Vino e Via Appia Antica: Brindisi tra storia, paesaggio rurale, vitigni autoctoni e identità mediterranea lungo la Regina Viarum
A proposito dei vini di Brindisi lungo la Via Appia Antica, riceviamo e pubblichiamo l’intervento di Carmine Dipietrangelo, amministratore di Tenute Lu Spada.
L’intervento è stato presentato presso la Sala Conferenze della Casa di Quartiere Accademia degli Erranti (ex Convento delle Scuole Pie), in via Giovanni Tarantini 35 a Brindisi, nell’ambito del percorso promosso dall’A.p.s. Brindisi e le Antiche Strade in collaborazione con la Società di Storia Patria per la Puglia, Tenute Lu Spada e Somm’a4. All’incontro hanno partecipato Rosy Barretta (saluti), Giacomo Carito (introduzione), Giuseppe Rollo e Carmine Dipietrangelo (interventi). Dal percorso di valorizzazione in corso nascerà a breve una nuova associazione dedicata a «unire» territori, comunità e cultura del vino lungo la Via Appia.
di Carmine Dipietrangelo

L’Appia Antica e Brindisi, dove la strada si apre
Parlare dei vini dell’Appia Antica, a Brindisi, significa parlare di un luogo in cui una strada non finisce, ma si apre. Si apre verso il Mediterraneo.
Qui terminava la grande Via Appia, la «Regina viarum», e da qui iniziava il viaggio verso il mare, verso l’Oriente, verso altri popoli e altri mercati.
Oggi possiamo dire che celebriamo questo patrimonio anche grazie al riconoscimento dell’UNESCO.
Ma il valore dell’Appia non è solo archeologico o monumentale: è culturale, agricolo, umano.
È una linea viva che ha trasportato nei secoli eserciti e mercanti, idee e lingue, olio e grano, e naturalmente vino.
Se vogliamo capire le caratteristiche dei vini dell’Appia Antica prodotti a Brindisi, dobbiamo partire proprio da qui: non da una vigna isolata, ma da una via di comunicazione.
Una porta sul Mediterraneo e vini capaci di viaggiare
Brindisi è stata per millenni una porta.
Chi arrivava da Roma finiva il viaggio di terra e iniziava quello di mare.
Questo ha fatto sì che il territorio sviluppasse vini capaci di viaggiare, di resistere, di farsi riconoscere anche lontano da casa.
Sono vini mediterranei nel senso più pieno del termine.
Il sole è generoso e porta maturazioni complete, frutti intensi, struttura.
Ma non siamo in una conca chiusa: siamo tra due mari, attraversati da venti costanti.
Questi venti asciugano, rinfrescano, danno sapidità.
Per questo i vini di Brindisi non sono solo caldi e potenti, ma spesso hanno una vena salina, una tensione che li rende gastronomici, dinamici, vivi.
Negroamaro e Susumaniello, l’identità dei rossi brindisini
Le uve simbolo di questa identità sono soprattutto due.
Il Negroamaro, che qui trova una delle sue espressioni più classiche: profondo nel colore, ricco di frutto scuro e spezie, ma capace di chiudere con una nota quasi balsamica e sapida.
E il Susumaniello, varietà antica e per lungo tempo dimenticata, oggi riscoperta, che porta colore e intensità ma anche una sorprendente freschezza acida.
È il vitigno che racconta meglio il dialogo tra tradizione e futuro.

I rosati di Brindisi, non solo aperitivo
Accanto ai rossi, un ruolo fondamentale lo hanno i rosati. Non rosati leggeri da solo aperitivo, ma rosati di sostanza, capaci di stare a tavola dall’inizio alla fine di un pasto. Rosati che profumano di melograno, ciliegia croccante, erbe mediterranee, e che in bocca hanno succo, sale e ritmo.
In questo senso i rosati di Brindisi sono forse l’espressione più immediata dell’anima appiana del territorio: vini di passaggio e di incontro, comprensibili e piacevoli per tutti, ma tutt’altro che banali.
Il sole è generoso e dona maturazioni complete, frutti intensi, struttura. Ma i venti costanti che arrivano dal mare asciugano e rinfrescano, portando nei vini una vena sapida che li rende dinamici e gastronomici.
Per questo i vini brindisini non sono soltanto caldi e potenti: hanno tensione, freschezza, capacità di accompagnare il cibo e di evolvere nel tempo.
Brindisi DOC, disciplinare 1979 e tutela di uno stile
Questa identità territoriale, però, non è lasciata al caso. È riconosciuta e tutelata anche da una precisa cornice normativa. Nel 1979 viene approvato il disciplinare della denominazione Brindisi DOC.
Non è solo un atto amministrativo: è la codificazione moderna di una tradizione antica.
Il disciplinare stabilisce che al centro dei rossi e dei rosati di questa denominazione ci sia il Negroamaro, con una presenza largamente maggioritaria, almeno per il 70% dell’uvaggio nei vini rossi.
Attorno a questo vitigno possono affiancarsi altre varietà storiche del territorio, ma sempre in ruolo complementare. Questo significa che la denominazione non tutela genericamente un «vino rosso pugliese», ma difende uno stile preciso: colore profondo, struttura, frutto maturo, ma anche quella tipica chiusura leggermente amaricante e sapida che è la firma del Negroamaro di Brindisi.
Il disciplinare prevede anche la tipologia Riserva, con periodi minimi di affinamento più lunghi, pensati per valorizzare i vini capaci di reggere il tempo. È un modo per dire che qui non si producono solo vini pronti e immediati, ma anche vini da attesa e da memoria.
Accanto ai rossi, la DOC riconosce ufficialmente il rosato come espressione identitaria del territorio. Non un sottoprodotto, ma una categoria autonoma e storica.
Ed è importante sottolinearlo: in molte zone del mondo il rosato è una moda recente; qui è tradizione codificata da oltre quarant’anni e praticata da molto più tempo ancora.
Questa centralità del Negroamaro, sancita dal disciplinare del 1979, dialoga oggi con la riscoperta di altre uve storiche come il Susumaniello, che porta colore e intensità ma anche un’acidità viva, capace di dare slancio e modernità ai vini del territorio. Possiamo dire che il disciplinare ha fissato le radici, mentre l’evoluzione enologica contemporanea sta facendo crescere nuovi rami.

Dalle radici messapiche alle infrastrutture romane
Ma le radici sono molto più antiche del 1979. Questa identità non nasce oggi. Affonda le radici in epoche molto precedenti ai Romani.
Prima dell’arrivo di Roma, questo territorio era abitato dai Messapi. Per loro il vino non era solo un prodotto agricolo: era un elemento di identità e di rito. Il vino accompagnava cerimonie, scambi, momenti comunitari. Era segno di status e di appartenenza. Possiamo dire che con i Messapi il vino diventa linguaggio culturale del Salento.
Poi arrivano i Romani, e cambia la scala. Non tanto il valore simbolico del vino, quanto la sua organizzazione materiale.
I Romani portano infrastrutture, strade, porti, sistemi di trasporto. Collegano stabilmente l’entroterra produttivo con il terminale portuale di Brindisi. Standardizzano contenitori e commerci. Le fornaci di cui è ricco il territorio della città sono un esempio concreto di tutto questo.
Rendono possibile una circolazione ampia e regolare dei prodotti agricoli: olio, vino, grano.
Se i Messapi danno al vino un’anima, i Romani gli danno le gambe.
Grazie alla strada e al porto, il vino del Salento smette di essere solo locale e diventa merce che viaggia, che incontra altri gusti, che entra in reti commerciali più vaste.
Vini di connessione, tra terra rossa e mare vicino
Ecco perché parlare oggi di vini dell’Appia Antica non è un esercizio nostalgico. È riconoscere che questo territorio ha nel suo DNA l’idea di connessione.
I vini di Brindisi nascono in un luogo di arrivo e di partenza insieme. Arrivo di una storia millenaria fatta di popoli diversi: messapici, greci, romani, bizantini. Partenza verso il mare e verso il mondo.
Questa duplice natura si sente nel bicchiere. C’è la profondità della terra rossa, del sole, della tradizione contadina. E c’è l’apertura, la freschezza portata dai venti, la sapidità del mare vicino.
Sono vini radicati e allo stesso tempo mobili. Vini che raccontano un paesaggio agricolo antico ma che parlano una lingua comprensibile anche al consumatore contemporaneo.

Patrimonio UNESCO e responsabilità del paesaggio
Oggi il riconoscimento UNESCO ci invita a fare un passo in più. Non solo conservare pietre e memorie, ma attivare una responsabilità. Trasformare questo patrimonio in qualità del paesaggio, dell’agricoltura, dell’accoglienza.
Fare in modo che la storia dell’Appia non resti ferma nei libri, ma continui a camminare nelle vigne e nelle cantine.
Presentare i vini di Brindisi in questo incontro sull’Appia Antica significa allora dire che qui la strada non è solo un tracciato archeologico, ma una continuità tra passato e futuro. Che ogni bottiglia è, in fondo, un piccolo viaggio.
Un viaggio che parte da vigne battute dal vento, attraversa secoli di cultura agricola, passa idealmente sulle stesse direttrici percorse da mercanti e viaggiatori antichi, e arriva sulle nostre tavole.
Se l’Appia univa Roma a Brindisi, oggi i vini di Brindisi uniscono la loro terra al mondo.
E forse è questa la loro caratteristica più profonda: essere vini di confine e di incontro. Nati dove finisce la strada, capaci di continuare il viaggio.
Tenute Lu Spada, etichette e progetto culturale
Infine un riferimento a Tenute Lu Spada. Sin dalla sua costituzione, che risale ormai a dieci anni fa, ha voluto rimarcare la storia secolare della vitivinicoltura oltre il suo rapporto con il territorio circostante rispettandone la biodiversità.
I nostri vigneti sono attraversati dal tratto terminale dell’Appia Antica e sin da quando lo abbiamo scoperto abbiamo deciso di dedicare all’Appia, alla storia dei vini di Brindisi, al rapporto con il Mediterraneo, le etichette dei vini autoctoni per eccellenza del territorio: il Negroamaro, il Susumaniello, la Malvasia nera.
Grafiche e nome delle etichette progettate dal momento che abbiamo scoperto che a Masada, nella vecchia Giudea oggi Israele, a seguito di scavi archeologici fu trovata un’anfora vinaria contenente un vino dal nome «Philonianum» prodotto a Brindisi dalla famiglia Laenius. Masada è la bottiglia di Negroamaro, Philonianum è il Susumaniello e Laenius è la Malvasia nera.

Vitivinicoltura brindisina a chilometro zero
Con il nostro progetto vogliamo inoltre riportare il senso antico del vino, della cantina e della vecchia parte di masseria, oggi adibita a showroom, come fulcro di interesse in agricoltura, ma anche centro economico-culturale di questa parte del territorio di Brindisi attraversato dal tratto terminale dell’Appia Antica.
Vogliamo basarci, con le necessarie innovazioni, sulla vitivinicoltura brindisina a chilometro zero superando il riferimento esclusivo alla costa e al porto di Brindisi. Brindisi è la campagna con la costa, non la costa con la campagna. Bisogna valorizzare la campagna. Il mare è un vantaggio, anche se non secondario rispetto all’identità rurale.
Il nostro è un concetto di «casa», e vogliamo condividere quella che sono stati la nostra idea e il nostro progetto ormai in fase di completamento portando il turismo a capire che a Brindisi e in questa parte della Puglia, per storia e campagna, c’è altro oltre ai resort o alle spiagge.
Abbiamo voluto analizzare il rapporto tra patrimonio rurale, cultura del vino e linguaggio architettonico contemporaneo volto a reinterpretare un complesso agricolo dismesso, restituendo nuova vita agli spazi attraverso un programma che integra ospitalità, degustazione ed esperienze legate al territorio.
L’obiettivo è superare la dimensione produttiva tradizionale, proponendo una visione della cantina come luogo di incontro e di permanenza e narrazione, capace di dialogare con il paesaggio circostante e con la città.




