Aforisma, in Puglia più precari e salari bassi

Aforisma_ La radiografia economica della Puglia

Il rapporto sul lavoro fotografa una crescita fragile: occupati in aumento, produttività in calo, redditi deboli e divari territoriali

di Antonio Portolano

Il paradosso del lavoro pugliese

In Puglia aumentano gli occupati, ma crescono anche i segnali di fragilità del mercato del lavoro: più precarietà, retribuzioni troppo basse, produttività in calo, divari territoriali marcati e una quota elevata di contribuenti nelle fasce reddituali più deboli. È questa la fotografia che emerge dal nuovo studio dell’Osservatorio Economico Aforisma sul mercato del lavoro regionale, presentato da Andrea Salvati, direttore dell’Osservatorio Economico Aforisma, Davide Stasi, responsabile degli studi dell’Osservatorio Economico Aforisma, Ada Chirizzi, segretario provinciale CISL Lecce, e Massimo De Giorgi, presidente del Comitato provinciale INPS di Lecce.

La conclusione dello studio è netta: l’aumento degli occupati non basta più a descrivere la salute del mercato. Il vero tema è la qualità economica del lavoro. In Puglia si lavora di più in termini di persone coinvolte, ma non necessariamente meglio. La crescita dell’occupazione non si traduce in un miglioramento proporzionato dei redditi, della produttività e della stabilità contrattuale. Il risultato è un mercato più largo, ma meno solido.

Nel 2025 gli occupati pugliesi arrivano a 1 milione 445mila, contro 1 milione 437mila del 2024. L’aumento è di circa 8mila unità. Nello stesso periodo, però, i disoccupati salgono da 133mila a 145mila, con 12mila persone in più in cerca di lavoro. Il tasso di disoccupazione regionale arriva al 10,3 per cento, ben oltre il 6,3 per cento nazionale. Il dato è ancora più significativo perché l’Italia e il Mezzogiorno, nello stesso periodo, registrano una riduzione dei disoccupati: a livello nazionale si passa da 1 milione 664mila a 1 milione 576mila; nel Mezzogiorno da 867mila a 813mila.

La Puglia, quindi, procede in direzione diversa rispetto al quadro generale. Crescono gli occupati, ma cresce anche la platea di chi cerca lavoro. Aumentano i contratti, ma diminuisce il peso del tempo indeterminato. Si muove il mercato, ma non si consolida la qualità del lavoro. È qui che lo studio di Aforisma individua il punto critico: la crescita occupazionale rischia di diventare un indicatore ingannevole se non viene accompagnata da salari adeguati, produttività, continuità dei rapporti e maggiore capacità delle imprese di generare valore.

Da sinistra verso destra Andrea Salvati, Ada Chirizzi, Massimo De Giorgi e Davide Stasi

La crescita dello zero virgola

Il rapporto si inserisce in un contesto macroeconomico debole. L’aumento degli occupati avviene infatti mentre il Prodotto interno lordo resta quasi fermo. Lo studio parla di ritorno alla «crescita dello zero virgola»: un’espressione che sintetizza una fase nella quale l’economia continua a muoversi, ma con un’intensità insufficiente a produrre un vero salto di sviluppo.

Negli ultimi due anni la crescita del Pil si ferma allo 0,7 per cento. Questo dato, letto insieme all’aumento degli occupati, evidenzia una contraddizione solo apparente. Il sistema assorbe più lavoratori, ma non riesce a trasformare questa maggiore occupazione in una crescita consistente del valore prodotto. La ragione sta nella riduzione delle ore lavorate per dipendente e nella flessione della produttività.

Davide Stasi, responsabile degli studi dell’Osservatorio Economico Aforisma, spiega il punto centrale: «Negli ultimi anni è aumentato il numero degli occupati, raggiungendo nuovi record: va ricordato però che viene considerato occupato chi svolge anche solo un’ora di lavoro retribuito alla settimana. Esaminando il dato del numero delle ore lavorate, si constata che è aumentato il numero delle ore complessivamente lavorate, ma è diminuito il numero delle ore lavorate per dipendente. In pratica, è vero che ci sono più lavoratori, ma ciascuno di essi ha lavorato mediamente di meno. Il fatto che ciascun lavoratore abbia lavorato meno ore svuota la portata positiva dell’aumento dell’occupazione. Inoltre, cala la produttività. A fronte dell’aumento del numero degli occupati e delle ore complessivamente lavorate, si rileva una sostanziale stagnazione del Pil. L’Istat ha certificato che è in calo sia la produttività per occupato, sia la produttività per ora lavorata. Ecco spiegata l’apparente contraddizione tra il numero di occupati crescente e un Pil ormai stagnante, il cui rovescio della medaglia non può essere altro che un livello di retribuzioni particolarmente basso».

Davide Stasi, data analyst

Il passaggio è decisivo perché sposta la lettura dal numero degli occupati alla qualità dell’occupazione. Nelle statistiche ufficiali viene considerato occupato anche chi lavora una sola ora retribuita alla settimana. Per questo non basta contare le persone che lavorano. Bisogna misurare quante ore lavorano, con quali contratti, con quale continuità, in quali settori e con quali retribuzioni.

La produttività che arretra

Il dato sulla produttività è uno dei più importanti dello studio. La produttività per occupato cala dello 0,7 per cento nel 2022, del 2,5 per cento nel 2023 e dello 0,9 per cento nel 2024. Anche la produttività per ora lavorata scende: -0,7 per cento nel 2022, -1,2 per cento nel 2023 e -1,4 per cento nel 2024.

Questi numeri spiegano perché la crescita dell’occupazione non si traduce in crescita economica robusta. Se aumentano i lavoratori ma il valore prodotto per ciascuno diminuisce, il sistema si espande in superficie ma non rafforza la propria capacità competitiva. È un modello che rischia di generare più occupazione fragile che sviluppo stabile.

La produttività è il legame tra impresa, salari e crescita. Quando la produttività diminuisce, le imprese hanno meno margini per aumentare le retribuzioni. Quando i salari restano bassi, si indeboliscono i consumi delle famiglie. Quando i consumi sono deboli, anche la domanda interna fatica a sostenere investimenti e nuova occupazione qualificata.

Il rapporto descrive quindi una trappola economica: bassa produttività, bassi salari, lavoro discontinuo, minore capacità di investimento, minore attrattività per i giovani e maggiore difficoltà a trattenere competenze. La Puglia non ha solo bisogno di creare più posti di lavoro. Ha bisogno di creare lavoro più produttivo.

Aforisma_Il mito nazionale, la frattura pugliese

Retribuzioni troppo basse

Il cuore dell’analisi è nei redditi. Nel 2024 la Puglia registra un reddito medio per contribuente pari a 19.936 euro. Il dato è inferiore alla media del Mezzogiorno, pari a 20.239 euro, e molto distante dalla media nazionale, pari a 25.125 euro. Il divario rispetto all’Italia supera i 5mila euro annui per contribuente.

Ancora più rilevante è il dato sui redditi da lavoro dipendente e assimilati. In Puglia si contano 1.454.506 contribuenti con questa tipologia di reddito, per un ammontare complessivo di oltre 28,2 miliardi di euro. La media regionale si ferma a 19.417 euro. La media nazionale dei redditi da lavoro dipendente e assimilati è invece pari a 24.251 euro. Il divario è di 4.834 euro annui.

Andrea Salvati, direttore dell’Osservatorio Economico Aforisma, mette in evidenza il significato economico del dato: «I dati sui redditi dichiarati offrono una chiave di lettura significativa per osservare il lavoro non solo come quantità di occupazione, ma anche come qualità economica dei redditi prodotti. Pur trattandosi di dati fiscali e quindi non direttamente sovrapponibili alle statistiche occupazionali, il quadro che emerge consente di cogliere con immediatezza la distanza tra territori, la diversa capacità del lavoro di generare reddito e il peso delle fasce più fragili della popolazione contribuente. La media sui redditi da lavoro dipendente e assimilati si ferma in Puglia ad appena 19.417 euro contro una media nazionale di 24.251 euro».

Questo è il punto più forte del rapporto. Il lavoro in Puglia esiste, ma spesso non produce redditi sufficienti. Il problema non è soltanto trovare un’occupazione. È avere un’occupazione in grado di sostenere una vita autonoma, consumi adeguati, progettualità familiare, accesso al credito, formazione e permanenza sul territorio.

La piramide dei redditi schiacciata

La distribuzione dei contribuenti conferma la debolezza della struttura reddituale regionale. In Puglia il 45,2 per cento dei contribuenti si colloca nella fascia fino a 15mila euro. In Italia la quota è pari al 34,2 per cento. La differenza è molto ampia e segnala una concentrazione più forte nelle fasce basse di reddito.

All’opposto, i contribuenti oltre 55mila euro sono il 3,4 per cento in Puglia, contro il 6,1 per cento nazionale. La regione ha quindi una base sociale più schiacciata verso il basso e una presenza più ridotta di redditi medio-alti. Questo produce effetti economici rilevanti: minore capacità di spesa, minore risparmio, minore gettito, minore domanda interna e maggiore vulnerabilità agli shock.

La fascia intermedia, quella tra 15mila e 55mila euro, rappresenta il 51,2 per cento dei contribuenti pugliesi, contro il 59,4 per cento nazionale. Anche questo dato indica un ceto medio più debole e meno esteso. Il mercato del lavoro, quindi, non produce soltanto meno reddito medio: produce anche una distribuzione più fragile.

Il tema delle retribuzioni basse è quindi centrale. Non riguarda soltanto i lavoratori poveri in senso stretto, ma l’intera struttura economica regionale. Quando quasi metà dei contribuenti resta sotto i 15mila euro, il lavoro smette di essere pienamente un motore di mobilità sociale.

Aforisma_ Lavoriamo di più ma lavoriamo di meno

Il paradosso tra lavoro e pensione

Uno degli indicatori più significativi dello studio è il confronto tra redditi da lavoro dipendente e redditi da pensione. In Puglia il reddito medio da pensione è pari a 19.425 euro, mentre il reddito medio da lavoro dipendente e assimilati è pari a 19.417 euro. La differenza è di appena 8 euro.

Il dato non va letto come contrapposizione tra lavoratori e pensionati. Va interpretato come segnale della bassa intensità reddituale del lavoro. In un sistema equilibrato, il lavoro dovrebbe rappresentare il principale canale di crescita del reddito individuale. Se il reddito medio da lavoro dipendente è praticamente uguale a quello da pensione, significa che il lavoro non sempre produce un vantaggio economico netto.

Questo paradosso ha implicazioni profonde. Riduce l’attrattività del mercato locale, alimenta la fuga dei giovani, rende meno conveniente restare in territori dove le opportunità sono deboli e accresce il rischio di lavoro povero. Il problema non è la pensione. Il problema è che il lavoro, in troppi casi, non paga abbastanza.

La mutazione dei contratti

Il secondo grande fronte dello studio riguarda la precarietà. Negli ultimi dieci anni la struttura delle assunzioni pugliesi è cambiata radicalmente. Le assunzioni a tempo indeterminato passano da 127.002 nel 2015 a 45.974 nel 2025. Nello stesso periodo, le assunzioni a termine salgono da 158.542 a 202.589.

La trasformazione non riguarda solo il rapporto tra tempo indeterminato e tempo determinato. Crescono anche le forme di lavoro più discontinue: le assunzioni stagionali passano da circa 29mila a oltre 61mila; il lavoro intermittente da circa 12mila a oltre 41mila. La precarietà non appare più come una fase di passaggio, ma come una componente stabile del mercato.

Nel 2025 le assunzioni totali in Puglia sono 384.588, contro 497.517 nel 2024. Il calo è del 23 per cento. Le assunzioni a tempo indeterminato scendono da 62.162 a 45.974, con una flessione del 26 per cento. Anche i contratti a termine diminuiscono rispetto all’anno precedente, passando da 272.120 a 202.589, ma restano molto più numerosi dei contratti stabili. L’apprendistato scende da 13.711 a 9.868. La somministrazione passa da 29.692 a 23.446.

Il dato congiunturale indica una frenata del mercato. Il dato di lungo periodo indica una trasformazione strutturale: il lavoro stabile perde peso e le forme flessibili, stagionali e intermittenti diventano sempre più centrali.

Aforisma_ Le forbici della precarietà

La precarietà come struttura

La precarietà ha effetti economici che vanno oltre il singolo contratto. Un rapporto breve riduce la capacità del lavoratore di programmare il futuro. Un reddito discontinuo rende più difficile accedere a mutui, affitti, credito al consumo, formazione e percorsi di autonomia. Una carriera frammentata indebolisce anche la contribuzione previdenziale futura.

La precarietà, quindi, non è solo un tema sindacale. È una questione macroeconomica. Un sistema fondato su rapporti brevi genera meno reddito stabile, meno domanda interna e meno fiducia. Le famiglie rinviano consumi e investimenti. I giovani rinviano scelte di vita. Le imprese faticano a trattenere competenze. Il territorio perde capitale umano.

Massimo De Giorgi, presidente del Comitato provinciale INPS di Lecce, evidenzia il nodo del saldo occupazionale e della composizione dei contratti: «Per quanto riguarda il mercato del lavoro, il saldo occupazionale complessivo è positivo, ma ciò è dovuto principalmente alla riduzione delle assunzioni a tempo indeterminato e all’aumento di quelle a tempo determinato. Solo per i lavoratori stranieri si registra un incremento significativo in entrambe le tipologie contrattuali. Preoccupa invece l’utilizzo massiccio del part-time: il 40,2 per cento dei lavoratori dipendenti, dato superiore sia alla media regionale che nazionale. In generale, il tasso di occupazione migliora, mentre cala la disoccupazione, ma cresce il tasso di inattività».

Il riferimento al part-time è rilevante. Il part-time può essere una scelta positiva se volontaria, ma diventa un problema quando è involontario. Se il 40,2 per cento dei lavoratori dipendenti è part-time, e il dato è superiore sia alla media regionale sia a quella nazionale, occorre interrogarsi sulla qualità del lavoro generato. Un part-time diffuso abbassa il reddito annuo e può contribuire alla diffusione del lavoro povero.

Aforisma_ La piramide sociale schiacciata

La geografia dell’occupazione

La Puglia non è un mercato uniforme. Le differenze provinciali sono uno degli elementi più importanti dello studio. Ogni territorio presenta una combinazione diversa di occupazione, disoccupazione, redditi, composizione produttiva e fragilità sociali.

Nel 2025 Bari conta 488mila occupati, Lecce 295mila, Foggia 226mila, Taranto 171mila, Brindisi 138mila e Barletta-Andria-Trani 127mila. Rispetto al 2024, aumentano gli occupati a Lecce, Foggia, Taranto e Bat; diminuiscono a Bari e Brindisi.

Sul fronte della disoccupazione, il quadro è ancora più differenziato. Bari passa da 28mila a 31mila disoccupati. La Bat da 8mila a 15mila. Brindisi scende da 15mila a 9mila. Foggia da 36mila a 31mila. Lecce sale da 29mila a 30mila. Taranto aumenta da 17mila a 29mila. Il saldo regionale peggiora perché gli aumenti registrati in alcune province pesano più delle riduzioni di altre.

La mappa del reddito conferma la distanza interna. Bari è la provincia più solida; Taranto si colloca in posizione intermedia; Brindisi e Lecce restano sotto i 20mila euro di reddito medio per contribuente; Foggia e Bat presentano i valori più deboli.

Bari, il motore regionale sotto pressione

Bari resta il principale polo economico pugliese. È la provincia con i redditi più alti e con la struttura produttiva più robusta. Il reddito medio per contribuente è pari a 21.732 euro; il reddito medio da lavoro dipendente e assimilati arriva a 21.075 euro. Sono valori superiori alla media regionale e più vicini alla media del Mezzogiorno.

La provincia conta 850.680 contribuenti, un reddito complessivo di oltre 18,4 miliardi di euro e un’imposta netta superiore a 3 miliardi. La quota di contribuenti fino a 15mila euro è pari al 41 per cento, la più bassa tra le province pugliesi. La quota tra 15mila e 55mila euro è del 54,2 per cento, mentre quella oltre 55mila euro arriva al 4,5 per cento, il dato più elevato della regione. L’imposta netta media per contribuente è pari a 3.604 euro.

Questi numeri confermano il ruolo di Bari come motore regionale. Il capoluogo concentra funzioni direzionali, servizi avanzati, sanità, università, pubblica amministrazione, logistica, commercio e attività professionali. La struttura economica è più diversificata e consente redditi medi più elevati.

Tuttavia, anche Bari mostra segnali di tensione. Gli occupati scendono da 498mila nel 2024 a 488mila nel 2025. I disoccupati aumentano da 28mila a 31mila. La provincia più forte non è quindi immune dalla fragilità del mercato regionale. La solidità relativa non basta a neutralizzare le difficoltà complessive della Puglia.

Il rischio è che Bari proceda come polo più avanzato senza riuscire a trainare in modo sufficiente gli altri territori. La sua sfida non è solo crescere, ma diffondere valore: investimenti, competenze, filiere, logistica, servizi innovativi e connessioni con il resto della regione.

Aforisma_ Il paradosso previdenziale

Lecce, più occupati ma più fragilità

La provincia di Lecce è uno dei casi più rilevanti dello studio. Nel 2025 gli occupati salgono a 295mila, contro 285mila del 2024. L’aumento è di 10mila unità, uno dei più consistenti in Puglia. Ma nello stesso periodo i disoccupati crescono da 29mila a 30mila e il tasso di disoccupazione resta al 10,5 per cento, sopra la media regionale del 10,3 per cento.

Ada Chirizzi, segretario provinciale CISL Lecce, sottolinea la criticità del territorio: «La Festa del Lavoro si conferma un momento cruciale non solo per celebrare i diritti acquisiti, ma per riflettere sulle profonde trasformazioni che stanno ridisegnando il mercato del lavoro. In Italia e nel mondo, il tema centrale è l’urgenza di governare un contesto lavorativo sempre più digitale e automatizzato, secondo i principi di coesione, emancipazione, giustizia sociale. La provincia di Lecce spicca per criticità, con disoccupati in aumento (da 29mila a 30mila) e tasso stabile al 10,5 per cento, sopra la media pugliese: uomini a 17mila (+2mila) e donne a 13mila (meno mille), con un tasso pari al 10,5 per cento a fronte del 10,4 per cento dell’anno precedente, confermando una fragilità oltre la media regionale (10,3 per cento). Tali dati evidenziano una preoccupante contrazione del mercato».

Il territorio leccese presenta redditi inferiori alla media regionale. Il reddito medio per contribuente è pari a 19.142 euro; quello da lavoro dipendente e assimilati è pari a 18.744 euro. I contribuenti sono 538.388, con un reddito complessivo di oltre 10,3 miliardi. La quota di contribuenti fino a 15mila euro è del 48 per cento, quasi uno su due. La quota tra 15mila e 55mila euro è del 48,6 per cento; quella oltre 55mila euro è del 3,3 per cento.

La provincia mostra quindi una doppia dinamica. Da un lato cresce l’occupazione; dall’altro resta alta la disoccupazione e permane una forte fragilità reddituale. Questo accade perché una parte rilevante del lavoro è legata a settori stagionali, come turismo, commercio, ristorazione e servizi. Sono comparti importanti per l’economia locale, ma spesso generano rapporti brevi, intermittenti o concentrati in pochi mesi dell’anno.

Il dato sulle assunzioni conferma questa trasformazione. In provincia di Lecce le assunzioni a tempo indeterminato scendono da 24.413 nel 2015 a 8.294 nel 2025. Nello stesso periodo le assunzioni a termine salgono da 34.259 a 46.088. Le assunzioni stagionali passano da 6.935 a 21.446. Il lavoro intermittente, richiamato nel rapporto, cresce anch’esso in modo significativo.

Questo significa che Lecce crea lavoro, ma spesso non crea continuità. La sfida non è ridurre il peso del turismo, ma aumentarne la qualità economica: allungare la stagione, rafforzare la formazione, migliorare i servizi, integrare cultura, digitale, accoglienza, agroalimentare e filiere locali, trasformando l’occupazione stagionale in percorsi più lunghi e più qualificati.

Taranto, il nodo della riconversione

Taranto è un territorio con redditi intermedi ma con segnali occupazionali molto delicati. Gli occupati aumentano da 164mila nel 2024 a 171mila nel 2025. Il dato potrebbe apparire positivo. Tuttavia, nello stesso periodo i disoccupati crescono da 17mila a 29mila. L’aumento è molto marcato e segnala una forte pressione sul mercato del lavoro.

Sul piano reddituale, Taranto registra un reddito medio per contribuente di 20.304 euro e un reddito medio da lavoro dipendente e assimilati di 19.640 euro. I contribuenti sono 375.421, con un reddito complessivo di oltre 7,6 miliardi. La quota di contribuenti fino a 15mila euro è pari al 42,9 per cento; quella tra 15mila e 55mila euro è del 54 per cento; quella oltre 55mila euro è del 3 per cento.

Taranto si colloca quindi sopra Lecce, Brindisi, Foggia e Bat per reddito medio, ma sotto Bari. La sua fragilità principale non è solo reddituale, ma produttiva e occupazionale. Il territorio porta il peso della trasformazione industriale e della necessità di costruire nuovi equilibri tra industria, ambiente, servizi, logistica, energia e competenze.

L’aumento contemporaneo di occupati e disoccupati indica un mercato in movimento, ma non pienamente capace di assorbire la domanda di lavoro. In altri termini, il sistema crea alcune opportunità, ma non abbastanza per ridurre la pressione sociale. La riconversione industriale è quindi una questione centrale: non basta sostituire attività produttive; occorre generare lavoro stabile, qualificato e meglio retribuito.

Per Taranto, la qualità degli investimenti è decisiva. La transizione industriale può diventare un’occasione di rilancio se produce filiere innovative, competenze tecniche, occupazione stabile e maggiore produttività. Se invece genera solo lavoro discontinuo o ritardi nella trasformazione, il territorio rischia di sommare vecchie fragilità industriali e nuove precarietà.

Brindisi, una stabilità da verificare

Brindisi presenta una dinamica diversa. Gli occupati scendono da 144mila nel 2024 a 138mila nel 2025. I disoccupati, però, diminuiscono da 15mila a 9mila. Questo dato richiede cautela. Una riduzione dei disoccupati può indicare un miglioramento del mercato, ma se avviene insieme a un calo degli occupati può anche segnalare una riduzione della partecipazione al lavoro.

In un contesto regionale in cui il tasso di inattività resta vicino al 40 per cento, la diminuzione dei disoccupati non va letta automaticamente come pieno recupero. Può esserci una quota di persone che smette di cercare attivamente un impiego, esce dalle statistiche della disoccupazione e rientra nell’inattività.

Sul fronte reddituale, Brindisi registra un reddito medio per contribuente pari a 19.380 euro e un reddito medio da lavoro dipendente e assimilati pari a 18.922 euro. I contribuenti sono 264.230, con un reddito complessivo di oltre 5,1 miliardi. La quota fino a 15mila euro è del 45,9 per cento; quella tra 15mila e 55mila euro è del 51,1 per cento; quella oltre 55mila euro si ferma al 2,7 per cento.

Il territorio brindisino ha asset importanti: industria, energia, porto, logistica, aerospazio, agricoltura e turismo. Ma i numeri mostrano che questi asset non bastano ancora a generare una struttura reddituale forte. Il rischio è una stabilità apparente: meno disoccupati, ma anche meno occupati e redditi medi ancora deboli.

La sfida di Brindisi è trasformare le proprie potenzialità industriali e logistiche in lavoro stabile. Questo richiede investimenti, competenze, infrastrutture, politiche energetiche coerenti e capacità di collegare imprese locali alle filiere nazionali e internazionali.

Aforisma_ Una regione, due velocità. La mappa delle fratture interne

Foggia, il lavoro povero come emergenza

Foggia è una delle province più fragili sul piano reddituale. Gli occupati aumentano da 222mila nel 2024 a 226mila nel 2025. I disoccupati diminuiscono da 36mila a 31mila. Ma il miglioramento di questi indicatori non cancella la debolezza della base economica.

Il reddito medio per contribuente è pari a 18.258 euro. Il reddito medio da lavoro dipendente e assimilati si ferma a 17.708 euro, il valore più basso tra le province pugliesi. I contribuenti sono 394.328, con un reddito complessivo di circa 7,2 miliardi. La quota di contribuenti fino a 15mila euro raggiunge il 49,5 per cento, la più alta della regione. Quasi un contribuente su due si colloca nella fascia reddituale più bassa. La quota tra 15mila e 55mila euro è del 47,7 per cento; quella oltre 55mila euro è appena del 2,4 per cento.

Il caso foggiano mostra che il lavoro povero può convivere con un aumento degli occupati e con una diminuzione dei disoccupati. Se i redditi medi restano così bassi, il mercato non riesce a generare sufficiente benessere. La struttura produttiva, spesso legata ad agricoltura, servizi tradizionali, piccola impresa e attività a minore intensità di capitale, fatica a produrre valore aggiunto elevato.

Per Foggia il nodo è duplice: aumentare la qualità del lavoro e rafforzare la legalità economica. Il territorio ha grandi potenzialità agricole, agroindustriali, logistiche e turistiche, ma deve contrastare lavoro irregolare, dumping, bassa qualificazione e fragilità infrastrutturali. Senza questo salto, il rischio è che l’occupazione cresca senza riuscire a ridurre davvero la povertà lavorativa.

Bat, redditi deboli e pressione occupazionale

La provincia di Barletta-Andria-Trani presenta una condizione molto critica. Gli occupati passano da 124mila nel 2024 a 127mila nel 2025. I disoccupati, però, aumentano da 8mila a 15mila, quasi raddoppiando. È uno dei segnali più preoccupanti del quadro provinciale.

Il reddito medio per contribuente è pari a 18.183 euro, il più basso della regione. Il reddito medio da lavoro dipendente e assimilati è pari a 17.975 euro. I contribuenti sono 245.358, con un reddito complessivo di circa 4,46 miliardi. La quota di contribuenti fino a 15mila euro è del 49,1 per cento. Quella tra 15mila e 55mila euro è del 47,8 per cento. Quella oltre 55mila euro è del 2,7 per cento.

La Bat ha una struttura produttiva fondata su piccole imprese, manifattura tradizionale, commercio, servizi e filiere locali. Questo tessuto può essere dinamico, ma spesso presenta margini ridotti e minore capacità di sostenere salari elevati. L’aumento dei disoccupati indica una pressione crescente sul mercato, mentre i redditi bassi mostrano la difficoltà di trasformare il lavoro in benessere.

Per la Bat il punto strategico è la produttività delle piccole imprese. Senza investimenti in tecnologia, organizzazione, formazione e accesso a mercati più remunerativi, il territorio rischia di restare bloccato in un equilibrio di bassi redditi e alta vulnerabilità.

Una regione divisa al suo interno

La lettura provinciale restituisce una Puglia a più velocità. Bari resta il polo più solido, ma mostra segnali di tensione. Lecce aumenta gli occupati ma resta segnata da disoccupazione, stagionalità e redditi bassi. Taranto ha redditi intermedi ma vede crescere fortemente i disoccupati. Brindisi riduce la disoccupazione ma perde occupati. Foggia e Bat rappresentano le aree più fragili sul piano reddituale.

Il divario interno è uno dei temi qualificanti dello studio. Non esiste un solo mercato del lavoro pugliese. Esistono più mercati locali, con problemi differenti. Questo significa che le politiche regionali non possono essere uniformi. Devono essere territoriali, misurate sulle caratteristiche di ciascuna provincia.

Bari ha bisogno di consolidare il ruolo di motore regionale e diffondere valore verso le aree più fragili. Lecce deve ridurre la dipendenza dalla stagionalità e qualificare il lavoro nei servizi. Taranto deve legare la riconversione industriale alla buona occupazione. Brindisi deve evitare che il calo della disoccupazione coincida con l’uscita dal mercato del lavoro. Foggia e Bat devono affrontare il nodo del lavoro povero e della produttività debole.

Aforisma_ La crisi demografica, la fuga dei talenti

Giovani, over 55 e ricambio bloccato

Lo studio richiama anche il tema generazionale. A livello nazionale, nel corso di un ventennio, gli occupati tra 15 e 34 anni sono scesi da 7,3 milioni a 5,2 milioni. Nello stesso periodo, il numero dei lavoratori over 50 è più che raddoppiato. Questo squilibrio segnala un mercato del lavoro che invecchia e che offre meno spazio alle nuove generazioni.

In Puglia, l’aumento dell’incidenza dei lavoratori over 55 riflette un mercato meno dinamico e meno attrattivo per i giovani. La precarietà e le retribuzioni basse spingono molti giovani a cercare opportunità in altre regioni o all’estero. La fuga dei talenti non è solo una conseguenza culturale: è una risposta economica razionale a un mercato che offre poche prospettive stabili.

Il problema generazionale incide anche sulla produttività. Meno giovani significa meno ricambio, minore spinta all’innovazione, minore adozione di competenze digitali e maggiore difficoltà per le imprese nel trovare profili qualificati. L’inverno demografico e il mercato del lavoro sono due facce dello stesso problema.

Start-up e innovazione debole

Il rapporto richiama anche la difficoltà delle start-up innovative. Nel 2025 in Italia sono 11.090 le start-up innovative in attività, il 4,2 per cento in meno rispetto al 2024. Il dato segnala un indebolimento dell’ecosistema imprenditoriale più legato all’innovazione.

Per la Puglia, questo tema è decisivo. La bassa produttività non si corregge solo aumentando il numero degli occupati. Serve aumentare il valore aggiunto per ora lavorata, e questo richiede innovazione, digitalizzazione, investimenti, capitale umano e imprese capaci di competere sulla qualità, non solo sul costo del lavoro.

Se il sistema produttivo resta ancorato a settori a bassa marginalità, la pressione sui salari continuerà. Se le imprese non investono in tecnologia, formazione e organizzazione, sarà difficile aumentare la produttività. Se i giovani qualificati lasciano il territorio, il potenziale innovativo si riduce. Il rischio è un circolo vizioso: bassa innovazione, bassa produttività, salari bassi, fuga delle competenze.

Ammortizzatori sociali e instabilità

Lo studio segnala anche il forte aumento degli ammortizzatori sociali. La cassa integrazione cresce del 140 per cento, con 2 milioni di ore nel 2024. La Naspi aumenta del 6 per cento. Sono indicatori importanti perché mostrano un mercato formalmente dinamico, ma attraversato da fragilità profonde.

La cassa integrazione misura difficoltà aziendali, rallentamenti produttivi o ristrutturazioni. La Naspi intercetta interruzioni involontarie dei rapporti di lavoro. Quando entrambi gli indicatori aumentano, significa che il sistema non è stabile. Il lavoro c’è, ma non sempre dura. Le imprese assumono, ma spesso con contratti brevi. I lavoratori entrano ed escono dal mercato con maggiore frequenza.

Gli ammortizzatori sociali sono strumenti necessari, ma il loro aumento segnala una vulnerabilità strutturale. Una regione non può costruire crescita duratura se una quota crescente del mercato dipende da protezioni temporanee. La priorità deve essere ridurre le cause dell’instabilità: bassa produttività, fragilità delle imprese, stagionalità, contratti brevi, mismatch e salari insufficienti.

Aforisma_ Gli ammortizzatori come termometro della crisi

Il mismatch tra domanda e offerta

Tra le criticità richiamate dallo studio c’è il mismatch, cioè il disallineamento tra competenze disponibili e competenze richieste dalle imprese. È uno dei principali ostacoli alla crescita della produttività. In molti settori le imprese dichiarano difficoltà a trovare profili adeguati, mentre una parte della forza lavoro resta disoccupata o inattiva.

Il mismatch è particolarmente grave in una fase di transizione digitale e ambientale. Intelligenza artificiale, automazione, efficienza energetica, economia circolare, logistica avanzata, turismo qualificato e servizi digitali richiedono competenze nuove. Se il sistema formativo non riesce a produrle, e se le imprese non investono abbastanza, il mercato resta bloccato.

La formazione diventa quindi una leva economica. Non può essere generica. Deve essere collegata alle filiere territoriali, ai fabbisogni delle imprese, ai nuovi lavori della transizione verde e digitale. Per Lecce significa qualificare turismo e servizi. Per Taranto significa accompagnare la riconversione industriale. Per Brindisi significa rafforzare industria, energia e logistica. Per Bari significa consolidare servizi avanzati e innovazione. Per Foggia e Bat significa aumentare produttività nelle filiere tradizionali.

Inattività e partecipazione debole

Il tasso di inattività resta uno dei segnali più preoccupanti. Il rapporto indica un valore vicino al 40 per cento. Questo significa che una quota molto ampia della popolazione tra 15 e 64 anni non cerca attivamente lavoro. L’inattività non è meno importante della disoccupazione: spesso è la parte nascosta della fragilità del mercato.

Una persona inattiva non compare tra i disoccupati, ma resta fuori dal circuito produttivo. Le cause possono essere diverse: scoraggiamento, carichi familiari, mancanza di servizi, difficoltà di trasporto, bassi salari, assenza di offerte adeguate, mismatch di competenze. In molti casi, l’inattività è il risultato di un mercato che non appare abbastanza conveniente o accessibile.

Il tema è cruciale soprattutto per donne e giovani. Se il lavoro disponibile è discontinuo, mal pagato o lontano, la partecipazione può ridursi. Per questo la qualità del lavoro non è solo una questione retributiva: incide direttamente sulla decisione di entrare o restare nel mercato.

Il circolo vizioso del lavoro fragile

Dumping e part-time involontario

Lo studio richiama anche dumping contrattuale, part-time involontario e lavoro povero. Sono tre fenomeni collegati. Il dumping si verifica quando la competizione si gioca comprimendo il costo del lavoro e applicando condizioni contrattuali meno favorevoli. Il part-time involontario riduce il reddito annuo. Il lavoro povero è l’effetto finale di contratti deboli, poche ore, bassi salari e discontinuità.

In un sistema con produttività bassa, la tentazione di competere sui costi è forte. Ma questa strategia ha effetti negativi nel medio periodo. Riduce la domanda interna, spinge i lavoratori qualificati ad andare via, alimenta la precarietà e rende più difficile trattenere competenze. La competizione al ribasso non produce sviluppo. Produce solo fragilità diffusa.

Il superamento del dumping richiede controlli, qualità contrattuale, responsabilità delle imprese, ruolo delle parti sociali e politiche pubbliche capaci di premiare chi investe in lavoro stabile. Senza un cambio di paradigma, la Puglia rischia di restare intrappolata nella crescita povera.

Il ruolo delle istituzioni e delle parti sociali

Il rapporto chiama in causa tutti gli attori del territorio: istituzioni, imprese, sindacati, enti previdenziali, sistema formativo, università, associazioni datoriali e amministrazioni locali. La complessità del mercato del lavoro pugliese non consente risposte isolate.

Il punto non è soltanto creare incentivi all’assunzione. Serve una strategia che agisca su produttività, competenze, investimenti, infrastrutture, legalità, qualità contrattuale e politiche territoriali. La Puglia ha bisogno di una politica del lavoro collegata alla politica industriale e alla politica formativa.

Ada Chirizzi, segretario provinciale CISL Lecce, nel rapporto richiama l’esigenza di dare valore alla formazione di qualità, in particolare su intelligenza artificiale e green, promuovere la dignità del lavoro, contrastare dumping contrattuale e part-time involontario, ridurre la precarietà, colmare il divario strutturale tra aree del Paese e favorire la restanza.

Questo passaggio è centrale. La restanza non può essere solo un concetto identitario. Deve diventare una condizione economica possibile. Restare significa poter lavorare con redditi adeguati, contratti dignitosi, servizi efficienti, prospettive di crescita e possibilità di costruire futuro.

Le leve per cambiare traiettoria

La diagnosi dello studio porta a una strategia articolata. La prima leva è la produttività. Senza produttività non ci sono salari sostenibili. Ma la produttività non cresce da sola: servono investimenti, tecnologia, formazione, organizzazione e imprese capaci di innovare.

La seconda leva è la stabilità contrattuale. Un mercato fondato su contratti brevi non genera fiducia. La stabilità non significa rigidità, ma continuità dei percorsi professionali. Significa trasformare lavoro occasionale in competenze, esperienza e crescita.

La terza leva è la qualità dei redditi. Il divario tra i 19.417 euro medi del lavoro dipendente pugliese e i 24.251 euro nazionali è troppo ampio. Ridurlo è una priorità economica e sociale.

La quarta leva è la formazione. L’intelligenza artificiale, la transizione green, la digitalizzazione, la logistica avanzata, la manifattura innovativa e il turismo qualificato richiedono competenze nuove. La formazione deve essere collegata ai territori e alle imprese.

La quinta leva è la differenziazione territoriale. Bari, Lecce, Taranto, Brindisi, Foggia e Bat non hanno gli stessi problemi. Le politiche devono essere mirate. Una misura unica rischia di non funzionare per nessuno.

Dalla quantità alla qualità del lavoro

Il messaggio finale dello studio è che la quantità non basta. Aumentare gli occupati è importante, ma non sufficiente. Bisogna capire se quei lavoratori hanno contratti stabili, se lavorano un numero adeguato di ore, se ricevono retribuzioni dignitose, se producono valore aggiunto, se possono crescere professionalmente.

La Puglia è davanti a un bivio. Può continuare a registrare piccoli aumenti occupazionali dentro una crescita debole, oppure può provare a cambiare modello. Il primo scenario produce lavoro fragile e redditi bassi. Il secondo richiede investimenti, innovazione, formazione e un patto territoriale sulla qualità del lavoro.

Lo studio dell’Osservatorio Economico Aforisma indica con chiarezza che il problema non è solo la mancanza di lavoro. È la qualità del lavoro disponibile. Una regione cresce davvero quando il lavoro consente alle persone di costruire autonomia, reddito e futuro.

Aforisma_ Il patto per la restanza

Il patto necessario per la Puglia

La Puglia dispone di risorse importanti: capitale umano, università, imprese, turismo, agricoltura, manifattura, porti, energia, logistica, cultura e servizi. Ma queste risorse devono essere collegate da una strategia coerente. Il lavoro deve tornare a essere non solo occupazione, ma reddito, dignità, produttività e possibilità di restare.

Il rapporto mostra che la regione ha un problema di sviluppo più che di sola occupazione. Gli occupati aumentano, ma i precari crescono. Le retribuzioni restano basse. Il Pil avanza poco. La produttività arretra. Le province viaggiano a velocità diverse. Giovani e competenze rischiano di andare via. Gli ammortizzatori sociali segnalano instabilità. L’inattività resta alta.

La posta in gioco è la capacità della Puglia di trasformare il lavoro in crescita reale. Per riuscirci, serve un patto tra istituzioni, imprese, sindacati, enti previdenziali, scuola, università e territori. Un patto fondato su salari migliori, contratti più stabili, formazione qualificata, innovazione produttiva e politiche differenziate per provincia.

La sfida non è inseguire un aumento statistico degli occupati. La sfida è costruire lavoro capace di generare valore. Perché il punto vero, oggi, è questo: in Puglia si può anche lavorare di più, ma se il lavoro resta precario e pagato poco, la crescita non diventa sviluppo.