Il bambino operato 4.000 anni fa, scoperta UniSalento

La tomba di Djarkutan con perforazione

A Djarkutan una sepoltura di due bambini rivela una trapanazione di 4.000 anni fa, la più antica finora documentata in Asia Centrale

di Antonio Portolano

Quattromila anni fa, nel cuore dell’Asia Centrale, qualcuno impugnò probabilmente uno strumento di pietra o di osso e aprì il cranio di un bambino di appena cinque anni. Non sappiamo ancora perché lo fece, né quale sapere medico possedesse. Sappiamo però che quel gesto ha lasciato una traccia arrivata fino a noi e capace oggi di cambiare ciò che conosciamo sulle pratiche di cura nell’Età del Bronzo.

A riportarla alla luce è stata la missione archeologica congiunta dell’Università del Salento, della Termez State University e dell’Istituto Archeologico di Samarcanda nel sito di Djarkutan, in Uzbekistan. Durante la campagna di scavo dell’aprile 2026 gli archeologi hanno individuato una sepoltura con due bambini, di circa tre e cinque anni, deposti fianco a fianco. Sul cranio del più grande sono evidenti i segni di una trapanazione cranica, un’apertura intenzionalmente praticata nell’osso.

La datazione, circa 4.000 anni fa, ne fa la più antica evidenza di un intervento chirurgico cranico finora documentata in Asia Centrale e una delle più antiche conosciute in Asia. Anche il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale colloca la scoperta negli ultimi secoli del terzo millennio avanti Cristo e la indica come la prima testimonianza del genere documentata nell’Asia Centrale a questa altezza cronologica.

Un’operazione su un bambino che apre nuove domande

La forza della scoperta non risiede soltanto nell’età del reperto. A sorprendere è soprattutto l’età del bambino sul quale l’intervento fu eseguito e ciò che una procedura del genere lascia supporre sull’organizzazione e sulle conoscenze della società in cui viveva.

Praticare un’apertura nel cranio significava possedere strumenti, esperienza e una qualche forma di sapere sul corpo umano. Ma resta ancora da capire chi fosse in grado di farlo all’interno di Djarkutan e per quale ragione.

Gli studiosi considerano diverse possibilità. La trapanazione potrebbe essere stata praticata nel tentativo di trattare patologie neurologiche, traumi, epilessia, emicranie o alterazioni del comportamento. Non è però possibile trasferire automaticamente nel mondo di quattromila anni fa la distinzione contemporanea tra medicina e rituale: in quella cultura le due dimensioni potrebbero essersi sovrapposte o avere fatto parte della stessa concezione della malattia e della cura.

Ed è proprio qui che il reperto diventa qualcosa di più di un caso eccezionale di archeologia funeraria. La domanda non è soltanto come sia stata eseguita una trapanazione cranica nell’Età del Bronzo, ma chi possedesse le competenze per praticarla e quale ruolo avesse nella comunità.

Perché intervenire sul cranio di un bambino di cinque anni? Quale conoscenza anatomica presupponeva un gesto tanto invasivo? Esistevano figure specializzate nella cura? E l’operazione aveva finalità esclusivamente terapeutiche o anche rituali?

La tomba di Djarkutan

Le indagini antropologiche e paleogenetiche in corso nei laboratori dell’Università del Salento potrebbero fornire nei prossimi mesi nuovi elementi per rispondere.

Djarkutan, la città della Civiltà dell’Oxus

La scoperta assume un significato ancora maggiore se collocata nel luogo da cui proviene.

Djarkutan è considerato uno degli insediamenti più importanti della Battriana settentrionale e appartiene all’orizzonte della Civiltà dell’Oxus, conosciuta nella letteratura archeologica anche come Complesso Archeologico della Battriana e della Margiana (BMAC).

Fiorita indicativamente tra il 2500 e il 1500 avanti Cristo, questa grande cultura dell’Età del Bronzo interessò territori che oggi appartengono a Uzbekistan, Turkmenistan e Afghanistan settentrionale, sviluppando rapporti che raggiungevano l’Iran orientale e, secondo il quadro ricostruito dalla missione, le coste del Golfo Persico.

Djarkutan era un centro strutturato, articolato in quartieri e caratterizzato da architetture monumentali e produzioni ceramiche di elevata qualità. Il cranio del bambino aggiunge ora un elemento nuovo: accanto alla complessità urbana, sociale e produttiva emerge l’esistenza di pratiche mediche o medico-rituali sorprendentemente sofisticate.

La città sorgeva nella regione del Surkhan Darya, tributario dell’antico Oxus, oggi Amu Darya. Una posizione che la collocava al centro delle grandi dinamiche di relazione dell’Asia dell’Età del Bronzo.

Da quest’area transitavano contatti e influenze capaci di connettere le steppe a nord dell’attuale Kazakhstan, le autonomie politiche dell’Iran orientale – tra cui Shahr-i Sokhta -, il Tajikistan e la valle dell’Indo. La stessa Farnesina evidenzia come queste reti del terzo millennio avanti Cristo percorressero direttrici destinate, molti secoli più tardi, ad anticipare alcuni dei grandi itinerari associati alla Via della Seta.

Il BMAC conobbe una rapida affermazione intorno alla metà del terzo millennio avanti Cristo e una scomparsa altrettanto significativa nel secondo quarto del secondo millennio a.C., fenomeno che gli studiosi collegano anche a possibili trasformazioni paleoclimatiche.

In questo scenario, la trapanazione di Djarkutan obbliga a guardare quelle comunità con occhi nuovi: non soltanto città, commerci, architetture e manifatture, ma anche conoscenze del corpo e tentativi complessi di intervenire sulla malattia.

Il team di Unisalento in Uzbekistan

Una missione di 40 studiosi tra Salento e Uzbekistan

Dietro il ritrovamento c’è un progetto di ricerca avviato nel 2024 e diretto congiuntamente dal professor Enrico Ascalone per l’Università del Salento e dal professor Alisher Shaidullaiev per la Termez State University, con la collaborazione dell’Istituto Archeologico di Samarcanda guidato dal dottor Komil Rakhimov. La struttura della direzione scientifica è confermata anche dalla Farnesina.

La caratteristica del progetto è il metodo fortemente multidisciplinare e interdisciplinare. Archeobotanica, archeozoologia, antropologia fisica, paleogenetica, topografia e archeometria vengono utilizzate insieme per ricostruire non soltanto gli edifici e gli oggetti dell’antica città, ma anche le condizioni di vita, l’alimentazione, le caratteristiche biologiche, le relazioni e le pratiche funerarie dei suoi abitanti.

Anche i numeri raccontano la dimensione dell’impresa scientifica. La missione comprende 27 studiosi, studiose, studenti e studentesse dell’Università del Salento, ai quali si aggiungono 13 componenti della Termez State University, per un totale di 40 partecipanti.

Secondo UniSalento, si tratta di una presenza di dimensioni eccezionali, superiore persino a quella delle grandi missioni storiche ottocentesche che hanno segnato la nascita e lo sviluppo dell’archeologia orientale.

Un vero trasferimento di competenze dal Salento verso una delle aree archeologicamente più importanti dell’Asia Centrale, nel quale ricerca sul campo e formazione universitaria procedono insieme.

I finanziamenti e il progetto SAFI3

Il progetto si è avvalso anche di fondi del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e delle risorse di SAFI3 – Sinergie per orientare e promuovere un’Alta Formazione Innovativa, Interdisciplinare, Internazionale.

SAFI3 è finanziato nell’ambito del PNRR M4C1-I3.4, con CUP F87G24000360006, e ha contribuito a rendere possibile la partecipazione alla missione di un numero così consistente di studiosi, ricercatori e studenti del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento.

La ricerca di Djarkutan assume così anche una dimensione formativa: il sito archeologico diventa un laboratorio internazionale nel quale le nuove generazioni di studiosi possono lavorare direttamente all’interno di un progetto multidisciplinare, confrontandosi con università e istituzioni scientifiche dell’Asia Centrale.

Dal Salento all’Iran, una rete sulla storia dell’Asia

Djarkutan non è un progetto isolato.

La missione si inserisce in un programma di ricerca più ampio che comprende anche le indagini nei grandi siti iraniani di Shahr-i Sokhta e Jiroft, condotte in collaborazione con il Research Institute of Cultural Heritage and Tourism dell’Iran.

La Farnesina precisa che il più ampio programma è promosso dall’Ambasciata d’Italia in Uzbekistan e costruisce un asse scientifico che collega il Salento all’Asia Centrale attraverso lo studio delle civiltà dell’Età del Bronzo e delle antiche reti di scambio che attraversavano il continente già nel terzo millennio avanti Cristo.

È in questa geografia scientifica che la scoperta del bambino di Djarkutan acquista un significato ancora più ampio. Quel cranio permette di interrogare non soltanto le pratiche di una singola comunità, ma la circolazione delle conoscenze, le specializzazioni e i modelli culturali sviluppatisi tra Asia Centrale, Iran e subcontinente indiano.

Il professore Enrico Ascalone

Ascalone: «Fino a ieri era impensabile»

Per Enrico Ascalone, la scoperta sposta ancora una volta il confine delle conoscenze disponibili sulla società di Djarkutan.

«Djarkutan continua a sorprenderci. Ogni stagione di scavo sposta un po’ più indietro il confine di ciò che pensavamo possibile. Una trapanazione cranica su un bambino, quattromila anni fa, in Asia Centrale: fino a ieri era impensabile. Oggi è nei nostri dati».

Ed è forse proprio questa la chiave del ritrovamento.

Un bambino vissuto quattromila anni fa restituisce oggi una prova materiale di quanto fossero più articolate di quanto immaginato le conoscenze delle società dell’Asia Centrale dell’Età del Bronzo. La sua sepoltura racconta una città, una civiltà e soprattutto un gesto: qualcuno cercò di intervenire sul suo cranio disponendo delle conoscenze e degli strumenti allora disponibili.

Adesso toccherà alla paleogenetica, all’antropologia e alle altre discipline coinvolte nella missione provare a ricostruire ciò che ancora manca.

Perché la scoperta di Djarkutan non chiude un problema archeologico. Ne apre uno molto più affascinante: chi era in grado di operare il cranio di un bambino nell’Asia Centrale di quattromila anni fa, e quanto avanzate erano realmente le conoscenze di quella civiltà?