Landini-Cgil, lettera a Urso sulla chimica di base

L'ingresso del petrolchimico di Brindisi

Lettera di Maurizio Landini e Marco Falcinelli al ministro Adolfo Urso: il cracking di Brindisi banco di prova della politica industriale

di Antonio Portolano

La chimica di base italiana è tornata al centro dello scontro tra sindacato, governo e grandi gruppi industriali con una lettera aperta che ha il tono di una contestazione politica, ma la struttura di un vero atto di politica industriale. A firmarla sono Maurizio Landini, segretario generale nazionale della CGIL, e Marco Falcinelli, segretario generale nazionale della FILCTEM CGIL.

Il destinatario principale è il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. Ma il perimetro istituzionale chiamato in causa è molto più ampio: per conoscenza, la lettera è indirizzata ai capigruppo di Camera dei Deputati e Senato della Repubblica, ai componenti della X Commissione Attività produttive, commercio e turismo della Camera, ai componenti della IX Commissione Industria, commercio, turismo, agricoltura e produzione agroalimentare del Senato, e ai presidenti delle Regioni Emilia-Romagna, Lombardia, Puglia, Sardegna, Sicilia e Veneto.

Il caso: chimica di base e nodo Brindisi

Il punto di partenza del documento è netto: la questione non riguarda più soltanto il futuro di alcuni stabilimenti, ma la tenuta di una filiera primaria del sistema manifatturiero nazionale. Ed è qui che il caso di Brindisi, pur dentro una crisi più ampia che coinvolge anche Priolo e l’intero assetto della chimica di base, assume un valore simbolico e concreto insieme. Perché il cracking brindisino non è soltanto un impianto fermo: è il luogo in cui si misura se l’Italia intenda restare o uscire da una filiera strategica, proprio mentre il resto del mondo continua a investirvi.

Il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso

La lettera aperta: l’atto di accusa a Urso

La prima parte della lettera va letta quasi integralmente, perché contiene l’intero impianto logico della contestazione. Landini e Falcinelli aprono così: «Le sue decisioni ambigue sulla chimica di base continuano a esporre il nostro Paese a rischi industriali e strategici sempre più evidenti. Per questa ragione riteniamo non più rinviabile una presa di posizione pubblica chiara». Il bersaglio immediato è il protocollo del 10 marzo 2025 con Eni: «Il 10 marzo 2025 ha firmato un protocollo con Eni che sancisce, nei fatti, la dismissione della chimica di base nel nostro Paese, affermando che tali produzioni non sarebbero più sostenibili in Europa».

Il non paper contraddittorio

Subito dopo, la lettera richiama la contraddizione che per i due segretari generali nazionali resta ancora senza risposta: «Pochi giorni dopo, ha sottoscritto insieme ad altri Paesi europei un non-paper che indica esattamente l’opposto: la chimica di base come settore strategico da difendere e rilanciare. Oggi, a distanza di mesi, non solo questa contraddizione non è stata chiarita, ma gli eventi recenti la rendono ancora più grave».

Qui il punto non è soltanto polemico. La lettera individua una frattura tra la linea italiana e il nuovo discorso europeo sull’autonomia strategica. E lo fa collocando il tema della chimica di base dentro lo scenario geopolitico. Il documento prosegue infatti così: «La crisi geopolitica in Medio Oriente e le tensioni con l’Iran, fino alla minaccia – e in alcuni momenti alla concreta interruzione – del traffico nello Stretto di Hormuz, stanno dimostrando in modo inequivocabile quanto sia pericoloso dipendere dall’estero per materie prime e intermedi chimici fondamentali». Non si tratta, nella loro ricostruzione, di una vulnerabilità astratta: «Parliamo di flussi essenziali per l’intera filiera industriale, inclusi prodotti come etilene e derivati, alla base di migliaia di applicazioni manifatturiere». E ancora: «L’industria chimica come “industria delle industrie” come dichiarato da Stéphane Séjourné, vicepresidente esecutivo della Commissione europea per la Prosperità e la Strategia industriale, nonché Commissario europeo per l’Industria, le PMI e il Mercato unico. In questo contesto, la scelta di smantellare la capacità produttiva nazionale non è solo industrialmente miope: è strategicamente irresponsabile».

Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, a Brindisi durante una manifestazione

Il passaggio chiave su Brindisi

Il cuore dell’intervento su Brindisi arriva subito dopo, ed è uno dei passaggi più pesanti della lettera. Landini e Falcinelli scrivono: «A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di estrema gravità: la prossima scadenza dell’accordo – che non abbiamo sottoscritto – che prevede la chiusura dell’impianto di polietilene di Brindisi». E ne traggono una conclusione che non lascia margini a letture attenuate: «Si tratta di un passaggio che rappresenterebbe un colpo ulteriore e forse definitivo alla chimica di base italiana, accelerando un processo di desertificazione industriale già in atto». Poi arriva la domanda politica centrale: «Ministro, le chiediamo: è questa la politica industriale del Paese? Rinunciare a intere filiere strategiche proprio mentre il contesto internazionale ne dimostra la centralità?».

Da qui la lettera allarga ancora il quadro. «Lei sta esponendo l’Italia a una dipendenza strutturale dall’estero in un settore che rappresenta l’infrastruttura stessa del sistema industriale. È bene dirlo senza ambiguità: l’Italia rischia di diventare l’unico grande Paese europeo privo di una propria chimica di base, costretto a importare da fuori continente prodotti essenziali».

Il documento non si ferma alla diagnosi, ma descrive anche la conseguenza economica: «E quando l’Europa – coerentemente con gli indirizzi già delineati – rafforzerà strumenti di tutela come il futuro “Critical Chemical Act”, le importazioni extra-UE saranno penalizzate. Il risultato sarà inevitabile: aumento dei costi per tutta l’industria nazionale, perdita di competitività e ulteriore indebolimento del nostro tessuto produttivo». E c’è un altro punto cruciale, spesso sottovalutato nel dibattito: «Non solo. Senza impianti di cracking, l’Italia perderà anche la possibilità di sviluppare su scala industriale il riciclo chimico della plastica, compromettendo uno dei pilastri della transizione ambientale e della decarbonizzazione del settore».

Marco Falcinelli segretario generale nazionale Filctem Cgil

La critica a Eni e agli accordi frammentati

Nella parte successiva la lettera di Landini e Falcinelli sposta il fuoco sul metodo con cui, secondo i firmatari, è stata gestita la crisi. «A fronte di tutto questo, resta inoltre gravissima la gestione del confronto: alla firma del protocollo sono seguiti addendum sottoscritti da soggetti diversi, inaugurando una stagione di accordi frammentati, opachi e privi di una regia pubblica chiara». Il passaggio più delicato riguarda il ruolo di Eni, azienda partecipata dallo Stato: «Ancora più preoccupante è il ruolo di Eni, azienda partecipata dallo Stato, che non solo dismette la chimica e ostacola possibili soluzioni industriali alternative, impedendo l’ingresso di grandi operatori internazionali interessati a investire nel mercato europeo delle poliolefine». In questa frase c’è già, in controluce, uno dei temi più importanti dell’intera vicenda: se Eni vuole uscire dalla chimica di base, perché non favorire una cessione dell’asset a operatori industriali terzi, invece di accompagnarne il deperimento e poi la chiusura?

Le cinque domande al ministro

La lettera, a questo punto, assume la forma di un interrogatorio politico in cinque punti, che va riportato integralmente perché contiene il nucleo della posizione sindacale. Chiedono Landini e Falcinelli al ministro Urso:

  • «Cosa o chi le ha impedito di sostenere con Eni la necessità di mantenere operativi i cracking, alla luce di un contesto internazionale che va esattamente nella direzione opposta?».
  • «È consapevole che, mentre si moltiplicano le tensioni sulle rotte energetiche e delle materie prime, l’Italia sta volontariamente rinunciando alla propria autonomia industriale in un settore strategico?».
  • «Perché non ha promosso, anche coinvolgendo direttamente la Presidenza del Consiglio, una soluzione industriale alternativa, favorendo la cessione degli impianti a grandi operatori internazionali, invece di accompagnarne la chiusura?».
  • «È consapevole dell’impatto occupazionale di queste scelte, non solo per i lavoratori diretti ma per l’intero sistema degli appalti e dell’indotto?».
  • «È consapevole che la chiusura degli impianti di Brindisi e Priolo produrrà un effetto domino su Ferrara, Ravenna e Mantova?».

Queste cinque domande chiariscono due elementi decisivi. Il primo è che il caso Brindisi non può essere letto isolatamente: nella stessa lettera compaiono Priolo, Ferrara, Ravenna e Mantova, cioè l’intera geografia della chimica di base italiana. Il secondo è che i firmatari non si limitano a chiedere il mantenimento degli impianti così come sono, ma esplicitano l’ipotesi di una cessione a grandi operatori internazionali. Non è quindi una posizione conservativa: è una proposta di politica industriale alternativa alla dismissione.

Un presidio della Filctem davanti al Petrolchimico di Brindisi

La chiusura della lettera e il senso politico del documento

Anche la chiusura va riportata in modo fedele, perché spiega perché questa lettera vada ben oltre il perimetro sindacale. Landini e Falcinelli concludono così: «Ministro, il quadro che emerge è netto: mentre l’Europa discute di autonomia strategica e difesa delle filiere industriali, l’Italia procede in direzione opposta. Siamo certi che anche all’interno del suo Ministero vi sia piena consapevolezza della gravità di queste scelte e dei loro effetti di lungo periodo. Attendiamo una risposta chiara. Nel frattempo, continueremo, insieme alle categorie, ai lavoratori diretti, degli appalti e dell’indotto, a contrastare una strategia che consideriamo sbagliata e dannosa per il Paese. Perché qui non è in gioco solo il destino di alcuni stabilimenti, ma la tenuta industriale dell’Italia».

È in questa frase finale che si condensa il nodo politico della vertenza. Il caso Brindisi non è soltanto la storia di un sito industriale pugliese in sofferenza. È il punto di frizione tra due idee di politica industriale: una che considera la chimica di base una filiera ormai sacrificabile, un’altra che la considera ancora un’infrastruttura produttiva essenziale, da mantenere, riconvertire o cedere, ma non da dissipare.

Perché Brindisi conta più di quanto appaia

Il cracking di Brindisi viene spesso evocato come un impianto del passato. In realtà il nodo è esattamente opposto. Secondo le ricostruzioni industriali e parlamentari più accreditate, si tratta di uno degli impianti più moderni d’Europa, costruito nel 1993 con tecnologia Technip, inserito in un sistema infrastrutturale completo, collegato a produzioni a valle e ancora dotato di un valore industriale rilevante. L’impianto è oggi fermo e in conservazione, ma non per questo ha cessato di rappresentare un asset. Anche per questo il deputato Claudio Stefanazzi ha definito «un falso mito» l’idea che il cracker brindisino debba chiudere per obsolescenza, sostenendo che la perdita del sito esporrebbe il Paese a una dipendenza estera crescente e metterebbe a rischio oltre 1.500 posti di lavoro diretti e indiretti.

Il punto economico è semplice. Un cracking non è una ciminiera da conservare per ragioni simboliche. È il cuore della produzione di etilene e propilene, cioè delle molecole di base da cui discendono migliaia di applicazioni industriali: packaging, automotive, medicale, edilizia, elettronica, componentistica, beni intermedi. Se si spegne questa capacità produttiva, l’intera filiera a valle deve rifornirsi all’estero, aumentando vulnerabilità logistica, costi e dipendenza strategica. È esattamente ciò che la lettera sindacale indica quando parla di «dipendenza strutturale dall’estero» e di aumento dei costi per tutta l’industria nazionale.

Claudio Stefanazzi, deputato salentino del Partito democratico

Il paradosso industriale di Brindisi

C’è poi un secondo elemento che rende il caso brindisino particolarmente istruttivo: il suo profilo tecnico. Le ricostruzioni sul sito ricordano che il petrolchimico lavorava circa 3.000 tonnellate al giorno di virgin nafta, ottenendo circa 1.100 tonnellate di etilene, 400 di propilene e fra 800 e 1.200 tonnellate di benzina di cracking, dalla quale si ricavava anche jet fuel. Questo significa che Brindisi non era soltanto un impianto chimico energivoro, ma un nodo industriale capace di alimentare sia la chimica di base sia una parte della filiera dei carburanti. Il paradosso è che, mentre la sicurezza degli approvvigionamenti torna a essere un tema geopolitico, l’Italia riduce uno dei presìdi industriali che contribuivano a rafforzarla.

Il caso Aequita: perché conta e perché Brindisi ne è rimasta fuori

Per capire perché la questione della cessione non sia teorica, ma molto concreta, bisogna ricordare in cosa sia consistita l’operazione Aequita. Nel 2025 LyondellBasell ha avviato un accordo e negoziazioni esclusive con Aequita per la vendita di quattro asset europei nel segmento olefine e poliolefine, localizzati in Francia, Germania, Regno Unito e Spagna. Non si è trattato di una transazione marginale: i siti interessati generano circa 2,5 miliardi di euro di ricavi annui, con oltre 1.700 addetti coinvolti, e rappresentano una piattaforma industriale europea costruita attorno a produzioni di base ancora ritenute contendibili e strategiche. L’operazione dimostra che il mercato, quando trova asset integrati e industrialmente leggibili, non considera affatto morta la chimica di base europea.

Brindisi, tuttavia, non è entrata in questa partita. Ed è proprio qui che la vicenda diventa politicamente sensibile. La ragione industriale di fondo è che un cracking fermo riduce la propria attrattività come perno di una piattaforma integrata. In altre parole: se il cuore dell’impianto è spento, il sito diventa meno facilmente vendibile come asset di rilancio. Non perché non abbia valore, ma perché gli si sottrae il principale elemento di integrazione produttiva. È la ragione per cui la richiesta di Landini e Falcinelli di favorire la cessione a operatori internazionali va letta come un’avvertenza sul fattore tempo: più si prolunga la conservazione senza decisione, più si restringe il perimetro delle opzioni industriali disponibili.

Il cracking del petrolchimico di Brindisi

Anversa: il confronto che imbarazza l’Italia

Il paragone con Anversa serve proprio a misurare la divergenza di strategia. Nel porto belga Ineos sta realizzando Project ONE, un nuovo cracker che l’azienda presenta come il più importante investimento nella chimica europea degli ultimi decenni. L’ordine di grandezza è quello di un investimento plurimiliardario, con circa 300 posti di lavoro permanenti di alta qualità creati direttamente da Ineos, 150 posti aggiuntivi per contractor sul sito, circa 450 posti diretti complessivi, e una moltiplicazione dell’occupazione indiretta nell’area portuale e nella filiera. Durante la fase di costruzione, l’azienda indica inoltre picchi di circa 3.000 contractor contemporaneamente al lavoro sul sito. Al netto delle controversie ambientali che accompagnano il progetto, il dato economico resta: mentre l’Italia ragiona sulla dismissione, in uno dei principali cluster chimici europei si investono miliardi per restare nella chimica di base con impianti più efficienti. (Ineos Project One)

Il richiamo ad Anversa non è casuale. Lo stesso Stefanazzi lo utilizza come esempio di una politica industriale che, invece di archiviare il cracking, prova a sostituire o rilanciare la capacità produttiva con un disegno coerente. È qui che il confronto diventa scomodo: la transizione industriale europea non coincide con la scomparsa della chimica di base. Coincide, semmai, con il suo ammodernamento, con la sua ristrutturazione, con la selezione degli asset più efficienti e integrabili. L’Italia, invece, rischia di interpretare la transizione come semplice sottrazione di capacità produttiva.

La Cina e la logica della scala

Ancora più eloquente è il raffronto con la Cina. Nel pieno delle discussioni europee su costi energetici, sostenibilità e competitività, Pechino continua a investire massicciamente nella chimica di base, rafforzando scala produttiva, integrazione verticale e autonomia strategica. Il punto non è assumere la Cina come modello politico, ma riconoscere un fatto industriale: nel mondo, le grandi economie non stanno rinunciando agli steam cracker. Li stanno espandendo, concentrando e rendendo più competitivi.

Secondo l’Oxford Institute for Energy Studies, nel 2024 la capacità cinese di etilene era stimata in 55 milioni di tonnellate annue e tra il 2024 e il 2028 è attesa una crescita ulteriore di circa 25 milioni di tonnellate all’anno, pari a circa metà della nuova capacità globale. La lettura che se ne ricava è semplice: Pechino considera la petrolchimica di base una leva di autosufficienza, scala industriale e potere competitivo. Anche laddove il settore presenti problemi di sovraccapacità e margini compressi, la risposta non è il disarmo industriale, ma la sostituzione di impianti meno efficienti con unità più grandi, integrate e moderne.

Se l’Italia sceglie di uscire dalla chimica di base senza sostituire quella capacità con asset nuovi o ceduti a terzi, il risultato non sarà una maggiore sostenibilità industriale, ma una dipendenza crescente da prodotti che altri continueranno a fabbricare.

Priolo, Ferrara, Ravenna, Mantova: il sistema e non il singolo sito

La lettera dei due segretari generali nazionali ha il merito di evitare un errore frequente nel dibattito italiano: leggere Brindisi come un caso isolato. Nel testo compaiono esplicitamente Priolo, Ferrara, Ravenna e Mantova, proprio per segnalare che la chiusura degli impianti di Brindisi e Priolo, insieme al rischio imminente sul polietilene, può produrre un effetto domino sull’intera chimica di base nazionale. È un punto essenziale della vicenda: qui non si discute di un solo stabilimento pugliese, ma di una geografia industriale nazionale che collega il Mezzogiorno ai principali poli del Centro-Nord e ridefinisce i rapporti tra industria, porti, logistica, distretti manifatturieri e catene del valore.

Una veduta dall’alto della zona industriale di Brindisi

La posizione più razionale: riaccendere o cedere

Alla fine, le opzioni realistiche sono due. La prima è mantenere in Italia la chimica di base attraverso la riaccensione dei cracking e un piano di riconversione o efficientamento industriale. La seconda, se Eni intende davvero uscire in modo irreversibile dal settore, è favorire la cessione dell’asset a multinazionali o operatori industriali terzi interessati a presidiare il mercato europeo delle poliolefine e degli intermedi chimici. È la stessa alternativa che emerge dalla lettera, ed è la sola che consenta di evitare la dissipazione pura e semplice del valore industriale. Quello che appare meno difendibile è una terza via fatta di fermata, conservazione prolungata, accordi parziali, deperimento dell’asset e perdita progressiva di attrattività industriale.

Brindisi, da questo punto di vista, non ha bisogno di essere raccontata come un museo dell’industria perduta. Ha bisogno di essere letta come un asset ancora contendibile, che richiederebbe investimenti relativamente contenuti rispetto al costo di ricostruzione ex novo di capacità analoga e che, proprio per la sua dotazione tecnica, logistica e impiantistica, potrebbe rappresentare una soluzione industriale credibile dentro una strategia europea della chimica di base. Se questo non accadrà, il rischio non sarà soltanto occupazionale. Sarà la trasformazione dell’Italia in un grande Paese manifatturiero privo di una propria chimica di base, costretto a importare da fuori continente molecole e intermedi che costituiscono le fondamenta materiali della sua produzione.

Il vero bivio industriale

La lettera di Maurizio Landini e Marco Falcinelli (leggi qui la lettera completa) non si limita dunque a denunciare una scelta governativa o industriale. Mette in fila, in modo fedele e ordinato, tutti i punti del bivio: contraddizione tra linea italiana e linea europea, crisi geopolitica, dipendenza dall’estero, ruolo di Eni, mancanza di una regia pubblica, rischio su Brindisi e Priolo, effetto domino sugli altri poli, perdita di competitività, indebolimento della transizione ambientale, possibilità mancata di cessione a operatori internazionali. E costringe a una domanda finale, che è la stessa che attraversa il documento dall’inizio alla fine: se il resto del mondo continua a investire nella chimica di base, se l’Europa prova a difendere le filiere strategiche, se il mercato continua a vedere valore in piattaforme integrate come mostra il caso Aequita, per quale ragione l’Italia dovrebbe scegliere proprio ora di rinunciare a Brindisi?

La risposta, allo stato, non c’è ancora. Ma è proprio questo il punto politico della lettera: chiedere al ministro Adolfo Urso una risposta chiara, prima che il problema non sia più la sorte di un impianto, ma la perdita definitiva di una capacità industriale che il Paese potrebbe non essere più in grado di ricostruire.