR realizzata grazie al lavoro dell'IIT, il Dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie dell’Università di Bologna, il Dipartimento di Ingegneria dell’Innovazione dell’Università del Salento e il CETMA_ Foto Umberto Raganato

Al BEX di Rimini il CETMA ha presentato la tecnologia. De Cristofaro, De Prezzo e Alvisi raccontano il progetto e i suoi sviluppi

BRINDISI – Ogni novanta minuti, fuori dagli oblò della Stazione Spaziale Internazionale, il Sole torna a sorgere. Nell’arco di una giornata gli astronauti assistono a circa sedici albe. Il corpo umano, però, continua ad avere bisogno di ciò che sulla Terra consideriamo naturale: dormire, recuperare energie, mantenere intatte attenzione e capacità decisionali. Come si protegge il riposo di chi vive a centinaia di chilometri dal nostro pianeta, in un ambiente dove il normale alternarsi del giorno e della notte sembra aver perso significato?

Una risposta arriva dalla ricerca italiana e porta anche la firma del CETMA (si apre in una nuova scheda) di Brindisi. Si chiama SOMNIIA MONITOR ed è una maschera intelligente, apparentemente simile a quelle utilizzate per dormire, ma capace di rilevare i parametri fisiologici dell’organismo e analizzare le diverse fasi del sonno attraverso sensori avanzati e algoritmi di intelligenza artificiale. Una tecnologia pensata per gli astronauti, con prospettive che si estendono alla medicina, alla telemedicina e alla prevenzione dei disturbi del riposo anche sulla Terra.

L’astronauta Walter Villadei con Giuseppe De Prezzo

A provarla è stato anche Walter Villadei, l’astronauta italiano dell’Aeronautica Militare (si apre in una nuova scheda) che ha raggiunto la Stazione Spaziale Internazionale. Un incontro significativo tra chi conosce direttamente le condizioni della vita in orbita e una tecnologia progettata per studiarne uno degli aspetti più delicati. La sperimentazione del dispositivo nello spazio, tuttavia, resta una prospettiva per future missioni.

Dietro questa maschera c’è un progetto finanziato dall’ASI (Agenzia Spaziale Italiana) (si apre in una nuova scheda), coordinato dall’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia) (si apre in una nuova scheda) attraverso il suo Centro per le Nanotecnologie Biomolecolari di Lecce (si apre in una nuova scheda), con il contributo dell’Università di Bologna (si apre in una nuova scheda), dell’Università del Salento (si apre in una nuova scheda) e del CETMA (Centro di Ricerche Europeo di Tecnologie, Design e Materiali) (si apre in una nuova scheda), che ha sede nella Cittadella della Ricerca di Brindisi.

Il risultato racconta una delle direzioni più affascinanti dell’innovazione contemporanea: progettare strumenti capaci di proteggere l’uomo nelle condizioni estreme dello spazio e, contemporaneamente, aprire nuove possibilità per migliorare la salute di chi resta sulla Terra.

Sarah De Cristofaro, perché dormire nello spazio è una sfida

A spiegare cosa si nasconde dietro questa tecnologia è Sarah De Cristofaro, dottoressa di ricerca (PhD) e ingegnera biomedica, specialista tecnica in dispositivi medici (Biomedical Engineer – Medical Devices Technical Specialist) del CETMA. Il suo racconto parte dal problema scientifico che ha reso necessaria la ricerca.

«Dormire nello spazio non è banale. A bordo della Stazione Spaziale Internazionale manca un ciclo naturale giorno-notte: la stazione completa un’orbita in circa novanta minuti e l’equipaggio vede sorgere il Sole circa sedici volte al giorno. A questo si aggiungono la microgravità, gli spazi confinati, il rumore degli impianti».

«Sono condizioni che possono alterare profondamente il riposo, con effetti diretti su attenzione, capacità decisionale e, in ultima analisi, sulla sicurezza della missione».

Il problema riguarda una delle funzioni biologiche fondamentali dell’essere umano. Un astronauta non deve soltanto riuscire ad addormentarsi: deve poter recuperare adeguatamente le proprie energie fisiche e cognitive, continuando a svolgere attività che richiedono concentrazione, lucidità e precisione.

Durante le missioni di lunga durata, comprendere che cosa accade all’organismo nelle ore di riposo diventa quindi essenziale. È proprio su questa esigenza che si concentra SOMNIIA MONITOR.

Sarah De Cristofaro, PhD, Biomedical Engineer – Medical Devices Technical Specialist CETMA

SOMNIIA MONITOR, la tecnologia che legge le fasi del sonno

L’aspetto esteriore della maschera non lascia immaginare la complessità tecnologica racchiusa al suo interno. Eppure, attraverso una combinazione di sensori, elettrodi ed elettronica miniaturizzata, il dispositivo riesce a raccogliere informazioni fisiologiche fondamentali per studiare il sonno.

Spiega Sarah De Cristofaro: «Da questa esigenza nasce SOMNIIA MONITOR, un progetto finanziato dall’Agenzia Spaziale Italiana e coordinato dal Centro per le Nanotecnologie Biomolecolari di Lecce dell’Istituto Italiano di Tecnologia, che ha portato alla realizzazione di una maschera intelligente capace di analizzare il sonno in modo accurato, semplice e non invasivo».

Il progetto nasce dunque dalla collaborazione tra diverse eccellenze scientifiche italiane, ciascuna impegnata su aspetti specifici della ricerca.

«Al dispositivo hanno lavorato, insieme all’IIT, il Dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie dell’Università di Bologna, il Dipartimento di Ingegneria dell’Innovazione dell’Università del Salento e il CETMA. L’obiettivo dell’ASI è duplice: sviluppare tecnologie utili alle missioni spaziali e renderle trasferibili nella vita di tutti i giorni».

Ma come funziona concretamente questa maschera?

Al suo interno trovano posto sistemi per monitorare la frequenza cardiaca, la respirazione, la temperatura corporea e i movimenti. Sono inoltre presenti elettrodi a secco, chiamati dry, ed elettrodi auricolari che consentono di acquisire segnali relativi all’attività cerebrale e cardiaca.

Tra le misurazioni rientrano quelle comunemente associate all’EEG (elettroencefalogramma), che registra l’attività elettrica del cervello, e all’ECG (elettrocardiogramma), che rileva l’attività elettrica del cuore.

Uno degli elementi più innovativi è rappresentato dai sensori piezoelettrici sviluppati dall’Istituto Italiano di Tecnologia. Si tratta di componenti capaci di trasformare piccolissime sollecitazioni meccaniche in segnali elettrici misurabili, permettendo di rilevare parametri fisiologici senza ricorrere a procedure invasive.

De Cristofaro approfondisce questo aspetto: «Un elemento distintivo è l’impiego di sensori piezoelettrici sviluppati dall’IIT, che consentono di rilevare respirazione, attività cardiaca e movimenti oculari senza procedure invasive, a tutto vantaggio del comfort e della miniaturizzazione».

È un passaggio determinante. Per monitorare il sonno, infatti, non basta acquisire una grande quantità di dati. Bisogna raccoglierli con continuità, senza che lo stesso dispositivo interferisca eccessivamente con il riposo della persona che lo indossa.

SOMNIIA MONITOR, la maschera

L’intelligenza artificiale riconosce le diverse fasi del sonno

La seconda componente fondamentale di SOMNIIA MONITOR è quella digitale. I segnali fisiologici acquisiti vengono elaborati attraverso algoritmi di intelligenza artificiale, con l’obiettivo di riconoscere le diverse fasi del sonno.

La tecnologia consente la cosiddetta stadiazione del sonno, cioè la classificazione dei differenti stati che si alternano durante il riposo: veglia, sonno leggero, sonno profondo e fase REM (Rapid Eye Movement), caratterizzata da rapidi movimenti oculari e da una particolare attività cerebrale.

Nel corso di una notte queste fasi si succedono secondo una struttura che fornisce informazioni importanti sulla qualità complessiva del riposo.

La capacità di riconoscerle automaticamente rappresenta uno dei principali obiettivi del progetto.

Come chiarisce Sarah De Cristofaro: «I dati raccolti vengono analizzati da algoritmi di intelligenza artificiale che consentono di eseguire automaticamente la stadiazione del sonno (veglia, sonno leggero, sonno profondo e REM) e restituiscono un quadro completo della qualità del riposo, anche in condizioni operative complesse come quelle spaziali».

La maschera, dunque, non si limita a rilevare se una persona stia dormendo. Il suo obiettivo è comprendere come sta dormendo, distinguendo le diverse fasi del riposo e fornendo informazioni utilizzabili per valutarne la qualità.

È questa capacità di coniugare acquisizione fisiologica ed elaborazione intelligente dei dati a rendere il progetto particolarmente interessante anche al di fuori del settore aerospaziale.

SOMNIIA MONITOR, la maschera e i sensori

Il ruolo del CETMA, trasformare la ricerca in un dispositivo indossabile

È nella progettazione fisica della maschera che emerge con particolare evidenza il contributo del CETMA di Brindisi.

La sfida non consisteva semplicemente nell’assemblare componenti elettronici. Occorreva trasformare un insieme complesso di sensori, elettrodi e circuiti in un oggetto compatto, leggero, ergonomico e sufficientemente confortevole da essere indossato durante un’intera notte.

Un equilibrio difficile, perché il posizionamento dei sensori influenza direttamente l’affidabilità delle misurazioni. Al tempo stesso, un dispositivo troppo ingombrante o scomodo rischierebbe di compromettere proprio il sonno che dovrebbe analizzare.

«Per il CETMA, il progetto è stato seguito dall’area New Product Development del dipartimento NED, che ha curato il design del prodotto e la realizzazione dei prototipi completi di hardware», spiega De Cristofaro.

Il riferimento è al dipartimento NED (New Technologies and Design, Nuove tecnologie e design), all’interno del quale operano competenze dedicate allo sviluppo di nuovi prodotti e all’integrazione tra progettazione e tecnologia.

La ricercatrice descrive la difficoltà affrontata: «Un lavoro che ha richiesto di tenere insieme due esigenze spesso in tensione: da un lato la necessità di ospitare in uno spazio ridotto sensori, elettrodi ed elettronica, dall’altro quella di realizzare un oggetto leggero e confortevole, da poter indossare per un’intera notte garantendo un’acquisizione dei segnali continua e di qualità».

Una questione che rivela quanto il design possa essere determinante anche nella ricerca biomedica.

«In un dispositivo di questo tipo il design non è un aspetto accessorio: vestibilità, comfort e corretto posizionamento dei sensori sul volto incidono direttamente sulla qualità dei segnali raccolti e, quindi, sull’affidabilità dell’analisi».

In altre parole, la forma della maschera non è stata progettata soltanto per adattarsi al volto umano. È parte integrante del funzionamento del dispositivo.

Ed è proprio questa integrazione tra elettronica, ergonomia e progettazione industriale a rappresentare uno degli aspetti più significativi del lavoro svolto a Brindisi.

Tre generazioni di prototipi per arrivare alla maschera finale

La realizzazione di SOMNIIA MONITOR non è stata il risultato di un’unica fase progettuale. Il dispositivo è stato progressivamente sviluppato attraverso tre generazioni successive di prototipi, con verifiche e miglioramenti che hanno riguardato sia il funzionamento tecnologico sia la vestibilità.

Un percorso di ricerca applicata che ha richiesto un continuo confronto tra competenze ingegneristiche, biomedicali e progettuali.

«La stretta collaborazione tra i partner di progetto ha dimostrato come l’incontro tra discipline e competenze diverse possa generare una vera innovazione, dando vita a un processo di progettazione e sperimentazione multidisciplinare», sottolinea Sarah De Cristofaro.

«Attraverso la realizzazione e il test di prototipi successivi, è stato possibile ottimizzare progressivamente il posizionamento di sensori ed elettrodi, migliorando la qualità dell’acquisizione dei segnali fisiologici e, parallelamente, perfezionare l’ergonomia, la vestibilità e il comfort della maschera».

Il lavoro ha consentito di arrivare a una versione finale caratterizzata da risultati incoraggianti sul piano dell’accettazione da parte degli utilizzatori.

«Un percorso di ricerca applicata che ha portato allo sviluppo di tre generazioni successive del dispositivo, culminando in una versione finale che ha registrato un elevato livello di accettazione da parte degli utenti, dimostrando come l’integrazione tra competenze tecnologiche, cliniche e progettuali possa tradursi in soluzioni innovative realmente orientate alle esigenze delle persone».

La presenza di Walter Villadei tra coloro che hanno provato la maschera aggiunge un elemento di interesse al percorso di sviluppo, senza confondere questa esperienza con una sperimentazione operativa già effettuata a bordo della Stazione Spaziale Internazionale.

La teca con SOMNIIA MONITOR

Dalle future missioni spaziali alla telemedicina

Uno degli aspetti più promettenti del progetto è la possibilità di utilizzare la maschera in contesti molto diversi.

Il primo è naturalmente quello delle missioni spaziali.

La ricerca punta a una possibile sperimentazione di SOMNIIA MONITOR a bordo della ISS (International Space Station, Stazione Spaziale Internazionale), dove sarebbe possibile verificare il comportamento del dispositivo nelle reali condizioni di microgravità.

Si tratta di una prospettiva futura, non di un utilizzo operativo già consolidato.

Il secondo scenario riguarda invece la medicina terrestre.

Una tecnologia capace di acquisire informazioni sul sonno attraverso un dispositivo indossabile, relativamente compatto e non invasivo, potrebbe aprire possibilità nel monitoraggio dei disturbi del riposo, nella telemedicina e in altri contesti sanitari.

De Cristofaro delinea entrambe le prospettive: «Nello spazio, sulla base delle precedenti sperimentazioni in orbita, SOMNIIA MONITOR si candida a essere testata a bordo della ISS in future missioni, in condizioni reali di microgravità, contribuendo allo studio del sonno degli astronauti e alla tutela della loro salute nelle missioni di lunga durata».

La prospettiva assume particolare rilevanza anche in relazione al programma Moon to Mars, che guarda alle future missioni di esplorazione lunare e marziana e rende sempre più centrale il problema della salute degli equipaggi.

Per quanto riguarda le applicazioni terrestri, la ricercatrice evidenzia che «la stessa tecnologia apre possibilità nella telemedicina e nella prevenzione dei disturbi del sonno sia in pazienti adulti che pediatrici».

Il passaggio dalla ricerca spaziale alla medicina quotidiana non è automatico e richiederà i necessari percorsi di sviluppo e validazione. Ma rappresenta uno degli orizzonti più interessanti di SOMNIIA MONITOR: una tecnologia concepita per condizioni estreme che potrebbe contribuire a migliorare la conoscenza del sonno anche negli ambienti ordinari.

SOMNIIA MONITOR al BEX di Rimini, lo spazio incontra la Terra

La maschera è stata tra le tecnologie protagoniste della partecipazione del CETMA alla prima edizione di BEX (Beyond Exploration Expo) (si apre in una nuova scheda), l’expo-conference organizzata da Italian Exhibition Group dal 23 al 25 settembre 2026, al Rimini Expo Centre.

La manifestazione, dedicata all’incontro tra economia dello spazio e industrie terrestri, ha riunito 147 brand, operatori e buyer provenienti da 16 Paesi, con 93 eventi tra conferenze, incontri e iniziative specialistiche.

Da sinistra Nicoletta Spisso, Giuseppe De Prezzo, Daniele Magrì, l’astronauta Walter Villadei, Marina Cucinelli, Piero Cirillo, Federica Bruno Stamerra, Dario Cardone

Il CETMA ha partecipato non soltanto come espositore, ma anche come Knowledge Partner, cioè partner scientifico e tecnologico, della Casa dell’Astronauta.

Questo percorso espositivo è stato concepito per raccontare le condizioni necessarie a vivere, lavorare, nutrirsi e mantenersi in salute in ambienti estremi, dalle stazioni orbitali alle possibili future basi lunari.

L’allestimento comprendeva quattro aree tematiche: The Human Factor, dedicata al fattore umano; The Wearable Habitat, incentrata sull’abitare e sulle tecnologie indossabili; The Mission Lab, dedicata alla ricerca in microgravità; e The Orbital Harvest, orientata al tema delle risorse e dei sistemi di produzione nello spazio. A queste si affiancava la Think Lounge, spazio destinato al confronto.

Il CETMA ha contribuito anche alla dimensione visiva del percorso, progettando gli sfondi delle grafiche circolari che accompagnavano i visitatori.

Proprio nell’area The Mission Lab è stata esposta SOMNIIA MONITOR, raccontata attraverso un case olografico capace di mostrarne gli elementi normalmente nascosti: sensori, segnali ed elaborazione dei dati.

Accanto alla maschera, il centro di ricerca brindisino ha presentato un’altra tecnologia particolarmente suggestiva, capace di trasportare virtualmente i visitatori a bordo della Stazione Spaziale Internazionale.

Giuseppe De Prezzo, il CETMA ci porta a bordo della Stazione Spaziale

Se la maschera permette di comprendere che cosa accade all’organismo durante il sonno in condizioni estreme, la seconda tecnologia sviluppata dal CETMA consente di esplorare gli ambienti in cui gli astronauti vivono e lavorano.

A raccontarla è Giuseppe De Prezzo, architetto, project manager e responsabile dell’unità dedicata a realtà virtuale, realtà aumentata e multimedia (Virtual, Augmented Reality & Multimedia Unit Manager) del CETMA.

Giuseppe De Prezzo è Architect – Project Manager – Virtual, Augmented Reality & Multimedia Unit Manager CETMA

L’esperienza è stata sviluppata dall’area Extended Technologies del dipartimento NED.

Il principio è semplice da raccontare, ma tecnologicamente complesso da realizzare: indossando un visore, il visitatore viene proiettato all’interno di una ricostruzione tridimensionale della Stazione Spaziale Internazionale.

Può percorrerne virtualmente i moduli, avvicinarsi alle apparecchiature, osservare gli strumenti utilizzati dagli astronauti e interagire con gli oggetti presenti a bordo per comprenderne il funzionamento.

L’esperienza prosegue oltre i confini della stazione, fino a simulare una passeggiata nello spazio, come avviene durante le attività extraveicolari.

Il visitatore può così sperimentare una sensazione di immersione in un ambiente che, nella realtà, rimane accessibile a pochissime persone.

La Stazione Spaziale Internazionale, abitata continuativamente dal novembre 2000, orbita intorno alla Terra a circa 400 chilometri di quota. È uno dei più importanti laboratori scientifici mai realizzati dall’uomo e un luogo straordinariamente complesso, progettato per operare in condizioni di microgravità.

La realtà virtuale consente di avvicinarsi a questo ambiente in un modo radicalmente diverso rispetto alla semplice osservazione di fotografie e filmati.

Non si tratta soltanto di vedere la stazione, ma di percepirne virtualmente le dimensioni, l’organizzazione degli spazi e il rapporto tra il corpo umano e gli ambienti progettati per la vita in orbita.

De Prezzo sintetizza efficacemente la filosofia del progetto: «La realtà virtuale ci permette di portare le persone in luoghi che non potrebbero mai visitare e di farglieli comprendere dall’interno».

L’astronauta Walter Villadei mentre usa la maschera ideata al Cetma con Giuseppe De Prezzo

La realtà virtuale non è un effetto speciale, ma conoscenza

La portata del progetto va oltre l’esperienza spettacolare.

La realtà virtuale rappresenta infatti una tecnologia che può essere utilizzata per comunicare contenuti scientifici, simulare ambienti complessi, progettare nuovi spazi e supportare percorsi formativi.

«Per noi l’Extended Reality non è un effetto speciale, ma un linguaggio per trasferire conoscenza: oggi la usiamo per raccontare la Stazione Spaziale Internazionale, domani può diventare uno strumento per la formazione, la progettazione e il supporto alle attività operative», spiega Giuseppe De Prezzo.

Il riferimento è alla Extended Reality (XR, realtà estesa), espressione che comprende tecnologie capaci di integrare o ricreare digitalmente ambienti ed esperienze, tra cui realtà virtuale e realtà aumentata.

L’esperienza proposta a Rimini aveva finalità divulgative e non di addestramento professionale. Tuttavia, si fondava su un principio particolarmente importante anche nella formazione: imparare attraverso l’interazione diretta con ciò che si osserva.

Le agenzie spaziali utilizzano da tempo la realtà virtuale per preparare gli astronauti a operazioni complesse, comprese le attività all’esterno delle stazioni orbitali. Sono situazioni nelle quali ogni movimento deve essere studiato e ripetuto con estrema precisione.

Per una dimostrazione aperta al pubblico, invece, le difficoltà sono differenti. Molti visitatori non hanno mai indossato un visore, il tempo a disposizione è limitato e la simulazione dei movimenti in assenza di gravità deve risultare credibile senza provocare disagio.

La ricerca deve quindi combinare realismo, facilità d’uso ed efficacia comunicativa.

È un approccio che il CETMA applica anche in settori apparentemente lontani dall’aerospazio, come la valorizzazione del patrimonio culturale. La realtà virtuale e aumentata permettono infatti di ricostruire luoghi scomparsi, esplorare spazi inaccessibili e rendere comprensibili ambienti complessi.

Dalla ricostruzione di un sito archeologico all’esplorazione virtuale della Stazione Spaziale Internazionale, il principio rimane lo stesso: utilizzare la tecnologia per ampliare le possibilità di conoscenza.

Nel settore spaziale, gli sviluppi potenziali comprendono la formazione degli equipaggi, la verifica in scala reale di moduli abitativi e laboratori prima della loro costruzione, il supporto alle procedure di manutenzione attraverso la realtà aumentata e la divulgazione scientifica.

È in questa capacità di trasformare la ricerca in strumenti utilizzabili che le competenze multidisciplinari del CETMA trovano una delle loro applicazioni più significative.

Il Direttore Generale del CETMA Marco Alvisi

Marco Alvisi, la ricerca spaziale e il valore strategico del CETMA

Dalla maschera intelligente alla realtà virtuale, i progetti presentati a Rimini raccontano una realtà scientifica che ha costruito nel tempo un patrimonio di competenze capace di spaziare dall’ingegneria dei materiali alle tecnologie digitali, dal design industriale alla ricerca applicata.

A tracciare il quadro complessivo è Marco Alvisi, direttore generale del CETMA.

«Lo spazio è da sempre il luogo in cui la tecnologia viene messa alla prova nelle condizioni più estreme. Ma è anche, sempre di più, un luogo da cui l’innovazione ritorna sulla Terra: materiali, sensori, sistemi di monitoraggio e strumenti digitali nati per le missioni trovano applicazione nell’industria, nella salute, nella mobilità».

Un’affermazione che restituisce il significato più profondo del lavoro svolto dal centro di ricerca brindisino: utilizzare le sfide tecnologiche più complesse come opportunità per sviluppare competenze e soluzioni trasferibili a molteplici settori.

Il CETMA è un’organizzazione di ricerca e tecnologia senza scopo di lucro, nata nel 1994 su iniziativa dell’ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) (si apre in una nuova scheda) per sostenere l’innovazione nel Mezzogiorno.

Con sede nella Cittadella della Ricerca di Brindisi, opera da oltre trent’anni nei campi della ricerca applicata, dello sviluppo sperimentale e del trasferimento tecnologico verso imprese e istituzioni.

La sua caratteristica distintiva è la capacità di integrare competenze che, frequentemente, appartengono ad ambiti professionali e scientifici differenti: ingegneria dei materiali, tecnologie digitali, design industriale, progettazione di prodotto, ergonomia e realtà estesa.

Come spiega Alvisi: «Da oltre trent’anni lavoriamo sulla ricerca applicata, sullo sviluppo sperimentale e sul trasferimento tecnologico verso imprese e istituzioni, integrando competenze che raramente convivono sotto lo stesso tetto: l’ingegneria dei materiali, le tecnologie digitali e l’Extended Reality, il design industriale».

Il CETMA coordina inoltre CETMA-DIHSME, hub europeo per la transizione digitale delle imprese di Puglia e Basilicata, appartenente alla rete degli European Digital Innovation Hub, i poli europei di innovazione digitale.

È anche nodo territoriale della Enterprise Europe Network, la rete europea che sostiene l’innovazione, la competitività e le opportunità di collaborazione internazionale delle imprese.

Una dimensione che conferma come il ruolo del centro di ricerca non si esaurisca nella realizzazione di singoli progetti, ma comprenda il collegamento tra ricerca scientifica, sistema produttivo e reti internazionali dell’innovazione.

Dall’aerospazio ai materiali avanzati, le competenze sviluppate a Brindisi

Il settore aerospaziale costituisce un campo particolarmente significativo per valorizzare l’integrazione delle competenze presenti nel CETMA.

Il centro ha infatti maturato esperienze nella ricerca sui materiali compositi termoplastici, sulle tecnologie di trasformazione e sui processi di giunzione destinati anche ad applicazioni aeronautiche.

Tra i risultati figurano la partecipazione a progetti del programma europeo Clean Sky 2, dedicato allo sviluppo di tecnologie innovative per l’aviazione, e la messa a punto di una tecnologia brevettata di saldatura a induzione per componenti strutturali di fusoliera.

Un patrimonio di conoscenze che si affianca alle attività sul design di prodotto, sulla sensoristica e sulle tecnologie immersive.

Alvisi evidenzia questa continuità: «Il settore aerospaziale è uno dei terreni in cui questa multidisciplinarità si esprime con maggiore continuità. Sul fronte dei materiali, abbiamo sviluppato competenze sui compositi termoplastici e sui relativi processi di trasformazione e giunzione, partecipando a progetti del programma europeo Clean Sky 2 per l’aeronautica e mettendo a punto una tecnologia brevettata di saldatura a induzione per componenti strutturali di fusoliera».

Poi sottolinea un’altra componente essenziale della ricerca: «Accanto ai materiali, il design di prodotto e l’ergonomia ci permettono di progettare oggetti e ambienti a misura di chi li usa, anche in condizioni estreme; le tecnologie immersive ci consentono di simulare, formare e comunicare».

È proprio l’unione di queste capacità a spiegare il contributo del CETMA a SOMNIIA MONITOR.

Da una parte la capacità di progettare un dispositivo ergonomico, integrando sistemi elettronici e sensori in uno spazio ridotto. Dall’altra le competenze digitali necessarie a rendere accessibili e comprensibili tecnologie complesse, come dimostrato dall’esperienza virtuale dedicata alla Stazione Spaziale Internazionale.

Due attività differenti, ma riconducibili a una visione comune della ricerca applicata.

Da sinistra Piero Cirillo, Dario Cardone, Federica Bruno Stamerra, Italo Spada, Daniele Magrì, Nicoletta Spisso, Marina Cucinelli, Giuseppe De Prezzo

Il futuro del CETMA, quando l’innovazione unisce spazio e Terra

Per Marco Alvisi, la partecipazione a BEX ha rappresentato proprio l’occasione per mostrare due manifestazioni concrete di questa impostazione scientifica.

«È questa convergenza il tema di BEX, ed è il motivo per cui il CETMA ha scelto di esserci non solo come espositore, ma come Knowledge Partner della Casa dell’Astronauta, il percorso che ha raccontato ai visitatori come si vive e si lavora in orbita».

Il direttore generale sintetizza quindi il significato dei progetti presentati a Rimini: «A BEX abbiamo voluto mostrare due facce di questo approccio, entrambe sviluppate all’interno del dipartimento NED – New Technologies and Design: un dispositivo nato dalla ricerca spaziale e pensato anche per l’uso sulla Terra, e un’esperienza immersiva che porta il pubblico a bordo della Stazione Spaziale Internazionale».

E aggiunge una considerazione che racchiude il valore dell’intero percorso: «Due modi diversi di dire la stessa cosa: l’innovazione funziona quando discipline diverse lavorano insieme e quando i risultati della ricerca diventano comprensibili, condivisibili e utilizzabili».

La storia di SOMNIIA MONITOR rappresenta una dimostrazione concreta di questa filosofia.

Una maschera progettata per comprendere il sonno degli astronauti diventa il punto d’incontro tra medicina, ingegneria, elettronica, design e intelligenza artificiale. Un’esperienza di realtà virtuale rende accessibile uno dei luoghi più difficili da raggiungere per l’essere umano. E un centro di ricerca nato a Brindisi contribuisce a entrambe le sfide, partecipando a collaborazioni scientifiche di rilievo nazionale.

Da un lato resta l’obiettivo di una futura sperimentazione della maschera nello spazio, dove il monitoraggio del sonno potrà contribuire alla tutela degli equipaggi impegnati in missioni sempre più impegnative. Dall’altro si apre la prospettiva di applicazioni terrestri che potrebbero portare questa tecnologia negli strumenti per la salute e la prevenzione.

È forse questo il significato più affascinante della ricerca sviluppata anche nei laboratori del CETMA: studiare come dorme un astronauta a centinaia di chilometri dalla Terra per arrivare, un giorno, a comprendere meglio anche il sonno di ciascuno di noi.

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