Le datazioni radiocarboniche del CEDAD Unisalento rivelano una comunità di pastori di 3.500 anni fa vissuti nella Grotta della Monaca
di Antonio Portolano
Una comunità di pastori vissuta oltre 3.500 anni fa, nel pieno dell’Età del Bronzo, emerge oggi con nuovi dettagli grazie allo studio del DNA antico e alle datazioni al radiocarbonio realizzate dal Centro di Fisica Applicata, Datazione e Diagnostica (CEDAD) dell’Università del Salento. I risultati, pubblicati sulla rivista Communications Biology (Nature Portfolio), ricostruiscono per la prima volta la struttura genetica, i legami di parentela e alcuni aspetti della vita quotidiana di una piccola comunità protoappenninica dell’Italia meridionale.

La necropoli della Grotta della Monaca
La ricerca riguarda la Grotta della Monaca, situata nel territorio di Sant’Agata d’Esaro, in provincia di Cosenza, sui monti dell’Orsomarso, in Calabria. Il sito è stato utilizzato come luogo di sepoltura tra circa il 1780 e il 1380 a.C., durante la Media Età del Bronzo. L’integrazione tra dati genetici, archeologici e cronologici ha permesso di ricostruire il profilo di una comunità di dimensioni ridotte, caratterizzata da forti legami interni e da un’organizzazione funeraria strutturata.

Una ricerca internazionale
Lo studio è frutto di una collaborazione internazionale guidata dal Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia e dall’Università di Bologna, con il coinvolgimento del CEDAD dell’Università del Salento per la definizione del quadro cronologico. Le analisi genomiche condotte su resti umani hanno evidenziato una forte affinità genetica tra la comunità della Grotta della Monaca e le popolazioni della prima Età del Bronzo della Sicilia, pur in assenza di contributi genetici “orientali” che risultano invece presenti in comunità siciliane coeve.

Il contributo del CEDAD alle datazioni
Il CEDAD ha curato l’intera fase di preparazione chimica dei campioni ossei e le misure di spettrometria di massa con acceleratore (AMS), fornendo il riferimento cronologico dell’uso funerario della cavità.
«I campioni ossei sono stati trattati nei laboratori chimici del CEDAD, presso i quali è stata estratta la frazione di collagene e preparati i target di grafite necessari alle misure con spettrometria di massa con acceleratore, che hanno permesso di collocare con precisione tra il 1780 e il 1380 a.C. l’utilizzo funerario della cavità» spiega la dottoressa Marisa D’Elia, responsabile dei laboratori chimici del Centro.

Fisica applicata e studio del passato
Il lavoro evidenzia il ruolo ormai centrale delle tecniche della fisica applicata nello studio delle società antiche.
«Questo lavoro rappresenta un esempio emblematico di come le tecniche della fisica applicata, in particolare la spettrometria di massa con acceleratore per la datazione con il radiocarbonio – sottolinea il professor Lucio Calcagnile, fondatore e direttore del CEDAD e coautore dello studio – siano strumenti ormai imprescindibili per le scienze del passato».

Sulla stessa linea il commento del professor Gianluca Quarta, ordinario di Fisica Applicata al Dipartimento di Matematica e Fisica dell’Università del Salento e coautore della ricerca: «La serie di datazioni ottenute a Lecce è stata essenziale per ancorare nel tempo le evidenze genetiche e archeologiche e per definire con chiarezza la finestra cronologica in cui questa comunità ha vissuto e utilizzato la grotta come luogo di sepoltura».
Una comunità piccola e fortemente imparentata
Le analisi radiocarboniche su ossa umane provenienti da diversi settori della cavità confermano un uso concentrato della grotta come necropoli nella Media Età del Bronzo, con la maggior parte dei resti collocati nell’area interna. L’integrazione tra cronologia assoluta, dati archeologici e genomi antichi ha permesso di riconoscere una comunità con marcati legami di parentela e una distribuzione funeraria probabilmente organizzata per sesso ed età, con una prevalenza di donne e individui immaturi nel settore principale.

Il caso di consanguineità estrema
Le tecniche avanzate di genomica hanno inoltre portato all’identificazione di un caso di consanguineità estrema, mai documentato prima in un contesto archeologico dell’Età del Bronzo. Un giovane maschio presenta un profilo genetico compatibile con un’unione riproduttiva tra parenti di primo grado. Le analisi indicano che il padre era un adulto sepolto nello stesso settore funerario, mentre la madre doveva essere una figlia dello stesso individuo. Un risultato che offre nuove chiavi di lettura sull’organizzazione sociale e familiare di queste comunità preistoriche.
Un contributo alla storia del Mediterraneo
Oltre a illuminare la storia di una singola comunità montana, lo studio contribuisce a colmare una lacuna rilevante nei dati genetici antichi dell’Italia meridionale, area strategica per comprendere le dinamiche demografiche del Mediterraneo centrale tra Neolitico ed Età del Bronzo. Per l’Università del Salento, il risultato conferma il ruolo del CEDAD come infrastruttura di riferimento internazionale per la datazione e la diagnostica applicate ai beni culturali, capace di dialogare con i principali centri di ricerca europei e di contribuire in modo decisivo alla ricostruzione della storia del territorio e del Mediterraneo.




