The Niro live al Caffè Letterario Nervegna di Brindisi: ingresso libero, dopo le 21. Un set rock d’autore tra i brani di «La nascita»
di Antonio Portolano
«Tempo di esistere/Dal tramonto io nascerò».
Certe canzoni non aprono un album: aprono una crepa. E dentro quella crepa ci entra luce, polvere, memoria. Domani sera, nell’ambito della rassegna Saturnalia Fest, proposta da Ottavio Santostasio al Caffè Letterario Nervegna di Brindisi (Via Duomo 20), The Niro porta dal vivo ingresso libero, dopo le 21, una manciata di brani che sembrano scritti per chi si ostina a cercare bellezza quando fuori – e dentro – il mondo fa rumore.
Una notte libera, ma non leggera
Non chiamatelo “live gratuito” come fosse un dettaglio logistico: qui l’ingresso libero è un invito a varcare una soglia. Perché The Niro non è uno che “intrattiene”. È uno che ti mette accanto una sedia, ti versa un bicchiere di verità e poi comincia a cantare finché non ti riconosci.
Il Caffè Letterario Nervegna diventa così una piccola stanza d’ascolto collettiva: Brindisi, per una sera, si prende il lusso raro di una musica che non chiede permesso e non fa sconti.

The Niro, una voce che non somiglia a nessuno
«Qui tutto è fuori dal comune: una voce capace di evocare paragoni illustri… Per la prima volta ci troviamo di fronte a un talento assoluto».
La frase è di Rockerilla e pesa come un timbro a fuoco: perché The Niro è quel tipo di artista che, quando lo incroci, capisci subito che non stai ascoltando “uno bravo”. Stai ascoltando un linguaggio.
Dietro il nome c’è Davide Combusti, cantautore e polistrumentista romano , uno che ha costruito la sua poetica su una contraddizione fertile: essere popolare senza diventare pop, essere internazionale senza perdere carne, essere raffinato senza diventare freddo.
Nel suo mondo convivono fragilità e controllo, ombre e una strana speranza testarda. Le sue canzoni parlano spesso in prima persona perché “ogni canzone è la fotografia di un momento” vissuto quasi sempre sulla pelle.
Dischi, svolte, scelte nette
La biografia discografica è un percorso a zig-zag solo in apparenza: in realtà è una linea coerente, che cambia lingua quando serve e cambia pelle quando è inevitabile.
The Niro ha pubblicato tre album per Universal: «The Niro» (2008), «Best Wishes» (2010 – clicca qui per acquistare) e «1969» (2014). Nel 2012 esce «The Ship» per Viceversa Records, con distribuzione Emi.
«1969» ( clicca qui per acquistare) segna una svolta: è cantato in italiano e la title track arriva al 64° Festival di Sanremo, sezione Nuove Proposte.
Negli anni più recenti l’artista incrocia altre traiettorie: l’illustrazione (con il moniker “Illustri Illustrazioni”, solo pennarelli bianchi e neri su cartoncino nero, gesto istintivo e imperfetto ma riconoscibile) e il cinema: è tra gli attori di «Il primo giorno della mia vita», film di Paolo Genovese.
Collaborazioni e palchi: quando gli altri ti scelgono
C’è un modo semplice per misurare la credibilità di un artista: guardare chi lo chiama. E la lista, qui, è quella che ti fa alzare le sopracciglia.
The Niro ha aperto concerti di Deep Purple, Amy Winehouse, Lou Barlow, Carmen Consoli, One Republic, Afterhours, Caparezza, Malika Ayane e molti altri.
È apprezzato anche all’estero e si esibisce spesso tra Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti.
Poi c’è un capitolo che sembra un romanzo: nel 2019 viene chiamato da Gary Lucas per realizzare «The Complete Jeff Buckley and Gary Lucas Songbook», progetto accolto dalla critica che lo porta in anteprima al The Cutting Room di New York e lo fa entrare nella cinquina delle Targhe Tenco.

«La nascita»: un disco “in casa”, ma enorme
L’ultimo lavoro, «La nascita» (clicca qui per acquistare), è un punto di non ritorno non perché “cambia tutto”, ma perché mette tutto a fuoco. È un album di inediti con 11 brani, alcuni in italiano e altri in inglese, che raccontano un periodo complicato tra conflitti militari e personali, alla ricerca di una nuova speranza. La sfida è anche tecnica e identitaria: The Niro suona tutti gli strumenti e, per la prima volta, si mette alla prova come produttore del proprio album.
Il suono? Cura maniacale, strumenti acustici che respirano, elettronica light che non “fa scena” ma tiene insieme i pezzi, una voce che resta davanti come un volto in controluce.
E i crediti lo confermano con una chiarezza quasi brutale: arrangiamenti e produzione artistica di The Niro, produzione esecutiva di Paola Cimino per Esordisco, mix di Francesco Lo Cascio (eccetto «Borderline» mix di Fabio Ferri), mastering di Giovanni Versari, recording voce e batteria al Millenium Audio Recording di Fabio Ferri.
Cori aggiuntivi in «I have a dream» di Marilicia Piccaluga, solo chitarra in «Amsterdam» di Federico Mantova. Etichetta: Esordisco. Distribuzione: Audioglobe.
Dentro le canzoni: 11 stanze, 11 bruciature
La tracklist è un percorso che parte da una regressione emotiva e arriva a un desiderio di aria aperta.
Ecco cosa raccontano, seguendo le parole con cui lo stesso artista introduce i brani.
«La nascita» è l’ouverture e il centro di gravità: “un viaggio nel passato” per ritrovare un’esistenza “priva di errori”, un brano che lo commuove ogni volta che lo canta dal vivo. Nei testi, quel movimento si sente addosso: «Dalla pura cenere… Io vivrò dalla polvere».
«Nessun rimpianto» racconta la necessità perpetua di conoscere il mondo: scegliere strade sbagliate pur di non restare fermi. E lo dice con una corsa lucida: «Non lascerò nessun rimpianto».
«So Odd» (così strano) è inadeguatezza e resistenza: un autoinvito a non restare incastrati nella malinconia e nel passato, perché “ci si rialza sempre”. Nel testo l’urgenza è fisica: «Every single day I had to fight».
«Bergman» fotografa l’assenza di empatia, specchio di “tempi bui”, e lo fa in prima persona: ferire senza accorgersene, diventare ciò che si teme. È una canzone che graffia perché non accusa soltanto: si confessa.
«My desires» arriva dopo quella presa di coscienza: la solitudine come scelta, per non far soffrire chi è accanto, un isolamento che “è servito anche per realizzare questo album”. Nei versi si sente un gelo interno: «I didn’t know my desires».
«Tarantola» è la rabbia, l’unico brano scritto mosso da quel sentimento; e per questo l’autore dice di averne “meno voglia di parlare”. Dentro la canzone avviene un gesto narrativo potente: dopo la prima metà cambia lingua, si ribaltano i ruoli di vittima e carnefice, come a spezzare una dinamica tossica anche a costo di “rompere la ruota”. La frase chiave resta come un manifesto: sottrarsi alla tossicità è l’unico modo per rinascere.

«I have a dream» è il sogno di far rivivere bellezza e fratellanza, con un richiamo esplicito a Martin Luther King e una ispirazione dichiarata alla sua vita. È la canzone che porta in scena un’utopia concreta: «a preacher of my inner source of light».
«Borderline» nasce come anti-inno: dedicato a figure “comparse ostinate” che negano l’evidenza e mentono senza avvertirne il peso, presenti ovunque, dal privato al potere. E suona “come una risata leggera tra le macerie”, un ritornello da fischiettare mentre il mondo si gira dall’altra parte.
«Amsterdam» è memoria trasformata in musica: durante un viaggio l’artista vede una performance di pole-dance in una vetrina a luci rosse; anni dopo quel ricordo torna vivo e diventa canzone. Nei versi, la bellezza è ipnotica e insieme solitaria: «Under red lights… I feel alone».
«Ulisse» è collegato a «La nascita» e pone la domanda più adulta: dov’è il porto sicuro dove riposarsi dalle difficoltà? “Non lo so ancora, ma vorrei tanto trovarlo”. È il brano che trasforma la fragilità in rotta.
«Rainy Days» chiude l’album: sognare giornate soleggiate, vivere “all’aperto”, sentire il vento sul petto “come un marinaio”. Nel testo quel desiderio è una finestra spalancata: «I dream a sunny day».
E poi c’è la frase che riassume tutto, detta dall’artista senza posa: l’album è realizzato “a casa mia, in solitudine”, suonato nota per nota, “un viaggio pieno di dolore e bellezza. Come la vita”.
Perché dal vivo può essere ancora più feroce
Questo disco è già costruito come un concerto interiore: dinamiche curate, cambi di lingua che non sono vezzo ma necessità emotiva , e una scrittura che alterna confessione e osservazione del mondo.
Dal vivo, in un contesto ravvicinato come quello di un caffè letterario, accade la cosa più rock che esista: cade la distanza. E quando cade la distanza, certe canzoni non “suonano bene”: suonano vere.

Si ringrazia Saturnalia per la gentile concessione
Brindisi, una rarità da prendere al volo
Alle latitudini brindisine, un live di questo livello – con questo catalogo, questo suono, questa storia – non è routine. È un’occasione culturale: per chi segue il cantautorato d’autore, per chi ama la scrittura che sporca le mani, per chi vuole ascoltare un artista che è stato scelto dai grandi palchi e continua a ragionare come un artigiano della canzone.
Domani sera, dopo le 21, al Caffè Letterario Nervegna di Brindisi, con ingresso libero, si entra e si ascolta. Punto. E se vi sembra poco, è perché non avete ancora sentito che rumore fa una rinascita quando arriva in una stanza piena di persone.




