Con «Un bacio dentro la città» prosegue la trilogia dedicata a Brindisi. Libri, memoria e amore nel ritratto dello scrittore brindisino
di Antonio Portolano
C’è una Vespa 50 Special bianca che attraversa Brindisi. È giovane, rumorosa, leggera. Sopra ci sono due ragazzi. Intorno c’è una città che cambia.
Ci sono la Gelateria delle Rose, il Bar Continental, il Chioschetto, Via Conserva, il Centro Sociale. Ci sono la musica, le spiagge, le notti che sembrano non finire e quella particolare convinzione che appartiene soprattutto alla giovinezza: pensare che certe persone, certi luoghi e certi amori resteranno per sempre.

Comincia da qui Un bacio dentro la città (clicca qui per acquistare), il nuovo romanzo di Nanni Mattia Pascale Brandi, scrittore nato a Brindisi e trasferitosi dopo i vent’anni a Milano. Il libro, pubblicato nei giorni scorsi da Youcanprint (clicca qui per ordinare), è il secondo romanzo della trilogia che l’autore ha scelto di dedicare interamente alla sua città. Ma definirla semplicemente un’ambientazione sarebbe riduttivo. Brindisi, nei suoi ultimi lavori, è diventata materia narrativa: un luogo che può essere attraversato in Vespa, lasciato, rimpianto, ritrovato. Uno spazio nel quale un bar, una strada, una spiaggia o una vecchia casa contano non soltanto per quello che sono, ma per ciò che vi è accaduto.
È forse questo il punto dal quale partire per capire Pascale Brandi. Nei suoi libri le persone crescono, partono, tornano. Gli amori cominciano e qualche volta finiscono. I figli diventano grandi. Le fotografie invecchiano. I luoghi custodiscono ciò che il tempo trasforma. E scrivere diventa un modo per tornarci.

«Un bacio dentro la città», l’amore corre su una Vespa
La copertina di Un bacio dentro la città (clicca qui per acquistare) porta la firma di Pino Spina. Alla pre-canzone ha lavorato Vincenzo Assante. Al centro del romanzo c’è ancora Brindisi, questa volta osservata attraverso una storia d’amore.
Una Vespa 50 Special bianca accompagna due ragazzi negli anni della loro giovinezza.
I protagonisti attraversano una Brindisi riconoscibile: la Gelateria delle Rose, il Bar Continental, il Chioschetto, Via Conserva, il Centro Sociale. Posti nei quali una generazione si incontrava, ascoltava musica, costruiva amicizie, aspettava qualcuno. Poi il mare, le spiagge, l’estate, le notti. La città non assiste semplicemente alla loro storia: la contiene. I due ragazzi si innamorano, litigano, si cercano, si perdono e si ritrovano mentre tutto intorno si trasforma. Ogni strada trattiene un frammento, ogni locale una voce, ogni angolo può diventare la coordinata geografica di un ricordo.
È una delle caratteristiche più evidenti della scrittura di Pascale Brandi: la memoria non vive nell’astratto, ha bisogno di cose concrete. Una Vespa, una fotografia, una canzone, una strada, un caffè, un bacio. Oggetti e gesti apparentemente piccoli diventano porte capaci di riaprire un’intera stagione della vita.
Così Un bacio dentro la città (clicca qui per acquistare) è contemporaneamente una storia sentimentale e una storia urbana. Il racconto di due persone e quello del posto in cui sono diventate adulte. Perché alcuni luoghi si ricordano attraverso i monumenti e altri continuano a esistere attraverso le persone che abbiamo amato.

La trilogia, tre modi per raccontare Brindisi
Il 2026 rappresenta una svolta nella produzione di Nanni Mattia Pascale Brandi. È l’anno nel quale prende forma il progetto di una trilogia interamente dedicata a Brindisi. Non tre variazioni della stessa storia, ma prospettive differenti attraverso cui osservare il rapporto fra esistenza, tempo e appartenenza.
Il primo tassello è La mia piccola città, pubblicato da Youcanprint (clicca qui per acquistare). La voce è quella di Lorenzo.
Ha diciotto anni. È il 1977. Vive a Brindisi e non sa nemmeno stabilire se la sua città sia bella o famosa. Sa una cosa molto più semplice: lì è nato. Lì ci sono la scuola, gli amici, le serate trascorse senza fare niente, le corse in Vespa verso il mare, le prime automobili utilizzate anche per provare ad andare via. Non necessariamente per sempre. A volte bastava qualche giorno, alla ricerca di qualcosa a cui, a quell’età, non si sapeva ancora dare un nome.
Poi arrivano gli incontri, la paura, la noia, le risate, i viaggi. Gli sconosciuti diventano compagni di strada e successivamente ricordi. E infine quegli occhi francesi inseguiti sulle strade della Grecia, destinati a trasformarsi in amore, famiglia, vita. Brindisi è il punto di partenza, ma anche il metro con il quale misurare la distanza.
Con Un bacio dentro la città (clicca qui per acquistare) lo sguardo cambia. Non c’è più soltanto il ragazzo che prova a capire quanto sia grande il mondo oltre i propri confini. Ci sono due giovani che vivono il sentimento amoroso in una Brindisi fatta di indirizzi reali e memoria collettiva.
E poi c’è Dove restano le estati. Qui il movimento si rovescia: non si parte più per cercare il mondo, si torna per capire ciò che il tempo ha lasciato.

«Dove restano le estati», il viaggio di un padre e una figlia
In Dove restano le estati un uomo di cinquantacinque anni decide di accompagnare sua figlia Cecilia, quattordicenne, da Milano a Brindisi a bordo del proprio van. Sembra un viaggio, ma comincia prima della partenza, nelle fotografie.
Cecilia guarda le immagini del passato del padre. Scopre la sua adolescenza, i genitori, gli amici, il mare e soprattutto una ragazza, Elena, conosciuta quando lui aveva proprio l’età che adesso ha sua figlia. Una fotografia basta ad aprire una crepa. Il percorso da Milano verso Brindisi diventa allora un ritorno ai quattordici anni, alla casa dell’infanzia, alle persone perdute, ai sogni mai realizzati e alle scelte che, una dopo l’altra, hanno costruito la sua vita.
Ma c’è un secondo viaggio, quello verso Cecilia. La ragazza sta uscendo dall’infanzia. Il padre deve accettare che cominci a diventare una persona autonoma; lei, a sua volta, scopre una cosa che prima o poi ogni figlio è costretto a comprendere: prima di essere padre, quell’uomo è stato un ragazzo. Ha avuto paure, desideri, errori e un futuro che allora sembrava infinito.
Padre e figlia percorrono insieme l’Italia e tra loro nasce un dialogo fatto di silenzi, musica, fotografie e confessioni. Lui comprende che non può consegnarle il proprio passato come una storia già conclusa: deve permetterle di conoscerlo anche nelle fragilità, negli errori e nei rimpianti. Arrivati a Brindisi, la vecchia casa, il mare e le persone che ancora abitano quei luoghi fanno incontrare passato e presente. Il senso del viaggio non è recuperare ciò che è andato perduto, ma accettare che il tempo trasformi ogni cosa. Tornare a casa, qualche volta, significa imparare a guardare avanti.

Prima della trilogia, «Biciclette senza freni»
Il progetto dedicato a Brindisi arriva dopo un percorso iniziato negli anni precedenti. Uno dei passaggi centrali è Biciclette senza freni (clicca qui per acquistare), pubblicato nel 2024 da Youcanprint. Anche qui il tempo non è soltanto una cornice: è materia narrativa.
La storia attraversa gli anni seguendo le vicende di tre ragazzi. Ci sono partenze, sentimenti, paure, amicizie e vite che cercano una direzione. Ma soprattutto la dimensione privata incontra la Storia. Sullo sfondo scorrono alcuni avvenimenti capaci di segnare un’epoca e una generazione: l’esodo albanese del 1991 e l’arrivo di migliaia di persone a Brindisi, il G8 di Genova, l’attentato dell’11 settembre alle Torri Gemelle e il terremoto che colpisce le Marche.
Ed è proprio nelle Marche che la biografia dello scrittore incontra direttamente uno di quegli eventi. Per quattro giorni al mese Pascale Brandi sceglie di vivere un’esperienza di volontariato privato nelle tendopoli, dormendo accanto alle persone che avevano perso tutto. Vedere una comunità improvvisamente privata delle case significa scoprire cosa rimane quando vengono meno muri, oggetti e abitudini: gli esseri umani, le relazioni, i racconti. Un’esperienza destinata a entrare nel suo modo di guardare le persone, i territori e le loro storie.
Il primo libro, una lunga lettera alla figlia
Prima di Biciclette senza freni (clicca qui per acquistare) c’è La mamma ogni quindici giorni era papà, il primo libro di Pascale Brandi. È una lunga lettera dedicata alla figlia. La narrazione segue il filo del tempo, da prima ancora della sua nascita fino al momento in cui la ragazza si trasferisce in Germania.
Compare già uno dei temi destinati a riemergere negli anni successivi: il rapporto tra un padre e una figlia attraversato dalla distanza. Una distanza che non coincide necessariamente con l’assenza, perché le persone possono vivere lontane e continuare ad abitare la nostra quotidianità. Il rapporto padre-figlia ritornerà in Dove restano le estati, diventando uno dei motori della storia. Cambiano personaggi e circostanze, rimangono alcune domande: come si lascia andare una persona che si ama? Quanto di noi rimane nei figli? E quanto dei nostri genitori continua a vivere dentro di noi?

Da Brindisi a Milano, portandosi dietro le parole
Nanni Mattia Pascale Brandi nasce a Brindisi, la città nella quale trascorre i primi vent’anni. Poi arriva Milano. Ci sono trasferimenti che dividono semplicemente una vita in due luoghi. Altri producono una distanza attraverso la quale si finisce per vedere meglio il posto dal quale si è partiti.
Pascale Brandi si porta dietro soprattutto ciò che ha bisogno di spazio: pensieri, ricordi, parole. Continua a scarabocchiare un pensiero dietro l’altro. Le emozioni diventano materiale, le esperienze si trasformano e lentamente si organizzano in storie. Milano diventa la città nella quale vivere; Brindisi quella alla quale continuare ad appartenere. Fino al 2026, quando questo legame diventa un progetto letterario esplicito.
La città natale non viene raccontata attraverso una cartolina e nemmeno con la nostalgia di chi sostiene che tutto fosse migliore prima. È un organismo che cambia e, proprio per questo, costringe chi l’ha conosciuta a misurare anche la propria trasformazione. La Brindisi di Lorenzo nel 1977 non può essere quella attraversata dai due ragazzi sulla Vespa bianca. E quella verso la quale viaggiano un padre di cinquantacinque anni e Cecilia non può coincidere con il posto custodito nei ricordi di lui.
«È stata la scrittura a scegliere me»
Il rapporto con le parole, le origini, la componente autobiografica e l’amore sono anche le quattro coordinate attraverso cui Pascale Brandi racconta se stesso. La scrittura nasce molto prima dei libri, quando ancora non esiste un progetto editoriale e riempire le pagine significa soprattutto cercare un posto per ciò che non si riesce a dire.
Perché la scrittura come scelta di vita?
«Non c’è stato un giorno preciso in cui mi sono messo a sedere e ho deciso di scrivere. Me ne sono accorto intorno ai quindici anni, quando mi ritrovavo a riempire una Smemoranda di frasi mie. Frasi che, lentamente, non appartenevano più alle canzoni che ascoltavo o ai poeti che leggevo. Erano diventate parole mie. Pensieri che avevano bisogno di uscire, di trovare uno spazio sulla carta prima ancora di trovare un posto nel mondo. Con le parole ho condiviso notti in cui non riuscivo a chiudere gli occhi. Notti nelle quali le paure e le delusioni sembravano avere più spazio di me e riempivano le stanze, una dopo l’altra. Ho scritto quando la felicità non era a portata di mano, quando non potevo allungare una mano e toccarla. Ho scritto quando non sapevo con chi parlare e quando, forse, non avevo nemmeno voglia di farlo».
E così la scrittura è diventata una terapia.

«Non una cura per cancellare quello che faceva male, ma un modo per attraversarlo. Scrivere significava aprire delle porte e chiuderne altre. Entrare dentro stanze che avevo tenuto chiuse per troppo tempo e, qualche volta, avere finalmente il coraggio di uscirne. Ho scoperto che sulla carta potevo dire cose che a voce non riuscivo a pronunciare. Potevo lasciare andare persone, rabbie, amori, paure. Potevo fermare un ricordo prima che il tempo lo consumasse. Forse è per questo che non ho mai scelto davvero la scrittura. È stata lei a scegliere me. È arrivata quando ero troppo giovane per capire che cosa fosse e, da allora, non se n’è più andata. Ho continuato a scrivere nei giorni felici e in quelli più difficili. Quando avevo qualcosa da raccontare e soprattutto quando non avevo niente da dire a nessuno. Perché, alla fine, ho capito che scrivere non significa soltanto raccontare qualcosa. Significa cercare di capire chi siamo mentre lo stiamo diventando. E forse è proprio questo che faccio ancora oggi: metto in fila parole per provare a dare un senso alle cose che mi sono accadute, a quelle che ho perduto, a quelle che ho amato. La scrittura non è stata una scelta di vita. È diventata il modo in cui ho scelto di viverla».
Brindisi, il punto dal quale tutto è cominciato
Quella scrittura nata da adolescente continua a riportarlo verso il luogo delle prime esperienze. La distanza non ha cancellato Brindisi. Semmai l’ha trasformata in una presenza meno fisica e più profonda, fino a farne negli ultimi libri una componente strutturale del racconto.
La tua città di origine è sempre presente nella maggior parte della tua produzione. Perché?
«Perché è quello il punto di partenza. È da lì che è cominciato tutto. È lì che ho conosciuto la mia famiglia, le prime vere amicizie, i primi amori, le prime delusioni e anche le prime voglie di fuga. Credo sia naturale rimanere dentro una città, anche quando la si lascia a vent’anni. Perché a vent’anni pensi di andartene per scoprire il mondo, convinto che il mondo cominci esattamente nel momento in cui attraversi quel confine. Poi passano gli anni, cambiano le città, cambiano le persone, cambiano le storie. Ho vissuto in altri luoghi, ho incontrato altre amicizie, altri amori, altre persone che hanno lasciato qualcosa dentro di me. Sono cambiato anch’io. Sono invecchiato, ho preso strade che a vent’anni non avrei mai immaginato di percorrere. Eppure quella città è rimasta lì. Non necessariamente come un luogo fisico, ma come una specie di voce di fondo. Quella che continua a ricordarti da dove sei partito. Forse perché i primi vent’anni sono quelli che ci costruiscono senza che ce ne accorgiamo. È lì che impariamo a voler bene, a perdere, a desiderare, a ribellarci. È lì che cominciamo a capire chi siamo e, qualche volta, anche chi non vogliamo diventare. Per questo ritorna nei miei libri. Ritorna nei personaggi, nei luoghi, nei marciapiedi, nelle saracinesche abbassate, nelle voci delle persone, nelle estati, nelle fughe e persino nei silenzi. Non è soltanto la città che ho lasciato. È la città dalla quale sono partito. E forse c’è una differenza enorme. Perché puoi lasciare una città, puoi vivere a migliaia di chilometri di distanza, puoi costruirti una vita completamente diversa. Ma non puoi cancellare il luogo in cui hai imparato per la prima volta a guardare il mondo. Io continuo a guardarlo anche attraverso quegli occhi. E ogni volta che scrivo, in qualche modo, torno lì. A quando tutto è cominciato».

Quando la biografia entra nei personaggi
C’è poi un confine volutamente incerto tra invenzione e vita vissuta. Pascale Brandi costruisce personaggi e vicende, ma riconosce che qualcosa dell’autore riesce quasi sempre a entrare nella storia: un gesto, una paura, un amore, una possibilità mancata. La narrativa diventa anche lo spazio nel quale tornare dove la realtà non consente più di farlo.
C’è sempre un tratto molto biografico nei tuoi racconti.
«Viene naturale. Alle volte ci si immerge nella scrittura con l’intenzione di raccontare una storia completamente diversa dalla propria, di costruire un personaggio che non ci assomigli, che abbia un’altra vita, un altro carattere, altre esperienze. Mi siedo e penso: adesso invento un personaggio. Poi, però, mentre scrivo, succede qualcosa. Mi accorgo che quel personaggio comincia ad avere il mio stesso carattere, i miei stessi difetti, le mie paure, magari anche quelle cose che non vorrei riconoscere come mie. E allora capisco che è difficile scindere chi sei da quello che vuoi scrivere. Anche quando cerchi di andare lontano da te, qualcosa di te finisce sempre per seguirti. Ti accorgi che quella madre che sorride in un certo modo somiglia alla tua. Che un gesto, una frase, un ricordo arrivano da qualche parte dentro di te. E quegli amori che il personaggio vive, alla fine, non sono altro che gli amori che hai attraversato, quelli che hai perduto, quelli che ti hanno cambiato o quelli che avresti voluto vivere meglio. O magari vivere di nuovo. Perché la scrittura ha anche questo potere: permetterti di tornare dove nella vita non puoi più tornare. Puoi cambiare una frase, fermare un addio, far incontrare due persone nel momento giusto. Puoi dare a un personaggio il coraggio che tu non hai avuto, oppure fargli commettere esattamente gli stessi errori che hai commesso tu. E forse è proprio per questo che nei miei racconti c’è sempre qualcosa di biografico. Non perché voglia raccontare me stesso, ma perché non riesco a raccontare completamente qualcun altro senza lasciare, da qualche parte, una parte di me. Alla fine, anche quando inventiamo una storia, raccontiamo sempre un po’ quello che siamo stati, quello che siamo e, qualche volta, quello che avremmo voluto essere».
L’amore, un caffè prima dell’alba
Se Brindisi è la coordinata geografica e la biografia alimenta i personaggi, l’amore è uno dei sentimenti che attraversano con maggiore continuità i libri di Pascale Brandi. Quello tra due ragazzi, quello per una figlia, quello che sopravvive alla distanza e quello che arriva alla fine del proprio percorso. Anche in questo caso la definizione non passa da concetti astratti, ma dai gesti quotidiani.
L’amore è sempre presente nei tuoi lavori. Cos’è l’amore per te, Nanni Mattia Pascale Brandi?
«È un caffè da preparare quando l’alba non ha ancora colori. È una voce che, prima di uscire, mi dice “vai piano”. È una frase detta a occhi chiusi, aspettando una reazione. È un momento che non stanca, una presenza che non ha bisogno di fare rumore per farsi sentire. L’amore è anche una figlia che ti cresce distante, ma che continua ad alimentarti. Perché l’amore ha molte sfaccettature e io ho imparato a riconoscerlo soprattutto nelle piccole cose. In un caffè preparato per qualcuno. In una telefonata. In una mano cercata nel buio. In una voce che ti dice di stare attento. E quando quelle piccole cose cessano di appartenerti, allora forse significa che anche l’amore non ti appartiene più. A quel punto non necessariamente resta il dolore. Restano i ricordi. Qualche fotografia. Telefonate sempre più sporadiche. Sguardi diventati distanti. Restano le cose belle che nessuno può cancellare e quelle meno belle che, con il tempo, impari a lasciare andare. Ed è proprio questo che, almeno per me, fa sì che tu non possa odiare e nemmeno fare del male. Semplicemente, termina una fase della vita e ne ricomincia un’altra. Una fase magari distratta, disastrata, disordinata. Una vita da rimettere in pista, pezzo dopo pezzo. Ma senza rimpianti e senza cattiverie. Perché anche quando un amore finisce, non significa che tutto quello che è stato debba diventare qualcosa da rinnegare. A volte è semplicemente una storia che ha fatto il suo percorso. E allora penso che l’amore sia proprio quel caffè che tutti dovremmo imparare a bere seduti, prima dell’alba. Prima che il mondo ricominci a girare come gira tutti i giorni. Prima delle corse, del lavoro, delle telefonate, delle cose da fare, delle persone da incontrare. Perché forse partire ogni giorno con una piccola dose d’amore ti fa sentire bene davvero. E forse, alla fine, l’amore è proprio questo: avere qualcosa per cui vale la pena alzarsi, ancora prima che il giorno abbia cominciato a fare rumore».

La città privata diventa racconto collettivo
Le quattro risposte aiutano a leggere anche i romanzi da un’altra prospettiva. La Smemoranda riempita a quindici anni, le notti trascorse con le parole, la partenza da Brindisi a vent’anni, i personaggi che finiscono per assomigliare al loro autore, gli amori attraversati e quelli che si sarebbe voluto vivere diversamente: il confine tra biografia e narrativa non scompare, ma rimane permeabile.
La trilogia dedicata a Brindisi acquista così un significato più ampio. Non vuole costruire una storia ufficiale della città. Fa quasi il contrario: la racconta dal basso, attraverso ragazzi che corrono in Vespa, automobili utilizzate per andare via, bar, gelaterie, spiagge, musica, case, fotografie, famiglie. È la dimensione privata che incontra quella collettiva.
Un territorio può essere raccontato attraverso l’urbanistica, le date, i monumenti e l’economia. Oppure attraverso la quotidianità di chi lo abita. Pascale Brandi sceglie soprattutto la seconda strada. La sua Brindisi è precisa e riconoscibile per chi l’ha vissuta, ma può parlare anche a chi è cresciuto altrove. Quasi tutti hanno una strada nella quale sono stati ragazzi, un bar che non esiste più o non è più lo stesso, una spiaggia associata a un’estate, una canzone capace di restituire improvvisamente un volto, una fotografia che riapre una parte della vita.
È lì che una storia locale smette di essere soltanto locale.
Il prossimo romanzo, ancora Brindisi
Il percorso non si ferma alla trilogia. Pascale Brandi sta lavorando anche a un nuovo romanzo investigativo ambientato a Brindisi, dove la città sarà ancora una volta scenario, protagonista e parte integrante della vicenda.
A questo punto è difficile considerarlo un caso. Dopo averla lasciata fisicamente, l’autore ha cominciato a percorrerla sempre più intensamente attraverso i libri. C’è la Brindisi del 1977, quella delle Vespe e delle prime automobili, quella degli amici e delle estati, quella dei ragazzi innamorati, quella che nel 1991 accoglie migliaia di albanesi, quella lasciata per Milano e quella verso la quale si può viaggiare in un van insieme a una figlia. Tante Brindisi dentro la stessa Brindisi, come tante vite possono stare dentro la stessa persona.
Alla fine rimane l’immagine scelta dallo stesso Pascale Brandi per spiegare l’amore: un caffè preparato prima dell’alba, quando non sono ancora cominciate le corse, il lavoro, le telefonate e il rumore della giornata.
Forse la sua scrittura nasce nello stesso spazio. Nel tempo necessario per guardare quello che è stato, riconoscere chi c’era, accettare chi non c’è più e salvare qualcosa prima che scompaia: una fotografia, una Vespa bianca, una figlia che cresce lontano, un amore che ha fatto il suo percorso, una strada, un’estate, un bacio.
Una città.
Perché per Nanni Mattia Pascale Brandi scrivere significa anche questo: tornare nei luoghi che ci hanno costruito e provare, attraverso le parole, a non lasciarli andare.




