Franco Farina e il nuovo Vitello d’Oro

Franco Farina, Il vitello d'oro

Anteprima de «Il Vitello d’Oro» di Franco Farina: un quadro-scultura che denuncia l’idolatria del potere e la violenza sul territorio

di Antonio Portolano

«Un artista non è invisibile»

«Io sono artista, e faccio parte di quella schiera di invisibili che nella società contemporanea possono al massimo ambire a fare da belletto su una parete del soggiorno, sul bancone di un ristorante o tra i vialetti di un giardinetto. Ovviamente non sono d’accordo… Un artista è un cittadino che ha diritto di parola come tutti gli altri; non sono invisibile ed in più vedo cose che a volte mi spaventano».

È da questa presa di posizione netta che nasce Il Vitello d’Oro, l’ultima opera di Franco Farina: un quadro/scultura monumentale che riattiva un mito antico per raccontare il presente, la sua idolatria del denaro e la furia predatoria che divora territori, città, coste, storie.

Un Vitello d’Oro per il presente

«In questi giorni ho completato “Il Vitello d’Oro”», spiega l’artista. È un’opera grande, tre metri e venti di larghezza per quasi due metri di altezza: una struttura formata da tre pezzi di legno difformi, montati per contenere un vitello costruito con una vecchia lamiera ondulina, in parte arrugginita e in parte dorata a foglia d’oro. Lo sfondo è una materia compatta di colore verde, composta da gesso, tempera alla gommalacca e camera d’aria di un pneumatico di trattore. «Anche se non sembra è un’opera dolorosa».

Un’opera, una biografia del mondo

Siamo davanti a una sorta di pala laica: la cornice lignea è irregolare, la lamiera ondulata definisce il corpo dell’animale, la doratura non è trionfo ma ferita luminosa. La camera d’aria di trattore, sezionata e inglobata nello sfondo, porta dentro la scultura l’eco del lavoro agricolo, del peso sulle spalle della terra. La materia, come sempre nel lavoro di Farina, non è un semplice supporto: è biografia del mondo.

Un amico, vedendo la scala del lavoro, gli chiede: «Ora che te ne fai di un’opera così grande, dove la esponi, dove la terrai?». La risposta di Farina è un non detto: «Non gli ho risposto».
Quell’assenza di risposta sembra già una dichiarazione: ci sono opere che non nascono per adattarsi alle misure di un salotto, ma per mettere in crisi chi le guarda.

Dal Sinai alle nostre città: la leggenda che ritorna

Il primo Vitello d’Oro, ricorda l’artista, «è frutto di un’idea di Aronne». Gli ebrei in fuga dall’Egitto aspettano che Mosè scenda dal monte Sinai con le leggi del Signore. Non avendo più notizie di lui da quasi quaranta giorni, «chiesero ad Aronne un nuovo dio, a loro non importava più niente di Mosè e del Dio che parlava nel suo cuore».

Aronne si fa consegnare dal popolo tutto l’oro che possiedono e ne fonde «un Vitello tutto d’oro, simbolo di ricchezza, forza, potenza, abbondanza». Il popolo inizia ad adorare questo nuovo idolo: «il dio del denaro, del potere e della ricchezza, della superiorità».

Mosè scende dal monte con le tavole dei Comandamenti, vede il vitello d’oro, «lo fece a pezzi, lo distrusse, lo polverizzò e lo sparse nelle acque». Ma per Farina questa distruzione non basta: «Il Vitello d’Oro era ormai nato e continuò a vivere di vita propria in tutte le società umane».

L’opera nuova parte da qui: da un mito che non appartiene solo al passato, ma che, secondo l’artista, parla ancora di noi.

Il totem del denaro e la violenza sul territorio

Nel testo che accompagna la scultura, Farina non attenua il giudizio: «Il denaro, il potere, la ricchezza danno a pochi il diritto e la certezza di essere superiori a chiunque altro ed il diritto di decidere sulla testa di chiunque altro, sono questi i poteri che si chiedono al totem, è questo ciò che si chiede al Vitello d’Oro».

I «seguaci del Vitello d’Oro» sono quelli che «prendono tutto ciò che vogliono, fanno tutto ciò che vogliono, distruggono tutto ciò che vogliono». Non importa che cosa: «Che sia uno stato, una città antica, una costa, la Foresta Amazzonica, lo Spazio, la Luna, non fa differenza». La lista si chiude con un’affermazione che riguarda da vicino la sua terra: «Oggi stanno cercando di prendersi anche la nostra città, la nostra costa, la nostra terra, la nostra storia».

Il Vitello d’Oro diventa così un’immagine condensata del rapporto tra potere e territorio: un idolo che chiede sacrifici continui in nome del profitto, e che avanza erodendo paesaggi, comunità, memorie. La lamiera arrugginita e la doratura non sono solo scelte formali: raccontano la promessa dell’oro e la corrosione che essa porta con sé.

Qualche domanda a Franco Farina

Il Vitello d’Oro nasce come opera nuova. Da dove partono le tue riflessioni?

«Io sono artista, e faccio parte di quella schiera di invisibili che nella società contemporanea possono al massimo ambire a fare da belletto su una parete del soggiorno, sul bancone di un ristorante o tra i vialetti di un giardinetto. Ovviamente non sono d’accordo, spesso sono trattato come un fatto folkloristico o come il folle/fesso del paese a cui non si nega mai un sorriso bonario. Un artista è un cittadino che ha diritto di parola come tutti gli altri; non sono invisibile ed in più vedo cose che a volte mi spaventano».

Un amico ti chiede che cosa te ne fai di un’opera così grande. Come vivi quella domanda?

«Un amico mi ha detto “ora che te ne fai di un’opera così grande, dove la esponi, dove la terrai?”. Non gli ho risposto».

Perché hai sentito la necessità di tornare proprio al mito del Vitello d’Oro?

«Ma il Vitello d’Oro era ormai nato e continuò a vivere di vita propria in tutte le società umane continuando a rappresentare chi lo aveva generato e gli innumerevoli altri che nel tempo hanno continuato a ritenerlo il solo ed unico Dio plausibile e dimostrabile».

La tua critica al potere è molto esplicita. Che cosa chiedono oggi i “seguaci” di questo idolo?

«Il denaro, il potere, la ricchezza danno a pochi il diritto e la certezza di essere superiori a chiunque altro ed il diritto di decidere sulla testa di chiunque altro, sono questi i poteri che si chiedono al totem, è questo ciò che si chiede al Vitello d’Oro».

Che cosa distruggono, concretamente, i seguaci del Vitello d’Oro?

«I seguaci del Vitello d’Oro prendono tutto ciò che vogliono, fanno tutto ciò che vogliono, distruggono tutto ciò che vogliono. Che sia uno stato, una città antica, una costa, la Foresta Amazzonica, lo Spazio, la Luna, non fa differenza. Oggi stanno cercando di prendersi anche la nostra città, la nostra costa, la nostra terra, la nostra storia».

Perché scegli un’iconografia che definisci “desueta” e talvolta dolorosa?

«Per dire delle cose a volte uso una iconografia desueta, poco comprensibile ed a volte dolorosa».

Biografia e opere: una mitologia degli scarti

Franco Farina nasce a Ostuni. È stato restauratore e antiquario, prima di intraprendere alla fine degli anni Novanta un corso di studi in Conservazione dei Beni Culturali all’Università Ca’ Foscari di Venezia, culminato nella laurea. Ha poi conseguito un Master in Caratterizzazione e Conservazione dei materiali ceramici e lapidei alla Facoltà di Geologia di Bari.

I «tanti anni di pratica del restauro» gli hanno dato «confidenza con i materiali più diversi»: legni, gesso, malte, pigmenti, gommalacca, cere, resine, ferri, foglia oro. Le mani, scrive, hanno imparato a toccarli, trattarli, legarli.

Questa conoscenza è diventata linguaggio nelle sue mostre. In Scarti, personale allestita nel centro di raccolta rifiuti di Crispiano nel 2021, l’artista utilizza lamiere edili, lattine, contenitori metallici, legni di recupero, ante di armadi, piani di tavoli. Le lamiere, sezionate e sagomate, sono «una materia pittorica che si appoggia sul colore di fondo e con il colore collabora». Il colore «si ispessisce nella colla e nel gesso, si agglutina, scompare nei tagli e risale alla superficie del rilievo, sposa la ruggine, il tessuto e la polvere».

In Gli occhi della terra, grande mostra a Palazzo Brancaccio a Roma, le sue figure in lamiera – santi, madonne, personaggi comuni – hanno dato corpo a un «atto di contestazione» e insieme a un invito a «vedere, comprendere e agire» rispetto alla responsabilità verso la terra.

Critici e curatori hanno riconosciuto nella sua pratica una forma di «mitologia contemporanea», in cui gli scarti diventano personaggi «orgogliosi e rispettabili», capaci di restituire dignità a ciò che la società dei consumi getta via.

Un lessico di scarti per dire il potere

In più punti, Farina ha definito le sue lamiere come «sputi, vomiti, materia indigerita», chiamate a rappresentare «ciò che è stato incompreso, rifiutato, estromesso, escluso, ciò che per il sistema non va bene». Sono «le lamiere di chi prova a vivere tutti i giorni, di chi lotta per una speranza, per una spiaggia libera, per un bosco, per la scuola, per il futuro dei figli».

Nel Vitello d’Oro questo lessico materiale viene messo al servizio di un soggetto che parla di chi, al contrario, sta dalla parte del dominio: non gli esclusi, ma chi esclude.
La tensione è tutta qui: usare la materia degli scarti per rappresentare l’idolo che giustifica lo scarto di terre, comunità, persone. La lamiera arrugginita e il verde di gesso e gommalacca sembrano trattenere insieme il dolore e la resistenza, il mito e la cronaca.

L’oro, nell’opera, non è promessa di salvezza ma superficie fragile, destinata a convivere con la corrosione. È la patina del potere, che non riesce a coprire del tutto la violenza che lo sostiene.

Uno dei più alti artisti glocal

Il messaggio potente che promana dall’opera di Franco Farina è talmente dirompente che anche alcuni esperti della materia lo hanno riconosciuto e ribadito. In un suo articolo, pubblicato su meer.com – nella sezione arte – Giovanna Vernarecci, accosta l’opera di Farina a quella di El Anatsui e Ai Weiwei.

El Anatsui: classe 1944, ghanese, ha insegnato e lavorato per decenni tra il Ghana e la Nigeria, riconosciuto come uno dei più influenti artisti africani contemporanei e «capace di raccontare la storia e l’identità culturale attraverso la materia».

Ai Weiwei, nato in Cina nel 1957, costretto a crescere in esilio con la famiglia a causa delle persecuzioni del regime non è solo «un artista, ma anche un attivista, che ha fatto della sua opera un mezzo di denuncia politica e sociale».

«Franco Farina – scrive Giovanna Vernarecci, pur con una dimensione più intima e radicata nel contesto italiano, inserisce il proprio lavoro in quella ricerca che vede lo scarto non solo come residuo, ma anche, forse principalmente, come traccia di un passato che può ancora parlare; e se El Anatsui e Ai Weiwei lavorano su larga scala e in un dialogo esplicito con la globalizzazione, Farina opera con una sensibilità che affonda nelle radici della sua terra, trasformando lamiere e materiali di recupero in figure cariche di espressività e significato».

Un idolo ferito davanti a noi

Con Il Vitello d’Oro, Franco Farina porta a compimento un percorso che dalla discarica di Scarti fino alle grandi sale di Gli occhi della terra ha avuto sempre lo stesso centro: dare voce a ciò che viene rifiutato. Qui, però, il fuoco si sposta.

L’artista non rappresenta più solo i corpi fragili che abitano i margini, ma il totem che li schiaccia. Non mette in scena una vittima, ma l’idolo stesso del potere, reso vulnerabile dalla ruggine e dall’eccesso di materia.

Il Vitello d’Oro non è fatto per essere adorato. È un idolo ferito, esposto, che chiede allo sguardo di chi osserva di scegliere da che parte stare.