Carciofo, crack dei prezzi in Puglia

Crack carciofi nei campi, finiscono all’industria a 5-6 centesimi a capolino

Pagati pochi centesimi agli agricoltori e venduti fino a 90 centesimi: Coldiretti Puglia denuncia una filiera squilibrata che distrugge valore

di Antonio Portolano

A Brindisi il prezzo dei carciofi è diventato una beffa che strozza il lavoro agricolo e svuota le tasche dei consumatori. A denunciarlo è Coldiretti Puglia, che parla apertamente di un paradosso dei prezzi lungo la filiera ortofrutticola. Il “primo fiore” viene pagato agli agricoltori tra 12 e 20 centesimi a capolino, mentre lo stesso carciofo arriva sugli scaffali della grande distribuzione fino a 90 centesimi a capolino.

Prezzi carciofi, allarme Coldiretti Puglia

Una forbice giudicata inaccettabile in uno scenario già drammatico. Già a dicembre, infatti, il crollo delle richieste ha bloccato l’assorbimento del prodotto fresco. Migliaia di carciofi hanno così preso la strada dell’industria di trasformazione, dove lo “spezzato” viene pagato 5-6 centesimi a capolino, un valore che non copre nemmeno i costi di raccolta e trasporto, trasformando una produzione di eccellenza in una perdita secca per le aziende agricole.

Giovanni Ripa, presidente di Coldiretti Brindisi

Dal campo allo scaffale: una filiera che non funziona

A spiegare le dinamiche è Giovanni Ripa, presidente di Coldiretti Brindisi, che mette in evidenza le distorsioni di mercato. «In una fase in cui l’aumento dei prezzi alimentari frena i consumi, molte famiglie sono costrette a ridurre la spesa, mentre i costi legati al trasporto arrivano a pesare fino a circa un terzo del prezzo finale di frutta e verdura», denuncia Ripa. «Questo contesto ha prodotto aumenti spesso difficili da giustificare, con uno scarto enorme tra quanto viene pagato il prodotto in campagna e il prezzo sugli scaffali».

Secondo il presidente di Coldiretti Brindisi, lungo il percorso che porta i prodotti dal campo alla tavola si insinuano pratiche speculative che vanno individuate e contrastate. Da qui la richiesta di controlli stringenti e di un ruolo attivo dei Vigili dell’Annona, con particolare attenzione all’origine dell’ortofrutta esposta sui banchi.

Importazioni e concorrenza sleale: l’origine sotto accusa

Sotto osservazione finiscono soprattutto i prodotti provenienti da Paesi del Nord Africa, come Tunisia, Egitto e Marocco, che spesso entrano nel mercato europeo a condizioni di costo molto più basse. Coldiretti Puglia avverte che senza un intervento immediato il conto sarà noto: prima lo pagheranno gli agricoltori, poi i consumatori, con meno prodotto locale, più importazioni e prezzi ancora più alti.

Per questo l’organizzazione invita a un’attenzione massima sull’origine di ciò che finisce nel carrello, orientando le scelte verso i prodotti Made in Puglia, considerati una leva fondamentale per sostenere occupazione e sistema economico locale.

Carciofi in Puglia: numeri e valore di un’eccellenza

I numeri confermano l’importanza strategica del comparto. La Puglia produce complessivamente 1.245.400 quintali di carciofi, e ben 475mila quintali arrivano dalla sola provincia di Brindisi, territorio altamente specializzato nella coltivazione di carciofi di qualità. Un patrimonio agricolo riconosciuto anche a livello europeo con la IGP per il carciofo brindisino, simbolo di identità e valore aggiunto.

Eppure, proprio questa eccellenza rischia di essere sacrificata da un sistema distributivo che non funziona, spingendo sempre più aziende verso la vendita diretta in azienda, con meno passaggi intermedi, maggiore trasparenza e più sicurezza alimentare.

Fitofarmaci, dumping e regole europee

La questione non è solo economica, ma anche sanitaria e normativa. Coldiretti Puglia ricorda che in molti Paesi extra UE vengono ancora utilizzati pesticidi pericolosi, vietati in Europa da anni, spesso in contesti di dumping sociale che abbassano artificialmente i costi e falsano la concorrenza. Senza reciprocità delle regole, gli accordi commerciali rischiano di trasformarsi in un boomerang per agricoltori e consumatori, come dimostra il dossier Mercosur.

Coldiretti sostiene l’export, ma rifiuta regole a senso unico: se le imprese italiane rispettano standard severi, l’Europa deve pretendere gli stessi requisiti da chi esporta nel mercato comunitario.

Un raccolto di carciofi e i campi sullo sfondo

Meno fitofarmaci, più costi per le aziende italiane

A pesare sulla competitività delle aziende agricole italiane è anche la mancanza di regole uniformi sull’uso dei fitosanitari in tutta l’Unione Europea. In Italia, in trent’anni, l’uso dei fitofarmaci si è dimezzato, mentre le sostanze disponibili sono scese da oltre mille a circa 300. Un percorso virtuoso sul piano ambientale, ma che comporta costi più elevati e meno strumenti per difendere le colture.

A rallentare l’innovazione contribuisce anche il ritardo sulle Tea, le nuove tecnologie non OGM per il miglioramento genetico. Coldiretti ha portato la battaglia a Bruxelles, promuovendo una legge europea per fare chiarezza su ciò che arriva sulle tavole dei cittadini.

Italianità e fiducia dei consumatori

Il tema dell’origine resta centrale anche per i cittadini. Secondo i dati Coldiretti/Censis, l’87% degli italiani considera l’italianità una garanzia ed è disposto a spendere di più pur di averla. Una scelta condivisa anche da oltre l’85% delle famiglie con redditi più bassi, che non rinunciano a qualità e sicurezza alimentare.

Senza norme trasparenti e controlli efficaci, però, continuerà l’inganno dei prodotti stranieri travestiti da Made in Italy, favorito dalle falle del codice doganale europeo che consentono l’“italianizzazione” dopo lavorazioni minime.

Una filiera da riequilibrare

Il caso dei carciofi pugliesi è emblematico di una filiera da riequilibrare. Prezzi equi alla produzione, trasparenza sull’origine e regole uguali per tutti sono le condizioni minime per evitare che una eccellenza agricola si trasformi in una crisi strutturale. Senza interventi immediati, il rischio è perdere campi coltivati, posti di lavoro e un patrimonio che appartiene non solo agli agricoltori, ma all’intero territorio.