L’Isola che non c’è, il Premio per la Pace 2026

Il premio L'isola che non c'è realizzato dal maestro Cosimo Giuliano

A Bari la prima edizione. Dai bambini di Gaza alle missioni internazionali, la storia di un impegno civile diventato azione istituzionale

di Antonio Portolano

BARI – Il 6 settembre, al Nicolaus Hotel di Bari, il Premio «L’Isola che non c’è per la Pace 2026» riunirà nello stesso riconoscimento una rettrice, una sindaca, un medico genetista, due economisti, un ambasciatore alle Nazioni Unite, un ex prefetto, una religiosa legata alla storia di Sarajevo e, soprattutto, i bambini di Gaza, rappresentati dagli autori dei disegni esposti nel Museo della Pace.

È la prima edizione di un riconoscimento che l’associazione culturale «L’Isola che non c’è» vuole trasformare in un appuntamento stabile per rendere omaggio a personalità nazionali e internazionali distintesi, nei rispettivi campi, per competenza, responsabilità e contributo alla crescita della comunità.

Ma raccontare soltanto chi riceverà il Premio restituirebbe una fotografia incompleta. Dietro la cerimonia di Bari c’è infatti un percorso costruito in oltre quindici anni attraverso campagne civili, iniziative sociali, battaglie per il Mezzogiorno, progetti umanitari e missioni internazionali che hanno collegato la Puglia a Kiev, Mosca, Gerusalemme, Sarajevo, Vaticano, Camera dei deputati e Nazioni Unite.

E c’è soprattutto una traiettoria che negli ultimi anni è diventata sempre più concreta: dalla candidatura dei bambini di Gaza al Premio Nobel per la Pace all’Appello per Gaza, fino alla mozione approvata all’unanimità dal Consiglio regionale della Puglia il 7 luglio 2026 e successivamente trasmessa ai vertici del Governo e del Parlamento, alla Rappresentanza permanente italiana presso l’Onu e alla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome.

L’Isola che non c’è Premio per la Pace 2026, locandina

I premiati: dall’università alle Nazioni Unite

La composizione della prima edizione racconta già la filosofia del Premio: mettere insieme mondi differenti, accomunati dal valore attribuito alla responsabilità pubblica e sociale.

Tra i premiati c’è Maria Antonietta Aiello, rettrice dell’Università del Salento.

C’è Giovanna Bruno, sindaca di Andria.

C’è Mattia Gentile, medico genetista e ricercatore, direttore dell’Unità di Genetica medica dell’Ospedale Di Venere di Bari.

Accanto a loro figurano Adriano Giannola, presidente della Svimez, ed Enrico Giovannini, economista, già ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili e direttore scientifico dell’ASviS.

Il versante istituzionale comprende Giorgio Marrapodi, ambasciatore e capo della Rappresentanza permanente d’Italia presso le Nazioni Unite a New York, e Francesco Russo, già prefetto di Bari.

Tra i premiati figura inoltre suor Ana Marija Kesten, già Madre provinciale dell’Ordine del Bambino Gesù di Sarajevo.

Infine ci sono loro: i bambini di Gaza.

Saranno simbolicamente rappresentati dagli autori dei disegni esposti nel Museo della Pace de «L’Isola che non c’è». È proprio questa presenza a dare al riconoscimento una dimensione che supera quella tradizionale di un premio attribuito a personalità per una carriera o per un risultato professionale.

L’elenco, secondo quanto comunicato dagli organizzatori, resta in aggiornamento.

I disegni dei bambini di Gaza diventano testimonianza

I bambini di Gaza non entrano nel Premio attraverso una formula generica.

A rappresentarli sono gli autori dei disegni provenienti dalla Striscia e raccolti all’interno del progetto del Museo della Pace. Opere nelle quali case, famiglie, bandiere, paure, distruzioni e desideri diventano il racconto diretto di un’infanzia costretta a misurarsi con la guerra.

La scelta lega idealmente il Premio alla candidatura dei bambini di Gaza al Nobel e, più in generale, al tentativo portato avanti dall’associazione di sottrarre l’infanzia alla dimensione impersonale delle statistiche.

Dietro ogni numero ci sono nomi, volti, famiglie e vite.

È il messaggio che attraversa molte delle iniziative organizzate negli ultimi anni e che arriva fino al riconoscimento di Bari.

L’Isola che non c’è Premio per la Pace 2026, footer

Nessuno sponsor e un’opera legata alle missioni di pace

Anche la forma scelta per il Premio contiene un messaggio preciso.

Nella comunicazione dell’iniziativa non compaiono sponsor né marchi commerciali. L’Isola che non c’è rivendica questa assenza come una scelta di libertà e indipendenza, ringraziando la proprietà del Nicolaus Hotel per l’ospitalità e la disponibilità ad accogliere la cerimonia.

Il riconoscimento consiste in un’opera originale in ceramica realizzata e donata dall’artista Cosimo Giuliano.

Non è un dettaglio.

Lo stesso artista ha accompagnato con le proprie opere le missioni di pace dell’associazione a Kiev, Mosca e Gerusalemme. La ceramica consegnata a Bari diventa così la prosecuzione simbolica di quelle esperienze.

Il Comitato scientifico del Premio

A costruire il riconoscimento è un Comitato scientifico che riunisce università, medicina, giornalismo, istituzioni, cultura, impresa e mondo religioso.

Ne fanno parte Filippo Anelli, presidente della FNOMCeO; Carlo Bartoli, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti; Maria Lucia Carone, componente del direttivo dell’associazione; Franco Chiarello, professore ordinario dell’Università di Bari e componente del Comitato scientifico dell’associazione; Maurizio De Nuccio, già direttore generale dell’ASL Brindisi; Giacomo Di Castelnuovo, consigliere di amministrazione di Ferrotramviaria S.p.A.; Tiziano Fattizzo, presidente dell’associazione.

E ancora Umberto Fratino, rettore del Politecnico di Bari; Marco Franchini, manager aeroportuale e amministratore pubblico; Loreto Gesualdo, presidente della FISM; Franco Giuliano, presidente onorario dell’associazione; Massimiliano Marianelli, rettore dell’Università degli Studi di Perugia; Michele Partipilo, giornalista e saggista; Maurizio Raeli, delegato del Governo italiano presso il CIHEAM; Maria Rendina, dirigente medico e componente del Comitato scientifico dell’associazione; monsignor Filippo Santoro, arcivescovo emerito; Antonio Zunno, soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per Lecce.

La composizione non segue una categoria professionale. Riflette piuttosto il metodo con cui «L’Isola che non c’è» ha costruito negli anni le proprie campagne: mettere intorno allo stesso tema competenze e sensibilità differenti.

L’Isola che non c’è Premio per la Pace 2026, Maria Antonietta Aiello

Il Premio viene da lontano

Per capire davvero come nasce il Premio «L’Isola che non c’è per la Pace» bisogna allora tornare indietro.

L’associazione non nasce infatti come organizzazione specializzata esclusivamente sui conflitti internazionali.

Nel corso degli anni ha portato avanti iniziative su ambiente, sanità, infrastrutture, diritti, Mezzogiorno e solidarietà, utilizzando spesso lo stesso metodo: individuare un problema, costruire una rete di personalità, coinvolgere istituzioni e università e tentare di trasformare una sensibilizzazione in un risultato concreto.

La battaglia contro la plastica

Uno dei primi grandi fronti di mobilitazione è quello ambientale.

Con la campagna #Noallaplastica e con l’iniziativa «Puglia mai regione di plastica», l’associazione promuove un impegno contro l’utilizzo della plastica non biodegradabile e tenta di costruire una rete capace di coinvolgere università, istituzioni e Paesi del Mediterraneo.

Anche Al Bano Carrisi presta il proprio volto alla campagna.

È già visibile un elemento che ritornerà successivamente: non fermarsi alla denuncia, ma provare a mettere insieme notorietà, competenza scientifica e responsabilità istituzionale.

La lunga battaglia per l’Alta Velocità al Sud

Un altro fronte, molto diverso, riguarda il divario infrastrutturale.

Con la campagna per l’Alta Velocità lungo la dorsale adriatica, «L’Isola che non c’è» porta per anni all’attenzione del dibattito pubblico il ritardo ferroviario del Mezzogiorno.

Presidenti di Regione, Governo, Ministero delle Infrastrutture, Consiglio regionale, Rete Ferroviaria Italiana e Autorità di regolazione dei trasporti diventano interlocutori di una mobilitazione che chiede tempi di percorrenza competitivi e un riequilibrio infrastrutturale tra Nord e Sud.

Nel 2021 una delegazione composta da Angela Stefania Bergantino, docente di Economia dei Trasporti all’Università di Bari, Teresa Caradonna, allora presidente del Comitato Piccola Industria di Confindustria, e Franco Giuliano incontra l’allora viceministra delle Infrastrutture Teresa Bellanova.

Il confronto riguarda il progetto di fattibilità dell’Alta Velocità, la riduzione dei pedaggi e il raddoppio della Termoli-Lesina.

La battaglia continua.

Nel dicembre 2023 l’amministratore delegato di Rete Ferroviaria Italiana Gianpiero Strisciuglio incontra una delegazione nella quale figurano, tra gli altri, Filippo Santoro, Fiorenza Pascazio, Gianfranco Viesti, Michele Marone, Filippo Anelli e Franco Giuliano.

Rfi conferma in quella sede lo studio di diverse alternative progettuali per una nuova infrastruttura ad Alta Velocità sulla direttrice adriatica.

L’Isola che non c’è Premio per la Pace 2026, Giovanna Bruno

Il Covid e la difesa degli operatori sanitari

Nel 2020 l’emergenza sanitaria apre un altro capitolo.

Nel momento più difficile della pandemia l’associazione lancia la campagna «Armiamo i nostri angeli al fronte», chiedendo tamponi e maggiore protezione per medici, infermieri e operatori sanitari pugliesi.

Viene annunciata anche la disponibilità a destinare fondi provenienti dal tesseramento a sostegno della mobilitazione.

Sono temi lontanissimi dalla guerra e dalla diplomazia, ma il metodo è già quello che caratterizzerà le campagne successive: partire da una necessità concreta, sensibilizzare l’opinione pubblica e provare a coinvolgere chi ha il potere di intervenire.

Kiev 2023: nasce «Tasselli di pace»

È nel 2023 che la pace internazionale diventa uno degli assi centrali dell’attività dell’associazione.

Il 26 aprile una delegazione raggiunge Kiev.

Ne fanno parte l’allora arcivescovo di Taranto Filippo Santoro, il presidente della FISM Loreto Gesualdo e Franco Giuliano.

Nella capitale ucraina viene consegnato un bassorilievo dedicato a San Michele Arcangelo, patrono della città, realizzato dall’artista Cosimo Giuliano.

La delegazione incontra anche l’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk.

È il primo capitolo di «Tasselli di pace».

L’obiettivo non è naturalmente quello di attribuire a una realtà associativa un ruolo diplomatico che appartiene agli Stati. È piuttosto quello di utilizzare arte, relazioni, testimonianza e dialogo religioso come strumenti di diplomazia civile.

Dopo Kiev, Mosca

Pochi mesi dopo arriva il passaggio più difficile.

Andare anche a Mosca.

Nel luglio 2023 Filippo Santoro, Franco Giuliano e Loreto Gesualdo partono per la capitale russa con «Tasselli di pace 2».

Questa volta le opere di Cosimo Giuliano sono dedicate a San Nicola.

La missione viene concepita come prosecuzione di quella realizzata in Ucraina: tentare di mantenere aperto un linguaggio di dialogo anche quando la politica internazionale e la guerra rendono ogni relazione più complessa.

Kiev e Mosca diventano così i primi due poli di un percorso internazionale che successivamente arriverà in Terra Santa.

L’Isola che non c’è Premio per la Pace 2026, Mattia Gentile

Gerusalemme e il Medaglione della Pace

La terza grande missione richiede più tempo.

Il progetto per la Terra Santa viene preparato già nel 2024, ma l’aggravarsi della situazione costringe l’associazione a rinviare il viaggio.

La missione viene realizzata dal 31 marzo al 5 aprile 2025.

La delegazione è composta da Filippo Santoro, Al Bano Carrisi e Franco Giuliano.

Prima della partenza l’iniziativa viene presentata a Brindisi, in Prefettura, alla presenza del prefetto Luigi Carnevale.

A Gerusalemme la delegazione incontra il patriarca latino, cardinale Pierbattista Pizzaballa, al quale viene consegnato il Medaglione della Pace precedentemente benedetto da Papa Francesco in Vaticano.

Kiev, Mosca e Gerusalemme diventano così tre luoghi simbolici dello stesso tentativo: mettere insieme arte, religioni e società civile per tenere aperto il tema della pace.

I bambini di Gaza candidati al Nobel

Con Gaza il percorso cambia dimensione.

Nel 2025 L’Isola che non c’è promuove la candidatura dei bambini di Gaza al Premio Nobel per la Pace 2026.

L’idea sposta deliberatamente l’attenzione dalla geopolitica alle vittime più indifese del conflitto.

La proposta raccoglie centinaia di adesioni tra personalità del mondo universitario, culturale, sanitario, politico, economico e istituzionale e riceve anche il sostegno del mondo accademico pugliese.

Il 31 luglio 2025 la candidatura arriva alla Camera dei deputati.

A introdurre l’iniziativa è il vicepresidente della Camera Sergio Costa.

Partecipano, tra gli altri, l’allora presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, la rettrice dell’Università del Salento Maria Antonietta Aiello, Al Bano Carrisi, Pierangelo Argentieri, Carmelo Grassi, Mimmo Mazza, Antonio Sanguedolce, Aldo Patruno e Paolo Ponzio.

A moderare l’incontro è Franco Giuliano.

La campagna uscita dalla Puglia entra così formalmente in uno dei luoghi centrali delle istituzioni repubblicane.

L’Isola che non c’è Premio per la Pace 2026, Adriano Giannola

La candidatura arriva da Matteo Zuppi

Il 10 settembre 2025 arriva un’altra tappa.

Una delegazione dell’associazione viene ricevuta dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana.

Ne fanno parte Franco Giuliano, Filippo Anelli, Pierangelo Argentieri e Franco Chiarello.

A Zuppi viene illustrato il percorso compiuto dall’associazione e, in particolare, la proposta di candidatura dei bambini di Gaza al Nobel.

La mobilitazione, intanto, esce dai convegni e dagli incontri istituzionali.

Gli striscioni della campagna vengono esposti su edifici pubblici e sanitari. Vengono coinvolti medici, infermieri, tecnici e personale amministrativo. Il messaggio raggiunge città, ospedali e amministrazioni.

La questione internazionale viene così riportata nella dimensione quotidiana delle comunità pugliesi.

Il Museo della Pace dà una casa alla memoria

Il passaggio successivo è il Museo della Pace.

Il progetto viene presentato il 29 aprile 2026 alla Camera dei deputati con il coinvolgimento del vicepresidente Sergio Costa.

È proprio Costa, durante la presentazione, a indicare Franco Giuliano come la «scintilla» dell’iniziativa.

Il Museo nasce con l’ambizione di raccogliere opere, testimonianze e contributi provenienti da artisti, bambini, istituzioni e territori attraversati dai conflitti.

Successivamente il progetto trova una delle proprie espressioni più forti nei disegni dei bambini di Gaza.

È il passaggio dalla missione alla memoria.

Non soltanto andare nei luoghi della guerra, dunque, ma conservare e mostrare ciò che quelle guerre producono nelle vite delle persone.

L’Appello per Gaza porta la mobilitazione dentro le istituzioni

Nella primavera del 2026 la situazione umanitaria nella Striscia spinge l’associazione a compiere un nuovo salto.

Nasce l’«Appello per Gaza».

Il destinatario principale è il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro, al quale viene chiesto di assumere un’iniziativa istituzionale, portare la questione nel Consiglio regionale della Puglia e successivamente nel confronto tra Governo e Regioni.

Alla presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni viene chiesto un intervento del Governo italiano per favorire l’accesso agli aiuti umanitari, il rispetto del diritto internazionale e la tutela della popolazione civile, a cominciare dai bambini.

Alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen viene chiesto invece di favorire una posizione comune europea per l’apertura di corridoi umanitari e la protezione dei diritti fondamentali.

Il passaggio centrale dell’appello è una domanda:

«Se non ora, quando?».

La differenza rispetto a una semplice dichiarazione di solidarietà è evidente.

L’appello indica un percorso istituzionale preciso.

Ed è esattamente ciò che accadrà.

L’Isola che non c’è Premio per la Pace 2026, Enrico Giovannini

Oltre cento firme da mondi diversi

Ad accompagnare l’appello c’è una rete amplissima.

I firmatari sono Pino Aprile, Teresa Bellanova, Franco Chiarello, Paolo Ponzio, Maria Trojano, Salvatore Cuzzocrea, Domenico Conte, Rosella Santoro, Carmelo Grassi, Giuseppe Pirlo, Riccardo Figliolia, Mimmo Mazza, Ugo Patroni Griffi, Maddalena Tulanti, Giacomo Adda, Aldo Patruno, Antonio Vasile, Alfonso Pisicchio, Bernardo Notarangelo, Gero Grassi, Francesca Portincasa, Maurizio De Nuccio, Sergio Fontana, Sergio Costa, Gaetano Frulli, Gianfranco Viesti, Nunzio Angiola, Davide Carlucci, Filippo Santoro, Ciccio Savino, Maria Laterza, Vincenzo Marzi, Emanuele Di Palma, Francesco Saponaro, Stefano Bronzini, Francesco Tavernese, Massimiliano Marianelli, Luciano Santoro, Maurizio Raeli, Luigi Barone, Oscar Farinetti, Michele Battaglia, Nicola Quaranta, Maurizio Gentile, Marco Alvisi, Giuseppe Macchia, Carlo Bartoli, Michele Partipilo, Antonio Tresca, Sergio Camporeale, Stefano Boeri, Francesco Maldarizzi, Toni Matarrelli, Giuseppe Lovascio, Alberto Costantiello, Gianni Stea, Angelo Pomes, Luigi Vitali, Francesco De Carlo, Antonello Garzoni, Enrico Giovannini, Giuseppe De Tomaso, Pino Gesmundo, Vitangelo Dattoli, Maria Rendina, Antonio Sanguedolce, Sergio Magarelli, Gianfranco Mazzoccoli, Fabio Pollice, Carmela Ventrella, Antonio Felice Uricchio, Onofrio Introna, Giuseppe D’Urso, Michele Saccomanno, Michele Laforgia, Loreto Gesualdo, Vito Montanaro, Fabrizio Fitto, Al Bano Carrisi, Nicola Tattoli, Carlo Bollino, Francesca Viggiano, Nichi Vendola, Pompeo Molfetta, Cristian Casili, Michele Ottomanelli, padre Ibrahim Faltas, Roberto Cetera, Marco Franchini, Nabil Bey Salameh, Alessandro Dell’Erba, Maria Lucia Carone, Fabio Giuliani, Marc Innaro, Annamaria Ferretti, Lino Patruno, Michele Emiliano, Andrea Prencipe, Giuseppe Satriano, Nicolò Carnimeo, Oscar Iarussi, Vincenzo Magistà, Nazzareno Carusi, Vincenzo Boccia, Silvio Tafuri, Maurizio Oliviero, Pierangelo Argentieri, Simonetta Dellomonaco, Antonio Pasca, Michele Ruta, Antonella Laricchia, Antonio Conte, Massimo Bianco, Maria Antonietta Aiello, Salvatore Rizzello, Aurelia Maria Miccolis, Antonello Denuzzo e Franco Giuliano.

L’elenco non è un elemento ornamentale della campagna.

Dentro ci sono sensibilità politiche differenti, amministratori, giornalisti, economisti, docenti universitari, imprenditori, medici, rappresentanti religiosi e protagonisti della società civile.

È proprio questa trasversalità a preparare il passaggio successivo.

7 luglio 2026: il Consiglio regionale vota all’unanimità

Il salto dalla società civile alle istituzioni avviene il 7 luglio 2026.

Il Consiglio regionale della Puglia approva all’unanimità dei presenti la mozione «Crisi umanitaria nella Striscia di Gaza. Appello per un intervento concreto a livello statale».

È il risultato politicamente più significativo dell’intero percorso.

Maggioranza e opposizione convergono sulla necessità di chiedere un intervento per l’accesso agli aiuti umanitari e la protezione della popolazione civile.

La mozione richiama espressamente anche l’iniziativa promossa da L’Isola che non c’è per la candidatura dei bambini di Gaza al Premio Nobel per la Pace e ricorda il sostegno espresso dalla Regione alla campagna.

L’Isola che non c’è Premio per la Pace 2026, Giorgio Marrapodi

Cosa chiede la mozione della Puglia

Il Consiglio regionale impegna il presidente della Regione a sollecitare presso il Governo nazionale un’azione coordinata e concreta, anche in sede europea, affinché venga garantito un maggiore e immediato accesso agli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza.

Chiede inoltre il rispetto del diritto internazionale umanitario e la tutela della popolazione civile, con una particolare attenzione ai minori, ai feriti, ai malati, al personale sanitario, umanitario e agli operatori presenti nell’area.

C’è poi un secondo impegno particolarmente importante: portare l’iniziativa nella Conferenza Stato-Regioni per provare a costruire una posizione condivisa delle Regioni italiane.

Infine la mozione prevede la trasmissione del documento al presidente del Consiglio dei ministri, al ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, ai presidenti del Senato e della Camera e alla Rappresentanza permanente d’Italia presso le Nazioni Unite.

La richiesta civile è diventata un atto istituzionale.

31 agosto: la mozione arriva ai vertici dello Stato

Il 31 agosto 2026 il presidente Antonio Decaro dà seguito alla decisione del Consiglio regionale.

La mozione viene trasmessa alla presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni e al ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Antonio Tajani.

Il documento arriva anche al presidente del Senato Ignazio La Russa e al presidente della Camera dei deputati Lorenzo Fontana.

La trasmissione interessa inoltre la Rappresentanza permanente d’Italia presso le Nazioni Unite, guidata dall’ambasciatore Giorgio Marrapodi.

Ed è qui che il percorso del Premio e quello della mobilitazione istituzionale tornano a incontrarsi: Marrapodi è infatti anche tra i premiati della prima edizione del 2026.

L’Isola che non c’è Premio per la Pace 2026, Francesco Russo

1° settembre: la richiesta coinvolge le Regioni italiane

Il percorso viene completato il 1° settembre 2026.

Antonio Decaro scrive a Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, e per conoscenza alla segretaria generale Alessia Grillo.

L’oggetto della comunicazione è esplicito: costruire un’iniziativa congiunta delle Regioni per sollecitare il Governo ad attivarsi affinché venga pienamente assicurata la protezione della popolazione civile nella Striscia di Gaza.

Decaro ricorda che la mozione è stata già trasmessa al Governo, al Parlamento e alla Rappresentanza italiana presso le Nazioni Unite e chiede a Fedriga di condividere in sede di Conferenza delle Regioni l’opportunità di una sollecitazione comune.

Il percorso nato dalla società civile raggiunge così un altro livello istituzionale.

Franco Giuliano, il filo che attraversa tutte le campagne

Dentro quasi tutte queste tappe ricorre un nome: Franco Giuliano.

Giuliano è innanzitutto un giornalista professionista.

Ha lavorato per molti anni alla Gazzetta del Mezzogiorno, ricoprendo anche incarichi di responsabilità e occupandosi, nel corso della propria attività, di cronaca, territorio, Mezzogiorno e campagne civili.

Durante la guerra nei Balcani è stato a Sarajevo. Da quell’esperienza è nato un rapporto mai davvero interrotto con quella città e, soprattutto, con il tema dei bambini vittime dei conflitti.

A distanza di trent’anni quella memoria è tornata nel progetto e nel volume «Sarajevo. Dalla guerra alla pace. Trenta anni dopo», che recupera storie, testimonianze e legami costruiti durante gli anni della guerra.

Giuliano ha svolto anche funzioni consolari e la dimensione internazionale è diventata nel tempo una parte importante del suo percorso pubblico.

È fondatore e presidente onorario de «L’Isola che non c’è».

Ma per comprendere il suo ruolo dentro questa storia non basta elencare gli incarichi.

Bisogna guardare alle campagne.

L’Isola che non c’è Premio per la Pace 2026, suor Ana Marija Kesten

Dall’ambiente ai treni, dalla sanità alla pace

L’impegno civile di Franco Giuliano attraversa infatti settori molto diversi.

C’è la campagna contro la plastica.

C’è la lunga mobilitazione per l’Alta Velocità ferroviaria lungo la dorsale adriatica e contro il divario infrastrutturale che penalizza il Mezzogiorno.

C’è la campagna «Armiamo i nostri angeli al fronte» per tutelare gli operatori sanitari durante il Covid.

Ci sono le missioni di Kiev e Mosca nel 2023.

C’è Gerusalemme e il Medaglione della Pace benedetto da Papa Francesco.

C’è il ritorno alla memoria di Sarajevo.

C’è la candidatura dei bambini di Gaza al Premio Nobel per la Pace.

Ci sono gli striscioni sulle istituzioni e sugli ospedali.

C’è l’incontro con il cardinale Matteo Zuppi.

C’è il Museo della Pace.

C’è l’Appello per Gaza.

E c’è, infine, il passaggio che trasforma quella sollecitazione in una mozione votata all’unanimità dal Consiglio regionale della Puglia.

Il metodo Giuliano: costruire reti e insistere

Il filo che collega campagne tanto differenti non è il tema.

È il metodo.

Individuare una questione. Coinvolgere competenze. Mettere insieme persone che normalmente appartengono a mondi differenti. Costruire una campagna. Cercare interlocutori istituzionali. Insistere perché alla dichiarazione di principio segua almeno un atto.

Non tutte le battaglie civili possono raggiungere il risultato auspicato e nessuna associazione può sostituirsi alle istituzioni cui spettano le decisioni.

Ma nel caso della mobilitazione per Gaza il collegamento tra iniziativa civile e risultato istituzionale è particolarmente evidente: l’associazione lancia l’appello, personalità provenienti da mondi diversi lo sottoscrivono, la Regione raccoglie la richiesta, il Consiglio regionale vota all’unanimità e il presidente della Regione trasmette il documento ai livelli istituzionali superiori.

È questa capacità di trasformare una rete di relazioni in pressione civica organizzata a caratterizzare una parte importante del lavoro di Giuliano.

Franco Giuliano e L’Isola che non c’è alla Camera dei deputati la presentazione del Museo della Pace

Da Sarajevo a Gaza, ancora i bambini

C’è infine una coincidenza biografica che assume quasi il valore di un filo conduttore.

Negli anni della guerra in Bosnia, Franco Giuliano raccontava Sarajevo e la condizione dei bambini coinvolti nel conflitto.

Trent’anni dopo sono nuovamente i bambini a diventare il centro di una grande mobilitazione.

Questa volta sono quelli di Gaza.

Naturalmente Sarajevo e Gaza appartengono a guerre, periodi storici e contesti completamente differenti. Sovrapporli sarebbe scorretto.

Ma il punto di osservazione rimane sorprendentemente simile: guardare la guerra attraverso chi non l’ha scelta.

È qui che giornalismo, memoria, associazionismo e campagne per la pace finiscono per incontrarsi.

Le persone che hanno costruito il percorso

Nessuna di queste iniziative, tuttavia, può essere raccontata come il lavoro di una sola persona.

Attorno a L’Isola che non c’è si è costruita nel tempo una rete estesa.

Filippo Santoro ha accompagnato le missioni internazionali.

Loreto Gesualdo ha preso parte ai viaggi di Kiev e Mosca.

Al Bano Carrisi ha sostenuto diverse campagne ed è stato protagonista della missione in Terra Santa.

Sergio Costa ha accompagnato alla Camera iniziative come la candidatura al Nobel e il Museo della Pace.

Michele Emiliano ha sostenuto la candidatura dei bambini durante la propria presidenza della Regione.

Maria Antonietta Aiello ha rappresentato il mondo universitario.

Matteo Zuppi ha ricevuto la delegazione dell’associazione.

Pierbattista Pizzaballa ha ricevuto a Gerusalemme il Medaglione della Pace.

Antonio Decaro ha raccolto l’Appello per Gaza portando avanti gli atti conseguenti al voto regionale.

Toni Matarrelli ha avuto un ruolo centrale nel passaggio dell’iniziativa attraverso il Consiglio regionale.

Massimiliano Fedriga e Alessia Grillo sono diventati gli interlocutori dell’ultimo passaggio verso il sistema delle Regioni.

Giorgio Marrapodi rappresenta invece il punto di collegamento con le Nazioni Unite.

E Cosimo Giuliano ha affidato all’arte il compito di accompagnare materialmente una parte di questa storia.

Il significato politico del voto unanime

Tra tutte le tappe, quella del 7 luglio mantiene un valore particolare.

La crisi di Gaza è un tema capace di produrre divisioni profondissime nella politica nazionale e internazionale.

Il Consiglio regionale della Puglia è riuscito invece a convergere su un punto specifico: l’emergenza umanitaria, la necessità di garantire gli aiuti e la protezione della popolazione civile.

Il risultato non risolve naturalmente il conflitto.

Non potrebbe farlo una Regione, né tantomeno un’associazione.

Ma dimostra che su un terreno delimitato e concreto – gli aiuti, i bambini, i feriti, i malati, il personale sanitario e umanitario – maggioranza e opposizione possono assumere una posizione comune.

Ed è proprio questo il risultato che distingue una mobilitazione simbolica da una campagna capace di produrre anche conseguenze istituzionali.

L’Isola che non c’è Premio per la Pace 2026, ai bambini di Gaza

Perché i bambini di Gaza sono al centro del Premio

Si ritorna così al 6 settembre.

La presenza dei bambini di Gaza tra i premiati non è un’aggiunta emozionale all’elenco.

È il punto nel quale si incontrano quasi tutti i passaggi più recenti della storia dell’associazione.

Il Nobel porta alla Camera.

La candidatura produce una grande rete di adesioni.

La rete contribuisce alla nascita del Museo della Pace.

Il Museo raccoglie i disegni.

La crisi umanitaria porta all’Appello.

L’Appello viene raccolto dalla Regione.

La Regione approva una mozione all’unanimità.

La mozione arriva al Governo, al Parlamento, all’Onu e alla Conferenza delle Regioni.

E alcuni dei protagonisti di questo percorso – da Maria Antonietta Aiello a Enrico Giovannini fino a Giorgio Marrapodi – entrano ora anche nel gruppo dei premiati.

Il cerchio si chiude.

Un Premio che è soprattutto un punto di arrivo

È per questo che il Premio «L’Isola che non c’è per la Pace 2026» va letto al contrario.

La cerimonia di Bari non è il punto da cui comincia la storia.

È il momento nel quale una storia già lunga prende la forma di un riconoscimento.

Dentro ci sono ambiente, infrastrutture, sanità e Mezzogiorno.

Ci sono Sarajevo, Kiev, Mosca e Gerusalemme.

Ci sono Papa Francesco, Pierbattista Pizzaballa e Matteo Zuppi.

Ci sono la Camera dei deputati, la Regione Puglia, il Governo, il Parlamento, le Nazioni Unite e la Conferenza delle Regioni.

Ci sono decine e decine di personalità che, in momenti differenti, hanno messo la propria firma o la propria funzione al servizio di una campagna.

E ci sono soprattutto i bambini.

Quelli che Franco Giuliano incontrava e raccontava nella Sarajevo della guerra e quelli che oggi raccontano Gaza attraverso un foglio e dei colori.

Il 6 settembre saranno consegnate delle opere in ceramica.

Ma dietro quelle opere ce n’è un’altra, molto più difficile da vedere: una rete costruita negli anni tra giornalismo, società civile, istituzioni, università, sanità, cultura, impresa e religioni.

Il nuovo Premio nasce da lì.

E nasce dalla convinzione che anche un’associazione, senza sostituirsi alla politica e senza attribuirsi poteri che non possiede, possa continuare a fare una cosa essenziale: impedire che una questione scompaia dall’agenda pubblica, mettere insieme persone diverse e chiedere alle istituzioni di assumersi la propria parte di responsabilità.

È il percorso che ha portato «L’Isola che non c’è» da una campagna civile pugliese fino ai tavoli del Governo e delle Nazioni Unite.

Ed è il percorso che il Premio per la Pace 2026 sceglie oggi di riconoscere.