Perché smettiamo di migliorare anche quando ci alleniamo? Gli studi di K. Anders Ericsson spiegano come nasce la vera competenza
di Daniela Pastore
(Psicologa e psicoterapeuta)
Perché, a un certo punto, smettiamo di migliorare?
Perché pur continuando a ripetere la stessa azione, lo stesso gesto, la stessa tecnica per anni e anni la nostra performance resta ferma, come bloccata su un altopiano invisibile? È un’esperienza comune: all’inizio di un’attività i progressi sono rapidi, poi qualcosa si inceppa. Ci alleniamo, insistiamo, ma il salto di qualità non arriva.

A venirci incontro è la scienza della competenza, che da anni studia cosa distingue i comuni mortali dai vari Ronaldo, Sinner, Mozart, Michelangelo, ovvero da chi riesce a raggiungere picchi assoluti di eccellenza. Le ricerche sull’expertise, sintetizzate e divulgate anche nel libro L’arte di ricordare tutto di Joshua Foer (clicca qui per acquistare), mostrano con chiarezza che l’errore più comune non è la mancanza di talento. È invece il modo in cui ci esercitiamo e il rapporto che instauriamo con l’errore proprio quando crediamo di «saper fare».
Al centro di questa rivoluzione concettuale si collocano gli studi dello psicologo K. Anders Ericsson, considerato uno dei massimi esperti mondiali nello studio della competenza esperta e della pratica intenzionale. Le sue ricerche hanno ridefinito il modo in cui concepiamo l’apprendimento, la performance e il miglioramento umano in ambiti che vanno dalla musica allo sport, dalla medicina agli scacchi, fino alle mnemotecniche.

I tre stadi dell’apprendimento secondo Fitts e Posner
Secondo gli studi condotti negli anni Sessanta dagli psicologi Paul Fitts e Michael Posner, il processo di apprendimento di qualsiasi nuova tecnica attraversa tre stadi distinti.
Stadio cognitivo
Il primo step è lo stadio cognitivo, in cui l’individuo è completamente immerso nel ragionamento cosciente. Ogni gesto richiede la massima attenzione. Ogni azione viene scomposta, analizzata, corretta. È una fase lenta e faticosa, zeppa di errori anche grossolani ma fondamentale, perché è qui che si costruiscono le strategie corrette per eseguire il compito.
Stadio associativo
Nello stadio successivo, definito associativo, l’esecuzione diventa più fluida. Gli errori grossolani diminuiscono. L’attenzione richiesta è minore, anche se non scompare del tutto. Il soggetto inizia a essere più efficiente e a coordinare meglio le singole componenti dell’azione.
Stadio autonomo
Infine si arriva allo stadio autonomo, quello che comunemente viene chiamato «pilota automatico». L’abilità è ormai archiviata nei recessi della mente. L’azione viene eseguita senza controllo cosciente. Dal punto di vista neurologico, l’attività delle aree cerebrali deputate al ragionamento consapevole diminuisce, lasciando il controllo ad altre regioni del cervello, sicuramente meno dispendiose a livello energetico. Questo stadio rappresenta un vantaggio evolutivo. Automatizzare un compito libera risorse mentali per affrontare situazioni nuove. Ma è anche il punto in cui, paradossalmente, il miglioramento mette il freno a mano.
Ericsson definisce questo arresto stabilizzazione ottimale: il livello in cui una persona ritiene di essere «abbastanza brava» e smette di prestare attenzione consapevole all’attività che svolge.

Quando l’automazione diventa un ostacolo
La convinzione diffusa è che automatizzare un’abilità significhi averla padroneggiata. In realtà, per chi aspira all’eccellenza, l’automazione è spesso una zona di parcheggio, non un traguardo. È il punto in cui si smette di migliorare senza accorgersene.
Il chitarrista amatoriale
Pensiamo a un chitarrista amatoriale. Dopo qualche anno suona sempre gli stessi accordi, le stesse canzoni, con una certa scioltezza. Le dita vanno da sole, il gesto è fluido, il «pilota automatico» è inserito. Il sistema funziona. Ma non evolve. È molto diverso da ciò che accade a un grande chitarrista, che torna ossessivamente su una singola nota, su un passaggio scomodo, difficile, su una micro-imprecisione che l’ascoltatore medio nemmeno percepisce. Dove l’amatoriale ripete, l’esperto interroga ciò che fa. Ed escogita soluzioni sempre più efficienti.

La nonna e le polpette
Spostiamoci in cucina. C’è la nonna che prepara le polpette al sugo da quando era ragazza, sempre allo stesso modo e dice: «Le faccio a occhi chiusi». Ed è vero. Ma sono identiche a se stesse. Uno chef, invece, usa la ricetta come punto di partenza: cambia una temperatura, una consistenza, un tempo di cottura. Assaggia, corregge, sbaglia, riprova. L’automatismo, per lui, non è mai una dimora stabile.
Quando un compito diventa automatico, il cervello smette di monitorarlo in modo critico. Gli errori non vengono più osservati. Le micro-inefficienze non vengono corrette. L’abilità resta funzionale, ma entra in una stasi silenziosa.
Pensiamo a quando impariamo a guidare un’auto. All’inizio bisogna pensare a ogni movimento. Poi la guida diventa fluida. Infine si guida parlando, pensando ad altro, senza quasi accorgersene. Ma è proprio in quel momento, quando smettiamo di pensare alla guida, che smettiamo anche di diventare guidatori migliori.

La pratica intenzionale secondo K. Anders Ericsson
Per superare il limite della stabilizzazione ottimale, K. Anders Ericsson individua un’unica via: la pratica intenzionale, detta anche deliberate practice. Non si tratta di allenarsi di più, ma di allenarsi in modo radicalmente diverso.
La pratica intenzionale è un esercizio quotidiano estremamente mirato, progettato per forzare il ritorno allo stadio cognitivo. L’obiettivo non è ripetere ciò che già si sa fare, ma mettere sotto osservazione continua la propria prestazione.
A differenza della semplice ripetizione, la pratica intenzionale si fonda su tre pilastri fondamentali: la concentrazione sulla tecnica, che impedisce l’esecuzione passiva e prosegue nel segno dell’aumento della difficoltà; il fissare un obiettivo finale chiaro, che orienta ogni esercizio; infine avere un feedback immediato e costante, senza il quale l’apprendimento non evolve.

Restare nello stadio cognitivo: il segreto degli esperti
Uno degli aspetti più controintuitivi della pratica intenzionale è il tentativo deliberato di evitare lo stadio autonomo. L’esperto non cerca il comfort del pilota automatico, lo rifugge. Quando l’attività diventa troppo facile, il campione introduce variazioni, difficoltà, vincoli. Fa in modo che l’attenzione resti vigile. Il ragionamento deve restare acceso.
La pratica intenzionale
La pratica intenzionale è, per definizione, faticosa. Non è piacevole. Non è rilassante. Mentre il dilettante tende a esercitarsi su ciò che sa già fare bene, il professionista concentra il lavoro quasi esclusivamente sui passaggi difficili, sugli errori, sulle zone fragili della prestazione.

Allenarsi a sbagliare
Un altro principio centrale della teoria di Ericsson riguarda il rapporto con l’errore. Per il dilettante, l’errore è un fastidio da evitare, una frustrazione da scongiurare. Per il professionista è il principale strumento di crescita. Lo cerca, lo agogna, lo utilizza.
Ericsson suggerisce di esercitarsi a commettere errori a profusione. Una tecnica concreta consiste nel portare la performance a una difficoltà superiore a quella abituale, circa il 10–20% in più. Questo aumento controllato espone inevitabilmente ad errori, ma rende visibile l’ostacolo reale che limita la prestazione. L’errore, in questo contesto, non è un fallimento, ma un segnale informativo prezioso.
Emulazione e studio dei maestri
La pratica intenzionale non è solo azione, ma anche studio analitico. Foer indica l’esempio di Benjamin Franklin che cercava di ricostruire i saggi dei grandi pensatori per comprenderne la logica profonda e provare ad emulare i loro ragionamenti.
Negli scacchi, il miglior indicatore della competenza non è il numero di partite giocate, ma il tempo trascorso a rigiocare le partite dei grandi maestri, mossa dopo mossa, cercando di anticipare le scelte, di entrare nella logica delle strategie vincenti. Immedesimarsi in una mente più competente permette di espandere il proprio spazio cognitivo.
Professionisti e dilettanti: due modi opposti di allenarsi
La differenza tra l’allenamento di un professionista e quello di un dilettante è strutturale. Il dilettante cerca il piacere rassicurante della ripetizione. Il professionista cerca il picco adrenalinico della difficoltà.
Il dilettante raggiunge rapidamente il pilota automatico e prosegue in quella modalità. Il professionista mette in atto strategie per restare vigile. Il dilettante evita l’errore. Il professionista lo provoca e lo analizza. Il dilettante si allena senza feedback. Il professionista costruisce sistemi di feedback immediato.
L’allenamento del dilettante è una passeggiata su un sentiero pianeggiante. Quello del professionista è un’arrampicata su una parete sempre più ripida.

Chirurghi e radiologi: il ruolo decisivo del feedback
Uno degli esempi più illuminanti proposti dagli studi di Ericsson riguarda il confronto tra chirurghi e radiologi.
Un medico con i capelli bianchi dovrebbe ispirare maggiore fiducia. Si scoprì invece a sorpresa che i radiologi con molti anni di pratica tendevano ad essere meno bravi dei colleghi più giovani. Il motivo? Nella loro attività spesso non ricevevano feedback o, se li ricevevano, avveniva dopo molte settimane. Questo aumentava il rischio che entrassero nella fase del pilota automatico.
I chirurghi, al contrario, tendono a migliorare nel tempo perché ricevono un feedback immediato. L’esito di un intervento chirurgico è visibile in tempi brevi e nei casi più estremi si può perdere il paziente sotto i ferri. Ciò consente un apprendimento continuo. Le ricerche mostrano invece che, in assenza di feedback immediato, le prestazioni possono addirittura peggiorare nel tempo.
Ericsson suggerisce che i radiologi dovrebbero allenarsi su casi clinici con esito già noto, per ricreare artificialmente le condizioni della pratica intenzionale.
La metafora è chiara: la chirurgia è come tirare con l’arco a un bersaglio vicino. La radiologia, senza feedback, è come tirare una freccia nella nebbia.

Oltre il talento: una nuova etica dell’apprendimento
Le ricerche di K. Anders Ericsson, raccolte anche in Peak: Secrets from the New Science of Expertise, (clicca qui per acquistare) mostrano che diventare competenti non sia un atto magico e non dipenda esclusivamente da talento e QI. È un lavoro sistematico, spesso scomodo, sempre intenzionale.
L’arte della competenza non consiste nel fare bene ciò che già sappiamo fare, ma nel restare sufficientemente presenti per accorgerci di ciò che ancora non sappiamo fare.
Allora forse il punto non è smettere di sbagliare, ma imparare a sbagliare meglio. Sbagliare con metodo, con curiosità, e persino con un certo stile.




