Tecnofascismo, a Brindisi il nome del presente

Tecnofascismo, un momento della presentazione, il pubblico in sala

Donatella Di Cesare ha presentato il saggio Einaudi con Gigia Bucci in un confronto su democrazia, lavoro e paura

di Antonio Portolano

BRINDISI – C’è un passaggio, nelle parole di Donatella Di Cesare, che più di altri restituisce il senso politico e filosofico di Tecnofascismo (clicca qui per acquistare): «Non siamo davanti a una formula polemica, né a un’etichetta gridata per scandalizzare il dibattito pubblico; siamo, piuttosto, davanti al tentativo di nominare una mutazione del potere. Il fascismo, ha spiegato la filosofa, non è soltanto un capitolo chiuso nel 1945, ma una categoria filosofico-politica che continua a interrogare il presente. E il tecnofascismo, nella sua lettura, è una forma nuova di totalitarismo, un potere totalizzante che si muove lungo due direttrici: da una parte la tecnocrazia, cioè un potere tecnico che scalza e sostituisce la democrazia; dall’altra l’etnocrazia, cioè la riduzione del demos all’ethnos, la ridefinizione della comunità politica su base identitaria, ereditaria, escludente».

Da qui bisogna partire per capire la serata che si è svolta sabato 14 marzo a Brindisi, a Palazzo Granafei-Nervegna, dove il nuovo libro di Di Cesare, pubblicato da Einaudi, è stato presentato in un incontro promosso da CGIL Brindisi, in collaborazione con la libreria Feltrinelli di Brindisi e con la partecipazione di UnoGenio. A dialogare con l’autrice sono stati Gigia Bucci, segretaria generale della CGIL Puglia, e il giornalista, founder e direttore responsabile di UnoGenio, davanti a una partecipazione ampia e attenta, segno che quando la filosofia riesce a toccare il nervo vivo della contemporaneità il pubblico risponde ancora, e risponde con convinzione.

Il sindacato come fabbrica di cultura

I lavori sono stati aperti dal segretario generale della CGIL Brindisi, Massimo Di Cesare, che ha richiamato il senso profondo della giornata: i libri non come cornice ornamentale di un incontro pubblico, ma come strumento di formazione, di coscienza critica, di crescita collettiva. Il punto, nel suo intervento, è stato netto: «La CGIL, oltre a svolgere ogni giorno il proprio compito di tutela dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, è stata e continua a essere anche una grande fabbrica di cultura».

Un’espressione che non suona affatto retorica se applicata a una serata come questa, in cui il sindacato si è fatto luogo di pensiero, di ascolto, di conflitto delle idee, riportando la riflessione teorica dentro la vita concreta dei territori. Non una semplice presentazione editoriale, ma un appuntamento in cui la cultura è tornata a mostrarsi per ciò che dovrebbe essere sempre: uno strumento di orientamento civile, una forma di educazione democratica, una pratica di consapevolezza.

Il libro che prova a nominare la mutazione del potere

C’è qualcosa di radicale, e anche di scomodo, nel libro di Donatella Di Cesare. Tecnofascismo (clicca qui per acquistare) non è scritto per rassicurare il lettore, né per offrirgli il conforto di categorie già consumate dall’uso. Al contrario, il saggio tenta di mettere a fuoco il modo in cui le democrazie contemporanee si stanno trasformando senza dichiararlo apertamente, scivolando verso assetti in cui il popolo resta come nome ma perde sostanza, mentre il potere si concentra altrove: nelle tecniche di governo, nella gestione algoritmica, nelle élite esperte, nelle burocrazie della sicurezza, nei dispositivi di separazione tra chi appartiene e chi deve essere respinto.

Nella presentazione brindisina questo nodo è emerso subito con forza. Di Cesare ha insistito sul fatto che le parole contano e che la parola tecnofascismo va presa con rigore. Non è un insulto lanciato contro l’avversario politico. È il tentativo di descrivere una forma di governo che non assomiglia alla caricatura del fascismo novecentesco, e proprio per questo può risultare più insidiosa. Non ha sempre bisogno di marce, uniformi o liturgie della piazza. Può avanzare nelle procedure, nella retorica dell’efficienza, nella riduzione della politica a tecnica, nella trasformazione della cittadinanza in appartenenza etnica, nella produzione continua di nemici.

L’autrice ha definito il tecnofascismo una forma di totalitarismo contemporaneo. Da una parte c’è la tecnocrazia, che non significa semplicemente presenza della tecnologia nelle nostre vite, ma sostituzione progressiva della democrazia con il potere tecnico. Dall’altra c’è l’etnocrazia, cioè il restringimento del soggetto democratico: il demos non è più il popolo politico aperto, plurale, conflittuale, ma tende a coincidere con un ethnos, con una comunità chiusa, immaginata come omogenea, fondata su vincoli di origine e discendenza. È qui che il libro tocca un nervo scoperto dell’Europa e dell’Occidente: il passaggio dalla democrazia alla sua forma immunitaria, la tentazione di difendersi dall’altro a costo di svuotare se stessi.

Una città di porto che ascolta il tema della coabitazione

Brindisi non era uno sfondo neutrale per una discussione di questo tipo. Non lo è mai quando si parla di confini, di appartenenza, di migranti, di paura dell’altro, di coabitazione tra popoli. Città di porto, città di attraversamenti, città che nella sua storia ha conosciuto partenze, approdi, fughe e salvezze, Brindisi ha dentro di sé una geografia morale che rende particolarmente nitida una parola decisiva nel lessico di Di Cesare: coabitare.

Nella serata, il tema è tornato più volte, e non solo sul piano teorico. Quando il discorso si è spostato sull’immigrazione, la memoria locale è riaffiorata con naturalezza. Proprio qui, è stato ricordato, il 7 marzo ricorrono i 35 anni dell’esodo dei 27 mila albanesi arrivati a Brindisi nel 1991. E nel 2021 il premier albanese Edi Rama chiese che quell’accoglienza dei brindisini venisse ricordata ogni anno. Non era un inciso commemorativo. Era il modo più diretto per mostrare la distanza tra una memoria concreta di solidarietà e il clima politico odierno, attraversato dalla paura dell’alterità, dall’equazione immigrato-sospetto, dal ritorno di un immaginario che tende a trasformare il migrante in problema prima ancora che in persona.

Di Cesare, da tempo tra le più rigorose filosofe italiane sul tema della migrazione, ha riportato questo punto dentro una cornice più ampia: quando una società smette di pensarsi come spazio politico condiviso e si pensa invece come proprietà ereditaria di chi “ci è nato”, allora la cittadinanza cessa di essere principio democratico e diventa dispositivo di esclusione. È qui che si comprende uno dei concetti più forti del libro: lo sciovinismo del benessere, il falso mito secondo cui i cittadini sarebbero i proprietari del luogo in cui abitano e avrebbero quindi il diritto di difenderlo da chi arriva da fuori.

Gigia Bucci, il lavoro come frontiera della democrazia

Se Di Cesare ha portato al centro della discussione la trasformazione filosofica e politica del potere, Gigia Bucci ha fatto compiere al confronto un passaggio decisivo: riportare quei concetti dentro la materia viva del lavoro, della rappresentanza, della Costituzione, delle ferite sociali che attraversano la Puglia.

Le sue parole sono state nette: «I rischi sono legati soprattutto allo svuotamento sociale del lavoro, che è il risultato di scelte politiche che vengono da lontano e che hanno attraversato governi di segno diverso. Quando si indebolisce il lavoro così come era stato pensato nella nostra Costituzione, si finisce inevitabilmente per attaccare la Costituzione stessa e quindi per erodere la democrazia».

La segretaria generale della CGIL Puglia ha legato questo ragionamento a dati e vertenze che descrivono con precisione la sofferenza del territorio: «Oltre 30 milioni di ore di cassa integrazione nel 2025, più di 40 tavoli di crisi aperti e oltre 27 mila lavoratori coinvolti. In un quadro simile, ha osservato, la fragilità sociale può diventare terreno favorevole per la paura, per la chiusura, per culture autoritarie e per la riduzione degli spazi democratici, a partire proprio dai luoghi di lavoro». La sua analisi ha fatto emergere un punto che spesso nel dibattito pubblico resta sullo sfondo: «La democrazia non si consuma soltanto nelle aule parlamentari o nei talk show, ma si misura anche nella possibilità di rappresentarsi, di contrattare, di lavorare con dignità, di non essere esposti alla ricattabilità permanente».

La dichiarazione integrale di Gigia Bucci

Il passaggio più compiuto del suo intervento è arrivato quando Bucci ha risposto alla domanda sul rapporto tra democrazia e diritti del lavoro. Vale la pena restituirlo per intero, perché contiene la chiave sindacale e costituzionale dell’intera serata: «I rischi sono legati soprattutto allo svuotamento sociale del lavoro, che è il risultato di scelte politiche che vengono da lontano e che hanno attraversato governi di segno diverso. Quando si indebolisce il lavoro così come era stato pensato nella nostra Costituzione, si finisce inevitabilmente per attaccare la Costituzione stessa e quindi per erodere la democrazia. Per questo oggi è fondamentale rafforzare la partecipazione delle persone, dei lavoratori e delle lavoratrici. La CGIL è impegnata su questo terreno: nella campagna referendaria, nella battaglia per una legge sulla rappresentanza, nella difesa del contratto collettivo nazionale, del diritto alla salute e alla sicurezza. Sono tutti principi che stanno dentro la nostra Costituzione e che oggi, in molti casi, sono sotto attacco. Difenderli significa difendere la qualità della nostra democrazia».

A questa dichiarazione se n’è aggiunta un’altra, altrettanto rilevante, sul rapporto tra sindacato e trasformazione tecnologica del lavoro. Anche qui Bucci ha tenuto insieme il piano immediato e quello di sistema: «Nel mondo del lavoro la tecnologia cambia organizzazione e diritti. La sfida del sindacato è impedire che questa trasformazione si traduca in una ulteriore concentrazione del potere e in una riduzione degli spazi di partecipazione e contrattazione».

C’è un punto, nelle sue parole, che ha dialogato in modo quasi naturale con il libro di Di Cesare: se la tecnocrazia è il nome di un potere che si sottrae al demos, il sindacato, per Bucci, resta uno degli strumenti attraverso cui il demos prova a rientrare nella decisione. La rappresentanza non come procedura vuota, ma come argine alla disintermediazione autoritaria.

La conversazione con Donatella Di Cesare

La parte più densa della serata è stata naturalmente l’intervento pubblico di Donatella Di Cesare, costruito attorno ai nuclei teorici di Tecnofascismo (clicca qui per acquistare). Più che una semplice presentazione editoriale, è stata una vera lezione pubblica sul lessico politico del nostro tempo.

La filosofa ha insistito su un punto preliminare: il fascismo, per la filosofia, non è solo un oggetto storiografico. È una categoria attraverso cui leggere certe torsioni del potere. Per questo parlare oggi di tecnofascismo non significa sovrapporre meccanicamente il presente al passato, ma riconoscere la persistenza di una patologia che può riapparire in forme mutate.

Alla domanda più semplice e più inevitabile, Di Cesare ha risposto così: «Le parole sono importanti e tecnofascismo non è una parola usata in modo polemico. Nella filosofia il fascismo non è soltanto un capitolo della storia che si chiude nel 1945: è una categoria filosofico-politica che continua a interrogare il presente. Quello che io chiamo tecnofascismo è una nuova forma di governo che si muove su due dimensioni. Da una parte la tecnocrazia, cioè un potere tecnico che tende a scalzare la democrazia e a sostituirla. Nel libro parlo infatti di un superamento tecnopolitico della democrazia. Dall’altra parte c’è l’etnocrazia, cioè la riduzione del demos all’ethnos. La comunità politica viene ridefinita su base etnica, come se appartenere alla democrazia significasse appartenere a una stessa origine».

È una risposta che va tenuta bene a mente, perché in poche righe spiega anche il movimento profondo del libro: la democrazia non viene semplicemente assaltata dall’esterno, viene lentamente svuotata dall’interno. Il popolo resta evocato, celebrato, invocato, ma non decide più davvero. Il potere si trasferisce altrove. Oppure, peggio, il popolo viene ridefinito in modo così selettivo da coincidere soltanto con chi appartiene, con chi discende, con chi può essere riconosciuto come parte di una comunità immaginata come pura.

Demos senza kratos, popolo senza potere

Uno dei concetti più forti emersi nella serata è quello di demos senza kratos, cioè di un popolo senza potere. È forse la formula che meglio riassume la crisi delle democrazie contemporanee. «Significa che il popolo continua a essere evocato come fondamento della democrazia, ma il potere reale si sposta altrove. Il demos resta come immagine, come parola, ma perde il kratos, cioè la capacità di decidere».

Il passaggio successivo, ha spiegato, è quello dall’idea di democrazia a quella di etnocrazia. Qui il demos non viene solo svuotato: viene ristretto. Diventa comunità chiusa, corpo nazionale, appartenenza ereditaria. La cittadinanza perde il suo carattere politico e universalizzante per piegarsi a un criterio identitario. È un passaggio che attraversa gli Stati Uniti, l’Europa e, purtroppo, anche l’Italia.

Il tempo senza futuro e il senso della catastrofe

Un altro punto decisivo della conversazione ha riguardato il tempo senza futuro in cui viviamo. Di Cesare ha descritto la nostra epoca come segnata da un senso diffuso di catastrofe imminente: «Viviamo in un’epoca segnata dal senso di una catastrofe imminente. Si parla continuamente di fine del mondo, di fine della storia. Questo produce una percezione diffusa di insicurezza e vulnerabilità che cambia profondamente il modo in cui le società pensano se stesse».

L’interesse di questa lettura sta nel fatto che il tempo senza futuro non genera soltanto angoscia; genera anche disponibilità alla semplificazione autoritaria. Quando il futuro appare sbarrato, cresce la domanda di protezione. E quando la protezione viene invocata come bene assoluto, la libertà può essere sacrificata senza troppo scandalo. È qui che il libro dialoga con alcune delle paure più profonde della contemporaneità: la guerra, la crisi ecologica, l’instabilità economica, il senso diffuso di vulnerabilità.

L’arma della sicurezza e la cultura della paura

Forse il passaggio più nitido dell’intervento è stato quello dedicato alla sicurezza. Di Cesare ha parlato dell’arma della sicurezza, della costruzione dei criminali da una parte e dei custodi dell’ordine dall’altra, dell’estraneo trasformato in sospetto. «La sicurezza è diventata un’arma politica. Da una parte si costruisce la figura del criminale, dall’altra quella del custode dell’ordine. L’estraneo diventa automaticamente un sospetto. Questo alimenta una cultura della paura che può trasformarsi in uno strumento di governo».

Quando la paura diventa cultura politica, ha spiegato, la democrazia cambia natura. L’altro non è più il soggetto con cui coabitare, discutere, entrare in conflitto dentro uno spazio comune. Diventa minaccia, rischio, impurità, elemento da contenere. Così il linguaggio dell’ordine smette di essere un presidio di convivenza e si trasforma in dispositivo di selezione.

È qui che la categoria di tecnofascismo prende corpo anche sul piano sociale. Non serve soltanto il dominio tecnico; serve la produzione continua di allarme, di sospetto, di nemici. E infatti Di Cesare ha insistito su questo: «Il tecnofascismo ha bisogno di produrre continuamente nemici. È una tecnica di governo. Il nemico serve per mobilitare la paura e per giustificare politiche di esclusione». Questo elemento, nella sua lettura, mostra anche il nesso strutturale tra tecnofascismo e guerra.

Sonnambulismo sovrano, espertocrazia, epistemocrazia

Tra i passaggi teoricamente più raffinati della serata ci sono stati quelli sul sonnambulismo sovrano, sull’espertocrazia e sull’epistemocrazia. Il sonnambulismo sovrano indica, in sostanza, la condizione di una soggettività politica che continua a muoversi e a decidere senza vera consapevolezza, come trascinata da processi che non controlla più. È una sovranità che si crede padrona di sé ma in realtà cammina nel sonno, guidata da automatismi, paure, routine di potere.

L’espertocrazia, invece, è il potere degli esperti, o meglio la tendenza a trasferire il cuore della decisione politica a chi si presenta come detentore di competenze indisputabili. L’epistemocrazia spinge ancora oltre questa logica: il governo dei conoscitori, di chi sa, di chi presume di avere accesso privilegiato al vero. Di Cesare non ha negato la necessità della competenza; ha però messo in guardia contro il momento in cui la competenza diventa titolo esclusivo di sovranità e sottrae la decisione al conflitto democratico: «Non è la competenza il problema, ma il momento in cui la competenza diventa il criterio esclusivo di governo e sottrae la decisione al conflitto democratico».

Vittima, razzismo e neorazzismo

Un altro capitolo importante del libro, richiamato nel dibattito, è quello dedicato alla vittima. Di Cesare ha mostrato come la figura della vittima sia cambiata nel tempo e come il suo uso politico oggi sia tutt’altro che neutro. La vittima non è semplicemente chi subisce una violenza; può diventare anche una figura mobilitata per costruire nuove gerarchie morali, nuove rivendicazioni escludenti, nuove narrazioni della comunità innocente minacciata dall’esterno.

Da qui il passaggio al razzismo del XXI secolo e al neorazzismo. Non sempre il razzismo contemporaneo assume le forme grossolane e biologizzanti del passato. Spesso si presenta come difesa culturale, incompatibilità di civiltà, protezione dell’identità. È qui che si salda con l’odio antimusulmano e con la paura dell’islamizzazione, temi che Di Cesare ha indicato come centrali nel discorso pubblico odierno.

L’immigrato come sospetto

Alla domanda sulla condizione dell’immigrato oggi, Di Cesare ha risposto con uno dei passaggi più duri della serata: «Nell’immaginario collettivo, l’immigrato tende a essere pensato come sospetto già in partenza, quasi come fuorilegge per definizione. Non si parte dalla persona, ma dall’etichetta. Non si incontra una biografia, si presume un rischio».

È in questo quadro che acquista peso la critica allo sciovinismo del benessere. «L’equivoco è pensare che essere cittadini significhi essere proprietari del posto in cui si abita. Ma la cittadinanza democratica non è proprietà privata del territorio. Non è un diritto di esclusione. È una forma politica di coappartenenza, sempre esposta all’altro, sempre obbligata a misurarsi con la pluralità».

Democrazia immunitaria, pulizie etniche, coabitazione

Tra i concetti più forti del dibattito c’è stato anche quello di democrazia immunitaria. Una democrazia che, per difendersi, finisce per chiudersi; che alza barriere per proteggere il proprio corpo e così perde la propria apertura costitutiva. È una categoria che parla benissimo al presente europeo.

Da qui il passaggio, drammatico ma lucidissimo, alle pulizie etniche, di cui Di Cesare ha suggerito di parlare al plurale. Non come evento eccezionale relegato a un altrove barbarico, ma come possibilità insita in una politica che considera inconcepibile la coabitazione tra diversi sullo stesso territorio. L’esempio richiamato è stato quello del conflitto tra Russia e Ucraina, dove l’idea stessa che due popoli possano abitare insieme viene sempre più espulsa dall’orizzonte del pensabile.

Per questo le ultime parole della serata, forse le più necessarie, hanno riguardato i verbi abitare e coabitare. Non come semplici categorie spaziali, ma come questioni decisive della democrazia contemporanea. La domanda non è solo chi siamo. È con chi siamo disposti a vivere.

Donatella Di Cesare, il profilo di un’autrice che interroga il presente

Il peso della serata brindisina è dipeso anche dalla statura intellettuale dell’autrice. Donatella Di Cesare è professoressa ordinaria di Filosofia teoretica alla Sapienza Università di Roma. Il suo lavoro si colloca da anni dentro il cuore problematico della filosofia politica contemporanea: migrazione, alterità, democrazia, memoria del Novecento, crisi della politica, trasformazioni del potere.

Anche la sua bibliografia, richiamata durante l’incontro, aiuta a collocare Tecnofascismo dentro un percorso coerente e rigoroso. Tra i suoi libri principali:

C’è un elemento che colpisce, guardando questo itinerario: Di Cesare non ha mai usato la filosofia come recinto disciplinare separato dal mondo. I suoi libri sono interventi teorici, certo, ma sono anche strumenti per leggere la materia viva del presente. Tecnofascismo arriva da qui. Non da un improvviso allarme mediatico, ma da un lavoro di lunga durata sulle parole che la democrazia usa, perde o tradisce.

Il ritorno della politica nel luogo della cultura

La serata di Brindisi ha mostrato una cosa semplice e rara: quando la cultura non si riduce a vetrina e il sindacato non si riduce a burocrazia vertenziale, i due mondi possono ritrovarsi sul terreno più serio, quello della formazione democratica. Il merito dell’iniziativa di CGIL Brindisi, con Feltrinelli Brindisi e UnoGenio, è stato proprio questo: trasformare la presentazione di un libro in un esercizio di cittadinanza critica, in un luogo in cui il lessico della filosofia si misura con il lavoro, con i territori, con la memoria dell’accoglienza, con le crisi industriali, con la paura che attraversa le società.

E forse è qui il punto politico più forte lasciato dalla serata. Tecnofascismo (clicca qui per acquistare) non chiede soltanto di essere letto; chiede di essere discusso pubblicamente. Perché il tecnofascismo, nella lettura di Di Cesare, non è una minaccia astratta. È una tendenza che abita le democrazie proprio quando le democrazie smettono di pensarsi come spazio aperto di conflitto, rappresentanza, pluralità.

Dove restano gli anticorpi

C’è una parola che non è stata usata come slogan, ma che ha attraversato l’intero incontro: allarme. Di Cesare, nelle sue risposte, ha detto con chiarezza che il primo passo è proprio questo: far capire quanto la deriva sia pericolosa, quanto la minaccia sia reale, quanto il lessico dell’efficienza, della sicurezza e dell’identità possa nascondere una trasformazione autoritaria della convivenza democratica.

Ma l’allarme, da solo, non basta. Bucci lo ha ricordato con la concretezza del sindacato: «In una fase così complessa, il sindacato può contribuire a difendere democrazia e diritti rimettendo al centro partecipazione, rappresentanza, contratto collettivo, salute e sicurezza, difesa della Costituzione e organizzazione democratica del lavoro».

In altre parole, servono istituzioni vive e legami sociali non dissolti. Servono luoghi in cui il demos torni a esercitare il kratos.

Brindisi, ieri, è stata uno di quei luoghi. E non è poco. In una stagione che chiede continuamente velocità, semplificazione, nemici, una città che si ferma a discutere seriamente di etnocrazia, lavoro, coabitazione, paure collettive e svuotamento della democrazia compie già un gesto controcorrente. Non risolve il problema, certo. Ma ricomincia a nominarlo. E qualche volta, nella storia politica delle parole, è da lì che comincia tutto.