Hope: un album che fonde afrobeat, funk e makossa per raccontare il viaggio, le crisi del presente e la speranza come forza vitale
di Antonio Portolano
C’è un ritmo che non consola e non anestetizza. Un ritmo che cammina, inciampa, riparte. Hope, il nuovo album dei Muriki, nasce da qui: dalla necessità di tenere il corpo in movimento mentre tutto intorno cambia forma. Non è un disco evasivo, ma un lavoro che usa il groove afrobeat, funk e makossa come linguaggio per interrogare il presente, attraversarne le crisi e immaginare una direzione possibile.
Pubblicato il 29 gennaio scorso su tutte le piattaforme digitali e disponibile in formato fisico a partire dal mese di marzo, Hope è il secondo album in studio della band, realizzato in collaborazione con Funkeria Records e pubblicato grazie al contributo di Nuovo Imaie. L’edizione in vinile sarà accompagnata da una cover originale realizzata dall’illustratore Massimo Pasca, che traduce visivamente l’anima del progetto.

Dalle origini al suono collettivo
Il progetto Muriki nasce nel 2018 a Roma da un’idea del sassofonista e cantante Attilio Errico Agnello, ma trova la sua forma definitiva a Brindisi, quando il fondatore rientra in Puglia per costruire una nuova famiglia artistica insieme a musicisti provenienti da diverse città della regione. Dopo una fase di assestamento e diversi cambi di formazione, il gruppo raggiunge un equilibrio stabile, diventando un ensemble compatto, riconoscibile e coerente.

L’identità è chiara fin dall’inizio: suonare musica originale che affonda le radici nell’afrobeat, nel funk e nel makossa, generi nati in Africa e rielaborati attraverso una sensibilità mediterranea. Il riferimento a figure cardine come Fela Kuti e Manu Dibango è dichiarato, ma mai imitativo. I Muriki ne raccolgono l’eredità ritmica e politica, trasformandola in un linguaggio personale, fatto di fiati potenti, linee di basso ipnotiche, percussioni tribali e chitarre che profumano di Sud.

Hope come stato d’animo necessario
A cinque anni dall’omonimo EP d’esordio, Hope rappresenta un passaggio decisivo. Il ritmo resta il motore pulsante dell’opera, ma i testi e le atmosfere si spingono verso una dimensione più personale, profonda e consapevole. Il disco affronta temi come il viaggio, le crisi del nostro tempo, il coraggio e la speranza, intesa non come illusione, ma come condizione emotiva indispensabile per restare presenti.

L’apertura è affidata a Passeur, figura simbolica e guida del deserto, che introduce l’ascoltatore nel viaggio. Subito dopo arriva Maddiri, uno dei brani centrali dell’album, dove l’afrobeat incontra il rock del Maghreb. Il testo, scritto e cantato in dialetto brindisino, affronta il tema dell’indifferenza e dell’alienazione sociale, dando voce a un disagio collettivo che si fa carne e suono:
«Iu no vogghiu iu no vogghiu
a ce sta vesciu cretiri
Di stu mundu quistu mundu
Chiùi no si po’ viviri».
Il groove è serrato, circolare, quasi ostinato, mentre le parole scavano, senza mediazioni.

Ballate notturne e viaggi interiori
La title track Hope segna un cambio di passo emotivo. La melodia si distende, i fiati aprono spazi e la speranza diventa una tensione viva, un movimento continuo più che un traguardo. È il cuore dell’album, il punto in cui ritmo e visione trovano un equilibrio fragile ma necessario.
Segue Comu a mmei, ballata africana intima e notturna, ancora una volta cantata in dialetto brindisino. Qui il tempo rallenta, la musica si fa sospesa e il testo invita a lasciare andare, ad allentare ciò che stringe troppo forte:
«Lassa sti cordi spetta e viti
ca si sanunu sti mani».

Il viaggio prosegue con Niger, traccia tortuosa e simbolica, che attraversa territori sonori e interiori, fino a sfociare nell’energia solare di Feddi Feddi, brano conclusivo che restituisce al corpo la centralità del movimento. Il “melone delle estati salentine” diventa pretesto narrativo per una chiusura luminosa, ironica e profondamente danzante.
Un ensemble, molte voci
Il suono di Hope è il risultato di un lavoro collettivo preciso e stratificato. La batteria di Andrea Miccoli e le percussioni di Richard Gathiomi (Somiè) Murigu costruiscono una base ritmica profonda, tribale e pulsante. Le linee di basso di Francesco (Ciccio) Salonna guidano l’ipnosi, mentre la chitarra e il mandolino di Gianmaria (Jamma) Dell’Anna aprono orizzonti mediterranei.
I fiati, elemento identitario del progetto, sono affidati a Michele Mele al trombone e a Attilio Errico Agnello al sax tenore e alla voce solista. La sezione è rinforzata dalla partecipazione di Emanuele Calvosa alla tromba e Giovanni Chirico al sax contralto e baritono. Le tastiere di Pasquale (Paco) Carrieri e la voce intensa di Isabella Benone arricchiscono ulteriormente il paesaggio sonoro, contribuendo a una contaminazione che riflette pienamente l’anima del progetto.

Radici pugliesi, orizzonte globale
Radicati in Puglia, ma con lo sguardo rivolto al mondo, i Muriki hanno costruito nel tempo un ponte ritmico tra il Sud Italia e le radici della musica nera. Hope è la sintesi più matura di questo percorso: un album che non separa corpo e pensiero, festa e consapevolezza. La speranza, qui, non è una promessa astratta, ma un atto quotidiano, da praticare a tempo di groove.
Ascolti e riferimenti
Ascolta l’album Hope
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Instagram ufficiale
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Info e contatti
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