Nuove regole dal 7 aprile: solo imprese iscritte all’albo potranno usare il termine artigianale, sanzioni fino all’1% del fatturato
di Antonio Portolano
Dal 7 aprile 2026 entra in vigore una norma nazionale che vieta alle imprese non iscritte all’albo delle imprese artigiane di utilizzare riferimenti all’artigianato nella denominazione, nel marchio o nella promozione dei propri prodotti e servizi. La misura, sostenuta da Confartigianato Imprese, introduce sanzioni fino all’1% del fatturato, con un minimo di 25mila euro per violazione, e rappresenta un intervento rilevante per la trasparenza del mercato e la tutela della concorrenza.
Il peso economico dell’artigianato nel sistema produttivo
Il comparto artigiano rappresenta una componente strutturale dell’economia italiana, con centinaia di migliaia di imprese attive e una presenza diffusa nei territori. Dalla manifattura all’agroalimentare, dalla moda ai servizi alla persona, il settore contribuisce in modo significativo alla creazione di valore e occupazione.
Negli ultimi anni, la crescente domanda di prodotti percepiti come autentici e di qualità ha accresciuto il valore commerciale del termine “artigianale”. Questo ha favorito un uso improprio della denominazione, generando distorsioni competitive e riducendo la trasparenza nei confronti dei consumatori.
Le nuove regole su denominazioni e marchi
La normativa stabilisce che solo le imprese iscritte all’albo e che producono direttamente beni o servizi possono qualificare la propria offerta come artigianale. Il divieto si estende anche a consorzi e società consortili non iscritti nella sezione dedicata.
Il rafforzamento del sistema sanzionatorio rappresenta uno degli elementi chiave della riforma. La previsione di una multa proporzionale al fatturato introduce un deterrente concreto, incidendo non solo sulle piccole imprese ma anche su operatori di dimensioni maggiori.

Imprese e filiere coinvolte nel cambiamento
La misura ha un impatto trasversale su numerosi comparti produttivi, in particolare nei territori a forte vocazione artigiana. In regioni come la Puglia, dove si contano circa 66mila imprese artigiane, il provvedimento incide su filiere che spaziano dall’agroalimentare all’edilizia, dalla moda all’impiantistica, fino all’artigianato artistico.
L’utilizzo improprio della qualifica “artigianale” è stato negli anni uno degli elementi di maggiore criticità per le imprese regolari, che si sono trovate a competere con operatori non soggetti agli stessi obblighi.
Effetti economici e dinamiche competitive
L’introduzione di sanzioni elevate modifica in modo significativo gli incentivi economici per le imprese. Il rischio di penalità fino all’1% del fatturato spinge verso una maggiore correttezza nelle strategie di comunicazione e posizionamento.
Dal lato della domanda, la norma rafforza la fiducia dei consumatori, migliorando la coerenza tra etichettatura e caratteristiche effettive dei prodotti. Questo aspetto è particolarmente rilevante nei segmenti di fascia medio-alta, dove l’autenticità rappresenta un fattore determinante nelle scelte di acquisto.
Il ruolo delle istituzioni e delle rappresentanze
Il provvedimento nazionale si inserisce in un percorso già avviato a livello territoriale. Alcune regioni, tra cui la Puglia, avevano introdotto norme simili negli anni precedenti, anticipando l’esigenza di regolamentare l’uso della denominazione artigianale.
Secondo Michele Dituri, presidente di Confartigianato Imprese Puglia: «Distinguere le imprese e le produzioni autenticamente artigiane da quelle che non lo sono, garantisce condizioni di concorrenza più eque e aiuta i consumatori a fare scelte più consapevoli. La nostra legge regionale in materia di artigianato ha precorso i tempi prevedendo già dal 2023 una disposizione simile: è fondamentale queste norme vengano attuate, a maggior ragione ora, visto che la legge nazionale ha ulteriormente avvalorato la correttezza di questa impostazione. È una battaglia che portiamo avanti da anni perché il corretto uso di questi termini è essenziale per contrastare pratiche scorrette, valorizzare il vero lavoro artigiano e tutelare la clientela. In un’epoca storica in cui l’aggettivo “artigianale” è molto ambito, in quanto sinonimo di un prodotto ben fatto e di qualità, questo è un segnale concreto di attenzione verso un pilastro della nostra economia a protezione dell’eccellenza del Made in Italy».
Le istituzioni sono ora chiamate a garantire l’effettiva applicazione della norma attraverso controlli e sistemi di vigilanza adeguati.

Strategie aziendali e riposizionamento competitivo
Dal punto di vista strategico, la nuova disciplina rafforza il valore della certificazione artigiana come elemento distintivo. Le imprese iscritte all’albo potranno beneficiare di un vantaggio competitivo legato alla riconoscibilità e alla credibilità della propria offerta.
Allo stesso tempo, le aziende che in passato hanno utilizzato impropriamente il termine “artigianale” dovranno rivedere le proprie strategie di branding e comunicazione, adottando modelli più trasparenti e coerenti con la normativa.
Questo processo potrebbe stimolare investimenti in tracciabilità, qualità produttiva e valorizzazione delle filiere locali.
Prospettive di mercato e valorizzazione del Made in Italy
Nel medio periodo, la stretta normativa potrebbe favorire una maggiore segmentazione del mercato, con una distinzione più chiara tra produzione industriale e artigianale.
Il rafforzamento della tutela della denominazione contribuisce a valorizzare il Made in Italy autentico, con potenziali effetti positivi anche sull’export e sulla competitività internazionale delle imprese.
In un contesto economico in cui qualità, origine e trasparenza rappresentano leve sempre più rilevanti, l’intervento promosso da Confartigianato segna un passaggio strategico per la protezione e il rilancio di uno dei pilastri dell’economia italiana.




