Il silenzio delle ombre chiude con un finissage memorabile

Straordinario successo per l’antologica di Antonio Schiavano: domani alle 18 il finissage con Mario Capriotti e Domenico Mimmo Saponaro

Un successo che resterà nella memoria

Il silenzio delle ombre di Antonio Schiavano è stata la mostra fotografica che ha segnato l’anno culturale di Brindisi. Ospitata nelle sale storiche di Palazzo Granafei-Nervegna, ha registrato numeri da record. Visitatori da tutta Italia, scolaresche coinvolte in percorsi guidati, appassionati di fotografia e curiosi hanno riempito per mesi gli spazi del palazzo. Un flusso costante che ha trasformato l’esposizione in un evento collettivo, capace di catalizzare l’attenzione non solo del pubblico locale, ma anche di chi ha scelto Brindisi come meta culturale.

La proroga fino al 30 settembre 2025 è stata la risposta naturale a una domanda che non si è mai fermata. Ora, con l’avvicinarsi della chiusura, è tempo di bilanci. Il dato più evidente è che Il silenzio delle ombre ha saputo generare emozione e riflessione in modo trasversale, conquistando studenti, studiosi, professionisti del settore e semplici visitatori.

Il finissage del 30 settembre

Per salutare questo straordinario percorso espositivo, il 30 settembre 2025 alle ore 18.00 le porte di Palazzo Granafei-Nervegna si apriranno per il finissage della mostra. Sarà un momento di incontro e di confronto, pensato non solo come chiusura, ma come nuovo inizio di riflessione sul futuro della fotografia.

Antonio Schiavano dialogherà con Mario Capriotti, membro del collettivo Polaroads, e con il giornalista e critico Domenico Mimmo Saponaro. Tre voci diverse, accomunate dalla passione per l’immagine e dalla volontà di interrogarsi sulle direzioni della fotografia contemporanea, tra analogico e digitale, memoria e nuove prospettive.

L’ingresso sarà libero, con invito aperto a tutti gli appassionati di arte, fotografia e cultura. Un’occasione unica per salutare insieme una mostra che ha segnato Brindisi e che continuerà a far parlare di sé.

La mostra come esperienza totale

Entrare in Il silenzio delle ombre significa abbandonare ogni idea convenzionale di fotografia. Antonio Schiavano non racconta semplicemente per immagini: costruisce ambienti emotivi. Le sale di Palazzo Granafei-Nervegna si trasformano in un organismo vivo che accompagna il visitatore in un viaggio sensoriale. Ogni stanza è un capitolo, ogni opera un frammento di un discorso che parla di luce e oscurità, di memoria e identità, di fragilità e forza.

Le oltre 150 opere esposte non sono disposte come semplici cornici su un muro, ma come presenze che dialogano con l’architettura stessa del palazzo. La pietra, le volte, i corridoi diventano parte integrante di un allestimento che amplifica la forza evocativa delle immagini.

Le serie che hanno segnato il percorso

Tra le opere in mostra, alcune serie hanno catturato in modo particolare l’attenzione del pubblico e della critica.

Con The Beauty and the Bane, Schiavano affronta il rapporto tra bellezza e ferita, tra corpo e segno. Le fotografie, manipolate attraverso la sua tecnica della Fotomorfia, portano sulla pelle dei soggetti graffi, abrasioni, segni che diventano simboli. Non è estetismo, ma rivelazione. In queste immagini si leggono l’intimità, la vulnerabilità, ma anche la resistenza e la possibilità di trasformare il dolore in linguaggio universale.

In Languishing, invece, a dominare è la sospensione. Corpi distesi, raccolti, come in attesa di un respiro che non arriva. È la fotografia di un tempo collettivo, quello della pandemia, che Schiavano ha saputo trasformare in metafora visiva del nostro smarrimento. Il pubblico ha riconosciuto in queste immagini la propria fragilità, rendendo la serie una delle più discusse e commentate.

L’Attesa esplora la femminilità come tensione tra forza e vulnerabilità. Le figure femminili, immerse in una luce drammatica, si presentano come icone sospese tra apparizione e sparizione. Non è una rappresentazione, ma un invito a meditare sul ruolo della donna come custode di storie, come simbolo di resistenza silenziosa.

Con Riflessi, l’artista torna al paesaggio urbano. Le architetture mediterranee diventano specchi della memoria collettiva. Le superfici, i muri, le ombre delle scale, raccontano la vita che li ha attraversati. Non ci sono persone, eppure la presenza umana è ovunque.

La serie Dysmorphia rompe gli equilibri. Qui i corpi si deformano, rifiutano la perfezione estetica imposta dalla società e dai social media. Schiavano ci mette davanti a immagini disturbanti eppure necessarie, che denunciano il mito della bellezza standardizzata. Un atto politico e poetico insieme.

Infine, con Amarcord, l’artista si lascia attraversare dalle proprie radici brindisine. Paesaggi, case, cortili diventano frammenti di memoria che la Fotomorfia restituisce come visioni. Non c’è nostalgia fine a sé stessa, ma un ritorno che rigenera.

La voce di Domenico Mimmo Saponaro

Per comprendere fino in fondo la forza di Il silenzio delle ombre, è fondamentale ascoltare chi ha seguito da vicino la ricerca di Antonio Schiavano. Il giornalista e critico Domenico Mimmo Saponaro ha firmato la prefazione alla pubblicazione dedicata alla mostra, parole che risuonano come un vero manifesto critico.

Saponaro scrive: «Antonio Schiavano non fotografa soltanto. Egli scolpisce con la luce, plasma con l’ombra, ferisce con i graffi della sua Fotomorfia. La sua immagine non è mai superficie, è sempre sostanza. È carne che sanguina, pelle che respira, memoria che brucia».

L’analisi va oltre la tecnica, tocca la dimensione etica dell’arte: «In un tempo in cui la fotografia è diventata consumo veloce, Schiavano ci costringe a fermarci. Le sue opere non chiedono like, chiedono attenzione. Non offrono consolazione, ma domande. La sua è una fotografia che non si limita a mostrare, ma che pretende di incidere dentro di noi».

La figura dell’artista emerge come quella di un maestro capace di unire mestiere e visione: «Chi ha conosciuto Antonio Schiavano sa bene che la sua disciplina nasce dalla bottega, dalla fatica quotidiana, dalla precisione tecnica. Ma sa anche che tutto questo è stato solo il trampolino per un salto più grande: trasformare la fotografia in linguaggio poetico. Oggi, con Il silenzio delle ombre, egli dimostra di aver raggiunto una maturità che lo colloca tra i grandi interpreti della fotografia contemporanea italiana».

Saponaro non si limita a celebrare, ma individua la radice autentica della ricerca: «C’è un legame indissolubile tra Antonio Schiavano e la sua terra. Brindisi non è soltanto un luogo di nascita, ma un orizzonte che ritorna in ogni sua immagine. Nei Riflessi delle architetture, nei segni che graffiano i corpi, nelle attese sospese delle figure femminili, c’è sempre il respiro del Sud. Un Sud che non è stereotipo, ma memoria viva».

Le parole del critico si fanno poi profezia: «Questa mostra non è una fine, ma un inizio. Il silenzio delle ombre è la porta che si apre verso nuove direzioni della fotografia. E Antonio Schiavano, con la sua Fotomorfia, ci indica una strada possibile: quella di un’arte che non rinuncia alla sua funzione più alta, quella di interrogarci su chi siamo e su dove stiamo andando».

Un arrivederci che è già futuro

Dopo mesi di successo, Il silenzio delle ombre si avvia verso la conclusione. Ma non sarà un semplice commiato. Il 30 settembre 2025 alle 18, nelle sale di Palazzo Granafei-Nervegna a Brindisi, il finissage diventerà un momento di incontro, riflessione e condivisione.

Antonio Schiavano saluterà il pubblico insieme a Mario Capriotti, membro del collettivo Polaroads, e a Domenico Mimmo Saponaro, critico e giornalista. Tre voci diverse, unite dalla volontà di dialogare sul futuro della fotografia, tra analogico e digitale, tra memoria e nuove prospettive.

L’ingresso sarà libero. Non serviranno biglietti, solo la voglia di partecipare a un evento che è già parte della storia culturale della città. Sarà l’occasione non solo per chiudere un percorso espositivo straordinario, ma anche per aprire idealmente nuove riflessioni. Perché come scrive Saponaro, «Il silenzio delle ombre è la porta che si apre verso nuove direzioni della fotografia».

Chi ha già visitato la mostra lo sa: si entra con curiosità, si esce con una consapevolezza nuova. Chi ancora non l’ha vista ha tempo fino al 30 settembre per lasciarsi attraversare da queste opere che non si limitano a essere guardate, ma che guardano dentro di noi.

L’appuntamento con il finissage è l’ultimo capitolo di una storia che resterà viva. Brindisi saluta così un evento che ha saputo unire passato e futuro, radici e innovazione, luce e ombra. Un evento che ha mostrato quanto la fotografia possa ancora emozionare, scuotere, cambiare.