Al Museo Egizio del Cairo la missione dell’Università del Salento presenta vent’anni di scavi e la ricostruzione del santuario di Sobek
di Antonio Portolano
Una monumentale sala dei banchetti rituali è l’ultimo tassello della ricostruzione in 3D del tempio di Sobek e Iside Nepherses, cuore della mostra inaugurata al Museo Egizio del Cairo e organizzata dalla Missione Archeologica dell’Università del Salento, diretta dalla professoressa Paola Davoli, sotto l’egida di Mohamed Ismail, segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità, in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia e lo stesso Museo del Cairo.

L’esposizione, aperta il 29 ottobre 2024, si intitola “Soknopaiou Nesos – Il Tempio di Sobek e Iside Nepherses” e rappresenta la sintesi di oltre vent’anni di ricerche (2003–2024) condotte a Soknopaiou Nesos – l’attuale Dime es-Seba, nel Fayyum – da un team di archeologi dell’ateneo salentino. Il progetto ha come fulcro l’area sacra del tempio di Soknopaios, divinità dalle sembianze di coccodrillo e testa di falco, venerata sin dall’epoca faraonica e fiorita tra il periodo tolemaico e romano (III secolo a.C. – metà del III secolo d.C.).
Il valore della mostra
La mostra offre ai visitatori un percorso immersivo nel cuore del culto di Sobek, attraverso reperti e ricostruzioni che illustrano la vita religiosa, i rituali, le festività e la vita sacerdotale del santuario.
L’esposizione permette inoltre di ammirare la ricostruzione virtuale della cittadina, del tempio e della sala per banchetti rituali, recentemente scoperta dal team di ricerca.

Due contesti archeologici di particolare rilievo hanno consentito di ricomporre monumenti e oggetti rinvenuti in epoche diverse. Tra questi il naos, il mobile in pietra che conteneva la statua del dio, scoperto nel 1914 da Ahmed Bey Kamal e oggi ricostruito con parti recentemente ritrovate. Anche due pannelli lignei raffiguranti divinità egiziane in stile romano sono stati ricomposti grazie a sezioni rinvenute alla fine dell’Ottocento e integrate con frammenti scoperti nel 2017 nella grande sala dei banchetti.
Le parole della direttrice
«È stata una bella sfida poter allestire nel museo i materiali da noi portati alla luce e conservati nel Magazzino del Supreme Council of Antiquities del Fayyum. La scoperta di elementi che si ricompongono con altri trovati in passato e conservati nel museo senza una provenienza certa – commenta Paola Davoli – consente di capire i contesti di uso dei monumenti e degli oggetti e permette di ridare vita al tempio e a coloro che partecipavano al culto».

«La mostra non ha solo un valore scientifico, ma è un modo per rendere noti al pubblico internazionale i risultati di un lungo lavoro sul campo, finanziato per lo più con fondi pubblici e senza il quale la scienza storica non potrebbe avanzare».
Il sito di Soknopaiou Nesos
Il sito di Soknopaiou Nesos, conosciuto oggi come Dime es-Seba, sorge su un’altura sabbiosa ai margini del deserto del Fayyum, nell’Egitto medio. Fondato in epoca faraonica, divenne un importante centro religioso e amministrativo sotto i Tolomei e in età romana. Il suo nome significa “l’isola del signore Sobek”, a testimonianza del legame con la divinità coccodrillo, protettore delle acque e della fertilità.

Dal 2003, la Missione Archeologica dell’Università del Salento conduce ricerche sistematiche sull’intera area urbana e sul complesso templare, portando alla luce edifici religiosi, archivi di papiri e oggetti rituali che hanno permesso di ricostruire la vita di una comunità sacerdotale rimasta intatta per secoli nel deserto.
Oggi, grazie alla combinazione di ricerca scientifica e tecnologie digitali, la missione italiana restituisce una nuova immagine del santuario e del suo ruolo nella storia dell’Egitto ellenistico e romano.




