(H)amleto, l’Amleto che cambia le regole della scena

(H)amleto, gli attori sul palco

L’Amleto reinventato da Fabrizio Tana e dal gruppo Factory al Nuovo Teatro Verdi per un viaggio poetico e radicale dentro la disabilità

di Antonio Portolano

«Mi manca Ofelia, mi manca Ofelia, ma quanto mi manca, quanto mi manca in mie mancanze».

Un verso che apre un varco

Da questo grido ripetuto, ostinato, quasi infantile e insieme lucidissimo, si apre un varco. È la voce di Fabrizio Tana, autore e attore con sindrome di Down, che entra nella mente di Amleto e la rovescia dall’interno. In (H)amleto, in scena giovedì 27 novembre alle ore 20.30 al Nuovo Teatro Verdi di Brindisi, la tragedia di Shakespeare diventa un viaggio poetico, onirico e radicale nel rapporto fra teatro e disabilità, fra biografia e personaggio, fra ciò che siamo e ciò che potremmo essere.

Lo spettacolo fa parte della stagione Tutte le sere del mondo” 2025-2026 del Nuovo Teatro Verdi, ideata dal Centro di Produzione Teatrale Factory / Teatri del Nord Salento, in collaborazione con Meridiani Perduti Teatro, Inti Luigi D’Elia, con il sostegno di Comune di Brindisi, Regione Puglia, Ministero della Cultura, Fondazione Nuovo Teatro Verdi, Teatro Don Bosco / Salesiani di Brindisi e “Ministero dei Sogni – Mediaporto Brindisi”.

Dentro la mente di Amleto

«Perché è morta, è morta è morta? Perché è proprio morta che è morta?» scrive Fabrizio Tana nella poesia dedicata a Ofelia. Non è un vezzo stilistico. È una modalità di pensiero. Le parole si ripetono, inciampano, ritornano, come se la mente non riuscisse a staccarsi dal punto del dolore.

Questo linguaggio nasce da un lungo attraversamento. Per mesi Fabrizio ha letto Amleto, guardato film, inviato messaggi ai registi Tonio De Nitto e Fabio Tinella, raccontando episodi della propria vita come fossero capitoli della tragedia. Gertrude diventava la madre. Claudio diventava lo zio. Gli amici di scuola si sovrapponevano a Rosencrantz e Guildenstern. La memoria personale si mescolava alla finzione, e ciò che era autobiografia diventava drammaturgia.

Tonio De Nitto racconta: «Fabrizio non interpreta Amleto. Si trasfigura in lui. Racconta Amleto e contemporaneamente racconta se stesso». Fabio Tinella aggiunge: «È come se la sua vita e la tragedia fossero due fogli sovrapposti. In certi punti coincidono perfettamente».

Da questa matrice nasce un Amleto che non si limita a evocare la mente disturbata del principe, ma la abita fisicamente. Un Amleto che esiste in una soglia, in uno scarto minimo, un millimetro che basta per aprire un abisso.

L’approdo al Verdi

(H)amleto arriva a Brindisi dopo aver calcato palcoscenici importanti come il Mercadante di Napoli, il Nazionale, il Franco Parenti di Milano, il Guglielmi di Massa. Ma il palco del Verdi resta un caso a parte. La sua ampiezza, la sua profondità, la sua platea sterminata lo trasformano in una sfida emotiva prima ancora che scenica.

«È un teatro enorme» dice De Nitto. «Abbiamo bisogno che il pubblico ci accompagni. Con un palco così vasto, se la platea non si riempie rischi di sentirti piccolo. Ma questo gruppo ha un’energia speciale. Ci sentiamo pronti».

La serata prevede anche l’audiodescrizione gratuita per ciechi e ipovedenti, un servizio da prenotare anticipatamente. È un tassello essenziale della politica di accessibilità che caratterizza l’intera stagione.

Due anni di laboratorio condiviso

Lo spettacolo è nato dentro un laboratorio durato due anni, un percorso quotidiano che ha coinvolto persone con disabilità e attori professionisti. Non un workshop passeggero, ma un processo che ha costruito un linguaggio comune e un modo nuovo di stare in scena.

Tonio De Nitto e Fabio Tinella spiegano: «Il nostro non è un lavoro sulla disabilità. È un lavoro insieme a persone che portano in scena la loro complessità e la loro verità. Niente è appiccicato per ottenere un effetto estetico. Il teatro nasce dalla loro esperienza».

E aggiungono: «In Fabrizio abbiamo riconosciuto un talento autorale enorme. Le sue lettere, le sue frasi ripetute, la sua grammatica reinventata erano già drammaturgia. Dovevamo solo ascoltarlo».

Raccontano anche l’atmosfera che si è creata nel gruppo: «C’è una libertà rara. I ragazzi non portano rancori, non portano sovrastrutture. Entrano nel lavoro con una purezza che ti obbliga a essere vero. Lì capisci cosa significa fare teatro».

Questa dimensione ha sciolto ogni confine. Sul palco, la distinzione fra “disabile” e “normodotato” perde senso. Rimane l’umanità cruda, viva, che la tragedia di Shakespeare accoglie e rilancia.

Il teatro come liberazione

Nel percorso creativo, gli artisti raccontano di aver colto segnali, coincidenze, intuizioni che confermavano la direzione presa. «Il teatro ti libera quando entri davvero nella vita degli altri» dicono. «Soprattutto lavorando con Fabrizio abbiamo capito cose profonde. Questo lavoro ci ha cambiati come artisti e come persone».

La scena: un Amleto affollato dalle sue ossessioni

Nella costruzione scenica di (H)amleto, l’immaginario shakespeariano non viene riprodotto, ma attraversato. Il luogo dell’azione è una mente abitata, un paesaggio interiore più che un castello. L’Amleto interpretato da Fabrizio Tana non dialoga con figure reali ma con presenze, riverberi, memorie che emergono dal suo stesso corpo e da quelli del gruppo.

Un paesaggio interiore e sensoriale

Il ritmo dello spettacolo è fatto di ripetizioni, di interruzioni, di lampi emotivi. Gli attori si muovono come pensieri che attraversano la mente del protagonista. Lo spazio scenico, curato da Egle Calò, diventa una sorta di stanza mentale dove convivono ricordi, desideri, fantasmi.

Luce, suono e corpo come drammaturgia

Le luci di Davide Arsenio scolpiscono il vuoto e la pienezza, alternando zone di ombra e di abbaglio, come se la coscienza si aprisse e si chiudesse a scatti. I costumi di Lilian Indraccolo mantengono una dimensione essenziale, senza epoca, che sottrae il racconto a qualsiasi tentazione di naturalismo.

La musica originale di Paolo Coletta e il sound design di Graziano Giannuzzi creano un tappeto sonoro che oscilla tra sospensione e tensione, accompagnando l’attore nel suo smarrimento. Il voiceover di Lorenzo Paladini interviene come un richiamo lontano, un’eco della tragedia classica che risuona e poi svanisce.

Al centro di tutto rimane Fabrizio. Il suo corpo, non conforme ai canoni tradizionali del teatro, diventa un luogo poetico. Il suo modo di stare in scena – diretto, esposto, mai mediato – amplifica la potenza emotiva del testo. Non si limita a rappresentare l’Amleto schiacciato dal dolore: lo attraversa fisicamente.

Il gruppo in scena

Accanto a Fabrizio Tana, lo spettacolo vede la presenza di un ensemble numeroso che sostiene, amplifica, contraddice, accompagna i suoi movimenti interiori. In scena ci sono: Alessandra Cappello, Lara Capoccia, Anna Giorgia Capone, Nicola De Meo, Antonio Guadalupi, Silvia Lodi, Alessandro Rollo, Antonella Sabetta, Stefano Solombrino, Diomede Stabile, Carmen Ines Tarantino, oltre allo stesso Fabio Tinella.

Un ensemble eterogeneo e vibrante

Si tratta di un gruppo eterogeneo per età, provenienza, abilità fisica e mentale. Alcuni attori hanno disabilità motorie, altri neurodivergenze, altri ancora sono professionisti formati nelle accademie teatrali. La loro convivenza sul palco non è mai “tematizzata”: è un dato, una condizione scenica che modifica il linguaggio dello spettacolo.

Tonio De Nitto lo sintetizza così: «Quando lavoriamo insieme, il confine fra normalità e disabilità non ha più alcun senso. Tutto diventa scena, tutto diventa linguaggio, tutto diventa possibile».

Factory: un laboratorio permanente sul possibile

Per comprendere davvero (H)amleto, è necessario entrare nella storia di Factory Compagnia Transadriatica, una delle realtà più attive del Sud Italia nel campo del teatro sociale d’arte.

Una storia di ricerca e inclusione

Dal 2016 la compagnia lavora in modo continuativo con attrici e attori con disabilità, non come progetto parallelo o come eccezione, ma come parte strutturale della propria identità artistica. Tra le produzioni più importanti che hanno coinvolto persone con disabilità ci sono Diario di un brutto anatroccolo – oltre 200 repliche e premi internazionali – e lo spettacolo Peter Pan, presentato in contesti prestigiosi come Romaeuropa.

Nel 2019 Factory realizza la coproduzione europea Hubu Re, da cui nasce il volume Cross the gap – attraversamenti nei teatri del possibile. Dal 2021 aderisce alla rete Europe Beyond Access, che promuove percorsi internazionali di inclusione, accessibilità e formazione aperta.

Il laboratorio permanente di Lecce

Il cuore pulsante di questo lavoro è il laboratorio permanente a Lecce, coordinato da Tonio De Nitto e Fabio Tinella, frequentato da gruppi di persone con diverse tipologie di disabilità. È uno spazio di ricerca costante, di incontro e di crescita. Qui non si lavora “sulla disabilità” ma con le persone, accogliendo ogni corpo come una possibilità scenica.

«È una scelta di vita, oltre che artistica» spiegano i due registi. «Ci ha dato una chiave per capire meglio gli altri e capire meglio noi stessi».

Un’estetica che nasce dal reale

Non si tratta, dunque, di un teatro che “parla di inclusione”, ma di un teatro che pratica l’inclusione come metodo. E questa scelta sta producendo anche nuovi percorsi: a breve debutterà un nuovo progetto con un giovane attore in sedia a rotelle impegnato in un lavoro su Oscar Wilde, ulteriore testimonianza di una direzione chiara, maturata negli anni.

Oltre l’inclusione: una poetica del corpo vivo

Il percorso di Factory ribalta un fraintendimento molto frequente: l’idea che il teatro con persone con disabilità sia un teatro “del limite”, un teatro che deve compensare o proteggere. In (H)amleto accade esattamente il contrario.

L’esperienza, i corpi, le biografie degli attori non sono limiti: sono materiali poetici. Non vengono addolciti, lisciati o nascosti. Diventano linguaggio. Diventano ritmo. Diventano verità scenica.

Il risultato è un’estetica che non si può inventare a tavolino. Non nasce da un’idea, ma da un incontro reale. Da ciò che i corpi fanno quando si muovono insieme. Da ciò che le parole di Fabrizio trasformano quando si ripetono, quando si inceppano, quando dichiarano: «Mi sono pentito e reso conto».

La speciale natura di (H)amleto

(H)amleto è uno spettacolo che non chiede di essere capito, ma attraversato. Non invita a osservare la disabilità come tema, né a commuoversi davanti a una fragilità esibita. Propone invece un incontro radicale con un modo diverso di stare in scena, di usare il corpo, di pensare la parola teatrale.

È uno spettacolo speciale perché nasce dal reale. Dalla lingua viva di Fabrizio Tana, dal suo modo inconfondibile di ripetere, insistere, spostare le parole fino a farne rivelazione. Nasce dal gruppo che si muove insieme, da quell’intesa precisa e irripetibile che si crea quando attori con e senza disabilità entrano nello stesso respiro scenico.

È speciale perché non si limita a rivisitare Shakespeare. Lo ribalta. Lo ricrea. Lo filtra attraverso chi Amleto lo sente davvero addosso, lo abita con la propria biografia, con le proprie ferite, con la propria lucidità emotiva.

Ed è speciale perché invita il pubblico a sedersi in un luogo raro: quello dove il teatro non è illustrazione, ma liberazione. Dove la scena apre uno spazio in cui tutti – attori, registi, spettatori – possono riconoscere una forma imprevista di verità.

Il prossimo appuntamento: “La stanza di Agnese”

La stagione “Tutte le sere del mondo” prosegue il suo cammino tra storie potenti e drammaturgie necessarie. Il prossimo appuntamento è in programma:

Giovedì 4 dicembre, ore 20.30
Teatro Don Bosco, Brindisi
Meridiani Perduti – “La stanza di Agnese
di e con
Sara Bevilacqua

Lo spettacolo racconta la vita di Agnese Borsellino, moglie del giudice Paolo Borsellino, in un viaggio di amore, dolore e memoria, fino alla strage di Via D’Amelio. Un racconto intimo, essenziale, che restituisce la dimensione umana di una donna che ha attraversato la storia italiana portando con sé la responsabilità di una testimonianza incancellabile.