Di talento, talenti e cosa farsene a lavoro

Una nuotatrice di talento felice dopo un nuovo successo, immegine realistica generata con Dall-E

Come riconoscere i propri talenti e portarli nel lavoro per creare valore, distinguersi e trovare una realizzazione professionale autentica

di Alessandra Amoruso
Talent & Work Coach
Ideatrice del percorso #illavoroamisuradellatuafelicità

Che cos’è davvero il talento? Domande da cui partire

Ma che cos’è il talento?
E se anche ne avessi uno che me ne faccio?

Non è così scontato raccontare del talento, oltre alcuni luoghi comuni e soprattutto la narrazione del talento come qualcosa che pochi posseggono, un superpotere, e aiutarti a comprendere come cercarlo e come svilupparlo a favore della tua massima realizzazione professionale.

Cosa NON è il talento: falsi miti da sfatare

Ma ci proviamo partendo intanto da cosa NON È:

  • non è un superpotere (anche se lo potrebbe diventare ma ne parliamo dopo) e dunque non appartiene a pochi fortunati.
    Certo c’è chi ne esprime uno, di talento, in termini eccezionali, ma ti assicuro che se dietro quell’espressione di successo non ci fosse fatica e allenamento e costanza, non se ne vedrebbe fuori neanche la metà;
  • non è neanche quella cosa che ti viene facile, cioè che fai senza alcun tipo di fatica.
    Avere un talento comporta che tu possa reggere meglio la fatica, più a lungo, e anche una fatica maggiore di quella che sopporterebbero altri che non ne hanno uno uguale, semplicemente perché senti che quella cosa che stai facendo è quella in cui ti esprimi meglio, al massimo.
    E in cui magari ti diverti pure.

La vera natura del talento: attitudine innata e valore potenziale

Ma se non è un superpotere di pochi o una cosa che faccio con facilità a differenza di altri, cos’è allora il talento?

Il talento è una dote innata, un’attitudine naturale, un dono che tutti riceviamo alla nascita, un tratto della nostra unicità, un nostro modo d’essere o di ragionare o di pensare, ed è, anche, il valore che ne potrebbe derivare.

L’origine del talento: significato storico, etimologico e simbolico

Il termine talento ha origine nella parola telentos, bilancia, e infatti talenti venivano chiamati i pesi che si usavano sulla bilancia, per pesare la merce.
Fino a far coincidere quei pesi, quei talenti, con delle vere e proprie monete il cui valore dipendeva dal metallo con cui venivano coniate.

La conferma la troviamo nel Vangelo secondo Matteo, nella parabola che racconta lo stesso Gesù dell’uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni, ovvero i suoi talenti, a ciascuno secondo la sua capacità e allo scopo di «utilizzarli» per produrne altri da consegnarli al ritorno dal viaggio.
E in cui ad essere premiato è il servo che ha fatto uso del suo talento senza paura, convinto di poterlo far fruttare.

Etimologicamente, quindi, il talento richiama a sé il significato, il concetto di valore.

I talenti come risorsa nel mercato del lavoro

I tuoi talenti, al plurale dunque, sono il tuo valore, la tua ricchezza, la moneta su cui investire nel mercato del lavoro per ottenerne il massimo ritorno, in termini di realizzazione economica, personale e professionale.

Perché è difficile riconoscere il proprio talento

Ma come si fa?
Intanto se ne va alla ricerca.

Il problema è che non sempre, anzi quasi mai, i talenti sono visibili ai nostri stessi occhi, non ci hanno insegnato quello sguardo attento, curioso e anche amorevole verso di noi che serve a scoprirlo.
A volte serve uno sguardo esterno, quello di un mentore ad esempio, per scoprire un talento.

Altre volte è nelle situazioni difficili che vengono fuori anche in modo inaspettato i nostri talenti.

Gli indizi che rivelano un talento autentico

Ma sempre portano con sé alcuni indizi inequivocabili:

  • entusiasmo
  • energia
  • voglia di donare
  • forza di rinunciare ad altro
  • esercizio spontaneo di doti o abilità innate
  • senso di pienezza, ovvero quella sensazione di essere al posto giusto nel momento giusto a fare la cosa giusta
  • riscontro, riconoscimento, ovvero la percezione evidente da parte di altri che quella tua unicità sia davvero un’utilità, porti un vantaggio, rappresenti un valore per qualcuno altro da te.

Sì, perché il talento nasce neutro: nessuno è disposto a pagarti solo perché ce l’hai.

Quando il talento assume valore: deve servire a qualcuno

Perché abbia dunque valore, sia un ritorno anche economico per te oltre che il senso di utilità e di soddisfazione che possono fare di te un uomo felice, devi trovare che scopo ha e a chi serve, il tuo talento; quindi a chi è utile quel talento, chi gli può riconoscere valore.

Il talento come missione: liberare il talento degli altri

Il mio talento è liberare talenti.
E aiutare le persone che sentono che la loro realizzazione passa dall’espressione del valore profondo che hanno, a (ri)scoprire il loro e a portarlo con successo a lavoro.

E questo è un superpotere ma solo per chi desidera uscire dall’incastro dell’insoddisfazione di un lavoro in cui si sente profondamente sprecato e che lo fa stare male e gli impedisce letteralmente di vivere la vita che vorrebbe.
Ma non per chi è già bello e soddisfatto del suo.

È così che funziona il mercato. Segue il bisogno o lo anticipa (ma questo è un altro discorso).

Realizzarsi davvero: portare i propri talenti nel lavoro giusto

E se tu vuoi portare i tuoi talenti al lavoro e realizzarti nel lavoro che ti fa stare bene devi comprendere in modo chirurgico non solo quali sono ma anche a chi e a cosa servono.
E distinguerti.

Ecco cos’è il talento: è la possibilità che hai di realizzare, concretamente, il tuo valore, la tua unicità nel mercato del lavoro, seguendo il cosa, il come e il perché che si nascondono dietro il tuo essere unico.