La richiesta delle opposizioni sulla centrale Enel di Cerano riapre una domanda più grande: chi governa davvero la transizione energetica?
di Antonio Portolano
Oggi, qualcuno chiede di decidere
Oggi, a Brindisi, la decarbonizzazione smette per un attimo di essere uno slogan buono per i convegni e torna a essere ciò che è davvero: una questione di atti, responsabilità e scelte mancate. Un gruppo di 9 consiglieri comunali di opposizione ha chiesto la convocazione urgente e straordinaria del Consiglio comunale, ai sensi dell’articolo 33, comma 2, dello Statuto. Il primo firmatario è Diego Rachiero, insieme con Francesco Cannalire, Riccardo Rossi, Roberto Fusco, Alessio Carbonella, Alessandro Antonino, Denise Aggiano, Giampaolo D’Onofrio e Pierpaolo Strippoli.
L’oggetto non lascia spazio a interpretazioni: «Iniziative urgenti del Comune di Brindisi a seguito della cessazione definitiva della centrale ENEL “Federico II” di Cerano – Tutela dell’occupazione, dell’ambiente e della salute pubblica. Attivazione degli obblighi di smantellamento, bonifica e ripristino ambientale». Non è una battaglia ideologica. È una richiesta di metodo. Ed è anche una richiesta di tempo, perché il tempo, a Brindisi, è già scaduto.

La centrale è chiusa, la partita no
La mozione parte da una premessa netta: la cessazione definitiva dell’attività della centrale ENEL “Federico II” di Cerano rappresenta «un passaggio storico e irreversibile», con effetti profondi sul tessuto economico, sociale e ambientale della città. Per decenni il territorio brindisino ha sostenuto un carico ambientale e sanitario rilevante, contribuendo in modo determinante alla produzione energetica nazionale e ai profitti del gestore. Oggi, però, la chiusura dell’impianto, in assenza di un cronoprogramma certo e vincolante, espone la città «al rischio di totale abbandono industriale», con gravi ricadute occupazionali, soprattutto per i lavoratori diretti e dell’indotto.
C’è poi un elemento giuridico che pesa come un macigno: l’Autorizzazione Integrata Ambientale è scaduta, con il conseguente venir meno «del presupposto giuridico per il mantenimento delle strutture industriali nelle condizioni attuali». In altre parole, la transizione non è più una scelta politica. È un obbligo.
Smantellare e bonificare non è un’opzione
La mozione entra nel merito degli obblighi che gravano su ENEL. Non promesse, non annunci, ma obblighi di legge. La normativa ambientale vigente, in particolare il D.Lgs. 152/2006, impone al gestore precisi adempimenti in materia di messa in sicurezza, smantellamento delle infrastrutture e bonifica dei siti potenzialmente contaminati. Costi che devono gravare «integralmente sul soggetto responsabile, senza possibilità di trasferirli sulla collettività».
Per questo i consiglieri chiedono al Comune di «attivare senza ulteriori ritardi tutti i procedimenti amministrativi necessari, inclusa la formale messa in mora del gestore», affinché ENEL avvii immediatamente le operazioni di messa in sicurezza, smantellamento e bonifica del sito industriale e delle aree connesse, anche alla luce delle previsioni del PNIEC e delle scadenze fissate al 31 dicembre 2025.
Lavoro, indotto e Costa Morena: il presente che incombe
La fase di dismissione, scrivono i consiglieri, «può e deve costituire un’opportunità di transizione occupazionale», attraverso percorsi di lavoro legati allo smantellamento, alla bonifica e alla riconversione del sito. Da qui la richiesta di convocare la task force regionale con ENEL e le sigle sindacali per «redigere la lista di tutta la platea dei lavoratori dell’indotto da ricollocare» sia nelle iniziative di riconversione sia nelle imprese che hanno manifestato interesse ai bandi promossi dal MIMIT.
Un capitolo specifico riguarda la banchina di Costa Morena, la cui concessione, funzionale all’approvvigionamento del carbone, è giunta a scadenza. La mozione chiede di vigilare sul rilascio della concessione, sul ripristino ambientale e sulla riqualificazione dell’area, assicurando la rimozione delle infrastrutture non più funzionali e la restituzione delle aree alla collettività.
Il ruolo del Comune: da spettatore a protagonista
Nel testo emerge una critica netta all’approccio seguito finora. Le «sole interlocuzioni istituzionali» e le «dichiarazioni di solidarietà» non sono più sufficienti se non accompagnate da atti amministrativi chiari, vincolanti e tempestivi. Il Sindaco viene richiamato al suo ruolo di autorità sanitaria e ambientale locale, titolare di poteri ordinatori a tutela della salute pubblica, dell’ambiente e della sicurezza del territorio, mentre il Comune è chiamato a esercitare «un ruolo attivo di indirizzo e controllo», a difesa dell’interesse collettivo e della dignità del territorio.
Tra gli impegni richiesti figurano anche il rafforzamento del coordinamento istituzionale sul tavolo della decarbonizzazione con Governo e Regione, la convocazione periodica degli attori coinvolti e l’obbligo di riferire con cadenza almeno mensile alla Conferenza dei Capigruppo, alla presenza dei rappresentanti ENEL, anche sulle attività connesse alla Zona Franca Doganale in capo a ENEL Logistic.

Quando la transizione smette di aspettare
Mentre il dibattito pubblico sulla decarbonizzazione pugliese è attraversato da dichiarazioni, pressing istituzionali e progetti annunciati, il caso Brindisi mostra l’altra faccia della transizione: quella in cui le decisioni industriali corrono e le istituzioni locali restano ferme. È in questo contesto che i consiglieri parlano di «estrema incertezza e generale immobilismo» e rivendicano la necessità che il Comune «non continui ad attendere vanamente soluzioni calate dall’alto», ma assuma finalmente una posizione decisa, facendosi voce del territorio.
La richiesta di convocazione del Consiglio comunale non chiude la partita, ma segna una linea. Perché la transizione energetica, quando arriva davvero, non aspetta i tempi della politica. E se la politica non decide, qualcuno decide al suo posto.




