Cantiere per BESS e celle LFP nel sito Versalis. Il litio cileno rafforza il piano, ma tempi, lavoro e autorizzazioni restano da verificare
di Antonio Portolano
BRINDISI – Una cerimonia non fa una filiera. Può però segnare il momento in cui un progetto smette di essere soltanto un piano industriale e comincia a misurarsi con cantieri, macchinari, autorizzazioni, fornitori e mercato. A Brindisi, il 6 luglio, Eni Storage Systems ha aperto il cantiere per produrre batterie al litio-ferro-fosfato e sistemi di accumulo destinati alla rete elettrica, dentro un’area del sito Versalis utilizzata in passato per lo stoccaggio dei polimeri e per altre attività ormai dismesse.
La notizia, quindi, non coincide con la posa della prima pietra alla presenza del ministro Adolfo Urso. Il punto centrale è l’ingresso di Eni in un business nuovo: batterie stazionarie, accumulo elettrico e minerali critici. Il progetto Brindisi-Teverola punta a una capacità produttiva complessiva di 16 GWh l’anno entro il 2030, metà in Puglia e metà nello stabilimento campano di Teverola. Ma una capacità annunciata non è ancora produzione effettiva, non equivale a batterie vendute e non garantisce automaticamente occupazione, ordini o quota di mercato.
Non batterie per auto, ma infrastrutture per la rete
Il polo brindisino produrrà batterie al litio-ferro-fosfato, note come LFP, destinate soprattutto ai BESS, acronimo di Battery Energy Storage Systems.
In termini semplici, un BESS è una grande infrastruttura elettrica: accumula energia quando sole e vento producono più elettricità di quanta ne serva e la restituisce quando la domanda cresce o la generazione rinnovabile diminuisce. Può essere collegato a impianti fotovoltaici ed eolici oppure direttamente alla rete. È una tecnologia che non crea energia, ma la rende disponibile nel momento in cui serve.
Un BESS non è una batteria gigante unica. È un sistema composto da celle, moduli, pacchi batteria, inverter, software di controllo, raffreddamento e dispositivi di sicurezza. La cella è l’unità elettrochimica di base; più celle formano un modulo; più moduli diventano un pacco batteria; l’insieme, con elettronica e sistemi di gestione, diventa l’impianto di accumulo.
La chimica LFP è indicata per l’accumulo stazionario perché privilegia sicurezza, efficienza, lunga durata e costi competitivi. Nella documentazione tecnica del progetto, le batterie LFP rappresentano oltre l’80% delle nuove installazioni mondiali di accumulo elettrochimico stazionario.
Per una regione come la Puglia, tra le aree italiane a maggiore produzione potenziale da fonti rinnovabili, il tema non è teorico. Quando la produzione solare o eolica supera la domanda, l’energia deve essere immagazzinata, trasferita o ridotta. L’accumulo serve esattamente a ridurre questo squilibrio.

I numeri della scommessa: 16 GWh non sono ancora mercato
Eni stima, citando Wood Mackenzie, che la domanda europea di sistemi BESS passerà da 36 GWh nel 2025 a circa 138 GWh nel 2030: un mercato quasi quattro volte più grande in cinque anni.
In questo scenario, i 16 GWh annui previsti per la piattaforma Brindisi-Teverola equivarrebbero teoricamente a circa l’11,6% della domanda europea stimata per il 2030. È il ragionamento che sostiene l’obiettivo dichiarato da Eni e Seri Industrial di superare il 10% del mercato europeo degli accumuli stazionari. Ma il condizionale è decisivo: quei 16 GWh dovranno prima essere realizzati, poi venduti, consegnati e installati.
Va fatta anche una distinzione utile per i non addetti ai lavori. Il GWh, gigawattora, non misura la potenza della fabbrica né l’elettricità che lo stabilimento produrrà. Misura la capacità energetica delle batterie che il polo potrà realizzare in un anno: quanta energia, in teoria, quelle batterie saranno in grado di immagazzinare.
Il passaggio dalla capacità alla realtà industriale richiede clienti, contratti, prezzi competitivi, continuità di produzione, forniture affidabili e assistenza tecnica. Una fabbrica si costruisce con investimenti; una posizione di mercato si conquista nel tempo.

Prima i BESS, poi celle e moduli
Il cronoprogramma chiarisce come dovrebbe crescere il polo.
Entro la prima metà del 2027 è prevista a Brindisi la linea di assemblaggio dei sistemi BESS per applicazioni utility scale, cioè grandi impianti destinati a operatori della rete, produttori di energia e grandi clienti industriali. Entro il 2029 dovrebbe entrare in funzione la gigafactory per celle e moduli, con una capacità superiore a 8 GWh annui.
La sequenza non è casuale. L’impianto BESS di Brindisi sarà dimensionato per assemblare anche moduli provenienti dalla gigafactory di Teverola. Questo consente alla piattaforma pugliese di iniziare a lavorare sui sistemi di accumulo prima della piena attivazione della produzione locale di celle.
Le schede tecniche dividono il progetto in tre aree: i capannoni A e B per la gigafactory; il capannone C per l’area BESS. La scelta di riutilizzare superfici industriali esistenti è rilevante: non si parte da suolo vergine, ma da un’area che aveva perso funzione produttiva.
Da Versalis a una nuova industria, ma senza scorciatoie
La fabbrica delle batterie si inserisce nella trasformazione del polo petrolchimico brindisino. Lo steam cracker di Brindisi è in stato di conservazione e un advisor è incaricato di individuare un possibile acquirente degli impianti Versalis.
Il Protocollo firmato al Ministero delle Imprese e del Made in Italy nel marzo 2025 prevede, per l’intero piano italiano di trasformazione di Versalis, investimenti superiori a 2 miliardi di euro in cinque anni e una riduzione stimata di circa 1 milione di tonnellate di CO₂, pari al 40% delle emissioni di Versalis in Italia. Il documento indica Brindisi come sede della gigafactory sviluppata con Seri Industrial e parla del mantenimento dell’intensità industriale e occupazionale complessiva. Non sono però cifre attribuibili soltanto al progetto brindisino.
È qui che il progetto va letto con attenzione. La gigafactory può rappresentare una risposta alla crisi della chimica di base, ma non sostituisce automaticamente le attività messe in conservazione. Per capire la qualità della riconversione serviranno dati specifici su investimenti locali, numero di addetti, formazione, indotto, contratti di vendita e capacità effettivamente utilizzata.
La localizzazione offre comunque vantaggi concreti. Versalis, Eni Rewind ed Enipower dispongono nel territorio di Brindisi di oltre 600 ettari, dei quali circa 215 interni allo stabilimento Versalis, con pontile per la movimentazione via mare, rete ferroviaria collegata alla rete nazionale e infrastrutture per il trasporto su gomma.

La joint venture: produzione, vendite e approvvigionamenti
Eni Storage Systems è partecipata al 50% da Eni Industrial Evolution e al 50% da FIB, società del gruppo Seri Industrial. FIB porta nel progetto l’esperienza maturata a Teverola, dove gestisce l’impianto pilota Teverola 1 e sta sviluppando Teverola 2.
Nel maggio 2026, Eni Industrial Evolution e FIB hanno formalizzato un accordo più ampio per costruire una piattaforma integrata: celle e moduli LFP, sistemi di accumulo, attività commerciali, approvvigionamenti, ingegneria, futura materia attiva catodica e riciclo. Nell’operazione, Eni Industrial Evolution ha acquistato il 30% di una società costituita da FIB, che mantiene il 70%, per un corrispettivo fisso di 55 milioni di euro più eventuali aggiustamenti di prezzo.
Quella società è FAENIX, incaricata di commercializzare i sistemi di accumulo prodotti a Teverola e Brindisi. È un elemento più importante di quanto sembri: senza vendite, assistenza, progettazione e approvvigionamenti, una gigafactory resta soltanto una capacità potenziale.
La struttura industriale che Eni prova a costruire copre quindi più passaggi della catena del valore: materia prima, celle, moduli, pacchi batteria, sistemi BESS, commercializzazione e, in prospettiva, riciclo. È un disegno più ambizioso di una fabbrica isolata. Ma non è ancora una filiera totalmente autonoma: le batterie richiedono materiali, componenti, tecnologie e contratti che non si esauriscono con il litio.
Il Cile: cosa compra Eni in Black Giant
Nello stesso giorno dell’apertura del cantiere a Brindisi, Eni ha annunciato l’acquisto del 25% di Black Giant SpA, società cilena controllata dalla start-up statunitense EnergyX, titolare di un progetto di sviluppo del litio vicino al Salar de Punta Negra, nel Cile settentrionale. L’investimento Eni è previsto fino a 225 milioni di dollari, distribuiti per fasi.
Black Giant punta a una produzione a regime di 52,5 mila tonnellate annue di LCE, equivalente di carbonato di litio. Il primo treno produttivo dovrebbe produrre 7,5 mila tonnellate l’anno dal 2028; la seconda fase, prevista per il 2030, aggiungerebbe 45 mila tonnellate annue. L’accordo attribuisce a Eni un posto nel consiglio di amministrazione e la possibilità di approvvigionarsi fino al 25% della produzione complessiva.
A pieno regime, il 25% di 52,5 mila tonnellate equivale teoricamente a circa 13,1 mila tonnellate annue di LCE. Ma non è possibile dedurne quanti GWh di batterie potranno essere prodotti a Brindisi: il comunicato non indica né la quota effettivamente destinata al sito pugliese né prezzi, durata delle forniture, resa industriale o modalità logistiche.
Il collegamento con Brindisi è dunque strategico, ma non automatico. Black Giant rafforza l’accesso potenziale al litio; non equivale a un contratto di fornitura già assegnato alla gigafactory pugliese.

Il disallineamento dei tempi
C’è un elemento che rende più chiaro il rapporto tra Brindisi e Cile. La linea BESS pugliese è prevista entro la prima metà del 2027. Il primo treno produttivo di Black Giant è atteso nel 2028.
Brindisi, quindi, potrà avviarsi prima della produzione commerciale del litio cileno. Nei primi anni dovrà utilizzare moduli provenienti da Teverola e filiere di approvvigionamento già disponibili sul mercato. Non è una contraddizione: è la dimostrazione che il progetto cileno è una leva di medio periodo per diversificare le forniture, non la condizione immediata per aprire la fabbrica.
Il litio, inoltre, non basta. Nel maggio 2026 Eni ha perfezionato un investimento di 70 milioni di dollari in Nouveau Monde Graphite, società canadese attiva nella grafite naturale e nei materiali avanzati per batterie. Eni detiene circa l’11,6% della società e può negoziare forniture di grafite e materiale anodico attivo a supporto dell’iniziativa di Brindisi.
Anche qui le parole contano: Eni potrà negoziare forniture riservate, ma non ha annunciato un contratto definitivo di acquisto per Brindisi. La strategia punta a collegare litio cileno, grafite canadese e produzione italiana. La sua efficacia dipenderà dalla trasformazione di queste partecipazioni in volumi, prezzi e contratti effettivamente competitivi.
DLE: una promessa tecnologica da misurare sul campo
Black Giant dovrebbe utilizzare la tecnologia Direct Lithium Extraction, o DLE. A differenza dell’estrazione tradizionale attraverso grandi vasche di evaporazione, il processo punta a separare il litio dalle salamoie in modo più diretto.
Secondo Eni, il progetto prevede un ciclo chiuso con reiniezione totale dell’acqua di strato estratta dai pozzi, con l’obiettivo di ridurre il consumo idrico rispetto alle produzioni tradizionali. È un obiettivo rilevante, soprattutto in un’area sensibile dal punto di vista delle risorse idriche.
Ma DLE non è sinonimo automatico di minore impatto ambientale. L’International Energy Agency considera la tecnologia promettente per aumentare e diversificare l’offerta di litio, ma sottolinea che portare progetti basati esclusivamente sulla DLE a scala industriale resta difficile. Se riuscisse a superare questi ostacoli, la tecnologia potrebbe contribuire fino al 10% dell’offerta globale di litio nel 2030.
L’impatto effettivo dipenderà da consumi energetici, reagenti, gestione delle salamoie residue, monitoraggi idrogeologici, autorizzazioni e risultati operativi. La tecnologia è parte della risposta; non sostituisce la verifica.

Ambiente, autorizzazioni e riciclo: la parte ancora da completare
Il sito industriale multisocietario di Brindisi ricade nel Sito di Interesse Nazionale di Brindisi, che comprende anche il Parco Naturale Regionale Salina di Punta della Contessa. La collocazione della fabbrica su un’area già industrializzata riduce il consumo di nuovo suolo, ma rende ancora più importante la trasparenza su acqua, energia, scarichi, emissioni, sicurezza e rifiuti.
Un documento ambientale pubblicato dal Comune di Brindisi indica che il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha autorizzato il 9 aprile 2026 una modifica non sostanziale dell’AIA relativa alla ricezione, nella rete fognaria Versalis, degli scarichi di acque reflue derivanti dalle attività di Eni Storage Systems. È un passaggio concreto di integrazione del progetto nelle infrastrutture esistenti, ma non esaurisce il quadro autorizzativo della fabbrica.
La seconda fase del piano prevede a Brindisi la produzione di materia attiva catodica LFP e il riciclo delle batterie, entrambi dimensionati per i due stabilimenti di Brindisi e Teverola. È il passaggio che potrebbe rendere la filiera più circolare, recuperando valore da batterie a fine vita e scarti di produzione.
È anche la parte meno definita dei materiali disponibili. Non risultano pubblici, nelle fonti qui esaminate, il calendario di avvio del riciclo, la tecnologia scelta, la capacità annua, i flussi di batterie da trattare, i parametri ambientali, l’investimento locale e il numero di addetti.
Il tema non è secondario. L’International Energy Agency osserva che il riciclo delle batterie LFP pone una sfida economica particolare, perché il valore recuperabile dei materiali è inferiore a quello delle chimiche ricche di nichel e cobalto. Per funzionare, il riciclo LFP richiede quindi volumi, logistica, tecnologie e modelli industriali sostenibili, non soltanto un impianto annunciato.
La prova decisiva sarà dopo il cantiere
Brindisi ha davanti quattro date che sintetizzano la sfida: il 2027 della linea BESS; il 2028 del primo treno produttivo cileno; il 2029 della gigafactory per celle e moduli; il 2030 dell’obiettivo di 16 GWh annui tra Brindisi e Teverola.
La prima pietra è stata posata. Ora la misura del progetto sarà un’altra: rispettare il cronoprogramma, costruire un mercato, rendere credibile la filiera delle materie prime, garantire dati ambientali comprensibili e produrre lavoro qualificato nel territorio.
Per Brindisi, il successo non sarà dimostrato dalla cerimonia. Sarà dimostrato dalla capacità di trasformare un’area dismessa in produzione stabile, competenze industriali durevoli e una presenza europea nell’accumulo energetico che regga alla concorrenza globale.

Le dichiarazioni
«Avviamo oggi a Brindisi un’iniziativa industriale che rappresenta l’ingresso di Eni in un business completamente nuovo e ad alto potenziale di crescita. Un progetto che punta a supportare la transizione, creando valore industriale e tecnologico, in un settore chiave per il percorso di decarbonizzazione, perché integra lo sviluppo delle energie rinnovabili con la resilienza del sistema energetico. Un investimento che darà vita a una filiera locale innovativa, in grado di generare occupazione e autonomia strategica rispetto ai mercati extra-UE, di ridurre le emissioni senza perdere competitività. Il nostro modello di trasformazione industriale che unisce una maggiore sostenibilità ambientale, competitività economica e sicurezza energetica è concreto. E si completa con il contestuale ingresso di Eni in FAENIX, la società del gruppo Seri Industrial che commercializzerà i sistemi di accumulo prodotti a Teverola e a Brindisi» ha dichiarato Giuseppe Ricci, Direttore operativo Trasformazione Industriale di Eni.
«Le fasi di profonda trasformazione richiedono coraggio, visione e capacità di riconoscere quando alcuni modelli industriali non sono più sostenibili. E se la risposta è un investimento in una attività innovativa, competitiva e centrale nella transizione energetica mondiale, noi siamo fieri di farne parte. Quando il cambiamento è guidato da una solida visione industriale, da responsabilità sociale e dalla consapevolezza che occorre fare sistema nel nostro Paese, allora siamo certi che questa iniziativa sarà una straordinaria opportunità di sviluppo per Brindisi e l’Italia» ha dichiarato Vittorio Civitillo, amministratore delegato di Seri Industrial e di FAENIX.




