Stefano Miceli, il genio che suona il silenzio

Stefano Miceli, Special Guest Artist delle Nazioni Unite al Metropolitan di New York

Domani a Mesagne il pianista e direttore d’orchestra si racconta a UnoGenio: carriera, maestri, silenzio, AI e il sogno di una scuola

di Antonio Portolano

«Studiare musica, nel senso classico del termine, è un po’ come sorridere e piangere. Sono espressioni dell’emotività di una persona che non cambieranno mai, che non saranno mai sostituite».

Forse per entrare davvero nel mondo di Stefano Miceli bisogna cominciare da qui. Non dalla Carnegie Hall, dalla Berliner Philharmonie, dalla Sydney Opera House o dai tanti palcoscenici attraversati in oltre trent’anni di carriera. Non dai titoli, dalle orchestre, dai viaggi fra Europa, America, Asia e Australia. Ma da questa idea elementare e insieme vertiginosa: la musica appartiene all’essere umano quanto un sorriso e una lacrima.

Domani, giovedì 20 agosto alle 21, il Maestro Miceli sarà al pianoforte nell’Atrio del Castello di Mesagne per Music & Conversations with Stefano Miceli – New York Festival a Mesagne, con il patrocinio della Città di Mesagne. In programma Mozart, Beethoven e Liszt. Tre nomi che sulla locandina sembrano semplicemente indicare il repertorio e che, ascoltando Miceli raccontarli, diventano invece le tappe di un viaggio dall’aristocrazia settecentesca all’individuo moderno.

UnoGenio ha avuto il privilegio di conversare a lungo con il maestro alla vigilia del concerto e lo ringrazia per la disponibilità, la cordialità e soprattutto per la generosità con la quale ha accettato di raccontarsi. Ne è nata una chiacchierata che parte da Mesagne e finisce molto lontano: a New York, Berlino, Shanghai, Saigon, dentro le aule dei suoi maestri, nel silenzio che Miceli cerca quando non suona e persino nel futuro della musica ai tempi dell’intelligenza artificiale.

E poi torna a casa. Perché, dietro una carriera internazionale di questa dimensione, nella conversazione riaffiora continuamente un filo che conduce al territorio nel quale è cresciuto e a Brindisi, la città nella quale è nato.

Il Maestro Stefano Miceli, un momento della performance al Parco Archeologico e Naturalistico di Santa Maria di Agnano a Ostuni

Da Ostuni a Mesagne, due luoghi e due emozioni diverse

Miceli arriva a Mesagne pochi giorni dopo il concerto del 17 agosto nel Parco Archeologico e Naturalistico di Santa Maria di Agnano a Ostuni. Quando UnoGenio lo raggiunge, è in uno dei rari momenti di quiete, nella casa al mare, prima di tornare a studiare.

Di Ostuni conserva un’impressione felicissima.

«È stato molto bello. Lo scenario è bellissimo, con quel panorama dietro il pianoforte. È andata molto bene. Sono venute anche persone da fuori, che conoscevo, persino da Napoli. È stato interessante».

Mesagne, però, ha per lui una trama differente. Più personale. Più affettiva. Attorno al concerto ci saranno amici e persone che arriveranno anche da New York e Roma. Non soltanto un’altra data, dunque, ma quasi una restituzione.

Maestro Miceli, cosa significa per lei tornare a suonare in questo territorio e farlo nell’Atrio del Castello di Mesagne?

«Per me tornare al Castello di Mesagne, in particolare, è un privilegio. Dico un privilegio perché ho un rapporto molto forte con questo territorio, anche se necessariamente saltuario. Mesagne per me è sempre stata un punto di riferimento, soprattutto per le persone che fanno Mesagne, alle quali sono particolarmente legato, ma anche per le sue tradizioni. È veramente un privilegio anche perché la richiesta è partita da loro e questo significa che esiste un rapporto di amicizia costante che continua a rinnovarsi. Per me è un percorso».

C’è qualcosa di importante in quella parola: percorso. Perché nella vita di un musicista abituato a spostarsi tra continenti e fusi orari tornare non significa semplicemente ritrovarsi nello stesso luogo. Significa misurare ciò che è accaduto tra una partenza e l’altra.

Stefano Miceli in concerto a Mesagne

Mozart, Beethoven e Liszt, dal castello all’individuo

Anche la scelta del programma nasce dal luogo.

Mozart, Beethoven e Liszt potrebbero essere tre giganti messi uno accanto all’altro per costruire un grande recital. Il genio di Miceli li interpreta invece come tre passaggi di una trasformazione storica: il rapporto fra musica e società cambia, e con esso cambia il posto dell’ascoltatore.

Perché proprio Mozart, Beethoven e Liszt? Quale viaggio vuole far vivere al pubblico di Mesagne?

«Musicalmente vorrei raccontare un po’ il percorso che parte dalla forma sonata del Settecento e dalla musica di corte. Da qui Mozart. Ho pensato proprio a lui perché, trovandoci in un castello nobiliare, questa proposta musicale richiama anche lo stile di vita e l’ingegno culturale di quell’epoca: i castelli nei quali la musica di corte rappresentava un elemento di eleganza. Quindi Mozart e il suo mondo».

Poi la porta del palazzo si apre.

«Beethoven rappresenta un po’ lo sviluppo successivo: l’uscita dai palazzi e dai castelli verso le piazze, verso il concerto pubblico. Liszt, invece, è la chiave più sentimentale, quella dell’individualismo, di una musica maggiormente rivolta al pubblico e all’individuo, che diventa protagonista nel percepirla emotivamente. È quindi un percorso storico e stilistico che parte dall’ambiente del castello e arriva all’individuo, al pubblico».

È una chiave d’ascolto che da sola cambia il concerto.

Il castello non sarà soltanto l’architettura nella quale collocare un pianoforte. Entrerà idealmente nel racconto. Mozart appartiene ancora a un mondo nel quale la musica accompagna la rappresentazione sociale delle corti. Con Beethoven quella musica conquista un nuovo spazio pubblico. Con Liszt l’interprete e l’emozione individuale acquistano un protagonismo che prefigura una parte decisiva della modernità musicale.

A Mesagne, dunque, non ci sarà soltanto da ascoltare. Ci sarà da seguire una storia.

Il maesto Stefano Miceli

«Non voglio soltanto suonare, voglio raccontare»

Lo dice già il nome del progetto: Music & Conversations.

Il format nasce a New York nel 2021 e si fonda proprio sul superamento della distanza rituale fra il musicista e chi lo ascolta: esecuzione, racconto, interpretazione e dialogo convivono nella stessa esperienza. La Miceli Arts Foundation descrive il progetto come una formula nata per offrire al pubblico nuove modalità di comprensione della musica classica, trasformando il recital in un incontro tra performance e conversazione.

Quanto è importante oggi non soltanto suonare la grande musica, ma anche raccontarla e avvicinarla al pubblico?

«Per me è fondamentale. È una scelta che ho fatto con questo festival a New York, dove vivo, cominciando già cinque anni fa con Music & Conversations. È innanzitutto un modo di “scendere dal palcoscenico”, lo dico tra virgolette: essere più a tu per tu con l’audience».

Non significa banalizzare la musica. Semmai aggiungere un’altra dimensione all’ascolto.

«Credo che siamo in un’epoca nella quale il pubblico, per quanto possa essere preparato, possa essere interessato anche a sapere come si sente un artista quando suona per il pubblico, che cosa lo ha motivato ad affrontare quel pubblico e perché abbia scelto determinati brani. Alla curiosità di assistere a un concerto si aggiunge così l’intelletto. E il fatto che questa prospettiva venga dall’artista stesso, quindi da chi fa musica e non soltanto da chi l’ascolta, credo sia molto più coinvolgente. Soprattutto, fa diventare quello che accade più un’esperienza che un concerto».

È probabilmente questa la promessa più interessante per chi domani sera entrerà nell’Atrio del Castello: non essere soltanto spettatore di un grande pianista, ma entrare per un tratto nel suo modo di pensare la musica.

Stefano Miceli in concerto presso la Cattedrale Saint Patrick a Manhattan, New York

Una carriera fra i grandi palcoscenici del mondo

Per comprendere da quale esperienza arrivino quelle conversazioni basta guardare, senza trasformarlo in un inventario, il percorso di Miceli.

Pianista e direttore d’orchestra, ha suonato o diretto in luoghi come Carnegie Hall, Berliner Philharmonie, Sydney Opera House, Gewandhaus di Lipsia, Teatro La Fenice e Forbidden City Concert Hall di Pechino. Ha lavorato con orchestre tra cui la Salzburg Orchestra, la Leipzig Philharmonic, l’Orchestra da Camera della Scala, la Beijing Symphony Orchestra, la Royal Bangkok Symphony e l’Orchestra della Fenice. Dal 2011 è Steinway Artist.

I nomi impressionano. Ma quando gli si chiede quali luoghi gli siano rimasti davvero dentro, Miceli non risponde con una classifica di prestigio. Parla di ciò che un palcoscenico pretende da chi vi sale.

Ha suonato in alcuni dei grandi templi della musica mondiale. Quali sono i luoghi che ha amato di più e quali l’hanno messa maggiormente alla prova? Che cosa le hanno restituito?

«Forse il palcoscenico che ho amato di più negli anni, perché ci ho suonato e diretto diverse volte, è la Carnegie Hall di New York. Però devo dire che probabilmente l’ambiente e l’atmosfera più magica li ho trovati a Berlino, alla Berliner Philharmonie».

Perché proprio quei due luoghi?

«Non soltanto perché sono palcoscenici estremamente prestigiosi. Lì incontri anche pubblici davanti ai quali sei maggiormente messo alla prova. Il giorno prima c’è stato un collega e il giorno dopo ce ne sarà un altro, sempre di una certa statura. Quindi la partita è molto più aperta. E mi piace il fatto che in quei teatri si venga giudicati dal pubblico. Con la Carnegie Hall ho un rapporto speciale perché a New York ci suono spesso, ma Berlino è altrettanto magica».

Poi arriva l’Asia e cambia anche la grammatica dell’ascolto.

«Forse un’esperienza che mi ha fatto fare, per certi aspetti, un passo indietro nel tempo è stata Shanghai e, più in generale, alcuni importanti palcoscenici della Cina. Le mie esibizioni sono sempre molto rivolte al pubblico e lì ho trovato pubblici molto partecipi, ma anche un rapporto diverso con la grande tradizione musicale occidentale. Sto naturalmente generalizzando, ma ancora lo scorso anno, quando ero a Shanghai, ho percepito questo tipo di approccio».

Dietro la risposta si intravede una delle lezioni che una carriera internazionale può dare: il pubblico non è mai un’entità astratta. Cambia con la storia, con le città, con la familiarità verso un repertorio, con il modo nel quale una cultura ha imparato ad ascoltare.

Più avanti, parlando dei giovani musicisti, Miceli tornerà esattamente su questo punto.

Stefano Miceli con il presidente della Repubbllica Sergio Mattarella nella cattedrale di New York dove il Maestro ha diretto il Requiem di Mozart nel 2025

Mattarella, Carnegie Hall e Brindisi, i tre momenti decisivi

Gli chiediamo allora di compiere un esercizio quasi impossibile: scegliere tre momenti capaci di rappresentare una carriera di oltre trent’anni.

La sua risposta è sorprendente per l’equilibrio con cui mette insieme il mondo e casa.

Se dovesse scegliere tre momenti che hanno davvero cambiato il corso della sua carriera, quali sceglierebbe e perché?

Il primo non è legato a un premio.

«Sicuramente quando ho accompagnato il presidente Sergio Mattarella nella sua prima visita di Stato in Vietnam. In quel momento ho sentito di avere, da artista, anche una veste istituzionale, quella di rappresentare la cultura del nostro Paese. Mi sono sentito parte di un avvenimento istituzionale e, al di là dei tanti successi professionali, è qualcosa che mi ha fatto sentire particolarmente italiano, soprattutto per il rispetto profondo che ho verso le istituzioni. È stato come entrarvi a pieno titolo attraverso la musica e questo mi ha fatto molto onore».

Era il 7 novembre 2015. Alla Saigon Opera House di Ho Chi Minh City si tenne il concerto in onore del presidente della Repubblica, diretto da Stefano Miceli, durante la visita di Stato in Vietnam. Il programma ufficiale del Quirinale documenta quella serata e la partecipazione della soprano italiana Silvia Palombini.

Il secondo momento ci riporta inevitabilmente a Manhattan.

«Un altro momento importante è stato il mio debutto alla Carnegie Hall, sedici anni fa, con un’orchestra tedesca in tournée. Per me rappresentava un punto di arrivo. Poi si è rivelato un punto di partenza. Andare a debuttare in uno dei teatri più importanti del mondo, proprio a New York, è stato molto emozionante. E poi New York è diventata la città nella quale vivo e la Carnegie Hall un luogo nel quale sono tornato».

Un punto di arrivo che diventa un punto di partenza. Potrebbe essere il riassunto di molte carriere importanti. Raggiungere ciò che sembrava il traguardo e scoprire che, da quel momento, aumentano soltanto le responsabilità.

Ma il terzo ricordo cambia geografia.

Dall’America a Brindisi.

«Conservo poi, in maniera molto intima, il privilegio di aver costituito e fatto debuttare un’orchestra sinfonica al Teatro Verdi, qualche anno fa. Era un concerto di Capodanno ed era qualcosa che desideravo sin da bambino. Non tanto dirigere quell’orchestra, quanto vedere che la città nella quale sono nato avesse una propria rappresentanza orchestrale, che dal punto di vista culturale e musicale potesse essere una città come le altre».

Il 1° gennaio 2023 debuttò l’Orchestra del Nuovo Teatro Verdi, prima orchestra residente del teatro, con Miceli allora presidente della Fondazione Nuovo Teatro Verdi. Il progetto nacque anche con una forte vocazione verso i giovani talenti del territorio.

«Sul piano personale, quello è un momento che mi ha gratificato moltissimo. Nella mia città avevo sempre sognato che esistesse un apparato musicale di quel tipo. Anche se poi quell’esperienza ha avuto il suo percorso, il fatto che ci sia stata ha significato molto per me».

Carnegie Hall e Brindisi nella stessa risposta.

Forse è qui che il curriculum smette definitivamente di essere curriculum e diventa biografia.

L’orchestra del Nuovo Teatro Verdi costruita dal Maestro Stefano Miceli

I maestri, quando insegnare musica significa insegnare a vivere

Ogni grande musicista porta con sé una genealogia invisibile. Tecniche, gesti, frasi ascoltate quando si era ragazzi, correzioni che sul momento sembravano riguardare una battuta e anni dopo si rivelano lezioni sulla vita.

Miceli ha alle spalle, come racconta, 23 anni di formazione accademica fra pianoforte, composizione e direzione d’orchestra.

Chi sono stati i suoi maestri? E quali persone hanno lasciato l’impronta più profonda nello Stefano Miceli artista e uomo?

«Ho studiato pianoforte, direzione d’orchestra e composizione, quindi in ventitré anni accademici ho avuto tanti maestri. Sicuramente c’è il maestro Donato Renzetti per la direzione d’orchestra: mi ha conosciuto quando ero già in carriera e mi ha dato moltissimo in termini musicali».

Il nome di Donato Renzetti appartiene alla formazione direttoriale di Miceli, mentre nella sua scuola pianistica assumono un peso decisivo altre due figure.

«Probabilmente i due maestri che mi hanno fatto capire che imparare la musica significa anche imparare a vivere sono stati Carlo Bruno e Luigi Averna. Sono stati tra i miei principali maestri di pianoforte e quelli che hanno accompagnato più a lungo una parte della mia formazione».

Poi la voce esce dall’accademia.

«Sono stati anche modelli di vita. Persone che mi hanno accudito come individuo, non soltanto come studente, e che mi hanno accompagnato nella formazione dandomi attenzioni che non erano esclusivamente accademiche. Sono persone che conserverò sempre dentro di me».

Qui la parola importante non è “insegnato”.

È accudito.

Nella retorica contemporanea il talento viene spesso raccontato come forza individuale, quasi un’apparizione spontanea. Miceli racconta il contrario: anche dietro una carriera capace di attraversare il mondo c’è qualcuno che, molto prima degli applausi, si prende cura della persona che dovrà diventare artista.

Stefano Miceli con i professori della New York State Symphony Orchestra

A quindici anni il palcoscenico era già una professione

Non c’è, nella sua storia, una conversione tardiva. Nessun giorno preciso nel quale un ragazzo indeciso abbia scelto improvvisamente la musica.

La musica era arrivata prima.

Quando ha capito che non sarebbe stata soltanto una passione, ma il luogo nel quale avrebbe vissuto tutta la vita? E oggi, dopo una carriera internazionale, che cos’è la musica per Stefano Miceli?

«L’ho capito subito. A quindici anni facevo già concerti abbastanza importanti e mi ritrovavo in contesti e su palcoscenici altamente professionali. Ero un ragazzino, ma ero consapevole di trovarmi in situazioni nelle quali c’erano artisti già affermati. Per forza di cose mi sono reso conto che ero già stato introdotto dentro un percorso di carriera».

Da allora sono trascorsi più di trent’anni.

E proprio la durata ha trasformato il significato della musica.

«Dopo tanti anni di carriera, la musica diventa certamente uno stile di vita, ma forse è qualcosa di più. Diventa un insieme di parametri della quotidianità. Non perché si pensi sempre alla musica, ma perché la personalità e il carattere finiscono per essere fortemente contaminati dall’esercizio musicale».

Che cosa significa?

«La musica è fatta di gentilezza, di arrabbiature, di contrasti, di conflitti anche emotivi. Quindi diventa inevitabilmente anche un esercizio di vita».

C’è poi tutto ciò che una partitura non contiene ma che la professione gli ha consegnato.

«La carriera mi ha portato a vivere all’estero, a stare continuamente in città diverse, a conoscere persone in giro per il mondo dalle quali ho sempre imparato qualcosa. E non necessariamente musicisti: comunità, culture diverse, persone con esperienze lontane dalla mia. Indirettamente, la musica e la carriera mi hanno esposto alla possibilità di vivere culture differenti. Io mi sento fortunato perché vivo in questo modo».

La musica, dunque, non ha soltanto riempito la sua vita.

Gli ha allargato il mondo.

Il paradosso del musicista, quando Miceli preferisce il silenzio

Poi arriva una domanda apparentemente facile.

Che cosa ascolta uno come Stefano Miceli quando non sta lavorando?

La risposta spiazza.

Cosa ascolta quando non deve studiare, preparare un concerto o dirigere un’orchestra? C’è ancora una musica capace di sorprenderla semplicemente come ascoltatore?

«Non vorrei passare per uno snob, assolutamente. Però quando non faccio musica, non vado neppure molto volentieri ai concerti».

Sorride quasi mentre lo dice.

«Quando non faccio musica, per studio o per lavoro, preferisco isolarmi un po’ dalla musica. Mi piace molto il jazz, magari quello meno invasivo, più da intrattenimento, che non mi costringa a concentrarmi troppo sull’ascolto».

E poi la definizione perfetta: «Diciamo che nella mia vita c’è un’alternanza fra fare musica e non fare musica. Quando non la faccio, cerco un po’ più il silenzio».

Forse soltanto chi trascorre una vita ad ascoltare ogni sfumatura di un suono può capire fino in fondo il valore di non sentirne nessuno.

Il silenzio non è l’opposto della musica. Per un musicista può essere il luogo nel quale l’orecchio torna a respirare.

Stefano Miceli ospite della Ajuilliard School of Music in Taijing, Cina

«Ai giovani direi: viaggiate». E l’AI non cancellerà il musicista

La conversazione arriva inevitabilmente al futuro.

Oggi un ragazzo che voglia diventare musicista entra in un mondo radicalmente diverso da quello nel quale Miceli ha iniziato: piattaforme digitali, circolazione globale delle performance, algoritmi, strumenti di intelligenza artificiale capaci di generare musica e nuovi modelli di consumo culturale.

A un ragazzo che oggi le dicesse «voglio fare il musicista», quale consiglio darebbe? E nell’epoca dell’intelligenza artificiale, delle macchine capaci di comporre e dell’ascolto digitale, ci sarà sempre bisogno di musicisti in carne e ossa?

Miceli non ha dubbi sul secondo punto.

«Secondo me sì, ci sarà sempre bisogno di musicisti, perché l’artigianalità del fare musica è ancora ben diversa da ciò che può restituire un’intelligenza artificiale, che sicuramente può già fare molto, soprattutto nell’ambito della composizione».

Ma sarebbe un errore, secondo lui, difendersi dal futuro chiudendosi nella tradizione.

«A un ragazzo con l’ambizione di fare il musicista consiglierei sicuramente di affacciarsi al mondo classico, come è capitato a me, ma contemporaneamente anche di capire quali siano le interazioni tra musica classica e intelligenza artificiale».

E poi partire.

«Gli consiglierei di girare, di studiare altrove, di confrontarsi con scuole diverse, perché il mondo viaggia con marce differenti. Le scuole non vanno più tutte di pari passo. In ogni Paese esiste una richiesta diversa del concetto stesso di concerto e persino del tipo di artista. Per questo oggi la versatilità è forse ancora più forte della formazione».

È una frase destinata a far discutere, ma Miceli la completa immediatamente con un pensiero che la sottrae a qualsiasi elogio superficiale della competitività.

Prima di essere versatile, un ragazzo deve essere ragazzo.

«Gli consiglierei comunque di vivere la propria età con grande naturalezza. Studiare musica nel senso classico del termine è un po’ come sorridere e piangere: sono due espressioni dell’emotività di una persona che non cambieranno mai e non saranno mai sostituite».

La tecnologia può cambiare gli strumenti. Non necessariamente ciò che ci spinge a cercare un suono.

«Quando un giovane arriva a pensare che la musica faccia parte di quel mondo delle emozioni, allora la fa propria in maniera molto più naturale, più umana. Il percorso musicale deve andare in parallelo con ciò che un ragazzo vive: le esperienze sociali, il gioco, i Paesi, gli ambienti, i paesaggi. Deve lasciarsi ispirare dal suo vivere».

E poi quattro parole che potrebbero essere un manifesto pedagogico: «La musica lo restituisce».

Quello che hai vissuto torna nel modo in cui suoni.

Forse è questa la parte dell’intelligenza che nessun algoritmo può ottenere semplicemente processando dati: non la perfezione della sequenza, ma la biografia che passa attraverso le mani.

Stefano Miceli a New York sua citta di adozione

New York, Boston e una nuova Asia all’orizzonte

Mesagne non è una parentesi prima di una pausa.

Dopo l’estate italiana il calendario tornerà presto internazionale.

Quali sono i suoi prossimi impegni e i progetti che la vedranno protagonista nei prossimi mesi?

«Da settembre tornerò a New York. Avrò diversi concerti lì e poi dovrò andare a Boston. Inoltre è in fase di chiusura e negoziazione una tournée in Asia, in diversi Paesi asiatici».

Su quest’ultimo progetto Miceli mantiene correttamente la cautela di ciò che non è ancora definitivamente chiuso.

«Fino a dicembre sarò quindi impegnato soprattutto tra New York e Boston e, se la tournée sarà definita come previsto, in Asia per un periodo abbastanza lungo, con più concerti».

Il movimento continua.

È una costante della sua vita e forse spiega anche perché, parlando ai giovani, insista tanto sulla necessità di uscire dalla propria scuola, dal proprio Paese, dalla propria idea di pubblico.

E adesso, Maestro, cosa vuole fare «da grande»?

Resta un’ultima domanda.

Dopo Carnegie Hall, Berlino, le grandi orchestre, i concerti in Asia, la direzione, il pianoforte, oltre trent’anni di carriera, si può ancora avere un progetto che sembri abbastanza grande da fare paura?

La domanda la poniamo volutamente con leggerezza.

Maestro, cosa vuole fare da grande? C’è ancora un sogno, qualcosa che Stefano Miceli non è riuscito a realizzare e che vuole assolutamente costruire?

La risposta arriva subito.

«Sì. Un conservatorio di musica come ai vecchi tempi».

Non un altro teatro. Non un’altra tournée. Non una sala più prestigiosa.

Una scuola.

«Vorrei creare una scuola accademica nella quale poter portare grandi eccellenze e concentrare tante esperienze per i giovani di oggi. È il sogno che ho. Ci sto anche lavorando in America, però è un progetto molto grande e necessariamente lungo».

E a quel punto tutto ciò che ha raccontato nell’ora precedente sembra ricomporsi.

I maestri che lo hanno «accudito come individuo». I viaggi. Le differenze fra i pubblici. Carnegie Hall. Berlino. La Cina. Le scuole che non procedono più tutte alla stessa velocità. L’importanza di contaminarsi con altre culture. Il ragazzo quindicenne entrato troppo presto, o forse esattamente al momento giusto, nel mondo professionale.

Tutto dovrebbe finire lì dentro.

«L’idea è poter trasferire, insieme ai miei colleghi, ciò che abbiamo vissuto nelle nostre carriere e trasformarlo in un’unica esperienza da mettere a disposizione dei giovani. Per me sarebbe il più grande successo della carriera».

New York?

«New York è sicuramente la casa sulla quale sto lavorando. Ci vorranno anni. Ma il mio sogno, in realtà, è che possa diventare un circuito, essere presente in diversi Paesi e mettere questa esperienza a beneficio dei giovani».

È difficile immaginare una conclusione più coerente.

Perché il punto d’arrivo di una carriera nata dall’insegnamento di altri potrebbe essere, un giorno, insegnare ad altri tutto ciò che quella carriera ha restituito.

Stefano Miceli al Berliner Philharmonie

Domani Mesagne, prima di ripartire per il mondo

Ma prima di New York, Boston, dell’Asia ancora in negoziazione e del conservatorio che richiederà anni, c’è una sera d’agosto.

C’è un castello.

C’è un pianoforte.

Ci sono Mozart, Beethoven e Liszt.

E c’è un musicista che non vuole limitarsi a eseguirli, ma provare a spiegare perché quelle note, scritte secoli fa, continuino a riguardare persone che vivono nel 2026.

Chi domani sera entrerà nell’Atrio del Castello di Mesagne non troverà soltanto il pianista che ha conosciuto Carnegie Hall e la Berliner Philharmonie. Troverà anche il ragazzo che a quindici anni aveva già capito quale sarebbe stata la propria vita; l’allievo che ricorda i maestri come persone capaci di prendersi cura di lui; il direttore che accanto al presidente della Repubblica ha sentito il peso e l’orgoglio di rappresentare l’Italia; il brindisino che ha vissuto come un fatto intimo la nascita di un’orchestra nella propria città; l’uomo che, quando smette di fare musica, cerca il silenzio.

E troverà qualcuno che, dopo avere passato più di trent’anni a vivere di musica, riesce ancora a parlarne senza ridurla a una professione.

Per Stefano Miceli è qualcosa di molto più semplice e molto più grande.

È un modo di attraversare la vita.

E, qualche volta, di restituirla agli altri.

Informazioni sul concerto

Stefano Miceli – Music & Conversations New York Festival a Mesagne
Data: giovedì 20 agosto 2026
Ora: 21
Luogo: Atrio del Castello di Mesagne
Pianoforte: Stefano Miceli
Programma: Mozart, Beethoven, Liszt
Patrocinio: Città di Mesagne