Chimica di base, Brindisi tra vendita e rilancio

Il cracking del petrolchimico di Brindisi

Filctem, Cgil e Stefanazzi chiedono la cessione degli impianti per salvare il polo industriale e riaprire il confronto con Eni e istituzioni

di Antonio Portolano

La crisi della chimica di base in Italia torna al centro del dibattito industriale con il caso di Brindisi. I sindacati Cgil e Filctem Cgil chiedono la vendita degli impianti a nuovi operatori per evitare la chiusura del cracking, mentre il deputato del Partito Democratico Claudio Stefanazzi rilancia la stessa linea proponendo un dossier e la nomina di un advisor. Sullo sfondo, il ruolo di Eni e le posizioni espresse da Maurizio Landini (segretario generale nazionale Cgil) e Marco Falcinelli (segretario generale nazionale Filctem Cgil), che indicano la vicenda come un passaggio cruciale per il futuro industriale del Paese.

Una partita strategica per la filiera industriale

Il settore della chimica rappresenta una componente essenziale della manifattura europea, con forti connessioni alle filiere della plastica, della farmaceutica, dell’energia e della meccanica avanzata. Negli ultimi anni, tuttavia, la competitività del comparto è stata messa sotto pressione dall’aumento dei costi energetici, dalla transizione ecologica e dalla concorrenza internazionale.

In questo contesto, la crisi della chimica di base italiana assume un valore sistemico: la perdita di capacità produttiva non riguarda solo un singolo stabilimento, ma l’intero equilibrio industriale nazionale.

La posizione dei sindacati: vendita per salvare il polo

A un anno dal protocollo del 10 marzo 2025, Cgil e Filctem Cgil ribadiscono una linea chiara: fermare la dismissione e favorire la cessione degli impianti a operatori industriali in grado di garantire continuità produttiva.

Il segretario generale della Cgil di Brindisi, Massimo Di Cesare, afferma: «A distanza di un anno da quel protocollo, continuiamo a sostenere con determinazione una posizione che non è mai cambiata: Brindisi deve restare centrale nello scenario nazionale, mantenendo il suo polo industriale dell’energia e soprattutto della chimica di base».

Sulla stessa linea il segretario generale della Filctem Cgil Puglia, Antonio Frattini: «Il caso Brindisi non è isolato ma riguarda l’intero sistema della chimica nazionale. Qui si misura se l’Italia intende restare dentro una filiera strategica o uscirne definitivamente, con conseguenze gravissime sul piano industriale e occupazionale».

In primo piano Massimo Di Cesare, segretario generale della Cgil di Brindisi durante una manifestazione

Il nodo Eni e le contraddizioni industriali

Il confronto si concentra sul ruolo di Eni, che ha indicato la non convenienza della chimica di base, prospettando la chiusura del cracking.

Massimo Di Cesare sottolinea: «Da mesi denunciamo una politica schizofrenica del ministro Urso: da una parte si accompagna la chiusura del cracking, dall’altra si sottoscrivono documenti europei che indicano la chimica di base come settore strategico da difendere e rilanciare».

Per i sindacati, la mancata apertura alla cessione rischia di impedire soluzioni industriali alternative, bloccando l’ingresso di nuovi investitori e accelerando il declino produttivo.

Effetti sull’economia locale e sull’occupazione

La crisi della chimica a Brindisi ha già prodotto effetti lungo tutta la filiera industriale. Secondo il sindacato, il sistema produttivo locale – che comprende grandi operatori e un ampio indotto – sta registrando un significativo arretramento.

Massimo Di Cesare evidenzia: «Da mesi l’intera filiera, con Basell, Chemgas e tutto l’indotto, a partire dalla logistica e dalle imprese metalmeccaniche, registra un forte arretramento. Altro che transizione: il rischio concreto è che Brindisi diventi un deserto industriale e un caso di archeologia industriale».

Il tema occupazionale è centrale: oltre 2.600 lavoratori risultano esposti tra diretto e indotto, con un impatto potenziale significativo sul tessuto economico della Puglia.

Antonio Frattini segretario Filctem Cgil Puglia

Le proposte di rilancio industriale

Per Cgil e Filctem Cgil, la vendita degli impianti rappresenta una leva per riattivare investimenti e rilanciare il polo industriale.

Antonio Frattini sottolinea: «Noi crediamo sia ancora possibile intervenire anche con il contributo della Regione Puglia. Salvare la chimica di base significa tenere aperta una prospettiva industriale che può svilupparsi nel riciclo della plastica, nelle energie rinnovabili, nella farmaceutica e nella navalmeccanica».

Il sindacato individua nell’accordo di programma uno strumento chiave, ma condizionato alla presenza di progetti industriali concreti e sostenibili.

Il ruolo delle istituzioni e il confronto nazionale

Il caso Brindisi ha assunto una rilevanza nazionale anche grazie all’intervento di Maurizio Landini (segretario generale nazionale Cgil) e Marco Falcinelli (segretario generale nazionale Filctem Cgil), che hanno richiamato l’attenzione del ministro Adolfo Urso sulla necessità di una strategia industriale coerente.

Le organizzazioni sindacali chiedono la convocazione urgente di un tavolo in Prefettura con imprese, governo e parti sociali per definire un percorso condiviso.

La posizione di Stefanazzi e l’ipotesi advisor

Nel dibattito interviene anche Claudio Stefanazzi, che rafforza la linea della cessione degli impianti come soluzione industriale.

Il deputato dichiara: «Sul futuro della chimica di base e dell’impianto di Brindisi, ieri ho avuto modo di incontrare i rappresentanti della Cgil. Attendiamo che possa essere convocato il tavolo in prefettura alla presenza delle imprese coinvolte, del ministero e delle organizzazioni sindacali. In quell’occasione, se dovessi essere invitato, insieme alla Cgil ribadiremo la necessità di preparare un dossier per la vendita e di nominare un advisor per vendere il cracking di Brindisi».

E aggiunge: «La chimica di base si può salvare vendendo il cracking di Brindisi, non rinunciando sostanzialmente alla produzione in Italia dei componenti. Eni fa resistenza, perché se fosse vera la presenza di acquirenti verrebbe meno quello che l’azienda ha raccontato ai suoi investitori e cioè che la chimica di base non è più conveniente, e che bisogna chiudere il cracking».

Claudio Stefanazzi, deputato salentino del Partito democratico

Implicazioni economiche per il sistema Paese

La vicenda della chimica di base di Brindisi si inserisce in un quadro più ampio di trasformazione industriale. La perdita di questo segmento produttivo comporterebbe una maggiore dipendenza dall’estero per materie prime strategiche e una riduzione della competitività manifatturiera.

Al contrario, una cessione degli impianti potrebbe attrarre capitali internazionali, sostenere l’innovazione e favorire la riconversione verso modelli produttivi più sostenibili.

Prospettive e scenari evolutivi

Il futuro della chimica italiana dipenderà dalla capacità di coniugare transizione ecologica e politica industriale. Il caso Brindisi rappresenta un test decisivo: dalla gestione di questa crisi passerà una parte significativa della strategia industriale nazionale.

Se prevarrà la logica della dismissione, il rischio è una contrazione strutturale del settore. Se invece si aprirà alla cessione e al rilancio, il polo pugliese potrà evolvere verso nuove filiere industriali integrate, mantenendo un ruolo centrale nell’economia italiana.